03/02/11

Ezio Raimondi, NOVECENTO E DOPO

Sottotitolo: CONSIDERAZIONI SU UN SECOLO DI LETTERATURA. Roma, Carocci, 2003

Raimondi illustrates how in modernity the sublime manifests itself within a framework of “dilettoso orrore”:

“[…] la luce è insidiata dal caos delle tenebre e la bellezza si incrocia con la dissonanza e l’informe, con l’essere nudo dell’uomo tra natura e storia, istinto e cultura, quanto più egli discopre nel flusso discontinuo della temporalità, anche in ciò che è domestico e quotidiano, la fatalità vertiginosa del proprio vuoto senza parola” (p. 28).

Discontinuity rather than linear chronology characterizes literature in the 20th century: “l”avventura letteraria del Novecento assomiglia a un fascio di segmenti discontinui, renitenti all”ordine univoco della linearità cronologica” (p. 35).

He mentions Curtius’ views on the sense of tradition in European literature until the 18th century. In agreement with Curtius, Raimondi, too, sees Goethe as the last traditional and the first modern author. Modernity is articulated in a new literary system by fragmentation and mannerism as it may be seen in Joyce’s and T.S. Eliot’s work.

Multiplicity, as defined by Calvino in LEZIONI AMERICANE, is another important aspect of modern literature which tends to be encyclopedic in an open way.ù

History and experiments are interrelated:

“Più la parola letteraria scava in se stessa, nelle fibre segrete della sua figura sonora, e più si apre al movimento sfaccettato della temporalità, alle forze in atto di una situazione storica. La presenza del tempo umano e del suo travaglio è sempre avvertibile nelle parole della letteratura, purché esse rechino al fondo l’ansia e quasi l’ossessione delle superfici dure della vita” (p. 59-60).

Prophetic authors as wells as heroic characters disappeared or changed connotations in the 20th century:

“Come l’ermeneutica a soluzioni multiple dell’atto di narrare impone allo scrittore la rinuncia al ruolo del legislatore o del profeta, così, lungo una via parallela, nel Novecento si consuma o si trasforma l’idea tradizionale dell’eroismo. Nel labirinto del secolo, sotto il segno sinistro dell’atrocità e della catastrofe, alla parola della letteratura riesce sempre più difficile raffigurare nei suoi accenti il pathos dell’eroismo. O forse il ricordo dell’eroismo può sopravvivere solo in un’immagine stravolta di degradazione e di angoscia, come scoprono, dopo l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, tanto Kafka quanto Céline” (p. 99).

Minimalism, and the relationship between unity and diversity, but also a still important role of literature, and especially of the novel, are aspects of the most recent phase of globalization when literature is based on a “pluralismo autentico” (p. 143), and, even more than previously, “inevitabilmente una Weltliteratur” (p. 142).

On literature as communication between the author and the reader, Raimondi writes:

“Il linguaggio della pagina scritta consente quello che potremmo chiamare il transito dell’esperienza, la sua trasmissione entro un ambito comunicativo che in sé costituisce già un superamento della solitudine verso una comunità potenziale, la quale però assume contorni non convenzionali, perché si dà proprio a partire dalla solitudine, nel suo senso pieno. Come è stato scritto, noi siamo sempre in cammino dentro il linguaggio: poiché esso si correla a ciò che è accaduto o poteva accadere, secondo i nostri ricordi, ci immerge quindi in un universo multiplo, fatto di altre esperienze, che nelle sfaccettature delle circostanze danno il senso della vita, capace di sorprendere, nel momento stesso in cui ferisce, anche fisicamente, nella vivezza corporea del nostro sentire. L’esperienza che si può compiere nella parola consiste precisamente in una trasmissione a un altro che contemporaneamente implica anche la ricezione di qualcosa di nuovo” (p. 127).

[Roberto Bertoni]

29/01/11

Paola Polito, 1990 - SANDA

Quando arrivò la telefonata, Anghela lasciò che al rientro da scuola la figlia pranzasse con calma e, dopo la consueta esercitazione di pianoforte, le annunciò la morte del pittore Petre Nemoiu, suo padre. Non sapeva se l’informazione potesse avere per lei un significato speciale, le disse; in ogni caso era meglio venirlo a sapere in casa, dove avrebbe potuto reagire liberamente. Sanda commentò a labbra strette che la notizia della morte di un estraneo non poteva che lasciarla indifferente. Anzi, provava sollievo, perché era finita. Una buona volta era finita con l’umiliazione delle pratiche legali per strappare alle tasche di quell’egocentrico dissipatore pochi e stentati assegni alimentari, ma era finita soprattutto con la sottaciuta, dolorosa attesa che quel padre genialoide producesse una volta o l’altra, anche solo per sbaglio, per un’improvvisa extrasistole sentimentale, un gesto spontaneo, di curiosità, di interesse, di pentimento. Niente. Mai niente fin lì e, adesso, mai più. Solo di questo aveva potuto avere parte: di un annuncio di morte. Mai più. Andò a chiudersi in camera.


Per arrivare alla villa bisognava salire in collina, su per la strada che costeggiava la Chiesa di San Demetrio. Non sapeva perché la voglia di visitare la casa le fosse presa proprio adesso, in quel congedo scolastico a Sibiu e a distanza di tanti anni. Troppi, certo, per quel che voleva fare. Ma cosa voleva fare? Era tutto così incerto! Si sentì mancare il fiato. L’asma, ma doveva essere soprattutto per la foga con cui aveva affrontato l’ultimo tratto di strada che la separava dal luogo di nascita dei suoi primi sbrindellati ricordi. I suoi primi e ultimi ricordi legati a Petre, i suoi primi e ultimi ricordi legati a loro tre insieme. Una famiglia. Cos’era per lei quella famiglia? Non il ricordo di un triangolo amoroso, dei volti di mamma e di Petre, dei loro corpi in uno stesso scenario, come in una fotografia, no. La sua famiglia era un giardino con un piccolo sentiero verso una porta e un pavimento a scacchi. E una stufa. Neppure una stufa intera, veramente; quell’idea era certo una ricostruzione a posteriori, concepita in età adulta.

Di fatto, quel che ricordava erano delle mattonelle bianche di maiolica con un disegno floreale azzurro, in rilievo. I suoi polpastrelli, dopo quasi due decenni, conservavano ancora traccia della consistenza e del calore di quelle mattonelle. Era per verificare quella consistenza e quel calore, che era venuta in treno fin lì, in quella città, su quella strada? Avrebbe riconosciuto la casa? E che cosa avrebbe detto ai nuovi padroni? Scusatemi tanto, ma voglio vedere se in casa vostra c’è una vecchia stufa di maiolica. È l’unico ricordo che ho del pittore Petre Nemoiu. È l’unico ricordo che ho di mio padre. Sono stata qui una sola volta, avevo poco più di un anno, i miei avevano deciso di trascorrere una vacanza insieme. Una sola volta. Diciassette anni fa. Avrebbe detto questo?

Quando si trovò davanti alla casa, seppe di essere a destinazione. Spinse il cancello di ferro battuto, attraversò il vialetto, suonò alla porta. Venne a aprirle un uomo alto e magro, con i capelli brizzolati, seguito da un setter molto giovane che subito le saltò addosso e la leccò in viso. Il cane fu subito allontanato. Sanda non guardò il padrone del cane in volto, non le interessava; fece scorrere lo sguardo sul pullover di sottile lana beige che l’uomo indossava, e fissando gli occhi sul suo torace magro sotto la lana disse:

- Scusatemi tanto, ma vorrei vedere se in casa vostra c’è una vecchia stufa di maiolica. È l’unico ricordo che ho del pittore Petre Nemoiu. È l’unico ricordo che ho di mio padre.

Abbassò lo sguardo. Con meraviglia vide che i piedi dell’uomo si spostavano verso l’interno della casa. Li seguì lungo un percorso a scacchi. Ecco. Si sentiva di nuovo soffocare. L’uomo la prese per un braccio, la sospinse verso un angolo scuro. La stufa era lì. Superba e, anche se rattoppata e scheggiata qua e là, funzionante. Una buona stufa di maiolica che doveva aver riscaldato gran parte della casa, testimone delle sregolatezze paterne nelle rigide notti sibiene.

Si avvicinò, toccò le mattonelle. Bianche, con un disegno floreale azzurro, in rilievo. Ne riconobbe coi polpastrelli la consistenza e il calore.

L’uomo, adesso, la spingeva di stanza in stanza, le raccontava di essere stato un buon amico di suo padre il pittore. Un gran pittore. Molto quotato, ma spendaccione. Sperperatore. Un gran viveur; un uomo affascinante, intelligente e, anche, a volte, abissalmente triste. L’alcool, sì. L’incapacità di amare. Nei momenti di lucidità diceva di sapere che sarebbe morto abbandonato da tutti, solo come un cane. Non era andata proprio così. Se ne era occupato lui, di Petre. Per simpatia, per compassione. Negli ultimi anni, il maestro era molto malato, non riusciva più a salire fino alla villa; alla fine avevano fatto una permuta. Petre era andato a vivere nell’appartamento cittadino dell’amico, al pianterreno, confortevole e caldo. Gli aveva lasciato in cambio la villa. Tutto regolare, per carità. Conservava le carte. Voleva vederle?

Sanda si guardava intorno. Non ascoltava. Non era venuta per incontrare quell’uomo. Stringeva la mano destra a pugno, per non lasciarsi scappare via il calore della stufa ritrovata.

Adesso l’amico di Petre Nemoiu indicava sulle pareti i quadri del maestro: ecco, vedeva?, quello era l’ultimo, Petre l’aveva dipinto poco prima di morire. La cirrosi, sì. Anzi, no, veramente, non sapeva se faceva bene a dirglielo, una signorina così delicata…, ma anche… sì, anche coraggiosa… venire qui a chiedere di entrare nella casa del padre che non ha… che non ha mai…, insomma, ecco… l’ultimo quadro, veramente, è un altro… Petre diceva che era per lei, signorina, per Sanda. Lei si chiama Sanda, vero?

L’uomo tirò fuori da un grande armadio di legno massiccio una tela avvolta in alcuni fogli di giornale. La scartò agevolmente perché era abbastanza piccola, cinquanta o sessanta centimetri per settanta. La girò verso Sanda tenendola premuta contro il pullover, all’altezza del suo torace magro. Era bianca.

Purtroppo, o per fortuna, aggiunse l’uomo, Petre non era riuscito neppure a incominciare l’opera che voleva dedicare alla sua Sanda. Proprio così diceva, “questa tela sarà per la mia Sanda”. Pronunciò quella frase con un tono eccessivamente dolce, in cui a Sanda parve di sentire dello scherno. Per la prima volta guardò l’uomo negli occhi. L’amico di suo padre abbassò lo sguardo.

Il nuovo proprietario accompagnò la figlia di Petre alla porta. La ragazza se ne andò via in silenzio, percorse il sentiero lungo il giardino con la mano destra chiusa a pugno, si avviò sulla strada senza richiudere dietro di sé il cancello.

CARTE ALLINEATE. Numero 47, Gennaio 2011 / Issue 47, January 2011

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Marzia Poerio.

- AVOLEDO, Tullio, L’ULTIMO GIORNO FELICE. Note di lettura, 7-1-2011.
- BAUMAN, Zygmunt, L’ARTE DELLA VITA. Note di lettura, 29-1-2011
- FERRAMOSCA, Annamaria, LINGUASILENZIO E FORSE CON UNA DONNA. Testi, con traduzioni di Anamaría Crowe Serrano, 15-1-2011.
- HUR, Jin Ho, 팔월의 크리스마스 (PALWILUI CHRISTMAS). NATALE D'AGOSTO. Storie di film di Renato PERSÒLI, 21-1-2011.
- KI, Min Soo, 그바보 (KU PABÓ). QUELLO SCIOCCO. Storie di film di Renato PERSÒLI, 17-1-2011.
- KIM, Yong-Hwa, MINIONUN GOIROWO (미녀는 괴로워). Storie di film di Renato PERSÒLI, 13-1-2011.
- MAUPASSANT, Guy de, NOTRE COEUR. Rilettura, 25-1-2011.
- NICOSIA, Salvatore, “È MORTO AL POSTO MIO”: DA ELIAS CANETTI AD ELIO ARISTIDE. Note di lettura, 9-1-2011.
- PIZZI, Marina, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [21-30]. Testo, 19-1-2011.
- TONELLI, Angelo, L'AIRONE, NELLA SERA. Testo con commento, 27-1-2011.
- TORELLA, Raffaele, PASSIONI ED EMOZIONI NELLE TRADIZIONI FILOSOFICO-RELIGIOSE DELL’INDIA PREMODERNA. Note di lettura di Aurelio Devanagari, 3-1-2011.
- VEO, Rudi, 23 GENNAIO (Pagina a cura di Gian Paolo RAGNOLI). Sorie di musiche, 19-1-2011.
- YASUSHI, Inowe, IL FUCILE DA CACCIA. Note di lettura, 3-1-2011.
- YOUNG, Augustus, MAUPASSANT WANTS TO DIE IN SICILY (1885). Testo, 11-1-2011.

Zygmunt Bauman, L’ARTE DELLA VITA


[Shopping and imaginative art (From the walls of Brussels). Foto di Marzia Poerio]

Titolo dell’edizione originale THE ART OF LIFE (2008). Traduzione di M. Cupellaro, Roma-Bari, Laterza, 2009

La felicità è qui intesa come momento fondante della modernità, già nell’illuminismo intesa come “diritto universale dell’uomo” (p. 5).

Mentre in anni recenti le società prospere dell’Occidente sono diventate sempre più ricche, “non è affatto chiaro se con ciò diventino più felici” (p. 3). I parametri utilizzati nelle inchieste ufficiali sembrano suggerire che la felicità debba essere collegata alla crescita materiale; nondimeno, nota Bauman, ciò che fornisce felicità autenticamente non è reperibile sul mercato, bensì nelle emozioni, nella dimensione comunitaria e nell’autorealizzazione: amore, amicizia, cura per gli altri, autostima, operosità. Di ciò il volume riscontra ampie conferme nella storia culturale, in parte citando i filosofi classici dell’etica come Seneca, in parte contrapponendo in negative il superomismo nietzschiano. Da queste premesse Bauman procede ribadendo vari temi del suo pensiero.

L’identità, osserva, è divenuta un attributo provvisorio, soggetta a una “trasformazione permanente” (p. 94); eccede dunque dalla costruzione progressiva della personalità per aggregazione, ovvero dal “progetto di vita” formulato a partire dalla gioventù, che in parte autobiograficamente il sociologo polacco ascrive, rispetto alla sua generazione, all’influsso di Sartre e che oggi non avrebbe senso in una compagine sociale frammentata in cui le aspirazioni personali si modificano col mutare delle fasi di vita e conducono in parte a un’incertezza che quasi per definizione si oppone al godimento della felicità se si presume che essa sia fondata su una pienezza stabile. Se in passato il rapporto degli individui col passato era importante per vivere anche il presente, a parere di Bauman “per i nuovi giovani esiste solo il presente” (p. 67).

Si tratta di una “nuova ideologia […] conservatrice […] nel senso in cui per Mannheim lo sono le ideologie (all’opposto delle utopie). Essa innalza a leggi insuperabili dell’universo le esperienze quotidiane del mondo in cui si vive in quel momento ed eleva a unico punto di vista da sia possibile definire lo stato dell’universo la prospettiva dell’individuo-per-decreto” (p. 117).

Il modello del consumo fondato sulla non soddisfazione del desiderio e una tendenza ad acquisire di più e di meglio in futuro oltre che a gettare quanto si è fruito informa di sé anche le scelte di vita e i comportamenti interpersonali. La conclusione di Bauman su questo punto è una domanda retorica: “lascio ai lettori decidere se la coercizione a cercare la felicità nella forma praticata nella nostra società dei consumatori liquido-moderna renda felice chi vi è costretto” (p. 65).

Uno degli elementi dell’infelicità contemporanea è la diversità gerarchica dagli altri, col paradosso secondo il quale, nella nostra società, “ognuno ha il diritto di considerarsi uguale a chiunque altro, ma di fatto non è in grado di esserlo”, dal che consegue che “la vulnerabilità è (almeno potenzialmente) universale” (p. 34); e si crea divisione tra gli individui privatizzati vengono contrapposti gli uni agli altri, col che “si aggrava la conflittualità” (p, 118).

Mancano “punti di riferimento solidi e affidabili” e “guide degne ddi fiducia” (p. 111), che sono state sostituite dai modelli di riferimento proposti dai mass media.

L’egoismo prevale sull’altruismo, ma al contempo l’individuo si apre verso l’esterno.


[Roberto Bertoni]

27/01/11

Angelo Tonelli, L'AIRONE, NELLA SERA


[High intensity stone. Foto di Marzia Poerio]


Si creano intensità, e si disfanno,
che ne ridiamo forte di sera, in lungofiume,
quando gli uccelli piegano le ali
sotto le nubi basse, e le foglie
vibrano al vento tiepido dell’est.
Sprofonda nella quiete della notte, l’indomabile,
il giorno e a miriadi
ci siamo amati odiati complicati,
in trame d’infinito e tempo breve
o eterno a seconda che l’anima
si accorci o si dilati nell’aión. Ci siamo
comunque inebriati della vita, la possente – caracolla
a pelo d’acqua la carogna
disfatta dell’animale, l’innocente
straziato – e adesso contempliamo
la quiete della sera, tutti umani
e raccolti, bozzoli
di cosmo. Fila via,
silenzioso, l’airone, nella sera.



NOTA

Enfasi emotiva con l'aggettivazione del tipo "possente", "indomabile" e il metasostantivo "intensità" che rimanda tanto alla sua definizione psicologica quanto a quella del linguaggio utilizzato in questa poesia di individui addirittura "inebriati dalla vita", un'intossicazione vitale che ha come corrispettivo un opposto anch'esso totale, thanatos, con connotazioni di deperimento ("la carogna / disfatta"), ma un'allusione all'impermanenza, alla labilità, nell'airone (volatile in quanto simbolo junghiano dello spirito?) notturno, adenico (dell'Ade). Frattanto il rapporto di somiglianza e integrazione sinestetica tra paesaggi di "nubi basse" e l'"anima". In fondo era il cuore, il sentimento, a definirsi come possesso effimero e poi perdita?

[RB]

25/01/11

Guy de Maupassant, NOTRE COEUR

1890. Trad. italiana di F. Francavilla, IL NOSTRO CUORE, Milano, Rizzoli, 1963

André Mariolle, uno sfaccendato "abbastanza ricco per vivere a suo talento", che si è comportato finora con prudenza, restando "sempre sulla difensiva nella vita, [...] preservato dalle passioni" (p. 45), accontentandosi "di godersi la vita da spettatore, o meglio da dilettante" (p. 12), stimato dagli amici, ritroso verso gli ambienti mondani, "leale, devoto, di gradevole compagnia, simpaticissimo" (p. 13), cede poco per volta alle lusinghe di Michèle de Burne, vedova di un matrimonio senza amore, "civetta", salottiera, "di natura indipendente, gaia, perfino esuberante, dolcissima e amabile" oltre che bella ed elegante (p. 15), discreta e non chiacchierata in società, non di meno abile a irretire gli spasimanti numerosi.

La relazione intrattenuta da questi due personaggi vede André sempre più innamorato, desideroso di assoluto e di esclusività; e Michèle che, pur restandogli fedele e concedendosi alla storia segreta con lui, resta in qualche modo distante, continuando, seppure platonicamente, a flirtare con gli altri frequentatori del salotto e non in grado di scendere su un più intenso piano passionale. André soffre per questo e si allontana, rompendo la relazione.

A Fontanebleau, dove André si rifugia, una domestica, Élisabeth, si innamora di lui; si avvia così una nuova relazione. Quando Michèle ricompare, pur restando il cuore legato a lei, André stringe un legame più stretto con Élisabeth, promettendole che sarà la sua amante anche quando si trasferiranno a Parigi, scegliendo l'essere amato rispetto all'amare in quanto fonte di minore dolore.

Se questa storia viene delineata con tratti psicologici variegati, che esprimono le fasi alterne della sofferenza e della gradevolezza dell'amore, è al contempo un quadro d'epoca, con discussioni letterarie oltre che pettegolezzi urbani e il tentativo di rifugio non pienamente riuscito nella natura e nell'autenticità con le parti ambientate a Mont St Michel e a Fontanebleau.

Più intimo di altri romanzi di Maupassant, in parte (seppure solo indirettamente) orientato da vicende autobiografiche e scritto poco prima degli ultimi anni tragici di malattia e di ricovero nell'ospedale psichiatrico, si dota, come si legge en abyme, di "un occhio atto a captare le immagini, le attitudini, i gesti con la rapidità e la precisione di una macchina fotografica" per rappresentare "un brano dell'esistenza umana strappato alla realtà" e "il movimento della vita stessa" (pp. 21-22).

"Guardiamo tutto attraverso il sentimento", dichiara nel romanzo Michèle, "non dico attraverso l'amore - no - attraverso il sentimento, che ha ogni sorta di espressioni, di manifestazioni, di sfumature" (p. 29), sebbene il vero personaggio sentimentale sia qui non tanto lei quanto André.

Michèle rappresenta, come viene più volte ripetuto nel romanzo, la donna di "moderna disinvoltura"; diversa, secondo Mariolle, un altro personaggio, dalle "donne dei vecchi romanzi", cioè "spirituali" e "di cuore" (p. 32).

Strano, leggendo alcune critiche, come la figura di Élisabeth, personaggio così sensibile, risulti spesso semplicemente la "domestica" invece di avere il nome che merita di essere registrato, dato che questa ragazza di modeste origini è capace di innamorarsi e di dimostrare attenzione genuina al fidanzato, a differenza della mondana signora protagonista e dei rappresentanti della classe sociale di Michèle, sebbene alla fine Élisabeth stessa sia lusingata dalla prospettiva di salire nella scala sociale diventando l'amica di un ricco, ma questa aspirazione si confonde in lei col sentimento autentico verso André e non affiora invece in quanto arrivismo alla sua coscienza.

[Roberto Bertoni]

23/01/11

Rudi Veo, 23 GENNAIO (Pagina a cura di Gian Paolo Ragnoli)

E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, potremo rispondere: ricordiamo" (Ray Bradbury, FARENHEIT 451)

Nel 1973 Roberto Franceschi aveva 21 anni, studiava economia politica all´università Bocconi ed era un militante del Movimento Studentesco. La sera del 23 gennaio di quell´anno il collettivo del Movimento Studentesco della Bocconi aveva indetto un´assemblea fra studenti e lavoratori presso l´aula magna dell´università; il rettore contrariamente ad una prassi ormai acquisita aveva vietato l´ingresso ai non iscritti alla Bocconi, cioè di fatto aveva vietato l´assemblea e per imporre quella decisione un reparto di polizia era schierato davanti all´ingresso dell´università. Non appena gli studenti e i lavoratori giunti per partecipare all´assemblea accennarono una protesta i poliziotti non esitarono a caricarli; ci fu un breve scontro e quando già i manifestanti si stavano allontanando agenti e funzionari di polizia aprirono ripetutamente il fuoco contro di loro con le rivoltelle d´ordinanza. Due giovani furono colpiti alle spalle: Roberto Piacentini, nonostante la gravità della ferita, si salvò. Roberto Franceschi morì il 30 gennaio dopo sette giorni d´agonia.

Avevamo un gruppo in quegli anni, l’avevamo fondato poco dopo l’assassinio di Roberto e in suo ricordo si chiamava Collettivo Franceschi. Era un collettivo un po’ bizzarro, in parte gruppo musicale, che proponeva canzoni politiche e popolari, prevalentemente dal patrimonio popolare americano, pesantemente influenzati come eravamo da Woody Guthrie e dagli Stormy Six, in parte anche collettivo politico, che si muoveva in autonomia (con la minuscola…) tra le organizzazioni politiche dell’allora “nuova sinistra”. Durammo un paio d’anni, prima di scioglierci nel tumultuoso movimento di allora, nei quali tra le altre cose alcuni di noi cominciarono a scrivere canzoni e a proporle nelle scadenze di movimento in cui intervenivamo. Questa è stata scritta da Rudi Veo, uno dei componenti del Collettivo, nella primavera del 1974 e mi pare che, al netto dell’ingenuità dei suoi neppure vent’anni, conservi intatta la sua freschezza poetica e politica.

Certo le canzoni andrebbero ascoltate, non solo lette, ma purtroppo reperti d’epoca ascoltabili non sono a tutt’oggi stati rinvenuti…

[Gian Paolo Ragnoli]


23 GENNAIO

Quanto può costare una pallottola di piombo?
Quanto può costare una pallottola di piombo?
Quanto ci vuole a fare una pallottola di piombo?
Pochi soldi e poco tempo
Pochi soldi e poco tempo

Quanto può costare la vita di un ragazzo?
Quanto può costare la vita di un compagno?
Quanto ci vuole per vivere e pensare?
La risposta non c’è
La risposta non c’è

Era freddo l’altra sera su a Milano
Eri uscito per andare all’assemblea
Metti come sempre l’eskimo verde
Ma nella nebbia ti vedranno
Ma nella nebbia ti vedranno

È così irreale Milano di notte
E poi i fari dei gipponi accesi in faccia
Solo il gelo della notte sui capelli
Nelle tasche stringi il pugno
Nelle tasche stringi il pugno

E poi i rumori e poi le urla e poi gli spari
E poi le gambe che non trovano un sostegno
La mano non è più serrata in tasca
Il pugno è alzato verso il cielo
Il pugno è alzato verso il cielo

Era buio l’altra notte su a Milano
Ma a te il sole ti è scoppiato in faccia
Certo adesso è chiaro come il giorno
Per gli assassini sarà notte
Per gli assassini sarà notte

[Rudi Veo]

21/01/11

Hur Jin Ho, 팔월의 크리스마스 (PALWILUI CHRISTMAS). NATALE D'AGOSTO


[Symbol of something? Allegory? Just a realist sculpture? (Seoul 2010) Foto di Marzia Poerio]


Corea, 1998. Titolo in lingua inglese: CHRISTMAS IN AUGUST. Con Han Suk-kyu e Shim Eun-ha

Jung Won ha un negozio di fotografo ereditato dal padre. Da-Rim, una giovane vigilessa, col pretesto delle foto, lo corteggia ricambiata. I due riusciranno a darsi un appuntamento, tuttavia a un certo punto Jung Won scompare. Gli spettatori, ma non Da Rim, sono consapevoli che egli viene ricoverato in un ospedale, dove morirà. Da-Rim lo aspetta davanti al negozio parecchie volte nei giorni successivi al ricovero, esasperata fino al punto di tirare contro la vetrina una sassata. Infine, senza che il film dia spiegazione se alla fine la giovane venga o meno a sapere della malattia di Jung Won, Da Rim nota tra gli oggetti in mostra un'istantanea che il fotografo le aveva scattato e, rassicurata dall'importanza attribuitale (dato che l'immagine è stata scelta per la vetrina tra pochissime), si rassegna alla fine di quell'amore non progredito oltre il dialogo e le gentilezze che i due si sono scambiati in un arco di tempo limitato.

Se l'intreccio è così intelligentemente malinconico e minimalista, ogni elemento di questo film ne costituisce un degno contenitore.

Il paesaggio è quello semiurbano di una Corea non interamente modernizzata. I personaggi esprimono reticenza, timidezza, considerazione per gli altri, drammi irrisolti che non impediscono loro di continuare a vivere con dignità.

L'innamoramento di Da Rim riapre la possibilità del sentimento in Jung Won, che non si è mai sposato a causa dell'amore per una ragazza che aveva scelto un altro. Jung Won ora pare voltare pagina, proprio quando la morte lo attende con un destino che affronta con coraggio non retorico; e con altruismo, non rivelando a Da Rim il problema per non impegnarla a un legame che si interromperebbe così traumaticamente per lei. Il non detto conta quanto il detto in questo film di sentimenti provati con convinzione, eppure resi con una simpatia umana fatta di silenzio e di parole misurate, di sorrisi e di semplicità, doti che, per contrasto con i nostri anni di eccesso di parola e di narcisismo dominante, tanto più valorizziamo.

Il film ha una dimensione di memoria, il cui agente è la fotografia. Si evidenziano soprattutto le foto di un'anziana che posa per il fotografo per avere un'immagine adatta al proprio funerale quando esso ci sarà. Il rapporto tra la morte e la vita non è solo il ciclo esistenziale, ma anche la relazione tra i ricordi e il presente.

Sia le pose di gruppo che quelle individuali, frequenti nella pellicola, vengono registrate dalla cinepresa con lentezza. La fotografia, in questo film, oltre che simbolizzare la registrazione della memoria, è una metafora metatestuale dell'arte delle immagini, quindi anche della cinematografia. La recitazione è naturale e quotidiana. I rumori della strada si ascoltano tra i dialoghi in esterni come in un documentario.

È un film giustamente citato tra gli antesignani del cinema sud coreano contemporaneo.


[Renato Persòli]

19/01/11

Marina Pizzi, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [21-30]

21.

agguati da fare in fretta
questa frittata all’astio.
domani m’intrometterò in un abituro
così per fermare l’orizzonte
e disseccare le pecche del rantolo.
domani m’inventerò un’aureola
per le catene d’ascia
dove fremono i poeti.
a monte di un pastrano senza asole
lo sbatte il vento con un’acutezza acerrima.
in pasto alla resina del boia
questo cipresso nato per non partorire
che risa di cancrena e posti vacui.


22.

l’autunno sacrifica le foglie
per un banchetto di passi.
a cuor leggero un francobollo esulta
di essere arrivato nella buca
innamorata delle lettere.
una minoranza di giochi
frattura le bambole che non sanno
ridere. tu mi opprimi col l’anima
a sacchetto e il bavero rimosso.
il prìncipe degli agrumi è un francescano
di liquori che fanno bene allo spirito
dallo spirito. il ghigno della luna mi sussurra
che la bambagia è solo un giro in giacca e
cravatta per di più scomode. le braci ossute
del calvario cinguettano malarie senza scampo.


23.

l’usanza del registro è stare all’erta
per il deposito di un’urna senza scempio.
in mano alla gita della rotta
il monello è un talamo di giochi.
qui per la maggiore va l’oasi del sogno
dove bivaccano le tane delle rondini.
scarsa baraonda inguine di vento
questo dispendio darsena sul seno.
mesti comunque il senno e l’augurio
quando si termina l’oceano del vate
e le stazioni baciano la terra.
disconvenevole l’attrito degli spasmi
l’aureola corrotta dalla frusta.
in mano alle moine del buon cordolo
tu dimentichi di me che sono innesto
con le perfette nuche che sperdono il dolore.


24.

mi mangerò le unghie fino al sangue
al guaio di gemere la fune garbuglio
di tramonti. in mano alla stesura del fossato
è venuto il Nobel per la letteratura polacca.
il guaio del fronte è il candore del fiore
il rosso ingenuo del papavero. vero il vecchiume
delle nuvole di pioggia. il generale medagliato
sul portone della caserma. l’imbuto del tornato
si fa sfidare dai gabbiani in perenne cerca.
i bottoni del vestito nuziale non reggono
il seno prosperoso, sognante nel respiro.
le spighe polverose dell’ultimo ranocchio
hanno spazi canonici oltre la falce
la gerarchia del santo che ne fa pane.
per minestre di chiodi è sotto stretta osservazione
una bimbetta blasfema ottuagenaria, ancora furba
badante della zolla che la reclama.


25.

quasi già lungo il tenebroso addio
e la risacca credula di vento
insacca l’ombra con l’oasi del brevetto.
a lungo sul verbale della notte
inciampa il veto di scoprir le stelle.
atroce villeggiare questa sciagura
abituro per la rondine del sacco.
abitudine d’acredine restare ospiti
di annulli nei discepoli che piangono
goliardie di servi le vendemmie.
in casa ho solo un remo per catalogo.


26.

nel solco che infuriò l’estate
bivacca la ronda della luna piena.


27.

Visibilio

scodella il mare l’ultimo barbaglio,
l’alunno sul cipresso piange il caso,
ondula il cipresso ritmi di novena.
matriarcale il ritmo della voce
ricerca consolanze di marea.


28.

dio della rondine il gerundio tenue
l’addio libero felice del costato
sulla maretta d’afa senza costrutto
dove ne avviene l’asma e il balbettio.


29.

tutti i dintorni del vento
con le saline darsene
dove si avviene ilarità canuta
la rotta di formarsi per bambini.
in trono alla giacenza del villaggio
canti la fanga che rincorre il corpo.


30.

l’ilarità del vuoto
il solo scempio
la casta delle rondini cattive
dove è morente il verbo della regola
tonfo d’io la lumaca in corsa.
le Erinni calamità del cielo bruno
costano molto lido di dolore.


[Le strofe precedenti di VIGILIA DI SORPASSO sono uscite su "Carte allineate" in data 27-11-2010 e 17-12-2010]

17/01/11

Ki Min Soo, 그바보 (KU PABÓ). QUELLO SCIOCCO


[Seoul General Post Office (2010). Foto di Marzia Poerio]

Sceneggiato televisivo in sedici puntate, Corea 2009. Titolo in lingua inglese: THAT FOOL; noto anche col titolo THE ACCIDENTAL COUPLE. Con Baek Sung Hyun, Hong Ji Young, Hwang Jung Min, Joo Sang Wook, Jun Mi Sun, Kim Ah Joong, Kim Kwang Gyu, Lee Chung Ah, Lee Soo Young, Yoon Joo Sang, Yun Mi Joo

Han Ji Soo è un'attrice famosa, fidanzata segretamente da sette anni con Kim Kang Mo, figlio di un uomo politico che si è candidato alla carica di sindaco di Seùl e per portare avanti la campagna elettorale fa fidanzare il figlio con la figlia di un imprenditore potente e importante, per cui Kang Mo promette a Ji Soo di sposarla quando il padre verrà eletto e lui potrà allora chiudere il fidanzamento con l'altra. Tuttavia, quando l'imprenditore scopre la relazione del futuro genero con l'attrice, che risulterebbe inaccettabile alla rispettabilità borghese della famiglia del politicante oltre che naturalmente a quella della fidanzata ufficiale che è tra l'altro effettivamente innamorata di Kang Mo, il padre di quest'ultimo organizza un falso matrimonio tra Jin Soo e un fan dell'attrice, un impiegato postale ingenuo e di buon cuore, Dong Baek, che si presta al trucco, non volendo nessun compenso in cambio, soltanto per essere di soccorso all'attrice che idolatra. Kang Mo non solo è al corrente di tutto, ma ne è attivo coautore e poco per volta si coinvolge sempre di più nella trama del fidanzamento fino al punto di assumere responsabilità di rilievo nell'impresa del futuro suocero e di promettersi realmente in matrimonio per opportunità politico-economica alla figlia di lui, al che Jun Soo, fino a quel momento disponibile a questi inganni per amore di Kang Mo, si sottrae. Un giornalista, nemico politico del padre di Kang Mo, fa sapere alla fidanzata ufficiale di lui della relazione con Jin Soo, per cui la figlia dell’imprenditore rompe il fidanzamento. Kang Mo tenta di nuovo di illudere con raggiri Jin Soo, ma ormai tra lei e Kang Mo si è instaurato qualcosa di più di un rapporto di amicizia e solidarietà. Poco per volta, l'impacciato ma sincero Dong Baek, che si è innamorato quasi subito dell'avvenente e simpatica Jin Soo, si è insinuato nel cuore della giovane, tanto che, rivelato in pubblico il raggiro col rischio di perdere la propria fama e posizione, Jin Soo alla fine lo sposa davvero.

Ci ha colpito il carattere di improbabilità del motivo motore dell'intreccio: il falso matrimonio, difficile da sostenere narrativamente, eppure così simile, pensando alla tradizione occidentale, alla commedia dell'arte, per esempio; e, una volta sospesa l'incredulità, si entra in sintonia con questi personaggi così ben recitati soprattutto dai due protagonisti, Hwang Jung Min nella parte di Goo Dong Baek e Kim Ah Joong in quella di Han Ji Soo.

Sul versante commedia, la caratterizzazione è ben eseguita e piuttosto divertente nel moltiplicarsi di colpi di scena e degli equivoci.

Contemporaneamente si assiste a una storia d'amore delicata in cui l'autenticità emerge come il valore positivo dominante, opponendosi ai giochi di corridoio, all'inganno e forse soprattutto al potere e alla ricchezza. Con Kang Mo, Ji Soo piange sempre ed è di cattivo umore o in preda all'ansia, costretta all'ipocrisia e incapace perfino di accorgersi per parecchie puntate di quanto venga manipolata e usata. Invece, con Dong Baek la ragazza poco per volta si apre emotivamente, sorride, riconquista il gusto per i sentimenti, le azioni e i comportamenti più semplici e anche originari della sua costruzione di personalità, dato che all'inizio si era dedicata alla carriera di attrice per aiutare la madre malata e non per voracità di notorietà e beni materiali.

Quindi abbiamo una chiara contrapposizione di mondi, determinata non solo dal contrasto di classe. Il mondo dei poveri viene in generale preferito come depositario di qualcosa di più vero e sincero, ma senza troppe concessioni all'idealizzazione, anzi piuttosto con accentuazione delle qualità morali e psicologiche delle persone rispetto ai bizantinismi di comportamento di coloro che si ritengono furbi e sofisticati, ma in verità corrompono e manovrano con egoismo, creando costantemente infelicità intorno a loro nonché per sé medesimi. In questa, che in tanti modi è una fiaba moderna, ciò che prevale insomma, alla fine, è la bontà, l'altruismo e l'autenticità rispetto alla junghiana Maschera. Alla fin fine, chi soffre è chi è più sensibile, anche al di là delle differenze di classe, come la fidanzata ufficiale di Kang Mo, un'innocente che usa positivamente la posizione sociale e il denaro per promuovere le arti e ha sentimenti genuini.

Sul piano della politica, sembrerebbe suggerita l'ipotesi che la corruzione e l'uso scorretto del potere siano quasi inevitabili. Tuttavia, per l'azione di un giornalista onesto e sotto la catena del destino e dell'autodistruzione che la sete eccessiva di sopraffazione provoca nei personaggi, i progetti inconsulti e distruttivi dei disonesti vengono sconfitti, per lo meno momentaneamente.

Si ha poi una contrapposizione tra il realismo machiavellico, qui chiaramente rappresentato, e l'idealismo della vita basata sull'accontentarsi di quel che si ha e sulla repulsione delle lusinghe dell'eccesso di denaro, con la ricerca al contrario di una contentezza serena che alla fine premia, conducendo i protagonisti all'autorealizzazione in una dimensione comune che comprende anche la piccola comunità di familiari, amici e conoscenti formatasi nel frattempo.

Non possiamo negare di avere aderito emotivamente a questo sceneggiato, che intrattiene in modo ironico e sentimentale, ma anche con buon gusto e tramite l’approccio delicato nella rappresentazione delle emozioni positive.

Sicuramente le serie televisive hanno un sottofondo commerciale, insistono su elementi di ritardo e ripetitivi per prolungare la suspense e si servono dei sentimenti per incollare l'attenzione. Tuttavia, francamente, perché a volte vengono criticate quasi per partito preso, come se di per sé, in quanto serie, fossero alienanti e sbagliate? Noi abbiamo trovato THAT FOOL un lungo film che parla al cuore e all'intelligenza, oltre a non escludere l'azione per tenere da parte non solo le negatività etiche personali, bensì anche quelle politiche, lanciando messaggi che in definitiva sono democratici e progressisti.

[Renato Persòli]

15/01/11

Annamaria Ferramosca, LINGUASILENZIO E FORSE CON UNA DONNA


[Something did emerge from the snow. Foto di Marzia Poerio]


1.

UNA LINGUASILENZIO FELICE LARGA PIOVE

una linguasilenzio felice larga piove
penetra cantapetali dentro nel
dentro innocente sanguelinfahumus
permea senso senza
metallo che risuoni

da muro a muro da spina a spina
i dispersi al tocco sussultano si stringono
di fronte è la gelida notte
lontane le due torri come mammuth
emersi domani dalle nevi

ecco che galleggia sopra di me un Atlante
di sperdimento avvampa
così intensa la musica
ha forma d’arpa il telaio
tutti quei pesi di terracotta
a piombo come ghigliottine
ora stanno in levità di vibrafoni
nel primitivo piegarsi delle spighe
spose che vanno, culle
luce sul confine tra carezza e lama

abbiamo consegnato le ferite
insieme alle armi, preferito la festa
le lunghissime tavole sonore
il miele delle nozze diffuso
tornare nudi su terra nuda
farsi gola d’agnello mille volte
se occorre ancora sangue
per il gocciolio della fine

porte del mondo che ritornano alberi
città come campi da seminare
illuminati a regno piove
un silenzio-beatitudo
sonno infantile, lava che pietrifica

una fila di pietre da riscrivere


A LANGUESILENCE LONG AND HAPPY RAINS

a languagesilence long and happy rains
penetrates petalsongs inside in the
innocent inside, bloodlymphhumus
permeates meaning with without
metal that might resound

from wall to wall from thorn to thorn
dispersed people are startled by touch, reunite
faced with the freezing night
the two towers are gone like mammoths
emerging tomorrow from the snow

now the Atlas mountains float
over me bewildering, burning
the music so intense
the loom looks like a harp
all those terracotta weights
like leaden guillotines
now light as vibraphones
among the primitive bending of wheat
brides ambling, cradles
light on the border between caresses and blades

we’ve handed over the wounds
and our arms, we’ve chosen the feast
its long boisterous tables
wedding honey flowing
we’ll return naked to naked earth
be the lamb’s throat a thousand times over
should blood be required once more
to drip slowly to an end

doors of the world back to trees
cities as fields to be sown
lit like kingdoms it’s raining
beatitude-silence
a child’s sleep, lava that petrifies

there’s still a row of rocks to be rewritten


2.

FORSE CON UNA DONNA

Lasciarla far luce
con le sue lanterne, vigile
sulle alte mura trasparenti
lasciarla apparire e sparire
come lei vuole
dosare i richiami
perché possa appartarsi
in qualche sua giungla di luna

Forse con una donna
disperata di te, del tuo mondo
non serve dividere corone
meglio farsi esuli insieme
navigare con lei navicella lunare
approdare su placide ginecosfere
dove lei è dispensiera
di pane e parole

Forse con una donna
sentire più spesso stupore
che istupidimento, soprattutto
quando dalle macerie risorgono
lentamente i villaggi
illimpiditi dal pianto e lei
ricomincia a parlare alle rose

Forse con una donna
ridere insieme
della tua enfasi e imperfezione
lei complice custode
di pienezza e inquietudine
del riso e del pathos
che non debordi
nel suo patimento

Ti immerge
nella morbida offerta
tu colmo di lei le correnti
inverti al tuo mare, dissenti
dal banditore che eri
(ora più aperte sul mondo le porte)


2.

MAYBE WITH A WOMAN

Let her shine a light
with her lanterns, watch
over the high transparent walls
Let her appear and disappear
as she wishes
negociate the demands
so she can slip away
into one of her lunar jungles

Maybe sharing a crown with a woman
troubled by you, by your world
is useless
best become exiles together
sail her like a little moon boat
berth in placid gynaecospheres
where she dispenses
bread and words

Maybe with a woman
you could more often feel wonder
instead of being stunned, especially
when the debris slowly
reemerges as towns
cleansed by the wailing and she
starts to talk to the roses again

Maybe with a woman
you could laugh together
about your bravado and imperfection
she, your accomplice, custodian
of satisfaction and unease
of the laughter and pathos
you won’t spill
on her suffering

She immerses you
in her tender offer
you, overflowing with her, change the course
of the currents in your sea, giving up
the town crier that you were
(the doors to the world now more open)


[Traduzioni di Anamaría Crowe Serrano]

13/01/11

Kim Yong-Hwa, MINIONUN GOIROWO (미녀는 괴로워)


[What the image-society projects as ideal (Seoul, 2010). Foto di Marzia Poerio]

Titolo in lingua inglese: 200 POUNDS BEAUTY. Corea, 2006.Con Ju Jin-Mo, Kim Ah-Joong, Kim Hyon-Suk, Lim Yon-Shik, Park No-Shik, Song Dong-Il

Negli ultimi anni, aggregandolo a quello consueto per le pellicole impegnate e d'autore, abbiamo sviluppato un interesse anche per alcuni film a chiave emotiva, se ben costruiti, che non avremmo sospettato comparisse quando, in altri tempi, sceglievamo quasi esclusivamente i cosiddetti film d'essai. Se il nostro interesse per Hollywood resta limitato a pochi casi che ci sembrano più interessanti di altri, è invece più frequente la curiosità per il cinema asiatico, in parte indiano, ma più spesso, negli ultimi due anni, cinese, coreano, giapponese e di altri paesi dell'area estremoorientale, come pure alcune serie televisive, i cui prodotti sono parsi gradevoli ma anche non di rado commoventi e fondati su un'etica che, mentre rappresenta i valori diffusi dei buoni sentimenti, pare farlo, nonostante gli ibridismi parziali coi temi e i sottotesti culturali dell'Occidente, in modi che riflettono una maggiore coerenza di valori di quelli disgregati non rari nelle società statunitense ed europee. Abbiamo avuto modo di notare ciò di passaggio, recensendo per esempio le serie tratte dai romanzi di Louis Cha, alcuni sceneggiati di diverso tipo e altro.

Questo film coreano, diretto da Kim Yong-Hwa e nato da un fumetto giapponese di Yumiko Suzuki, racconta per un pubblico vasto in modo ironico, accattivante e umano, una storia di trasformazione. La protagonista, Hanna, cantante dietro le quinte che presta a una performer carina ma che non sa cantare la voce, data la sua abilità ma mancanza di presenza dovuta all'obesità e alla goffaggine, muta in una persona diversa in seguito alla decisione presa e portata avanti in segreto di intraprendere una drastica cura dimagrante accompagnata da una plastica pressoché totale, che nel giro di un anno la conduce a presentarsi sui palcoscenici col nome di Jenny, non ravvisata dapprima nemmeno dalle persone che l'avevano conosciuta bene, tanto è cambiata d'aspetto, mantenendo la voce prestigiosa, ma possedendo ora la bellezza che le consente l'accesso alla fama.

Si assiste così al topos narrativo della Cenerentola; e contemporaneamente a quello della vanitas data da infedeltà a sé stessi. Naturalmente Jenny/Hanna si redime; e proprio il giorno decisivo del concerto che la lancerà sulle platee significative, confessa in pubblico la propria storia, si riconnette con gli affetti, in particolare con la migliore amica e il padre infermo e viene non osteggiata bensì sostenuta dal pubblico, rilanciandosi come una Hanna di nuovo e abbandonando la personalità falsa, ma non il corpo, del dopo-metamorfosi.

Certo c'è una storia di individualismo, ma anche un riagganciamento al valore della fedeltà col nucleo autentico della personalità e una ripresa dell'altruismo che il cedimento alle pressioni del mercato dell'immagine aveva rischiato di soffocare.

L'ironia è anche nei confronti della plastica eccessiva, che stando a dati forniti dall'International Society of Aesthetic Plastic Surgery, vede la Corea del Sud al primo posto mondiale per interventi pro capite (74 interventi ogni 10.000 abitanti nel 2009).

Le commedie di questo genere non sono superficiali e vuote, al contrario spingono a prendere coscienza dei rapporti umani e delle difficoltà di gestire la vita individudale nella società tardomoderna che sembra liquefare gli schemi di esistenza precedenti.

[Renato Persòli]

11/01/11

Augustus Young, MAUPASSANT WANTS TO DIE IN SICILY (1885)

The street appears to be wet.
No. No. You've just been crying.
How easily we forget
the source? The pavement's drying.
I lent it my handkerchief.

The sun smiles to banish grief.

It shone on the day he died.
They all went to the beach
. I'd
rather it that way. Termites
embark from Tunisian nights
and come out in thermal springs.

In order to check the weapons,

remove dentures and eye-glass.
Flash them and they let you pass.
The horizon grits its teeth
as the black sun sinks beneath
necessity's terrible bite.

Darkness won't let you off light.



AUTHOR’S NOTE

In Sciacca there is concrete theatre abandoned to weeds. Nearby is the spa hotel where Guy de Maupassant stayed as his syphilis was entering the tertiary stage (general paralysis of the insane). The thermal springs appear to have dried up. Maupassant recovered sufficiently to write an affectionate book about Sicily.

09/01/11

Salvatore Nicosia, “È MORTO AL POSTO MIO”: DA ELIAS CANETTI AD ELIO ARISTIDE

“Studi italiani di filologia classica”, Supplemento a VII.1, 2007, pp. 105-20

In questo articolo, che propone alcuni aspetti di una più ampia ricerca dell'autore sul rapporto tra individuo e morte, Nicosia si occupa di un fenomeno di ciclo, come si potrebbe dire utilizzando lo schema dell'eterno ritorno di Eliade, per cui la morte è un elemento dell'avvicendamento di stati che ritorna alla vita: alla rinascita spirituale prelude la tenebra del decesso e del lutto che, superati, portano a un avanzamento della psiche, così nelle iniziazioni, per esempio, ma anche più ingenerale nei vari riti delle società relativi al rapporto con thánatos.

La tematica specifica di Nicosia è quella dell’identificazione emotiva con una persona deceduta, la cui morte provoca la rinascita di colui che vi si era immedesimato, partendo da una constatazione di Elias Canetti sul suo rapporto di fratellanza spirituale con Cesare Pavese. Canetti scrive: “Quando la notte scorsa, in preda alla più cupa disperazione, ho preso i suoi diari [i diari di Pavese], […] lui è morto per me. È difficile crederlo: oggi, attraverso la sua morte, io sono rinato. Si potrebbe ricostruire il corso di questo misterioso processo: ma non voglio farlo. Non voglio toccare nulla. Voglio tenerlo segreto” (p. 106).

Il secondo esempio è tratto dalla vita di Jung che, colpito da infarto nel 1944, scrive in MEMORIES, DREAMS, REFLECTIONS OF CALR GUSTAV JUNG (New York, Random House, 1961, trad. italiana di G. Russo, Ricordi, sogni, riflessioni, 1992, Milano, Rizzoli BUR, 2006) ebbe visioni del cosmo e di un meteorite al cui interno c’era un tempio indiano, entrando nel quale ebbe la sensazione di apprendere il senso della vita e, in seguito all’apparizione del suo medico curante sotto la forma di basileus di Coo, si concluse l’apparizione lasciando l’impressione di un ritorno al mondo della falsità e del grigiore dopo aver visto la luminosità. Jung commenta: “Improvvisamente mi assalì il terrificante sospetto che il medico [che gli era comparso in quello stato di visione] dovesse morire al posto mio” (ed. it. cit., p. 348). Nicosia spiega il meccanismo psicologico: “qualcuno è morto al posto suo, e Jung può anche continuare a vivere” (p. 108).

Oltre a un esempio tratto da Joseph Karo, Nicosia si occupa di Elio Aristide (anni 117-180 circa), il quale ricevette in sogno una “profezia degli anni” da Asclepio o Apollo (la figura è incerta nello spezzone onirico), in cui si prefigurano 13 o forse 17 anni di vita rimasti. Ammalatosi diciassette anni dopo il sogno, gli appare in un altro sogno Atena che lo “rincuora promettendogli il suo aiuto” (p. 113): così si riprende ma muore il figlio adottivo al suo posto.

In tutti e quattro i casi trattati, “identico è il sentimento angoscioso della morte” e “identico è il processo psicologico che lo allevia: convincersi che la morte di qualcuno, del tutto ignaro dell’uso che di lui si sta facendo, sia il surrogato della propria, e che l’altro ‘muore al posto suo’”; e si tratta sempre di una persona cara, familiare o amico. Qui si ha una casistica particolare della problematica più generale del “morire per un altro”, di cui si occupa Nicosia in una ricerca che al momento dell’articolo era in corso di svolgimento). In queste accezioni, “non c’è l’autosacrificio generoso e amorevole, né la violenza omicidiale esercitata sugli altri, né un qualsiasi rapporto a due, ma una semplice, indolore operazione ermeneutica […]. La frequenza e la varietà dei casi documentabili in contesti diversi, indipendenti e lontani nel tempo, mostra che siamo in presenza di una struttura psicologica profonda. E spiega anche perché la psicoanalisi si ostini tanto a cercare nella cultura greca, e non soltanto nella mitologia, determinati archetipi capaci di chiarire quel mondo, ma al tempo stesso di spiegare quello che è venuto dopo” (p. 119).

[Roberto Bertoni]

07/01/11

Tullio Avoledo, L’ULTIMO GIORNO FELICE

Milano, Edizioni Ambiente, 2008.

La nota conclusiva di questo romanzo non è dell’autore; è intitolata FATTI e firmata da Legambiente: vi si forniscono dati sullo smaltimento illecito e fasullo dei rifiuti tossici in cave.

L’argomento sociale scelto da Avoledo è proprio questo e la storia ruota attorno a un personaggio tipico (per rispolverare vecchi schemi lukacsiani) della borghesia profittatrice contemporanea italiana. Architetto di fama e apparentemente sensibile alla bellezza e all’ambiente nelle opere che intraprende legalmente, è però coinvolto, per pagare debiti contratti per avidità di denaro e di lusso, con operazioni ecomafiose: vende i terreni del padre per ricavarne cave per lo smaltimento illecito, ricevendo laute tangenti in cambio. Spingerà il gioco un po’ troppo oltre, arrivando a uccidere un familiare ostinato a non volergli cedere un terreno e cercando di eliminare anche i suoi complici mafiosi, restandone però smaccato.

Questa struttura di noir impegnato si installa su un quotidiano compromesso e in crisi, anch’esso coi crismi della tipicità dell’Italia berlusconiana: l’amante giovane, il desiderio di beni inutili, l’avidità che porta oltre la coscienza, non facendogli nemmeno provare rimorsi per l’omicidio dello zio.

Si salvano i personaggi in buona fede: la moglie che aveva sperato in un matrimonio d’amore, ma viene delusa dopo dieci anni dal modo di essere del marito; il padre che in punto di morte fa testamento a favore del fratello per non cedere al figlio proprietà che, come questi ha già fatto con altre sostanze di famiglia, dissiperà; lo zio soprattutto, rimasto a vivere in campagna, nondimeno senza coltivare ma scavando e scoprendo tumuli antichi, forse a simbolizzare un passato ridotto a tomba, scomparso, frattanto intento a opere inutili, o meglio giudicate tali dal nipote, qui in allegoria della letteratura dato che si tratta di codici miniati, scrupolosamente composti dallo zio, un autodidatta che ha studiato solo fino alla quinta elementare, e valorizza con la scrittura miniata anche frasi tratte da romanzi d’appendice.

Alla fin fine questo romanzo che si prospetta con un linguaggio corrente e disinvolto, d’intrattenimento, ha un tono chiaro di denuncia attuato con modalità linguistiche e stilistiche tardomoderne, anche mediatiche.

[Roberto Bertoni]

05/01/11

Inowe Yasushi, IL FUCILE DA CACCIA


[Dance of life? (Yogie temple, Seoul 2010). Foto di Marzia Poerio]


Inowe Yasushi, IL FUCILE DA CACCIA. Prima edizione giapponese 1949. Traduzione di Giorgio Amitrano. Milano, Adelphi, 2004.

Questo racconto di Inowe Yasushi (1901-1991) rispecchia tanto una tipicità delle reticenze, dei riferimenti di correlativo oggettivo alla natura, introspezione e sinteticità riscontrabili anche in altre storie nipponiche, mentre si orienta sulla modernità dei rapporti umani con comportamenti ansiosi e di crisi degli istituti familiari.

La narrazione, in prima persona, è a incastro di varie cornici: quella del narratore in prima persona, che scrive una poesia su un uomo visto di spalle in un bosco con un fucile da caccia nella neve e che, alla pubblicazione della poesia si riconosce e scrive all'autore, inviandogli un breve resoconto della sua vita e soprattutto tre lettere decisive che, come ulteriori cornici e al contempo stadi dell'affabulazione vera e propria, il lettore segue insieme allo scrittore. Si tratta di un congegno narrativo raffinato e complesso, che viene però espresso con gradualità misurata, per cui gli avvenimenti di cui si viene a conoscenza e i segreti biografici che essi celano sono resi con linearità e chiarezza oltre che con un appello alla curiosità a ogni pagina di saperne di più, dato che l'analisi psicologica si approfondisce di continuo, e alla partecipazione umana che il progetto di composizione pare proporsi di suscitare in chi si accosta questo testo.

Gli eventi delimitano una serie di tradimenti coniugali in funzione dei quali i protagonisti sono colti nel samsara caotico dell'esistenza e in un succedersi freudiano di sensi di colpa che conducono a rancori sordi espressi con vendette indirette e comportamenti non convenzionali fino a un suicidio, alla scoperta dal parte di Shoho, la figlia di Saiko, che la madre uccisasi era l'amante del personaggio principale, Misugi, un uomo d'affari ora ritiratosi dalla vita attiva per fallimento, e alla rivelazione, tramite le lettere, che il tradimento era noto a Midori, la moglie di Misugi, consapevolezza tenuta segreta per tredici anni e rivelata da Midori a Saiko con una sola frase, scatenando così la vergogna dell'amante e la tragedia.

Una storia tragica e umana, asciutta e complessa, semplice e difficile.


[Roberto Bertoni]

03/01/11

Raffaele Torella, PASSIONI ED EMOZIONI NELLE TRADIZIONI FILOSOFICO-RELIGIOSE DELL’INDIA PREMODERNA


[Tempio buddhista (Seoul 2010). Foto di Marzia Poerio]

“Rivista degli studi orientali”, LXXX.1-4, 2007, pp. 11-20

Si tratta dell’articolo di apertura di questo fascicolo che raccoglie gli ATTI DEL CONVEGNO “PASSIONI ED EMOZIONI IN INDIA E IN TIBET” (Roma, 2007).

Torella nota che l’India non ha mai concepito una scienza simile alla psicologia occidentale, nonostante l’esistenza di una tradizione di introspezione. Nei testi filosofico-religiosi di ascendenza brahmanica c’è una “forte integrazione […] fisica, emotivo-psichica e intellettuale dell’individuo” (p. 12), che comprende anche il mondo vegetale e animale. “L’universo materiale, emozionale e psichico viene a esistere […] solo perché l’anima possa riconoscersene estranea e isolarsi nella propria autoidentità” (p. 13).

In vari sistemi di pensiero e di comportamento, come per esempio nella scuola jaina e in quella buddhista, si “imbocca l’opzione che potremmo definire, un po’ all’ingrosso, ‘ascetica’” (p. 13), orientata attorno ai concetti di “attaccamento” e di “desiderio”, da cui occorre “liberarsi per salire verso l’atman o il nirvana” (p. 15).

Si distingue semmai una parte del tantrismo per cui le passioni e le emozioni “sono da coltivare, infine da far esplodere e dilagare al fine ultimo di creare contatto col magma nella universale Coscienza/Energia. La liberazione non avrà luogo […] a dispetto delle umane passioni ma precisamente in virtù di esse” (p. 20).

Sembra in definitiva che le soluzioni del rapporto con le passioni e le emozioni passino attraverso strade opposte: quella della psicoanalisi con la sua appendice contemporanea di espressione anche conscia e aperta, che si fa poi sempre più espressa nella società contemporanea occidentale sempre più disposta verso l’estroversione fino alla sua esagerazione narcisista e iperindividualistica; e quella dell’introspezione orientale, che non reprime le passioni, ma le studia, le contempla, le lascia scorrere senza afferrarne le negatività di fronte alla coscienza fino a quando questa, idealmente, possa esserne libera. La conoscenza delle passioni e delle emozioni, specie quelle afflittive, è difficile e implica percorsi lunghi; il dominio sulle passioni e le emozioni fino al conseguimento della serenità è ancor più complesso.

[Aurelio Devanagari]

31/12/10

CARTE ALLINEATE. Numero 46, Dicembre 2010 / Issue 46, December 2010

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Marzia Poerio.

- 25 DICEMBRE. Fotografia di Marzia POERIO, 25-12-10.
- ACCERBONI, Laura, "UN CORPO DI PAROLE SOPRA LA TERRA" (DUE TESTI). Testi, 9-12-2010
- APPUNTI SUL GIOCO NEL CONSIGLIO D’EGITTO DI LEONARDO SCIASCIA. Riflessione, 5-12-2010
- BAUDRILLARD, Jean, LA SCOMPARSA DELLA REALTÀ. Note di lettura, 11-12-2010
- BENEGAL, Shyam, NISHANT. Storie di film di Renato PERSÒLI, 3-12-2010.
- DAL LAGO, Alessandro, EROI DI CARTA. IL CASO GOMORRA E ALTRE EPOPEE. Note di lettura, 13-12-2010
- GREENNESS. Fotografia e versi di Marzia POERIO, con commento, 1-12-10.
- GREMMO, Daniela, VERDE DI MAGGIO. Testo, 13-12-2010
- HWANG, Sok-Yong, MONSIEUR HAN. Note di lettura, 21-12-2010
- LIEH-TZU, IL VERO LIBRO DELLA SUBLIME VIRTÙ, DEL CAVO E DEL VUOTO. Rilettura a cura di Aurelio DEVANAGARI, 5-12-2010
- PIZZI, Marina, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [11-20]. Testo, 17-12-2010
- TONELLI, Angelo, EPISTROPHÉ. Testo, 27-12-2010
- VIRDI, Jyotika, THE CINEMATIC IMAGINATION. Storie di film di Renato Persòli, 19-12-2010
- YOUNG, Augustus, HOME FIRES. Testo con traduzione, 23-12-2010

27/12/10

Angelo Tonelli, EPISTROPHÉ E INFINITO

1.


EPISTROPHÉ (acrostico)

Esiziale, limitrofo, essenziale
Pensiero di radure abbacinate
Irradia mille soli contro il cerchio
Sospeso quando l’anima si inarca
Tacitamente alla nota più assoluta

Rosa mistica, vertigine, riverbero
Oceanica immemoria, ala di luce
Precipitante.

Ho racchiuso mille fiumi tra le dita:
È guizzo oltre le cose, eterna mente.



2.

Se scavi nella terra trovi pietra
e se scavi nella pietra l’infinito.
Hanno corazza dure le visibili
cose, che salva da morte. E tutte si travagliano
a difendere i confini e i contorni
dell’involucro vivente mentre trascorrono
i molteplici tragitti dell’esistere
nel pianeta tra i pianeti, a notte e luce.
L’incrocio degli sguardi apre all’enigma
più arduo: riconoscere
assoluta consistenza all’apparire
di cose tra le cose, oppure scorgere
nello sguardo dell’altro l’Uno-Oltre
che apparenta il sogguardante e il sogguardato
in una sola energia materia
che circola alla radice di ogni essente?
Se scavi nella terra trovi pietra
se scavi nella pietra l’infinito.

25/12/10

25 DICEMBRE


[Classic Christmas from the Dublin mountains. Foto di Marzia Poerio]



La redazione di "Carte allineate" augura Buon Natale.

23/12/10

Augustus Young, HOME FIRES

HOME FIRES

A poem for the New Year

Slack where once there was fire,
the dampening of desire
petered out the last spark
alive in the pitch dark.
But at dawn when one rakes
the ashes a flame takes.


FUOCHI DOMESTICI

Poesia per l’Anno Nuovo

Flebile dove un tempo era fuoco
il desiderio sopito
esauriva l’ultimo bagliore
vivo nel cupo buio.
Ma all’alba, quando si rastrellano
le ceneri, balugina una fiamma.

[Traduzione di Roberto Bertoni]

21/12/10

Hwang, Sok-Yong, MONSIEUR HAN


[Flags (Seùl, 2010). Foto di Marzia Poerio]

Hwang, Sok-Yong, MONSIEUR HAN. Parigi, Zulma, 2002

Nato durante l'occupazione giapponese in Manciuria (Cina di Nord Est) nel 1943, Hwang Sok-Yong Hwang è uno dei più noti scrittori coreani [1].

MONSIEUR HAN è una storia in parte basata su esperienze personali e di familiari dell'autore, ma rivisitate in modo da ricostruire tramite tali vicende un personaggio emblematico della situzione di divisione, difficoltà e sospetto caratteristica della Corea degli anni Cinquanta, prima e durante la tragica guerra del 1950-53, infine nel periodo postbellico.

Han, il protagonista, medico di un ospedale di Pyongyang, viene dapprima arrestato con motivazioni infondate dal governo comunista del Nord. Riusce a sfuggire quasi miracolosamente alla morte (in quanto non viene identificato come vivo quando, in seguito all'esecuzione, venne gettato in una fossa comune); fugge al Sud per salvarsi la vita, ma è costretto a lasciare moglie e figli al Nord, dove non sarà più in grado di tornare. Nel Sud viene accusato di essere una spia, motivazione ancora una volta infondata. Riesce di nuovo a scampare; si risposa; ma non potendo, per i precedenti penali, esercitare la professione legalmente, finisce vittima di un gruppo di operatori clandestini di aborti, che per invidia e per avere un compenso in denaro lo fanno arrestare. Sebbene riesca tra traversie a salvarsi, la sua vita è a questo punto devastata: muore alcolizzato, solo, in miseria.

Questa storia toccante e complessa è narrata con realismo spoglio di particolari e secco nel contenuto dei dialoghi. I molti avvenimenti non si affastellano, ma vengono resi da uno sguardo restrospettivo che si esercita nell'angolazione multipla e nella coralità di chi commemora Han dopo il decesso. Le voci degli altri personaggi espongono la situazione accompagnandosi, con le loro testimonianze, a quella del narratore in terza persona. Precisa e lucida è la denuncia dell'atmosfera di sfiducia; della caduta delle solidarietà di fronte agli incentivi economici; delle misure poliziesche prese tanto nel Nord, quanto nel Sud degli anni della dittatura.


NOTE

[1] Notizie sull'autore e su sue opere tradotte in francese a Pascale Arguedas.


[Roberto Bertoni]

19/12/10

Jyotika Virdi, THE CINEMATIC IMAGINATION


[A serious show at a temple, rather different from cinematic representation. Foto di Marzia Poerio]


Jyotika Virdi, THE CINEMATIC IMAGINATION. Sottotitolo: INDIAN POPULAR FILM AS SOCIAL HISTORY. Rutgers Universitry Press, 2003

Virdi adotta categorie interpretative in parte gramsciane, soprattutto i concetti di egemonia e di nazional popolare, per rappresentare aspetti determinanti del cinema hindi dagli anni Cinquanta agli anni Novanta.

Uno dei parametri guida di questo libro serio e approfondito è che mentre riconferma le ideologie dominanti il cinema indiano le mette in questione: "I view popular cinema as both furthering and challenging reigning hegemonic discourse" (p. xi).

Il metodo adottato è all'incrocio intenzionalmente tra gli studi postcoloniali, culturali e cinematografici; e opera in una cornice socioculturale di globalizzazione, costruzione dell'idea di nazione, cultura popolare.

Sul piano delle contraddizioni sociali, il cinema hindi mette in rilievo il conflitto di classe determinante in India e che sussume quelli di casta e di genere.

Attraverso il cinema, secondo Virdi, più che un'ibridazione di occidentale e orientale, si dà una raffigurazione della società e della mentalità indiane all'interno della modernità e a contatto col permanere delle tradizioni. Uno degli elementi essenziali in tal senso è il tema della famiglia, che Virdi ritiene "the primary trope to negotiate caste, class, community, and gender divisions" (p. 7).

La famiglia è inoltre il punto focale del melodramma e delle storie di smarrimento e ritrovamento ("'lost and found' narratives", p. 11), che possono esser viste tanto da un'angolazione psicoanalitica quanto da quella della migrazione interna con la perdita di legami di solidarietà e di identità.

Accanto alla famiglia, vengono trattati nel volume altri temi chiave come quello dell'eroe maschile e poi in anni successivi dell'eroina in quanto personaggi che infrangono le convenzioni; la donna sia nella manifestazione idealizzata che in quella emancipata; infine il motivo sentimentale come aspetto ancora una volta idealizzato che si sospinge tuttavia contro le discriminazioni di casta.

Gli esempi calzanti sono tratti da film scelti appositamente tra quelli che hanno ricevuto maggiore consenso di pubblico.


[Renato Persòli]

17/12/10

Marina Pizzi, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [11-20]

11.

avventura al panico del corso
quando la fanga non ricorda
né l’alveare è qualcosa da ammirare.
quando adeguarsi è un misero stemma
una stilettata di vento l’amante nero
uno schioppo d’aureola baciarti.
spaccata la fuga a regola d’arte
nessuno ama nessuno
sull’intimo silenzio del torsolo.


12.

appello di mecenate solo un chicco
d’edera, una manciata d’albe per commettere
alloro sull’arrivo dell’atleta
qual tanto piangente.
in cella sotto il rivolo di crepe
il mio bambino pena la trottola
del libero. è già prigioniero come un
adulto. un perimetro di falce lo trattiene
al salto. ma la mangiatoia del mulo
lo salverà di certo dal codice delle
mura. invano le stranezze dei vespri
umanizzano le grezze patrie i dondolii
del branco tutto a lettiga. adesso salvo
una gatta bigia per l’indizio di tutti.
tutti tranquilli giocano l’attesa.

13.

la luna inverna in un soldato stanco
qualora la viltà della caverna
abbia un abaco scosceso per il fosso.
le strisce pedonali facciano talamo
al dono della notte più pietosa.
di te ricordo la ginestra nera
giorno a strapiombo ebete per caso
i fiori lasciati al tronco che ti prese.
presumo che domani la scialba eclisse
servirà un’oasi moderna
uno zittire all’angolo del muro.
melodia del palio esserti l’amica
verso un’amaca di coriandoli e sorriso.
l’occaso finirà in alma nera
verso la manciata che anima lo spreco.


14.

è un peccato che io vada desertica
in mano a giudizi che mi scartano
tara del buio monotono dolore.
occorre tirare la cinghia per commettere
suicidio, libertà dallo spasmo dell’offesa.
È sotto un cotto mattone che si fa restio
il petto, dover subire l’onta e l’afasia
della ribellione. il tuo giudizio è un morbo
che uccide il dizionario della siepe
dal baratro. impazza l’acre sponda
del silenzio unico traguardo.
manopola di addio starti accanto
per sembrare una bambina di novena
invece di uno straccio di carestia.


15.

senza date è passato un almanacco
uno scrittore ucciso con successo
verso un poeta ucciso per due volte.
una colonia d’asma il mio insuccesso
dovuto alla smania di ritornare
verso le bocce acidule del dubbio.
in mano alla cometa che non sa parlare
sta il genuflesso stadio del ricordo
quella domenica intrisa di dolore
mendica sulla pertica del dove.
in mano alla fandonia del buon crisantemo
resta l’America senza l’approdo
verso le zone d’ombra della canicola.
tu stazza amore nel ventre della stirpe
e troverai una tanica di fumo
verso le randagie oasi a morire.


16.

in inguine al cervello
la rondine del vero
dove si annusa l’ordine del marcio
nel ripetente tratto della siepe
il verso che dà origine al diluvio.
in morte troverò un’afa nuova
una valenza duttile di scempio
dove il fratello valga una folla intera.
qui crudo il malvezzo delle nuvole
sbatte persiane dove la zona piana
narra le morti di silenzio e d’urlo.
sul tacco del calvario di una donna
piange nell’ira il rito
lo spasmo nel sudario di guardarti
bestiola di cimento per l’eclissi.


17.

in famiglia ho visto un abaco cortese
contar le mire che portano al traguardo.
tu lasciami un estro che contamini
le rotte al davanzale senza cadere.
le musiche che girano per i porti
hanno le case rustiche del suono
la manovalanza geometrica, le torri.
che bella rotta si finanzi il nome
di correre aiuole ben fiorite
i riti ben sicuri delle allodole.
in mano alla contesa del datario
sono già franco da piangere assoluto
le paratie che fiaccano il castello.
di me il ginocchio collasserà alla scala
di leggerti l’amante che non sei.


18.

in mano ad una fede da comizio
tengo vive le risorse d’arbitro
stano tutte le lacrime del fulmine.
in un cipresso di marmo la fogna
di resistere giocoliere espertissimo
di maniglie per aprire e chiudere il
diario. eresia del limbo il fianco
del perpetuo starsene bivacco
così per ripetere la sabbia
all’infinito. ora che piovono sradicate
nuvole sono il progetto della fine.
di me il soqquadro piangerà l’acrobata
bacato dalle resine che scollano
le vite adepte per chiunque sia.


19.

in giro con le frottole del giorno
torna il rammarico del chicco di grano
della borsetta vuota delle bambine.
intorno al lumiciattolo del verbo
vorrò vederti con le tasche piene
piene di gioie per le tegole che reggono.
l’alamaro in buca di guardare dio
presti rancori che si fanno agili
sentimenti agilissimi del dire.
in cuore al bassofondo di resistere
c’è mio padre che mi percuote ancora
le mani al cielo di chi è morto tanto.
le rughe alle comete della ruggine
non servono nel rantolo di chi sta
sterminio su se stesso messo a morire.
in faccia alla calamita del tuo affanno
resti nomea di non far domenica
questo gerundio darsena e fanghiglia.
intorno a me non basta che vederti
bacato dalle ronde faccendiere.


20.

in un cordiale autunno al cardine del vezzo
ho visto l’enfasi del cielo
multiplo al colore.
mille bracciali per un anatema
contro il vuoto. così una femmina
si veste per non appassire.
in agosto seguì un corso per
amministratore di condominio:
il massimo della solitudine dentro
l’ordine che evita lo sfacelo. questa cosa
la colpì come un cimitero non monumentale.
lapidi e basta, croci cumuli di terra a forma
di bara. fiori che perdono la bellezza.
in un ciondolo di perle la vivezza
della visitatrice. vanità prima di morire.


[Le strofe precedenti di VIGILIA DI SORPASSO sono uscite su "Carte allineate" in data 27-11-2010]

15/12/10

Alessandro Dal Lago, EROI DI CARTA. IL CASO GOMORRA E ALTRE EPOPEE

Roma, Manifestolibri, 2010

Nel volume, cui è seguito un dibattito tuttora in corso, Dal Lago, pur difendendo Saviano sul piano personale, mette in questione la validità del suo libro, che giudica nato da un meccanismo di eroismo protagonistico, basato sull'invenzione oltre che sulla fattualità e vittima di aspetti del berlusconismo pur se nato a sinistra. Ecco come l'autore riassume il proprio punto di vista:

"Questo è esattamente il senso del mio saggio, cioè mostrare come, nel caso GOMORRA-Saviano, si sia creato un cortocircuito tra quello che l'autore ha scritto e il ruolo super-eroico che di fatto gli viene attribuito, soprattutto a sinistra ('rockstar dell’anno', 'titano', ecc.). Io ritengo che tutto questo abbia una funzione al tempo stesso consolatoria e distraente, e che quindi non si sottragga, e anzi aggiunga valore, alla dimensione iper-mediale in cui la politica italiana è precipitata da una quindicina d’anni. Quello che probabilmente offende le anime belle è che io abbia mostrato, o almeno sostenuto, come questo stile alla Carlyle sia del tutto complementare a quello che io chiamo 'berlusconismo', e cioè al regime delle contrapposizioni maiuscole immaginarie (Libertà contro Comunismo, per dirne solo una) che domina il nostro particolare agone politico. In questa dimensione simbolica rientra anche il ruolo, che Saviano si attribuisce spesso, di Voce che si oppone al Potere. A me sembra che la sua opera, al di là del valore letterario discutibile e da discutere, sia stata una denuncia del crimine organizzato, questo sì, ma che per il resto attinga a piene mani alla retorica di cui sopra" [1].

Francamente, senza nemmeno invocare argomentazioni più ampie del buon senso, si potrà dire che l'ottica di GOMORRA parte da una testimonianza in prima persona, il che è un espediente giornalistico prima ancora che narrativo, e forse alcuni aspetti saranno non tutti testimoniali e magari come spiega Dal Lago anche fittizzi. Ebbene? Ci pare senza ombra di dubbio che si tratti di un testo di carattere impegnato; in quanto tale, e perché si sforza di denunciare una situazione grave e incresciosa, va in senso nettamente antiberlusconiano. Ci sembra inoltre che la gestione del nome e della fama da parte di Saviano non sia sfuggita dai parametri di quell'impegno; infine che non abbia molto senso accusarlo di eroismo negativo quando è stato costretto a pagare di persona il rapporto con la verità, in una tradizione che lo accomuna più a Sciascia per la denuncia della mafia e a Rushdie per la costrizione alla vita sotto scorta che non al narcisismo contemporaneo, fenomeno questo che anche chi scrive queste note detesta, ma che non ritiene applicabile alla scrittura di Saviano.


NOTE

[1] S. Brandolini, IL PAMPHLET DI DAL LAGO CONTRO GOMORRA DIVIDE GLI INTELLETTUALI, "Corriere del Mezzogiorno", 26-5-2010.


[Roberto Bertoni]

13/12/10

Daniela Gremmo, VERDE DI MAGGIO


["Feeble trace of recently fallen snow". Foto di Marzia Poerio]


Dei miei passi
più antichi
non ho memoria,
labile traccia
di neve fresca,
non cerco remissione
dell’incontaminato
ardore di quei giorni,
umida linfa
di foglie giovani
quando in argento
il cielo di pioggia
ferito di luce,
in rapido e tenue
battere d’occhio
volgeva al chiarore,
come una promessa,
prima sospesa,
poi negata.

11/12/10

Jean Baudrillard, LA SCOMPARSA DELLA REALTÀ

Bologna, Lupetti, 2009

Questo volume raccoglie saggi di Baudrillard sul problema indicato dal titolo.

Chi compila queste note di lettura ritiene che indubbiamente la percezione della realtà si sia modificata a contatto con gli strumenti elettronici, soprattutto i media tradizionali e più ancora quelli che producono realtà virtuali; inoltre è un dato di fatto che molti avvenimenti risultino amplificati dalla tendenza dei media alla spettacolarizzazione e alla fabbricazione dei messaggi come testi e in contesti che possono distorcere la notizia nuda e cruda; infine è possibile che esistano modalità di esistenza tra reale e virtuale, confusioni percettive, simulazioni somiglianti al vero. Tutto questo è non solo parte del nostro modo di essere oggi, ma anche della riformulazione della conoscenza del mondo.

Nondimeno, in questa situazione, è tanto più importante conservare proprio il senso della realtà, demistificare i messaggi distorti, cercare la verità, tornare all'essenziale; e anche usare in modo alternativo i nuovi media, utilzzando la simulazione a scopi scientifici e utili all'umanità piuttosto che per fini manipolativi delle informazioni o con connotazioni di intrattenimento e fuga.

Pertanto, anche a questa rilettura di saggi di Baudrillard già visti in passato, si discorda nettamente col suo punto di vista che "non sappiamo più cosa fare del mondo reale. Non si vede più la necessità di questo residuo diventato ingombrante" (pp. 27-28); o, ancor più enfaticamente: "nessuna persona crede fondamentalmente alla realtà e all'evidenza della vita reale" (p. 29).

Noi siamo tra quelli che invece ci credono e che trovarono a suo tempo una distrazione intellettuale forse raffinata, ma di dubbia utilità, la posizione di Baudrilalrd sull'inesistenza della Guerra del Golfo, un paradosso che indicava come fosse stata combattuta mediaticamente; mentre era evidente fin da quella prima Guerra del Golfo che, nonostante le rappresentazioni televisive della guerra pulita e "scientifica", c'erano e come le vittime, le distruzioni, la devastazione reale che quella guerra provocò.

Ci sembrano elucubrazioni di un pensiero che cresce su se stesso da una teoria, anziché verificarsi appunto nella realtà, le successive affermazioni di Baudrillard che "neppure la guerra è rappresentabile, per cui [...] non è possibile rappresentarla, nonostante o proprio a causa dell'irrappresentabilità dell'evento. La guerra dell'Irak e quella del Golfo ne sono state l'esempio più eclatante" (p. 86).

È vero, come indica Baudrillard, che anche le immagini "fanno parte della realtà integrale della guerra" e sono uno strumento di "omogeneizzazione tramite la forza" e che alla "violenza ordinaria della guerra si aggiunge la virtualità digitale delle immagini" (p. 86), ma non appare corrispondente al vero che tali immagini dovrebbero esere diverse da quelle della guerra. Sembra invece che starebbe allo spettatore giudicare, separare il vero dal falso, la propaganda dalla fattualità. Per lo meno, ora che pervengono le immagini della tragedia bellica, a differenza della loro scarsa presenza dovuta alla censura maggiore della prima Guerra del Golfo, è possibile avere una verifica maggiormente proprio reale dell'accaduto.

Su altri punti della riflessione di Baudrillard si potrà invece, se non del tutto, concordare, o meglio utilizzare in funzione critica le sue constatazioni sull'"invenzione della realtà" (p. 77), un fatto che tutti noi siamo in grado di vederci di fronte di continuo.

Difficile infine discordare sul fatto che la realtà sia relativa e soggettiva, ma questo vale, a parere di chi qui scrive, solo se applicato su un piano più psicologico che fattuale, più personale che collettivo.

[Roberto Bertoni]

09/12/10

Laura Accerboni, "UN CORPO DI PAROLE SOPRA LA TERRA" (DUE TESTI)

1.

Rivolgo le mani al giudizio
di chi pone domande
al silenzio sicuro.
Non nego alle mie labbra
un corpo di parole sopra la terra,
non rifiuto un nome
che indaga al di là dei cieli.
Scivolerà in un momento
la soddisfazione dell’uomo
che guarda la fine
delle mie scomode tempie.


2.

Ora
che sto
proprio nel posto giusto
tra giusti
che non hanno senso
ma nome
da portare avanti,
posso sentirmi
finalmente felice…
Come fossi
parola d’altri,
come resa muta
ma piena
piena
di bella cera
e di tutti i riguardi.

07/12/10

Lieh-tzu, IL VERO LIBRO DELLA SUBLIME VIRTÙ, DEL CAVO E DEL VUOTO




[That symbol of harmony was written there. Foto di Marzia Poerio]


Lieh-tzu, IL VERO LIBRO DELLA SUBLIME VIRTÙ, DEL CAVO E DEL VUOTO. Edizione italiana a cura di F. Tomassini, Torino, Utet, 1977 (Tea 1988)

Scritto probabilmente tra il quinto e il quarto secolo a.C. Cito solo qualche frase, mi sembrerebbe di turbare la complessità e chiarezza del testo inserendo un commento.

- "Chi nel suo interno ha le cose facili non le trova difficili all'esterno" [IV, 56, p. 63].

- "A chi nulla trattiene in sé, la ragione delle cose appare chiara. Egli si muove come l'acqua, sta quieto come uno specchio, risponde come un'eco. Perciò la sua Via (tao) è di conformarsi alle creature. [...] [Al Tao] si perviene solo nel silenzio e vi perviene solo chi lo perfeziona nella propria natura. Sapere e obliare le passioni, essere capace di non agire, è la vera sapienza e la vera capacità" [IV, 59, pp. 66-67].

- "Tra le secche del Kiang nascono dei minuscoli insetti, chiamati chiao-ming, che volando a nugoli si raccolgono sui peli della ciglia d'una zanzara senza urtarsi: la zanzara nemmeno s'accorge del loro appollaiarsi e del loro andirivieni. Li Chu e Tzu-yu li guardarono in pieno giorno, strofinandosi l'angolo degli occhi e scostando le ciglia, ma non ne videro la forma. Chih Yü e il maestro K'uan li ascoltarono in piena notte, nettandosi le orecchie e chinando il capo, ma non ne udirono il ronzio. Soltanto Huang Ti e Yung Ch'eng-tzu, quando dimorarono sui monti K'ung-tung e parimenti digiunarono per tre mesi, a cuore morto e forma inerte, con la visione dello spirito li videro subito massicci come le coste del monte Sung, con l'ascolto dell'energia vitale li udirono subito assordanti come il rombo d'un tuono" [V, 60, pp. 71-72].

- "L'equilibrio, che è il supremo principio del mondo, è tale anche nei riguardi delle cose e delle creature. A capello equilibrato cose appese equilibrate: leggere o pesanti che siano, se il capello si spezza è perché non erano in equilibrio. Quando v'è equilibrio ciò che si spezzava non si spezza. Gli uomini credono che non sia così, ma vi sono alcuni che sanno che ciò è vero" [V, 67, p. 78].

- "Se le parole sono belle l'eco è bella, se le parole sono brutte l'eco è brutta; se la persona è alta l'ombra è lunga, se la persona è bassa l'ombra è corta. Ecco quell che è la fama: un'eco. Ecco ciò che è la persona: un'ombra. Perciò si dice: 'Sii cauto nelle tue parole e qualcuno vi farà coro, sii cauto nella tua condotta e qualcuno vi si adeguerà'. Per questo l'uomo santo conosce ciò che entra vedendo ciò che esce, conosce ciò che viene guardando ciò che va. Questo è il principio per cui egli conosce in anticipo. La norma che è in noi trova corrispondenza negli altri. Se gli altri ci amano è perché noi li amiamo, se gli altri ci odiano è perché noi li odiamo. [...] Quando la norma e la corrispondenza sono chiare ma non si conformano al Tao, è come uscire senza passare per la porta e camminare senza seguire il sentiero. [...] Non s'è mai dato che il sopravvivere o il perire, la rovina o la prosperità non passino per questa Via. [...] Chieh e Chou dettero importanza grande all'interesse e scarsa alla Via e in tal modo perirono. [...] L'uomo senza giustizia non fa altro che mangiare [pensare al proprio interesse esclusivo]. Per mangiare si scorna con gli altri e chi vince detta legge [...], vuole che gli altri lo rispettino e non può ottenerlo. Quando gli altri non lo rispettano, gli arrivano pericoli e umiliazioni" [VIII, 106, pp. 124-25].

- "Quando entro [nella cascata impetuosa che è la vita] comincio con l'essere leale e sincero [...]. Quando esco continuo ad essere leale e sincero. Con lealtà e sincerità abbandono il mio corpo alle onde e alla corrente e non oso avere una volontà mia propria: in tal modo sono capace di entrarvi e poi di uscirne. [...] Se con la lealtà e la sincerità si può trovare davvero un'affinità persino con l'acqua, quanto più con gli uomini?" [VIII, 114, pp. 130-31].

- "Il sommo parlare è evitare di parlare, il sommo fare è il non fare. Chi ha una sapienza superficiale lotta per cose insignificanti" [VIII, 115, p. 131].


[Pagina a cura di Aurelio Devanagari]