Visualizzazione post con etichetta Storie di film (Australia). Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storie di film (Australia). Mostra tutti i post

05/04/15

Russell Crowe, THE WATER DIVINER



[“Cut from the green hedge a forked hazel stick / That he held tight by the arms of the V: / Circling the terrain, hunting the pluck / Of water […]” From Seamus Heaney, “The Diviner". Location of the photograph: Ashford 2014 (Foto Rb)]



Russell Crowe, The Water Diviner. Australia, Turchia, USA (2014). Tratto dal romanzo di Andrew Anastasios e Meaghan Wilson-Anastasios. Con Jai Courtney, Russell Crowe, Yilmaz Erdoḡan, Olga Kurylenko, Cem Yilmaz


Richiede credulità, o meglio volontà di sospendere l’incredulità nell’ambito della narrazione e per la sua durata (l’espressione inglese è suspension of disbelief) rispetto a due elementi: la telepatia che consente a Joshua Connor, un padre australiano, di localizzare i figli deceduti sul campo di battaglia di Gallipoli, dove li va a cercare dopo la fine della Prima Guerra Mondiale nel 1919 (telepatia giustificata, un che paradossalmente, dalla rabdomanzia del protagonista); l’amicizia e l’alleanza originatesi tra Connor e Hasan, il comandante del battaglione turco contrapposto in trincea contrapposto alle forze dell’ANZAC (australiani e neozelandesi) che persero la battaglia di Gallipoli nel 1915.

Poste queste premesse, si possono notare gli intenti umanitari del film. La concatenazione degli eventi comprende il suicidio della madre alla notizia che i figli sono morti in guerra; la conseguente decisione di Joshua di recuperare i cadaveri per seppellirli in patria vicino alla tomba della moglie; il rapporto di amicizia con Ayshe, l’albergatrice turca di una pensione di Istanbul, dapprima ostile per il ruolo delle truppe ANZAC nei combattimenti, ma poi umanamente coinvolta nel caso pietoso di dedizione paterna dell’australiano.

L’intreccio secondario, che corre parallelo a quello principale, è la storia di un’altra perdita: quella del marito scomparso da parte di Ayshe e del figlioletto (quest’ultimo in buoni rapporti con Joshua da subito) e la protezione che l’australiano garantisce contro le pretese del cognato della donna di sposarla. C’è una certa correttezza nel definire tanto la distanza tra culture e la necessità, a certi livelli, di non interferenza reciproca, ma anche la generale umanità, al di là delle razze e delle convenzioni, che consente a tutti gli esseri di comunicare su questo pianeta.

Hasan reagisce in base a tale sentimento nella decisione di dare una mano a Connor; e poco per volta ne ammira la rettitudine, al punto di instaurare un rapporto di complementarità, permettendogli di unirsi ai volontari nazionalisti nella guerra greco-turca (1919-1922), in modo da arrivare alla destinazione del paesino dell’Anatolia in cui uno dei figli, mirabilmente sopravvissuto, si è rifugiato.

Lieto fine: il figlio traumatizzato decide di tornare a casa. Si ritrovano nella pensioncina di Istanbul con Ayshe ancor vedova non rimaritata. Presto sarà futuro. Sipario.

Belle le immagini del deserto rosso australiano. Efficace la rappresentazione delle vie della capitale turca. Buona recitazione: piuttosto introversa, il che conferisce tratti compassionevoli.

[Roberto Bertoni]

09/01/09

Baz Luhrmann, AUSTRALIA

2008. Con Bryan Brown, David Gulpilil, Hugh Jackman, Nicole Kidman, Jack Thompson, Brandon Walters, David Wenham.


"I can't look at this movie and be proud of what I've done. [...]. It's just impossible for me to connect to it emotionally at all." ("China Daly", 9-1-2009)."Non riesco a guardare questo film sentendomi orgogliosa di ciò che ho fatto. Mi è semplicemente impossibile rapportarmici emotivamente". Così dichiara Nicole Kidman a proposito di AUSTRALIA, il suo film più recente. Ma come?, diciamo noi. Un momento di crisi? Una risposta ai critici che per lo più, finora, hanno dato voti non troppo alti alla pellicola? A noi pare una dichiarazione poco pertinente rispetto alla materia di cui si occupa. Kidman è splendida in questo film: presenza di scena evidente ma non invadente; recitazione senza ombre e non tutta shillerianamente sentimentale, anzi a tratti ironica e perfino distaccata, contrariamente a quanto hanno scritto in molti in proposito, accompagnata dall'ottima copartecipazione degli altri protagonisti [1].

La storia comincia con Sarah Ashley, inglese dell'alta borghesia che, per arrivare a un chiarimento col marito residente in Astralia riguardo i problemi di coppia e gli interessi di una proprietà nel Northern Territory, compie un viaggio, all'altro capo del quale, agli antipodi, trova il marito assassinato. Gradualmente scopriamo che l'uomo non è stato ucciso da King George, l'anziano aborigeno incolpato del delitto. Sarah licenzia l'amministratore corrotto della famiglia, Neil Fletcher; decide di portare il bestiame di sua proprietà a Darwin, cederlo all'esercito per ricavarne quanto dovuto, vendere la casa e il terreno e tornare in Gran Bretagna. Per il lungo percorso verso Darwin, si rivolge a un mandriano rude quanto affidabile, Drover. Ostacolati con metodi illegali e pericolosi da Fletcher, i nostri eroi... sì, riusciranno nell'impresa. Parallelamente, oltre a una storia romantica, si delineano un cambiamento di Sarah a favore dell'Australia, una modificazione interiore rispetto a ciò che conta davvero nella vita, un senso materno nei confronti di Nullah, un bambino di madre aborigena e padre bianco. Intanto c'è il bombardamento giapponese e...

Insomma, la dimensione epica è senz'altro presente. Le vicende private e pubbliche si intrecciano. Il destino agisce con coincidenze non sempre facilmente credibili, ma utili a creare una storia di identificazione emotiva. Indubbiamente il regista cerca di sollecitare la partecipazione, le lacrime, l'affetto, il rispetto per le comunità originarie del continente australe. Le scene di natura sono mozzafiato. I movimenti dei cavalli e degli altri animali sono dinamici e coinvolgenti. I buoni sono buoni anche se non vorrebbero esserlo; e i cattivi sono cattivi. Citato con funzioni narrative varie volte, con canzoni e alcune scene, anche IL MAGO DI OZ. A noi questo film è piaciuto tanto proprio per tutto questo.

I cliché, si potrà dire: ma per evitarli si doveva fare un antidramma o un film insipido e da nouvelle vague che non avrebbe avuto alcun senso in questo àmbito cinematografico? Se ricorda una certa Hollywood da VIA COL VENTO ai MAGNIFICI SETTE, meglio così, perché non si tratta di un revival vuoto, meramente spettacolare e melodrammatico. AUSTRALIA è infatti un film progressista; e non ci pare che la presenza forte delle ideologie dell'amore e dell'attaccamentoe alla terra lo inficino, anzi ci sembra bene che vengano ribadite visto che si trovano in un contesto di contrapposizione all'avidità, alla sopraffazione, al razzismo... (uno degli aspetti principali del film è anzi la contestazione del sistema di adozione forzata dei bambini aborigeni da parte di istituzioni del governo australiano, per "detribalizzarli" costringendoli poi ad assumere abitudini di tipo australeuropeo al fine di utilizzarli in lavori di servitù o comunque scarsamente qualificati nel periodo storico in cui è ambientata la pellicola).

Noi daremmo quattro stelle.


NOTE

[1] Tra le critiche negative, si veda per tutte, data anche la levatura del quotidiano su cui compare, la recensione di James Christopher ("Times On Line", 24-12-2008).


[Renato Persòli]

19/07/08

Fred Schepisi, CASA RUSSIA (THE RUSSIA HOUSE)

1989. Tratto dal romanzo omonimo di John Le Carré. Sceneggiatura: Tom Stoppard. Fotografia: Ian Baker. Con Klaus Maria Brandauer, Sean Connery, James Fox, Michelle Pfeiffer, Roy Scheider


Ci capita soprattutto d’esatte di rovistare tra video e dvd e guardare qualcosa che ci era sfuggito o si era sottovalutato, come questo ottimo CASA RUSSIA, che già nel romanzo di Le Carré aveva un pedigree per l’autore e per la storia, oltre a costituire uno dei primi thriller sulla nuova Russia ai suoi inizi. La versione cinematografica non è certo deludente, tutt’altro, e si distinguono anche la sceneggiatura di Tom Stoppard e la fotografia di Ian Baker con belle immagini di architetture oltre che di interni di Leningrado (oggi San Pietroburgo) e Mosca.

Si intrecciano spionaggio e amore attorno alla figura dell’editore Barley (nella notevole interpretazione di Connery) che opera da parecchi anni ed è pervenuto all’età delle disillusioni. Una donna, Katia (bella e complessa emotivamente per merito di Pfeiffer), affida a un agente editoriale a una fiera del libro russa un manoscritto scritto dal fisico Jakov (il bravo attore Brandauer) per Barley, contenente le prove di una presunta debolezza nucleare e difensiva dell’URSS che renderebbe poco produttiva la corsa agli armamenti. Barley assente (in ritiro a Lisbona tra alcool e riflessioni personali), il materiale finisce nella mani dei servizi segreti inglesi della Casa Russia (da cui il titolo del film), che decidono di servirsi delle aderenze e conoscenze di Barley per ottenere maggiori informazioni da Jakov tramite Katia.

L’editore accetta riluttante, dichiarando da subito la propria inaffidabilità e attraverso vicende alterne e complicate alla fine tradisce, barattando l’espatrio in Portogallo di Katia e dei suoi familiari contro informazioni segrete. L’amore per questa donna ha inserito un elemento caotico nell’ordine immaginato dalle istituzioni spionistiche, un momento di irrazionalità nel complotto iperrazionale; e dimostra al contempo come il fattore umanità sconvolga i piani e prevalga alla fine. Questa storia ci è piaciuta anche per questo.

Le perplessità di Barley, il suo ritrovamento di un senso della vita tramite l’innamoramento; la persistenza di movimenti da oltre cortina come la fuga dalla Russia di Katia; la collaborazione con differenziazione di atteggiamento tra servizi britannici e statunitensi; tutti questi sono motivi che si ritrovano in altri romanzi di Le Carré. Nella fase successiva all’89 il suo pessimismo si è acuito e pare che la solidarietà tra persone sia la forma restante rispetto all’egoismo e alla gagliofferia di gruppi privati e pubblici.

CASA RUSSIA è diretto con fermezza e movimento incalzante senza essere frenetico da Fred Schepisi, di cui vogliamo ricordare almeno un altro buon film, THE CHANT OF JIMMY BLACKSMITH (1978), che il regista, prima di trasferirsi negli Stati Uniti, girò in Australia sulla situazione degli aborigeni nell’Ottocento.



[Renato Persòli]

19/02/07

TEN CANOES: miti e storie degli aborigeni



[Mapping the Sacred: Uluru, Australia. Foto di Marzia Poerio]





TEN CANOES, con la regia di Rolf de Heer (2006), è un film su come e perché si raccontano storie, sulla società arcaica e sulla continuità della tradizione.

L'idea del film è nata da una foto di canoe aborigene dell'antropologo australiano Donald Thomson; tra i protagonisti ci sono i vogatori di quelle imbarcazioni, una parte dei quali mantiene i nomi reali anche nella pellicola; alcuni degli attori sono Richard Birrinbirrin, Johnny Buniyira, Peter Djigirr, Frances Djulibing, David Gulpilil, Jamie Gulpilil, Crusoe Kurddal, Peter Minygululu. La sceneggiatura è stata prodotta tramite consultazione con la popolazione di Ramingining.

All'inizio, mentre la cinepresa scorre dall'alto lungo il territorio di acque e eucalipti della boscaglia della zona di Arnhem in Australia (luogo degli aborigeni in cui è stato girato il film), la voce fuori campo di David Gulpilil narra una storia, che "non è la vostra, è la mia"; nondimeno a questo livello è rivolta a chi ascolta al di fuori della narrazione orale ed è restituita per immagini; di modo che alla fine "l'abbiamo vista", come ci comunica il narratore di cornice, intendendo di aver mostrato il passato ancestrale nella realtà dell'immaginazione (che il regista rende con l'occhio del cinema). Le storie servono in questo contesto a rivivere quanto la realtà dell'esperienza attuale non ci permette di vedere e a stabilire un legame con le origini perpetuando la memoria collettiva.

Il narratore, che si esprime in inglese, alterna durante il film a questa cornice altre due storie, i cui personaggi parlano la lingua Matha degli aborigeni Yolngu.

La prima di tali narrazioni si sposta in bianco e nero in un indeterminato passato degli antenati, che costruiscono canoe, cacciano oche, cercano uova. Minygululu, sapendo che il fratello minore si è innamorato della più giovane delle sue tre mogli, decide di raccontargli una storia per fargli capire quali problemi possano nascere dal suo desiderio. Le storie hanno qui una funzione educativa e cautelativa, servono a insegnare le tecniche della cultura materiale e il senso dei comportamenti.

Il bianco e nero di quel passato si intercala al ritorno del colore in un mondo primigenio ancora più remoto in cui, nella seconda narrazione, un guerriero sposato con tre mogli ha un fratello minore che aspira alla più giovane delle tre donne; la seconda sposa scompare; ne nasce una disputa con tribù limitrofe accusate di averla rapita, si appronta una soluzione che condurrà alla morte del guerriero; la seconda moglie tornerà alla tribù, era stata rapita da individui diversi da coloro che si erano ingiustamente osteggiati accusandoli del ratto; il giovane potrebbe ora finalmente avere la ragazza che gli piace, ma ci sono ulteriori difficoltà. Questa storia insegna a non desiderare ciò che può provocare problemi; mette in rilievo contemporaneamente i rituali di guerra e di morte, la vita familiare, la magia: le storie hanno dunque una funzione antropologica di trasmissione delle norme sociali, qui come nel racconto in bianco e nero intervallato a quello più antico.

Si intrecciano molti fili (come direbbe Italo Calvino) nella struttura di questo film: quando il giovane che ascolta nel bianco e nero chiede al narratore di andare avanti col racconto, l'anziano lo avverte che le storie insegnano la pazienza.

Complesso ma dipanato con chiarezza cristallina, questo film notevole mette in luce la società arcaica e olistica con rispetto per la cultura protagonista, con sensibilità sociologica, con l'avvicendarsi delle tragedie e della sopravvivenza e anche con umorismo in varie situazioni.


[Renato Persòli]