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13/02/18

Daniel Fitzsimmons, NATIVE

UK 2016. Sceneggiatura di Neil Atkinson e Daniel Fitzsimmons. Con Rubert Graves ed Ellie Kendrick

Questo film ha vari pregi: si rivolge alla mente dello spettatore, cui pone quesiti di umanità; è lento e riflessivo; la recitazione e lo spazio interno sono di tipo teatrale; la pellicola manca di effetti speciali spettacolari chiassosi e si avvale di rappresentazioni visive di buona qualità fotografica e con elementi elettronici; oltre a un brano, spesso ripetuto, della Quinta Sinfonia di Beethoven, ha una colonna sonora funzionale e gradevole, anch’essa di stampo elettronico, dei Baltic Fleet. In breve, rientra nell’ambito dei film di fantascienza (come, per esempio, Arrival e Advantageous) che vanno controcorrente rispetto alle tendenze commerciali e superficiali prevalenti.

La storia prende l’avvio su un pianeta lontano, abitato da esseri umanoidi che vivono in simbiosi come in un alveare, ciascuno collegato telepaticamente alla comunità per mezzo di un rapporto stretto con un essere di sesso opposto definito fratello o sorella. Quando perviene un segnale dalla Terra (pianeta svelato solo nell’ultima parte del film), che comprende, tra l’altro, note della Quinta Sinfonia di Beethoven, viene deciso di inviare un’astronave con a bordo soltanto due telepati particolarmente compatibili per diffondere un virus che distruggerà la popolazione terrestre e aprirà la strada a quella del pianeta inviante. Durante la traversata interstellare, uno degli astronauti, Cane, traumatizzato dalla perdita di contatto telepatico con la cosiddetta sorella, morta nel parto, rimasto dunque solo e un individuo isolato, frattanto affascinato dalla musica del messaggio terrestre, sviluppa una crisi d’identità che lo conduce a rinunciare al dispositivo telepatico. Viene neutralizzato, per ordine della direzione della missione, dall’altra astronauta, Eva che, raggiunta la destinazione, predispone una terrestre a ricevere e trasmettere il virus, ma la uccide perché la terrestre si ribella (stranamente la donna del nostro pianeta parla italiano nella versione originale inglese). Il trauma di Eva è questa morte, dopo la quale non riesce a portare a termine la missione, recupera Cane, anche lei si autodetelepatizza: i due astronauti vanno a vivere sulla superficie del pianeta. Le ultime parole del film sono: “Ho paura”, il timore, cioè dell’ignoto, del futuro, della solitudine, e veniamo in parte anche lasciati con un enigma di come andrà a finire. Si integreranno coi terrestri? Si creerà una nuova forma mdi vita? Il pianeta da cui provengono invierà altri a sterminarci?

Gli interrogativi sono sociali sulla prevaricazione di certe culture su altre ed etici sul dare la morte e sul vivere in che tipo di comunità.

Una recensione di Peter Bradshaw (The Guardian, 22-2-2018) definisce giustamente questo film “elegant and weird”.


[Roberto Bertoni]

19/12/15

Sean Ellis, METRO MANILA


Regno Unito e Filippine, 2013. Con John Arcilla, Jake Macapagal, Althea Vega

Il titolo si riferisce all’area metropolitana che comprende la capitale Manila e indica subito uno dei motivi tematici del film, il contrasto tra città e campagna, che si concretizza, da un lato, nell’ingenuità dei migranti interni, facili prede dell’accaparramento e dell’inganno dei residenti urbanizzati; dall’altro lato nel passaggio da una forma di povertà contadina, basata su una difficile sussistenza, a una modalità di povertà cittadina, con residenza negli slum e compromessi etico-esistenziali dovuti alla lotta per la sopravvivenza.

È una pellicola articolata su vari livelli. L’intreccio poliziesco, in parte, si innesta su un realismo documentario che mette in rilievo l’emarginazione con riprese sulle strade, negli interni delle case e nei locali pubblici; denuncia lo sfruttamento di donne costrette a semi o totale prostituzione dall’indigenza; affronta il problema della gelosia sociale, intesa come aspirazione a possedere di più, a usare sistemi anche illegali per affiorare dal sommerso del sottoproletariato al benessere relativo della classe media; mostra alti livelli di criminalità; mette in sottotesto, ma con funzione rilevante, la corruzione politica. A sua volta il realismo documentario s’intreccia con elementi di realismo magico, come nella scena ricorrente di un disperato che rapina i passeggeri di un aereo e poi si lancia nel vuoto con un paracadute di sua confezione, che lungi dal proteggerlo ne provoca la morte come prevedibile, ma la scena viene esplicata pienamente solo alla fine, ricorrendo come un sogno in particolari mutili varie volte nel corso del film.

La storia è quella di Oscar e della moglie Mai, che con le due figliolette si trasferiscono, per cercare una vita più dignitosa, a Manila. La povertà spinge Mai ad accettare un lavoro in un night club ambiguo, le cui dipendenti intrattengono i turisti stranieri. Oscar trova infine un lavoro che appare rispettabile, con mansioni di autista di un furgone blindato per un’agenzia di sicurezza che trasporta valori per conto di privati e di banche. Sorge un’amicizia tra Oscar e il suo partner, Ong. Oscar si accorge troppo tardi che Ong si è servito di lui per organizzare una rapina. L’amico perisce nel corso dell’azione, mentre Oscar, sacrificando la vita, riesce a far pervenire alla moglie la chiave della cassetta di sicurezza che Oscar voleva rubare, assicurandole così un futuro, ma rendendola vedova.

L’intreccio è più complesso di come lo si è qui brevemente descritto e si prospetta, strutturalmente, come concatenato - da un evento nasce l’altro, ma le basi del successivo erano state poste in dettagli di avvenimenti attestati in precedenza e che apparivano a tutta prima insignificanti, mentre ci si rende conto alla fine che ogni dettaglio era funzionale -.

È anche un film sulla coesione familiare, persistente a dispetto di ogni compromesso sociale nella famiglia di Oscar e Mai, ma frammentaria e inficiata dal denaro e dal tradimento in quella di Ong e di sua moglie.

Inizialmente in inglese, per le riprese iniziali, è stato ritradotto in Tagalog con la collaborazione degli attori, ed è in questa lingua che circola e in cui anche noi lo abbiamo visto con sottotitoli in inglese. Ha vinto premi e nominations per il cinema indipendente.


[Roberto Bertoni]

29/09/12

Joe Wright, ANNA KARENINA



 UK e Francia, 2012. Sceneggiatura di Tom Stoppard. Con Keira Nightley, Aaron Johnson, Jude Law, Kelly MacDonald. 


È un film articolato, per via della sceneggiatura di Stoppard, secondo criteri tanto teatrali quanto cinematografici, che sfrutta le possibilità del palcoscenico senza ignorare gli effetti speciali, ma non utilizzando questi ultimi in direzione di una spettacolarizzazione banalizzata, come spesso si constata invece nei film commerciali, bensì per accreditare il concetto di illusione della messa in scena, con un richiamo alle avanguardie e fornire frattanto una lettura piuttosto fedele del testo di Tolstoj e una ricostruzione realistica quanto a costumi e comportamenti.

Si invertono talora le parti tra cinema e teatro, come quando la scena della corsa a cavallo e della caduta di Vronskij, per eccellenza destinata all’aperto, si svolge nello spazio chiuso del teatro. L’angolazione cui viene sottoposto il pubblico di questo film è talora quella dello spettatore teatrale, quando gli eventi si svolgono sul palcoscenico, talaltra, alla Pirandello (o si dovrebbe dire alla Stoppard, che già in ROSENCRANZ AND GUILDERSTERN ARE DEAD inseriva elementi di metateatro), chi guarda la pellicola vede il pubblico del teatro con la trasposizione tra recitante e spettatore.

Non che tutto ciò ostacoli lo svolgersi ordinato dell’intreccio e la comprensione, che resta chiara e trattiene l’interesse mentre stupisce in positivo per la sperimentazione formale, innestando un meccanismo di  osservanza della continuità e rottura delle attese del trito che in troppe pellicole contemporanee si sono fatte sempre più simili alle presunte realtà corrispondenti a cliché rappresentativi ripetuti allo stremo.

I temi di tradimento, valori etici, perdono, passione, gelosia, vendetta, anticonformismo, ipocrisia dell’alta società, disperazione individuale, suicidio sono ben espressi in questa versione cinematografica.

Restano inoltre la quadruplice modellizzazioni dell'atteggiamento nei confronti del rapporto di coppia, con spazio dedicato non sono a Anna e Vronskij, ma a Karenin, Stiva, Levin e Kitty.

È un bel film.


[Roberto Bertoni]


03/08/11

Pia Arletti e Franco Ferrini, AGAPORNIS SUITE HITCHCOCK

Un esordio letterario è sempre una scommessa, ma sembra l'abbiano vinta al primo colpo Pia Arletti e Franco Ferrini, psicologa lei e sceneggiatore lui, entrambi di La Spezia, che hanno dato alle stampe un romanzo scritto a quattro mani, con protagonista niente meno che il genio del cinema Alfred Hitchcock, nell'insolita veste di paziente in crisi psicologica.

AGAPORNIS SUITE HITCHCOCK (Milano, No Reply, 2011) è il racconto, ambientato a Beverly Hills nel 1965, di una psicoterapia brevissima: due sedute che Hitchcock, allora sessantacinquenne, avrebbe avuto (ma la storia è pura finzione) con la psicologa May Romm (quest' ultima veramente esistita), sua consulente nel film IO TI SALVERÒ.

Hitch (così preferisce farsi chiamare, evirando il suo cognome dall'ultima parte cock, che in inglese significa “gallo", o "esemplare maschile di volatile”, ma anche “pene”) sta male: è insoddisfatto del suo ultimo film MARNIE, ma il disagio che avverte è più profondo e, forse, ha radici lontane.

Quando varca lo studio della dottoressa Romm, il genio del cinema mostra tutte le sue debolezze: suda, si agita, somatizza il suo disagio con un irrefrenabile attacco di colite; ma, pur controllandosi per esperienza professionale, è imbarazzatissima anche la dottoressa Romm che, visto il rapporto travagliato che ha avuto col suo paziente durante le riprese di IO TI SALVERÒ, riesce con difficoltà a padroneggiare la situazione.

Il romanzo, dopo un avvio un po' stentato, si snoda con dialoghi serrati e continui colpi di scena, quasi come una pièce teatrale: il lettore è trascinato in un vortice degno di VERTIGO, fino al finale, con una terza seduta mancata, che spiega (anche se non del tutto) il titolo del libro.

Un'opera che lascia qualche perplessità sulle reali intenzioni dei due autori, ma che, letto come divertissement, e per gli appassionati del cinema e di Hitchcock in particolare, è un libro piacevole, pur con qualche (voluta?) inesattezza.

Un libro che, forse, vuole essere una critica alla stessa psicanalisi, o almeno all'idea salvifica di essa e che comunque ci svela, pur nella finzione, molti aspetti reali della personalità del regista inglese. Gli autori, infatti (non dimentichiamo che Ferrini lavora da più di trent'anni nella cinematografia) si sono dettagliatamente documentati, rendendo la storia credibile e mischiando abilmente realtà e finzione. Come nel grande cinema.

[Gabriella Mignani]

01/09/09

Michael Winterbottom, A MIGHTY HEART


["I wish the sky could correspond to feeling". Foto di Marzia Poerio]


2007. Basato sul libro autobiografico dal medesimo titolo, di Mariane van Neyenhoff Pearl. Con Dan Futterman, Angelina Jolie, Irrfan Khan, Archie Panjabi, Will Patton.

Il film è una riscrittura filmica del rapimento e dell’uccisione, a Karachi, in Pakistan, del giornalista del “Wall Street Journal” Daniel Pearl.

Nel film, uscito di casa per realizzare un’intervista, Pearl (l’attore Dan Futterman) non fa ritorno. Poco per volta la moglie Mariane (Angelina Jolie), in attesa da cinque mesi di un figlio, si rende conto che c’è qualcosa di grave. Ben presto risultano il rapimento e le richieste dei terroristi. Nonostante gli sforzi congiunti della polizia pakistana e dei servizi USA, Pearl viene decapitato. La moglie torna in Francia, la vediamo qualche anno dopo col figlio nato e cresciuto.

La dinamica incalzante degli eventi caratterizza, a un primo livello, la pellicola, senza peraltro mai scadere in aspetti commerciali o di pura azione. In tal senso, il regista utilizza una recitazione realista e che evidenzia i lati umani della situazione senza perdere di vista i risvolti politici, indicando anzi con chiarezza, attraverso la voce dei vari rappresentanti, la posizione del governo e della polizia pakistane, della diplomazia statunitene e dei terroristi. Alle scene in studio si alternano riprese tra le strade di Karachi, volti di persone qualunque, un bambino pakistano che vive nella medesima casa di Mariane. Da un lato si ha un senso di verità; dall’altro la storia viene ricondotta entro i binari della vita.

Ad un secondo livello, il giudizio resta allo spettatore tramite anche l’intercalare senza commento di brani documentari, come un’intervista effettivamente rilasciata al tempo del rapimento dal Segretario di Stato americano Colin Powell su Guantanamo. I metodi brutali dei terroristi non vengono certo negati, ma si evita, come noi riteniamo corretto, la spettacolarizzazione del sangue e della violenza: significativamente la scena della decapitazione non viene mostrata frontalmente, bensì resa nel suo orrore tramite le espressioni facciali dei funzionari che assistono a un video inviato dai terroristi e invisibile agli spettatori del film. Anche i metodi non sempre cortesi della polizia non vengono nascosti, pur senza scadere ancora una volta in scene eccessive di violenza spettacolarizzata.

Ci sono attori di ottimo livello, tra i quali Irrfan Khan nella parte del commissario pakistano Javed Habib e Archi Panjabi in quella di Asra Nomani (che era una collega di Mariane Pearl): entrambi assicurano notevole quotidianità e naturalezza alla recitazione. Tuttavia, chi domina la scena è Angiolina Jolie, la quale riesce a rendere la parte di una persona che, pur vedendo la propria vita devastarsi giorno dopo giorno, infine tragicizzarsi per sempre, riesce, forse anche in nome della fede buddhista, a restare equanime, a non fornire giudizi viscerali nemmeno sui rapitori, a reiterare la propria pena in modo personale e misurato, a esprimere amore per il marito invece che odio per gli altri, sebbene risultino chiare le sue assegnazioni di responsabilità.

Ci è apparso un buon film, che mette in rilievo drammatico il mondo in cui siamo precipitati.

[Renato Persòli]

01/01/09

Danny Boyle, SLUMDOG MILLIONAIRE

2008. Titolo italiano THE MILLIONAIRE. Basato sul romanzo Q & A di Vikas Swarup. Sneneggiatura di Simon Beaufoy. Fotografia: Anthony Dod Mantel. Musica: A.R. Rahman. Con Rubina Ali, Sanchita Choudhary, Azharuddin Mohammed Ismail, Anil Kapoor, Irrfan Khan, Ayush Mahesh Khedekar, Madhur Mittal, Dev Patel, Freida Pinto.


Chissà perché, invece di equivalenti nella nostra lingua, nella traduzione italiana viene utilizzata la parola inglese "the millionaire", visto che il titolo originale non è questo, bensì "slumdog millionaire". Comunque...

Jamal, un giovane che serve il tè il un call centre e proviene da un quartiere poverissimo, partecipa a una trasmissione a quiz in tv, riuscendo a rispondere a tutte le domande, tanto da guadagnare venti milioni di rupie nonostante sia cresciuto senza ricevere un’istruzione formale in un quartiere poverissimo di Mumbai.

Jamal riesce a fornire sempre le risposte giuste a causa di una formazione acquisita per esperienze di vita, come spiega a un commissario di polizia dopo essere stato arrestato al decimo milione per il sospetto di essersi fatto passare le domande. La fortuna lo assiste in quanto le domande che gli vengono rivolte corrispondono alle poche informazioni che conosce.

Le scene della trasmissione televisiva si alternano a quelle dei ricordi biografici da cui sorgono le risposte corrette, per cui di fronte allo spettatore si dipana un’esistenza che fin dall’infanzia è caratterizzata dalla miseria, dal conflitto interreligioso, dalla violenza, dalla criminalità e da un amore indistruttibile per una ragazza di nome Latika, che riuscirà infine a concretizzarsi, proprio in concomitanza col quiz televisivo (cui il protagonista partecipa per ritrovare l’amata, finita preda di malviventi di una banda in cui è coinvolto Salim, il fratello di Jamal).

Il diplomatico indiano Vikas Swarup, autore del romanzo da cui è tratta la pellicola, dichiara: “Volevo attingere al fenomeno globale dei quiz televisivi e del racket che ad essi si accompagna, ma da un’angolazione fuori degli schemi. Mi ero inoltre imbattuto in un servizio sui bambini delle baraccopoli […], il che mi ha portato a giustapporre la modalità dello spettacolo a quiz con la storia di vita di un concorrente piuttosto atipico, un cameriere diciottenne, squattrinato, residente nella maggiore baraccopoli dell’Asia. Volevo dimostrare che la conoscenza non è appannaggio dell’élite istruita e che anche a un ragazzo cresciuto per la strada può possedere la sapienza necessaria a vincere un gioco a quiz” (Swarup Interview).

Se le pagine del romanzo scorrono agevolmente per merito della leggerezza positiva dello stile di Swarup senza perdere in intensità e impegno, nel film la drammaticità degli avvenimenti narrati (che vanno da una corte dei miracoli in cui vengono cinicamente accecati i bambini per mandarli a mendicare, alla criminalità organizzata, alla violenza tanto del fanatismo quanto della polizia) è presente con una tecnica da presa diretta, ma rappresentata al contempo con una ironia che, mentre condanna, riesce a non presentarsi con toni di rigonfiamento spettacolare.

La personalità introversa di Jamal è ben evidenziata e costituisce quasi un contrappunto di flemma al mondo caotico che lo circonda (ma è costante il suo entusiasmo passionale per Latika).

Il mondo del cinema è presente con la passione dei ragazzini, nei riferimenti ad Amitabh Bachchan e nella recitazione di altri attori indiani noti (Anil Kapoor e Irfaan Khan).

È un bel film.


[Renato Persòli]

05/09/08

Alfred Hitchcock, THE MAN WHO KNEW TOO MUCH (L'UOMO CHE SAPEVA TROPPO)


[The photographer of anonymity (Cathedral Square, Milan). Foto di Marzia Poerio]

Alfred Hitchcock, THE MAN WHO KNEW TOO MUCH (1932). Testo di Charles Bennett. Con Leslie Banks, Edna Best, Peter Lorre, Nova Pilbean, Frank Voster.

Una serata molto calda e il tentativo di inserire nel videoregistratore due film, che ci hanno annoiato dopo appena dieci minuti di programmazione; ci si era quasi rasseganti a guardare uno sceneggiato americano in TV, ma frugando tra i dvd si è scovato questo film di Hitchcock e fin dalle prime scene si è percepito qualcosa di più e di diverso dal trito dei film precedentemente visualizzati quella sera. L'immagine di una pista da neve, un cagnolino che ci si getta in mezzo mentre uno sciatore dopo il salto dal trampolino scende ad alta velocità e la piccola proprietaria dell'animale si lancia nella pista per salvarlo, i primi piani contrastati dell'uno e dell'altra che danno il senso del movimento e del pericolo, la caduta dello sciatore, i due che si abbracciano (padre e figlia) sollevando la suspense, la consistenza del contrasto tra luce e grigi del bianco e nero, il silenzio mentre si svolge buona parte della sequenza che ci ha calamitato con la firma di letterarietà e disponibilità alla comprensione del pubblico, di maestria della telecamera e, al livello dell'intreccio, prefigurazione dei pericoli successivi cui sarà sottoposta la bambina, rapita dopo l'omicidio di un amico di famiglia, in realtà una spia, affinché i genitori non rivelino a Scotland Yard l'esistenza di un progetto di stampo terrorista, in un intreccio incalzante, con liberazione della ragazzina e fine dell'incubo a prezzo di vite umane.

L'organizzazione criminosa tiene le riunioni in un fantomatico tempio del Sole. Il cattivo ha una mèche chiara tra i capelli, un sarcasmo dozzinale, una perfetta attitudine all'ipocrisia. Il padre risulta un che eroico, un po' sopra le righe in una pellicola altrimenti così bilanciata con caratteristi ben scelti tanto tra i personaggi della banda che tra gli altri personaggi.

Non è ciò che si ascolta, ma ciò che si vede a caratterizzare questa storia. Del resto il regista medesimo sosteneva che "col trionfo del teatro il cinema si è cristallizzato nel teatro" e "ne consegue che perde lo stile cinematografico. Un altro risultato, poi, è la perdita di fantasia. Il dialogo fu introdotto perché era un elemento realistico. La conseguenza diretta fu un impoverimento dell'arte di rappresentare esclusivamente attraverso le immagini" [1].

In THE MAN WHO KNEW TOO MUCH, la funzione del dialogo è limitata a fornire la cornice referenziale per collegare gli episodi tra di loro e a integrare gli identikit psicologici dei personaggi.

Più variegata l'immagine. C'è una scena, per esempio, in cui a telecamera si sofferma su uno scherzo articolato dal padre bonariamente geloso della moglie che balla con un amico che verrà ucciso: il filo di un lavoro a maglia lasciato interrotto viene legato al bottone delle code della giacca del danzatore che se lo porta dietro esponendosi al ridicolo e proprio quando se ne accorge e si volta per staccarlo viene colpito, senza che il pubblico quasi avverta la gravità della scena, da un proiettile che lo colpisce al petto, trapassando un vetro, in un momento di rumore che copre lo strepito del revolver. In tal modo si crea un contrasto tra gioco e realtà, tra l'inconscio del geloso che desiderava punire il ballerino pur se in modo innocente e la gravità tragica dell'omicidio che sarà il preludio alla vicenda del rapimento e al dramma della famiglia che ne sarà coinvolta. Tutta questa scena è resa in quasi silenzio, resa più complessa dal gioco di sguardi tra la figlia e il padre.

Un'altra scena articolata come a tavolino, con giochi di simmetrie e imitazioni un che ironiche di altri generi cinematografici, è la rissa che si svolge nel tempio, con le sedie spostate, sembrerebbe a bella posta, in modi geometrici che ricordano forse le comiche di Chaplin e richiamano la possibilità del cinema di parlare delle proprie tecniche.

Le canne delle pistole appaiono da dietro tende e paratie. Le carabine si allungano al rallentatore dai vani delle finestre.

Nondimeno il rapporto con la realtà e la vita quotidiana restano, non solo nella credibilità dei personaggi e nei loro comportamenti, datando anche come la scelta dell'Albert Hall per la scena celebre dell'omicidio commesso al suono dei piatti (l'unico) di un concerto. La sparatoria finale è basata su un episodio reale di fuoco tra polizia e malfattori avvenuto a Londra

A noi è piaciuta questa edizione del film, che non avevamo ancora visto. Nonostante il giudizio negativo di Hitchcock rispetto alla seconda versione, del 1956 a colori, con James Stewarrt e Doris Day, e sebbene quel secondo film sia tra i nostri preferiti del grande regista, la versione del 1932 ha qualcosa di speciale, di evocativo, di calibrato con esattezza e ironia.


[1] Dichiarazione riportata in Fabio Carlini in ALFRED HITCHCOCK, Milano, Il Castoro (supplemento all'"Unità", 18-9-1995, p. 6.


[Renato Persòli]

26/12/07

Monica Ali e Sarah Gavron, BRICK LANE


[At the end of the lane a closed gate, a closed door. Foto di Marzia Poerio]





















Monica Ali, BRICK LANE (2003), Reading, Black Swan, 2007.
BRICK LANE, regia di Sarah Gavron., 2007; sceneggiatura: Laura Jones e Abi Morgan; fotografia: Robbie Ryan; con Naeema Begum, Tannishta Chatterjee, Satish Kaushik, Lana Rahman, Christopher Simpson


Trasferendosi dal Bangladesh, a diciassette anni, Nazneen sposa Chanu, un uomo di molti anni più anziano che risiede a Londra, scelto da suo padre, partito per far fortuna, ma costretto a vivere in condizioni economiche modeste nonostante gli studi universitari. Il matrimonio si svolge tra alterne vicende in una situazione tradizionale di esclusione della donna dalla sfera maschile (non sa nemmeno per un certo periodo di tempo quale sia la professione del marito). Le figlie Shahana e Bibi mostrano negli anni forme di integrazione nella società inglese, che resta in larga parte estranea alla popolazione di Brick Lane, dove vive la comunità cui la coppia appartiene. Si tratta di una storia di graduale emancipazione. Nazneen intraprende un’attività di sartoria domestica, pagata a numero di articoli tramite chi le porta il lavoro, il giovane Karim, col quale ha una storia, che si interromperà per decisione di lei di non sposarlo. Il marito torna al paese natale; Nazneen resta a Londra, luogo al quale, più che alle origini e nonostante l’emarginazione, ormai sente di appartenere assieme alle figlie. La verità ufficiale è che raggiungerà il marito prima o poi, ma si lascia intendere che resteranno dove sono. Come nei DUBLINERS di James Joyce, la storia si chiude sulla neve, che provoca qui però, a differenza che nello scrittore irlandese, liberazione piuttosto che costituire una cappa pesante. Frattanto, su una linea narrativa parallela, si è assistito alla sensibilizzazione verso il fondamentalismo di una parte della comunità islamica, mentre viene attraversato (e testimoniato con le immagini televisive) l’episodio dell’11 settembre.

Questo lo schema narrativo del film, che ripercorre con relativa fedeltà, più concisamente, com’è necessario, lo schema del romanzo, sebbene ne restino fuori la prima parte, la perdita del primo figlio, la storia iniziale di adattamento di Nazneen in Occidente, e le lettere scritte in un inglese sgrammaticato e interessante stilisticamente dalla sorella dalla madre patria.

Il romanzo è naturalmente più complesso e affronta temi su cui il film non insiste più di tanto, in particolare il destino, un concetto che fin dalla nascita segue Nazneen e implica una sua quieta rassegnazione fino al momento della fine dell'accettazione, della rottura e dell'autodecisione.

Ci sono piaciuti tanto il romanzo quanto il film: il primo perché è ben scritto; non ha niente di banale; denuncia le situazioni di oppressione con chiarezza, ma non suddivide il mondo in buoni e cattivi: Chanu è vanitoso e certamente oppressivo della moglie ma non malvagio, ad esempio. Il romanzo presenta maggiore impulsi ironici, ha il tempo della lentezza nella definizione dei sentimenti, che vengono resi nel film dalla magnifica interpretazione degli attori principali: Chatterjee (Nazneen) e Kaushik (Chanu). A noi è sembrata una storia ben narrata, utile, umana, intelligente.

Ha invece suscitato notevoli polemiche: sia nelle letture pubbliche, da parte di chi ha sentito la comunità del Bangladesh denigrata, sia al momento della proiezione del film. Nell’edizione del romanzo da noi utilizzata (alle pp. 494-511) è riprodotto un articolo di Ali già uscito sul “Guardian” del 13-10-2007, in cui la scrittrice parla delle controversie suscitate dalla sua opera e dalla proiezione cinematografica, mettendo in rilievo anche taluni anacronismi del dibattito, ma ribadendo l’autenticità di questo racconto che, sebbene sia di fantasia, nasce dall’esperienza di vita della madre dell’autrice, che compì in gioventù il tragitto inverso a quello della protagonista, andando dall’Inghilterra al Bangladesh per sposarsi. Ali rintuzza uno a uno gli argomenti dei denigratori che non appaiono in effetti molto solidi quando si legge questo saggio.

Un film da vedere, anche per i bei flashback sull’infanzia della protagonista e della sorella, la fotografia, la capacità di resa di un microcosmo.


[Renato Persòli]

15/11/07

Joe Wright, ATONEMENT (ESPIAZIONE)

2007. Sceneggiatura di Christopher Hampton. Con Brenda Blethyn, Romola Garai, Keira Knightley, James McAvoy, Vanessa Redgrave, Saoirse Ronan.

Si tratta dell'adattamento del romanzo di Ian McEwan, la cui tecnica metanarrativa è in parte resa attraverso spostamenti indietro nel tempo dell'azione filmica: vediamo una scena, poi la rivediamo con altri dettagli che mettono in rilievo la parzialità del punto di vista di chi l'ha osservata all'interno del film la prima volta e si introducono elementi nuovi che propongono un'altra interpretazione.

La verità non è unica; le prospettive sono plurali; le conseguenze sono tragiche, dato che si tratta di una storia in cui, in una famiglia altolocata, nel 1935, la tredicenne Briony (nell'ottima interpretazione dell'irlandese Saoirse Ronan), testimone di un presunto litigio (non tale) e di una scena carnale tra la sorella ventitreenne Cecilia (una Keira Knightley elegante ed espressiva) e Robby (James McAvoy, che dà al personaggio perplessità accanto alla sicurezza), figlio del giardiniere e laureato a Cambridge, in ragione anche di un messaggio volgare spedito per errore, ha immaginato una mania sessuale in Robby, e quando la cugina Lola subisce violenze da parte di un ospite della casa senza sapere chi sia il colpevole, Briony, testimone, forse per menzogna o forse per confusione e sovrapposizione dell'immaginazione sulla realtà, accusa Robbie, determinando la separazione dei giovani innmamorati, l'imprigionamento di lui, scarcerato poi per essere inviato militare in Francia e trovarsi nella disfatta di Dunkirk, mentre Cecilia è ora infermiera in un ospedale militare e Briony diciottenne (Romola Garai) in un altro.

In questo ritiro nel soccorso degli altri, Briony espia la propria responsabilità nelle due vite spezzate di Cecilia e Robby, che sembrerebbe si ritrovino, secondo il primo finale del film... Ma non è così: come nel romanzo, più drammaticamente entrambi muoiono a causa della guerra. Sarà Briony, diventata scrittrice, a raccontare da anziana (per mezzo del volto e dell'interpretazione di Vanessa Redgrave) la loro storia, cambiando il finale in un incontro per restituire loro la vita in comune che non avevano avuto.

Rappresentazione antimilitarista della guerra, con la scena della disfatta di Dunkirk ambientata in un ex Luna Park; e l'uccisione di una scolaresca colta in mezzo a un prato come se emergesse da un sogno.

Strana miscela di crudezza moderna e romanticismo quasi ottocentesco nelle vicente interpersonali, ben riuscita e dosata, con ottime prove di recitazione, insistenza sull'umano più che sulla colpa, sulla difficoltà a vivere con ciò che l'occhio vede e il cuore vorrebbe che l'occhio non sapesse.

Mondo di sogni quello della prima adolescenza di Briony; che, come la letteratura, distorce la realtà, influendo così gravemente sulla vita.


[Renato Persòli]