Visualizzazione post con etichetta Note di lettura (narrativa USA). Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Note di lettura (narrativa USA). Mostra tutti i post

07/08/19

Ted Chiang, STORY OF YOUR LIFE AND OTHERS

Londra, MacMillan (Picador), 2002. (Edizione Kindle)


Avevamo già citato un racconto di questa raccolta, “Story of your life”, quello che dà il titolo al volume e ha ispirato l’ottimo film di fantascienza Arrival

Anche gli altri racconti del volume non deludono. Presentano riferimenti scientifici o culturali d’altro tipo ed elaborazioni fantastiche.  I nostri preferiti qui sotto.

In “Tower of Babylon” si immagina una produzione della torre in altezza, come nella tradizione, che coincide con la forma della Terra e ne costituisce il segreto, forse rappresentandone anche l’inutilità.

“Understand” si basa sull’ipotesi di un ormone che moltiplica le capacità intellettive, ma quando a svilupparsi in questa direzione sono due esseri umani anziché uno, uno dei due è  destinato a essere sconfitto e soccombere.

“Division by zero” intercala massime di matematici, soprattutto sull’improbabilità dell’apparente esattezza di questa disciplina a restituire il reale appropriatamente, con le vicende personali della docente imbattutasi in un teorema insolubile e prossima al divorzio.

Oltre a lasciare soluzioni aperte e a esprimere paradossi, Chiang si apre verso il fantastico oltre  che la fantascienza e scrive in un inglese fluido e letterario senza essere affetttato.


[Roberto Bertoni]



11/06/19

Janice Y.K. Lee, THE EXPATRIATES


[Hong Kong Expatriates and Locals, 2017 (Foto Rb)]

Londra; Little, Brown Book Group; 2016 (Edizione Kindle)

Di nazionalità statunitense e di origine coreana, nata a Hong Kong, autrice già di un romanzo di ampio successo intitolato The Piano Teacher (trad. italiana di C. Prosperi, L’insegnante di pianoforte, Milano, Bompiani, 2009), Lee porta, anche in The Expatriates, i vari aspetti delle culture di cui fa parte all’interno di una narrazione serrata, che riesce con buon esito ad amalgamare alcuni elementi del melodramma coreano di origine televisiva (coincidenze non impossibili ma in parte improbabili, personaggi legati da queste coincidenze), citato anche en abyme nel corso del testo come genere gradito ai personaggi; esponenti e comportamenti della diaspora coreana negli Stati Uniti e a Hong Kong; aspetti dell’identità della classe medio-alta statunitense con professioni di prestigio a Hong Kong in contrasto con la sorte di chi è costretto ad arrabattarsi con lavoretti per sopravvivere; infine, e sempre in primo piano, i quartieri, le abitudini quotidiane, la distinzione in ceti sociali, l’urbanizzazione, i lati commerciali, la vita a metà artificiosa e isolata degli stranieri residenti e quella vissuta con naturalezza dalla gente del posto, in breve la città di Hong Kong nelle sue complessità e stratificazioni rese con empatia e sguardo sociologico. Frattanto la storia delle tre protagoniste mette la figura femminile al primo posto; alterna la voce di ciascuna in capitoli composti col discorso indiretto libero accompagnato da dialoghi significativi; riflette sulle difficoltà e ironie amare della vita e soprattutto della famiglia.

L’intreccio presenta Margaret, sposata con tre figli in un matrimonio di benestanti, che assume a un certo punto Mercy, una giovane che ha studiato alla Comubia University, ma proviene da un background sociale piccolo borghese e non ha mai trovato, per mancanza di raccomandazioni date dalle interazioni tra famiglie della classe agiata, un lavoro equivalente alla laurea. Mercy ha il compito di aiutare Margaret nella cura dei figli, ma, in un momento di assenza di Margaret, perde uno dei bambini durante una vacanza a Seoul. Il ragazzino non ricompare, nonostante gli sforzi della famiglia e della polizia, con conseguente tragedia personale delle due donne, che si rincontreranno verso la fine del romanzo, circa due anni dopo i fatti, riuscendo a dialogare, al punto che si determina il perdono di Mercy da parte di Margaret. Frattanto, si configura la storia di Hilary, di famiglia altolocata, il cui marito decide di vivere per proprio conto e diventa, nella piccola comunità di stranieri di Hong Kong, per gioco del destino, l’amante di Mercy, che da lui ha un figlio respinto dal padre sebbene egli contribuisca, per lo meno, alle spese della gestazione e del mantenimento. Anche Hilary, infine, perdona Mercy. Il romanzo si conclude con le tre donne in ospedale accanto alla culla del neonato, verso un futuro di lutto, ma a questo punto anche di riadattamento, per Margaret; di assunzione di responsabilità per la giovane Mercy; e di evoluzione di Hilary, che vivrà per proprio conto, adottando da single un bambino di un orfanotrofio di Hong Kong.

Questa la descrizione iniziale degli “expatriates” di Hong Kong:

“The new expatriates arrive practically on the hour, every day of the week. They get off Cathay Pacific flights from New York, BA from London, Garuda from Jakarta, ANA from Tokyo, carrying briefcases, carrying Louis Vuitton handbags, carrying babies and bottles, carrying exhaustion and excitement and frustration. They have mostly been cramped in a coach; a precious few have drunk champagne in first; others have watched two movies in business class, eating a ham-and-Brie sandwich. They are thrilled, they are homesick, they are scared, they are relieved to have arrived in Hong Kong. […] They work at banks; they work at law firms. They make buttons, clothing, hard drives, toys. They run restaurants; they are bartenders; they are yoga teachers; they are designers; they are architects. […] They are Chinese, Irish, French, Korean, American – a veritable UN of fortune-seekers, willing sheep, life-changers, come to find their future selves”.

[Roberto Bertoni]

03/01/19

Kim Stanley Robinson, RED MOON

Londra, Orbit, 2018

La sonda spaziale cinese Chang’e 4 è allunata sulla superficie in ombra del satellite oggi 3 gennaio 2019 alle 2.30 (Greenwich Mean Time). Si tratta di un’impresa scientifica di notevoli proporzioni, che apporterà conoscenze ulteriori all’umanità, non da ultimo aprendo nuove prospettive sulle origini della Terra. Allo stesso tempo è una manovra di prestigio sociopolitico e un simbolo dello sviluppo globale, anche planetario, cinese.

Che sarà della Cina, del mondo, dei pianeti nel futuro? Quali risorse verranno scoperte sulla Luna? In che modo i cinesi svilupperanno il programma lunare; e quali esplorazioni compiranno altri paesi? Red Moon, l’ultimo romanzo di fantascienza di Kim Stanley Robinson, propone risposte a questi e ad altri quesiti.

Il romanzo è ambientato tra un trentennio (nel 2048, un anno dopo la riacquisizione completa di Hong Kong da parte della Cina). Lo spazio geografico si estende tra la Terra e una Luna colonizzata in prevalenza dai cinesi, che vi compiono esperimenti botanici e ricavano minerali, oltre a gettare le basi per ulteriori esplorazioni del cosmo e soprattutto per la missione in preparazione verso Marte.

Sulla Terra, il gruppo dirigente della Cina comunista è diviso da lotte intestine. Una fazione di ispirazione popolare di sinistra, guidata clandestinamente da una giovane donna, Chang Qi, prende corpo; e alla fine del volume si nota la compatibilità di questo movimento con altri tendenti verso una democrazia autentica in parti non  comuniste del pianeta Terra.

Chang Qi, figlia di un ministro cinese, che è stata esiliata sulla Luna per isolarla politicamente, viene ricondotta sulla Terra perché ha concepito un figlio sul satellite, il che è proibito da un sistema politico designato come distopico anche se non descritto in modo grottesco, anzi se ne sottolineano l’astuzia e la sottigliezza nel gestire il dominio.

Fred Frederick, un tecnico statunitense che lavora per una ditta di comunicazioni svizzera, resta invischiato in un complotto che lo vede accusato di omicidio nei confronti di un dirigente comunista di alto livello sulla Luna. Assieme a Qi, con l’aiuto del poeta e presentatore televisivo Tao Shu, cultore della lirica tradizionale cinese e del Feng Shui, Fred ripara sulla Terra, iniziando qui un’Odissea di fuga condotta da Qi, che li riporta infine sulla Luna e di qui verso l’ultima fuga in direzione di un imprecisato punto terrestre e di un non dichiarato destino che speriamo di leggere in una prossima puntata di questa storia densa sul piano dei rapporti umani, del noir e dell’anticipazione politica e scientifica.

Tre sono i leader di spicco della storia cinese degli ultimi settant'anni secondo Kim Stanley Robinson: Mao Zedong, Teng Xiaoping e Xi Jinping: di quest’ultimo si sottolineano tre aspetti principali, ovvero il sollievo dalla povertà fornito a milioni di persone; l’impegno per migliorare l’ambiente (che in Red Moon è riuscito); la campagna contro la corruzione, pur se condotta più per mantenere il Partito Comunista in posizione egemone che per convinzione etica prevalente.

La Cina non viene delineata in modo occidentaleggiante. C’è uno sforzo autentico, da parte dell’autore, di leggere la storia e la cultura cinese il più possibile dall’interno, con citazioni da autori cinesi e rispetto antropologico e sociologico.


[Roberto Bertoni]

29/05/16

Daniel Mason, A FAR COUNTRY


["That window of memory..." (Wexford 2016). Foto Rb]


Daniel Mason, A Far Country, Londra, Picador, 2007


Su Carte allineate avevamo recensito un altro romanzo di Mason, The Piano Tuner. Legato al precedente dall’interesse per i paesi delle aree in via di sviluppo, ma diverso dal testo precedente per impostazione (non è un romanzo storico) e per connotazioni geografiche, A Far Country racconta la storia di Isabel, un’adolescente che, dal villaggio rurale impostato sulla canna da zucchero, spinta dai genitori, si reca in città a fare da baby-sitter alla cugina che lavora lontano dal luogo in cui risiede e torna a casa il fine settimana e il cui marito, navigante, rientra quando il lavoro glielo consente. Unita da un affetto profondo al fratello Isaia, Isabel spera di trovarlo nella metropoli, dove è scomparso in cerca di fortuna col sogno nel cassetto di diventare un musicista di successo. Mantiene buoni rapporti con un’amica adattatasi alla sopravvivenza nel mondo corrotto della città senza lasciarsi influenzare dalle modalità urbane. Un fotografo ambulante intreccia una storia platonica con lei. Infine Isaia riappare ai margini della discarica dei cui prodotti laterali sopravvive. C’è in un certo senso un lieto fine con la ricongiunzione familiare, mentre arriva dalla campagna un’altra ragazza che si presume percorrerà lo stesso itinerario di Isabel.

La ciclicità dell’esperienza della protagonista è emblematica della difficoltà di vita dei diseredati dei paesi più poveri del mondo. L’indeterminatezza geografica, per la quale si citano solo alcuni nomi di località, che potrebbero trovarsi in qualsiasi paese del mondo di religione cristiana e credenza anche animistiche, accresce il senso emblematico e mondializzato della storia narrata. Nella nostra immaginazione, abbiamo provato a immaginare il romanzo ambientato nelle Filippine, per i cenni alle periferie povere fatte di baracche e in crescita con l’arrivo costante di immigranti interni e per altri dettagli di ambiente e di comportamenti.

La narrazione è in terza persona, col punto di vista costante di Isabel. All’inizio c’è un cenno di realismo fantastico, dato che da bambina la protagonista riusciva a percepire la presenza degli spettri e a collocare le persone anche senza essere loro vicino, abilità scomparsa con l’età. Questo elemento si disperde dunque nel corso della narrazione, un che misteriosamente.

Il contrasto tra la mentalità del paese e l’inurbamento, la conservazione delle dignità e della fibra caratteriale originaria nonostante il dislocamento spazio-temporale, una carica di umanità compresa dall’interno, con partecipazione e senza patetismo, rendono il romanzo impegnato socialmente oltre che ben scritto e strutturato letterariamente.


[Roberto Bertoni]


21/01/16

Pearl S. Buck, PEONY



 
["So far away, in the snow... the future, perhaps" (Wicklow Gap 2016). Foto Rb]


Pearl S. Buck, Peony. New York, John Day, 1948

Datato nel secolo XIX nel periodo delle guerre dell’oppio, il romanzo è ambientato a Kaifeng, città che ospitò per secoli una comunità sino-ebraica con cui venne in contatto, indirettamente, anche Matteo Ricci [1]. Buck mette in rilievo la permanenza di tale comunità nei suoi ultimi periodi di fioritura tramite la scelta a motivo tematico di una famiglia prospera con una consorte ligia alla legge ebraica e un capofamiglia, Ezra, di madre cinese. Al figlio David è richiesto di sposare una donna ebrea, Leah, ma sceglie una cinese, Keilang, spingendo così la ragazza ebrea al suicidio. Alla morte del padre, le tracce ebraiche restano sulla superficie, ma la prole numerosa prodotta dalla coppia dei discendenti è ormai sinizzata. La crisi di questa cultura è rappresentata simbolicamente dalla decadenza del tempio ebraico.

Ben rappresentato, come spesso in Buck, il contrasto interculturale tra occidentali e orientali, tra modelli di religiosità differenti, con la difficoltà degli ebrei di mantenere uno status di popolo all’interno di una cultura che gradualmente e senza violenza li assimila.

Il filo conduttore, sul piano narrativo, è dato dal personaggio di Peony (Peonia), una ragazza cresciuta come serva nella famiglia di Ezra, ma trattata con umanità. Istruita, avvenente, modesta, gioiosa, ha quelle che vengono presentate come la quintessenza delle buone qualità cinesi. Tra David e Peony si instaura, fin da bambini, un rapporto particolare che eccede l’amicizia pur fraterna, ma, noto a Peony nel suo intimo, e fonte di sofferenza perché la sua condizione sociale non le consente di accedere all’amore di David, viene confessato infine da lui troppo tardi, a matrimonio avvenuto con già tre figli. Per salvarlo da una situazione difficile Peony si fa monaca buddhista, crescendo in saggezza negli anni fino a divenire consigliera della famiglia e dell’intera comunità di Kaifeng.

Sono delineate con delicatezza la personalità di Peony, la sua sofferenza interiore, la sensibilità non leziosa, la capacità di empatizzare, la bellezza non dispersa nella vanità.


[Roberto Bertoni]


[1] Cfr. Il sito del “Sino-Judaic Institute”.

07/03/15

Ursula Le Guin, A WIZARD OF EARTHSEA


[Earth and sea... (Old Head 2015). Foto Rb]


Ursula Le Guin, A wizard of Earthsea. Prima edizione 1968. Londra, Penguin, 1993

Ormai giudicato come un classico [1], il primo volume della serie di Earthsea, in parte derivante da consapevolezza antropologica (anche per ragioni biografiche, in quanto la professione del padre dell’autrice era quella di etnologo e Le Guin medesima ascrive al suo influsso un aspetto del proprio mondo creativo [2]), in parte dalla radice fiabesca universale, in parte per vari elementi dall’archetipo del fantasy, e origine di ulteriori sviluppi intertestuali (più celebre di altri, forse, Harry Potter, che riprende tra l’altro la scuola di magia presente in Le Guin), si presenta come un testo ben scritto, composto in un inglese elegante e intenzionalmente antiquato, con una storia avvincente e rivolta a un pubblico giovanile ma in grado di coinvolgere anche il fandom e la critica letteraria adulta.

L’intreccio è intricato, centrato sulla figura di Ged, il ragazzo che si scopre poteri straordinari quasi per caso, viene avviato alla scuola di magia, si oppone in un litigio al suo avversario ed evoca per errore e per fatalità un’ombra (shadow) dal mondo dei defunti, ne viene perseguitato, affronta prove di eroismo combattendo un drago e prove di resistenza alla tentazione respingendo il contatto con la pietra che lo condurrebbe alla perdizione, infine combatte, con l’aiuto di un amico, l’ombra per scoprire che è parte di sé e vi si deve ricongiungere dominandone gli aspetti negativi [3].

Abbiamo raccontato così il romanzo per mettere in evidenza come il suo contenuto corrisponda allo schema tradizionale del ciclo eroico, come è stato descritto da Joseph Campbell: “A hero ventures forth from the natural world of common day into a region of supernatural wonder: fabulous forces are there encountered and a decisive victory is won: the hero comes back from this mysterious adventure with the power to bestow boons on his fellow man” [4]. Tale impresa si dipana in fasi, di cui le principali sono la partenza, l’iniziazione e il ritorno, con varianti tra cui, presente in Le Guin, l’esclusione e la prova magica (che sono, tra l’altro, funzioni fiabesche individuale da Propp [5]).

Allo stesso tempo, per l’incontro con l’ombra, è ben marcato l’assunto junghiano, proprio perché nella psicologia analitica l’archetipo dell’Ombra rappresenta la componente oscura, quanto dell’inconscio non è del tutto noto alla coscienza e naturalmente gli aspetti relativi a ciò che, a seconda del campo cognitivo utilizzato, si può definire come il male, la negatività, la deriva schizofrenica, e così di seguito. Il ricongiungimento tra le due componenti, come nel Visconte dimezzato di Italo Calvino, è un atto di raggiungimento dell’interezza del Sé nel processo di identificazione.

Tanti gli altri spunti su cui ci si potrebbe soffermare: dalla lotta col drago, assoggettato al giuramento di non ferire; alla geografia fantastica; alle descrizione di una società a tempo storico indeterminato, ma in qualche modo corrispondente al mondo antico e, per onomastica, appartenente al mondo delle saghe nordiche.

Ci ha colpito, in particolare, l’uso esoterico della nominazione. Il nome vero dei protagonisti, tanto umani quanto fantastici, se pronunciato, crea un rapporto di identificazione profonda del Sé: può essere utilizzato dai maghi per far danno, dagli amanti per riconoscersi, dal bene per vincere sul male.


[Roberto Bertoni]


[1] Cfr., per esempio, Armanda Craig (2003).
[2] Cfr. l’intervista in pubblico su You Tube (2013).
[3] Per un riassunto dettagliato, cfr. Wikipedia.
[4] Joseph Campbell (1949), The Hero with a Thousand Faces, Londra, Paladin, 1988, p. 30.
[5] Cfr. Vladimir Propp (1928), Morfologia della fiaba, Torino, Einaudi, 2000.

19/09/14

Pearl S. Buck, EAST WIND: WEST WIND


Prima edizione 1930. Sottotitolo: The saga of a Chinese family. (Citazioni dall’edizione Kindle)

È il primo romanzo di Buck; e si concentra su uno strato sociale benestante, una famiglia abbiente da parecchie generazioni e immersa nella tradizione tra ruoli definiti nel rapporto tra capofamiglia e moglie, presenza delle concubine, subalternità femminile, ma al contempo conflitto generazionale nella nuova Cina in formazione, con un figlio che respinge il matrimonio combinato e torna dagli studi universitari negli Stati Uniti con una moglie americana e con le difficoltà a farla accettare dalla famiglia.

Il rapporto tra Oriente e Occidente è problematico e difficile in questo romanzo. Gli occidentali sono visto come barbari incolti ed esteticamente poco interessanti dalle vecchie generazioni; mentre la scienza occidentale è apprezzata dai giovani; e la transizione tra tradizione e modernizzazione è onnipresente.

Il relativismo culturale è uno degli aspetti chiave del libro. Tramite la voce in prima persona della lettera, che è questo romanzo, scritta alla “sorella” (forse un’amica definita come “sorella”) da Kwei-lan, una giovane appartenente alla famiglia di cui sopra, viene individuata in parte una tendenza alla modernizzazione del marito di lei, che le chiede di sfasciarsi i piedi; respinge la condivisione degli appartamenti della casa avita e conduce il nucleo familiare a vivere in un appartamento in città; prende le distanze dalle superstizioni; si rapporta alla moglie in termini non di sottomissione della stessa, ma di amicizia egualitaria. In parte, e questo ci pare intelligente motivo di interesse, tali atteggiamenti provocano nella ragazza una crisi di identità, rappresentata, istruttivamente per noi occidentali, come iniziale rigetto determinato da un riscontro di stranezze e irrazionalità dei comportamenti euroamericani (come possono piacere i piedi grossi? Come fanno a salire e scendere continuamente dalle scale interne delle case? Come sono stopposi i loro capelli gialli e bruttine le loro donne; com’è sgraziato il loro modo di parlare; e così via). Ciò nonostante la giovane sposa agisce con un’obbedienza alle richieste di modernizzazione del marito, mutuata dall’educazione familiare ricevuta, di stampo antico. Poco per volta, Kwei-lan assume un’identità complessificata da elementi occidentali, pur senza rompere con la propria identità cinese, cercando anzi di tenere intessuti, con sapienza femminile, i fili di collegamento con la famiglia di origine e con quella dello sposo. Una soluzione del conflitto, dunque, meno radicale e più equilibrata di quella del fratello, che rompe con la tradizione rifiutando il matrimonio combinato invece di riformarlo dall’interno come fanno Kwei-lan e suo marito, e sposando una giovane occidentale, col che si causa una crisi più profonda in chi gli sta attorno.

Si oppone alla rapidità della modernizzazione il millenarismo, destinato però, sotto l’incalzare della trasformazione sociale, a non diventare altro che una profonda nostalgia:

“[…] for five hundred years my revered ancestors have lived in this age old city in the Middle Kingdom. Not one of the august ones was modern; nor did he have a desire to change himself. They all lived in quietness and dignity, confident of their rectitude. Thus did my parents rear me in all the honoured traditions. I never dreamed I could be different”.

Il contrasto culturale, nelle sue opposte motivazioni, è espresso con chiarezza; e l’auspicio è una migliore comunicazione interculturale a livello paritario, al di là del pregiudizio sia degli uni che degli altri:

“‘[…] I thought they [gli occidentali] came over here to our country to learn civilization. My mother said so’.
‘She was mistaken. In fact I believe they come over here thinking to teach us civilization. They have a great deal to learn from us, it is true, but they don’t know it any more than you realize what we have to learn from them’”.


[Roberto Bertoni]