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INDICE ALFABETICO / INDEX
Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni. / Entries listed below without the name of the author were written, and pictures were taken, by Roberto Bertoni.
IN COSTRUZIONE
- CH’OE, In-ho, LA TOUR DES FOURMIS. Note di lettura, 5-3-2012.
- DONINELLI, Luca, LA NUOVA ERA. Note di lettura, 1-3-2012.
- PINI, Angelo, CHI TRACCIA IL LIMITE DEL GIORNO. Testo, 3-3-2012.
- PIZZI, Marina, SOQQUADRI DEL PANE VIETO (2010-11, strofe 1-5). Testo, 7-3-2012.
- YAN, Geling, THE UNINVITED. Note di lettura, 9-3-2012.
Carte allineate: recensioni e testi
Rivista in rete di scritti sotto le 2.200 parole: recensioni, brevi testi narrativi, poesie, saggi e discussione. Consulta l'indice alfabetico in prima pagina. Invia commenti e contributi a postservice@eircom.net.
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A cura di / Edited by Roberto Bertoni
11/03/12
09/03/12
Geling Yan, THE UNINVITED

[Twinned Shanghai in Paris. Foto Rb]
Geling Yan, THE UNINVITED. Londra, Faber, 2006
Nata a Shanghai nel 1958, giornalista negli anni Settanta, emigrata negli Stati Uniti nel 1988, Geling Yan è autrice di numerosi romanzi, tra i quali THE LOST DAUGHTER OF HAPPINESS (2001) e THE THIRTEEN FLOWERS OF NANJING (2006), quest’ultimo sull’assedio di Nanchino del 1937, libro da cui è stato tratto il film del 2011, di Zhang Yimou, THE FLOWERS OF WAR.
THE UNINVITED è il primo romanzo che ha scritto direttamente in inglese. Si tratta di una satira della società cinese in sviluppo rapido quanto alienante.
Corruzione generalizzata a Pechino e mercato dell’edilizia inquinato, frodi, eccessi del cibo, un banchetto in cui i tavoli sono costituiti dai dorsi di giovani donne, scioperanti che non ottengono giustizia, ragazze costrette a lavorare come masaggiatrici e dispensatrici di erotismo: questi e altri elementi sono rappresentati e derisi nel romanzo.
Il tono è rapido e immediato. Scritta nel presente, questa narrazione in terza persona parla in flussi di discorso indiretto libero con molto dialogo, un registro linguistico colloquiale, un registro ironico.
Il protagonista, Dan Dong, perso il lavoro, si spaccia per giornalista in modo da partecipare a banchetti raffinati, in cui i reporter invitati ricevono bustarelle (letteralmente delle buste con dentro denaro), ufficialmente per il loro disturbo, in realtà per scrivere articoli addomesticati, favorevoli a chi finanzia quei pasti. Si imbatte in Happy, una giornalista che ha capito il suo gioco e, mentre lo spinge a pubblicare dei veri articoli dato che ne ha la stoffa, lo ricatta minacciando di denunciarlo se non le presenterà un autore importante da lui conosciuto a un banchetto e con cui lei aspira a entrare in contatto. Alla fine sarà la moglie, Little Plum, una ragazza di paese che rappresenta l’invariabilità del tempo e delle virtù positive, a mettere involontariamente la polizia sulle sue tracce, da cui consegue l’arresto, ma anche la fama, dato che verrà intervistato in tv e i suoi articoli potranno forse essere pubblicati.
Mentre mantiene un andamento spigliato, picaresco a tratti, il romanzo non rinuncia alla raffigurazione dell’umano non solo nelle negatività, ma anche nelle contraddizioni per cui la ragazza massagiatrice, per esempio, è animata da sentimenti autentici e altruisti per il protagonista; il poliziotto che lo arresta è un tipo onesto; Dan Dong è giustificato dal suo background di povertà.
[Roberto Bertoni]
07/03/12
Marina Pizzi, SOQQUADRI DEL PANE VIETO (2010-11, STROFE 1-5)

[Perplexity in Montmartre. Foto Rb]
"Avvenire
firma di pubertà
sotto rovine".
(Nanni Cagnone)
1.
è qui l’altrove del rantolo di fame
questo statuto che sa di Colosseo
verso i cani bastardi, randagi quanto
un dì del mese scorso. scorribanda
di eclissi starti accanto io che ti amo
oca di mamma guardarti nel passo.
dove ti ammacchi io so che mi ami
ugualmente lo stesso e senza ansia
bambina darsena col cerchio senza avaria di salto.
viadotto della cometa chiedere asilo
ai quartieri proletari dove i tarli ammucchiano
e le madonne scempiano. io spendo dio
per dirti del canile abbandonato al dolo.
i comatosi stanno zitti e i morenti urlano
come mio padre erto sulla fronte ubriache le guance
gli occhi spicchi di coltelli per la bramosia di pace
2.
adesso vorrei piangere un pochino
sulle assurdità che scrivo per liberare
la panchina che mi aspetta vecchia.
stralunare l’ulivo in una reggia
il cipresso in una lancia di voto
per raggiungere la gerarchia del cielo.
è invece limpido solo il sudario
per le strofe che piangono poema
dentro le giare dell’eclisse.
un dolore d’orgoglio m’infetta tutta
dalla mattina alla sera voglio il giglio
di poter volare. la cenerentola del bavero
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no.
3.
tutti piangono da vicini di casa
con la canicola sul collo della colpa
per l’arrivo del gerarca ch sentenzia
gerundio a tutto campo per le pene.
in pace con lucertole già rincorse
si salvano i bambini puritani
innocenti senza rane nei barattoli.
qui il plurale delle nebbie sono anime
a capofitto linciate dagli stenti
per rendere cicalate le vendemmie.
tante le penne che non servono più a niente:
scrivo al computer con voracità d’impotenza
l’ebbrezza del servo che si senta libero
solo perché la faccenda è multipla.
4.
in posizione fetale questo rattristarsi
buio al fuoco della soluzione
altrettanto lutto della stanga
del passaggio a livello.
in mano a Cristo ho letto la valanga
della stazione ennesima risacca
rimango immune al basto dell’estate
calura tragica feto d’eclisse
dove si sparge l’odissea di dio
la cavezza rumina l’inferno.
di te Celeste ricordo le caviglie
la nullità furiosa dello zaino
quando si tratta di trattare amore.
paese triste il raggio della ronda
quando si tratta di raccattare il fango
la borraccia affoga nei buchi.
in America si saltano i fossi
per la bravura dell’atrio di casa.
non credo alle preghiere di chiodi
alle speranze che reggono le funi
dove è malato l’apice del tutto.
lungo la commedia del giorno mistico
inventi il sapore della madia d’Ercole
con le fandonie paniche del vero.
in corda a Cristo immagino vergogna
una ragione d’asma senza scrupoli
né ventre di promessa la vecchiaia.
5.
cuore di fuga raggio di malessere
questa bravata d’ansia che rincorre
le cicatrici ataviche del giusto.
in palio al gerundio di resistenza
sta la parata d’ascia che vuole uccidere
financo le gestanze del deserto.
attrice di vendetta la cometa
simula dio con la vestale accanto
così per murare l’ossatura
della finestra fiduciosa amante.
in rotta con le genie delle bellezze
si rompe il sangue che fraziona guerra
la zona sempre apolide del senso.
sì ho voglia di pulire il cielo
dalla vaghezza tragica del verbo
nella giunzione con l’altare fatuo.
05/03/12
Ch’oe In-ho, LA TOUR DES FOURMIS
Titolo originale: 개미의탑 (KEMI UI TAP), 1963. Ed. francese Arles, Actes Sud, 2006; traduzione dal coreano in francese e postfazione di Patrick Maurus
Nato nel 1945, lo scrittore seulita Ch'oe In-ho ha scritto, con LA TOUR DES FOURMIS un apologo che allegorizza probabilmente la pervasitià della dittatura politica nella vita degli individui che ne vengono assaliti e invasi fino a perirne, mentre il testo si dilata, come spesso accade nel fantastico modernista, verso un ventaglio di altri significati possibili e aperti di carattere più generale e indeterminato.
La storia è breve e semplice nello svolgimento. Il protagonista scopre un mattino che l’appartamento in cui abita è invaso dalle formiche, cerca di debellarle con vari mezzi senza riuscirci, né conseguono risultati altri condòmini del suo stabile. Infine decide di offrirsi in pasto alle formiche, riempiendo di zucchero la vasca da bagno in cui si immerge e aspettando l’arrivo degli insetti che lo divoreranno.
Se la vita di questo personaggio era piuttosto normale fino al momento dell’invasione delle formiche, con una compagna occasionale all’inizio del racconto, un lavoro di pubblicitario e abitudini comuni, ecco che si capovolge, immettendosi su un sentiero che conduce lentamente al vaneggiamento e al suicidio dopo la rinuncia ai mezzi di lotta fin lì attuati.
Oltre al versante politico, vien fatto di pensare al perturbante freudiano per interpretare questo racconto fiabesco: a quanto di inquietante si annida nell’inconscio e prevale sulla razionalità.
Un lettore occidentale si richiamerà quasi obbligatoriamente a Kafka per il finale in cui il personaggio di Ch’oe In-ho, come Gregor Samsa, decide di sparire di scena, il secondo per non recare disturbo ai familiari imbarazzati dalla trasformazione in insetto, il primo perché ha perso fiducia nella possibilità di sconfiggere il nemico.
Un’impossibilità che si ritrova nel racconto di Calvino LA FORMICA ARGENTINA, anch’esso fondato su un dilagare di esseri minuti e nerastri, nella variante ligure di un insediamento rurale e col significato allegorico dell’incapacità umana di arginare la natura. In Calvino, mitigano l’incubo e inseriscono un nodo di positività l’ironia che percorre l’intero testo e il finale in cui la famiglia del protagonista si allontana dalla sede soffocante delle formiche invasive, mettendosi in vista del mare sconfinato e contemplandolo, in chiave psicoanalitica, come un’apertura su uno schiarimento del perturbante, nonché, sul piano sociale, in quanto momento di pausa dalla presenza di ciò che va quotidianamente combattuto per guadagnare terreno in una dinamica di progresso.
Sembrano lontani i tempi in cui le formiche venivano viste semplicemente come laboriose colonie ostili all’ozio. Nelle storie citate sembrano prevalere sull’umano, sommergerlo.
[Roberto Bertoni]
Nato nel 1945, lo scrittore seulita Ch'oe In-ho ha scritto, con LA TOUR DES FOURMIS un apologo che allegorizza probabilmente la pervasitià della dittatura politica nella vita degli individui che ne vengono assaliti e invasi fino a perirne, mentre il testo si dilata, come spesso accade nel fantastico modernista, verso un ventaglio di altri significati possibili e aperti di carattere più generale e indeterminato.
La storia è breve e semplice nello svolgimento. Il protagonista scopre un mattino che l’appartamento in cui abita è invaso dalle formiche, cerca di debellarle con vari mezzi senza riuscirci, né conseguono risultati altri condòmini del suo stabile. Infine decide di offrirsi in pasto alle formiche, riempiendo di zucchero la vasca da bagno in cui si immerge e aspettando l’arrivo degli insetti che lo divoreranno.
Se la vita di questo personaggio era piuttosto normale fino al momento dell’invasione delle formiche, con una compagna occasionale all’inizio del racconto, un lavoro di pubblicitario e abitudini comuni, ecco che si capovolge, immettendosi su un sentiero che conduce lentamente al vaneggiamento e al suicidio dopo la rinuncia ai mezzi di lotta fin lì attuati.
Oltre al versante politico, vien fatto di pensare al perturbante freudiano per interpretare questo racconto fiabesco: a quanto di inquietante si annida nell’inconscio e prevale sulla razionalità.
Un lettore occidentale si richiamerà quasi obbligatoriamente a Kafka per il finale in cui il personaggio di Ch’oe In-ho, come Gregor Samsa, decide di sparire di scena, il secondo per non recare disturbo ai familiari imbarazzati dalla trasformazione in insetto, il primo perché ha perso fiducia nella possibilità di sconfiggere il nemico.
Un’impossibilità che si ritrova nel racconto di Calvino LA FORMICA ARGENTINA, anch’esso fondato su un dilagare di esseri minuti e nerastri, nella variante ligure di un insediamento rurale e col significato allegorico dell’incapacità umana di arginare la natura. In Calvino, mitigano l’incubo e inseriscono un nodo di positività l’ironia che percorre l’intero testo e il finale in cui la famiglia del protagonista si allontana dalla sede soffocante delle formiche invasive, mettendosi in vista del mare sconfinato e contemplandolo, in chiave psicoanalitica, come un’apertura su uno schiarimento del perturbante, nonché, sul piano sociale, in quanto momento di pausa dalla presenza di ciò che va quotidianamente combattuto per guadagnare terreno in una dinamica di progresso.
Sembrano lontani i tempi in cui le formiche venivano viste semplicemente come laboriose colonie ostili all’ozio. Nelle storie citate sembrano prevalere sull’umano, sommergerlo.
[Roberto Bertoni]
03/03/12
Angelo Pini, CHI TRACCIA IL LIMITE DEL GIORNO
Chi traccia il limite del giorno,
nessuno raccoglie luce,
nessun incontro nuovo col buio,
io a metà strada, cicatrizzo i confini,
queste ferite che hanno bisogno
di ricompensa, un dolce mattutino
oppure di notte che tu non voglia
un altro nome, a me bastano,
i soprannomi delle offese
quelle che all’oscuro, cagnare
di risa fischiano leggere
al lume di candela.
Il silenzio del sangue è una preghiera
d’un corpo civile e i passaporti
della luna,
tutta la massa campeggia alle frontiere,
di qui c’è un eternità
di là il c’è il seme diseguale del nuovo
sta a te decidere con i piedi
con gli umili piedi d’attraversare
dal verso comodo a un codice fantasma,
t’accorgerai che un poco sanguina
lì dovrai fermarti lieve.
nessuno raccoglie luce,
nessun incontro nuovo col buio,
io a metà strada, cicatrizzo i confini,
queste ferite che hanno bisogno
di ricompensa, un dolce mattutino
oppure di notte che tu non voglia
un altro nome, a me bastano,
i soprannomi delle offese
quelle che all’oscuro, cagnare
di risa fischiano leggere
al lume di candela.
Il silenzio del sangue è una preghiera
d’un corpo civile e i passaporti
della luna,
tutta la massa campeggia alle frontiere,
di qui c’è un eternità
di là il c’è il seme diseguale del nuovo
sta a te decidere con i piedi
con gli umili piedi d’attraversare
dal verso comodo a un codice fantasma,
t’accorgerai che un poco sanguina
lì dovrai fermarti lieve.
01/03/12
Luca Doninelli, LA NUOVA ERA

[Reflections with bars. Foto Rb]
Luca Doninelli, LA NUOVA ERA.Milano, Garzanti, 2000
In questo romanzo di Luca Doninelli [1], sappiamo soltanto alla fine che si tratta di un memoriale scritto dal carcere. Un professore universitario, coinvolto sentimentalmente con la collega Marina, è intrigato da una studentessa, Chiara, che gli dà da leggere delle sue fiabe, appartiene alla sensibilità new age (parla dell’era dell’Acquario a p. 39), ha un fidanzato che la maltratta. Col pretesto di fargli leggere i racconti, Chiara intreccia una storia sentimentale col protagonista e decide di avere un figlio da lui, inizialmente senza dirglielo, poi però glielo fa sapere e ciò è legato morbosamente al fidanzato, che Chiara considera il vero padre del bambino che nascerà: crede così di poter riparare al fatto che il ragazzo aveva rifiutato di darle un figlio. Il fidanzato, figlio di Gastone, un poliziotto, la fa soffrire. Una sera la picchia e lei perde il bambino mentre si procura da sé un aborto con un ferro da calza. Il protagonista decide di uccidere il ragazzo di Chiara per punirlo dei maltrattamenti nei confronti della ragazza. Lo fa. Viene arrestato, va in carcere, scrive questo romanzo.
Si tratta di un discorso sul disamore e sulla superficialità delle relazioni sentimentali nella “nuova era”, espressione che da una parte, come si è detto, si ricollega al movimento new age, ma dall’altra è una metafora dell’epoca in cui viviamo, che l’autore pare vedere come caratterizzata da insensibilità maschile, dolore femminile, scarsezza etica.
Il romanzo punta inoltre sulla criminalità, come se di ciò oggi una narrazione non potesse farne a meno, quasi la società fosse intrisa di delitto e malavita, per cui non rappresentarla fosse lasciar fuori del quadro sociale un tratto essenziale. Doninelli la ascrive all’archetipo della modernità, quello del Dostoevskij di DELITTO E CASTIGO, ma mettendone in questione proprio il concetto di pentimento e di castigo in una società in cui il bene e il male coincidono data l’indifferenza per i valori etici:
“Delitti e castighi erano ormai una stessa cosa, non c’era più nessuna differenza tra gli uni e gli altri, e le buone azioni erano uguali alle cattive. Dostoevskij, il più grande romanziere della storia, non significava dunque più nulla, anche se io e tutti i letterati come me avevamo continuato a ritenerlo significativo: forse perché sapevamo che era stato pericoloso, anche se adesso non lo era più.
Ma se delitti e castighi sono la stessa cosa, pensai, allora la storia degli uomini non avrà più un libro dove essere scritta, perché un libro vuole giustizia, vuole la legge, vuole torti e ragioni e pretende che i torti siano riparati; oppure è un libro efferato, starà dalla parte del torto, e godrà della sconfitta di tutte le ragioni - ma anche per fare questo avrà bisogno della giustizia: per negarla, per soffocarla -” (p. 140).
Nell’indifferenza per il male, il protagonista non prova rimorso per il delitto che ha commesso: “No, nessun rimorso” (p. 129). Sul piano emotivo, è qui rappresentata l’atonia, priva di sensi di colpa, che l’autore ascrive all’invadenza del cinismo contemporaneo.
Le motivazioni stesse del delitto sono strane. L’assassino dice di non aver conosciuto in profondità e di non voler approfondire informazioni sulla sua vittima, che, spiega, non era “un personaggio negativo della mia vita, era fuori del romanzo, non era un personaggio” (p. 119). Uccide per liberarsi di quel figlio nato morto, forse: “ora che avevo ucciso, non ero più padre di nessun bambino morto” (p. 129). Abbiamo qui una patologia: compiere un atto estremo e moralmente riprovevole, un delitto, per soddisfare una pulsione egoista, negando inoltre uno dei sentimenti che in una fase storica precedente sarebbero stati essenziali, cioè il desiderio di paternità.
Un altro aspetto della presenza del delitto e della morte è allegorica: “mi resi conto [...] dell’immenso desiderio di morte che ardeva dietro la nuova era” (p. 153). Il sentimento dominante assegnato alla contemporaneità è, pessimisticamente, la tendenza verso la morte invece che verso la vita.
Sul piano estetico, Doninelli rileva che “la ‘scrittura’ e la ‘letteratura’ sono due realtà non soltanto diverse tra loro, ma opposte” e “la ‘letteratura’ è il sangue marcio della ‘scrittura’, una pretesa fedifraga di purezza, una patetica reintegrazione nella verginità, il paradiso dei frigidi, degli impotenti, dei pervertiti” (p. 82). Sembra che la vera letteratura sia, come dice per Foscolo, “l’arte di scrivere sul proprio corpo” (p. 83) (metafora che usa anche in una figurazione del suo romanzo, dato che Chiara ha l’intero corpo tatuato da cima a fondo per strano desiderio del fidanzato e quella scrittura costituisce forse un’allusione alla corporeità della vita da cui nasce la narrazione).
Alla scrittura secca del docente protagonista e alla sua repulsione conclamata per la verbosità si contrappone lo stile retorico dei racconti che Chiara gli sottopone in lettura: “Povera Chiara! Aveva voglia di parlare a quel modo: gioventù ferita, destino luminoso...” (p. 51).
Il rifiuto da parte del protagonista dei racconti di Sara è però, parrebbe, in malafede, perché:
“Forse l’origine del mio malessere stava proprio qui: quei racconti mi rendevano nota l’esistenza, sempre dimenticata, di persone incapaci di affrontare il mondo, e delle quali il mondo sapeva approfittare in modo odioso. I loro banali sentimenti, che erano tuttavia il loro unico bene, venivano derisi da qualcuno - forse tutti noi - che se ne stava appostato a spiare dietro alberi, scogli, cime di montagna, nuvole” (p. 35).
Respingere quei racconti è però, parrebbe, in malafede, forse determinato da una superiorità intellettuale, ma alle spalle degli atteggiamenti apparentemente freddi, finanche cinici del docente c’è un dolore autentico e tenuto segreto, che scatena difficoltà psicologica e ira: la madre morente e il decesso di lei nel corso del romanzo. Il dolore del personaggio di Sara e anche la sua ingenuità di scrittura sono il sottofondo che si nasconde dietro la superficie della violenza da lei subita: la tenerezza che nonostante tutto emerge anche in una “nuova era”, tanto connotata da negatività e malessere esistenziale. Due facce del sentimento contemporaneo che coesistono, in definitiva, con l’insinuazione che le crisi e le lacerazioni degli individui odierni nascano da questa convivenza difficile.
NOTE
[1] Luca Doninelli, nato a Leno (in provincia di Brescia) nel 1956, ha studiato filosofia, scrive articoli di critica letteraria e di altro genere, è consigliere d’amministrazione dell’Ente Teatrale Italiano. Tra le opere di narrativa: I DUE FRATELLI (Milano, Rizzoli, 1990) comprende I DUE FRATELLI E IL LUOGOTENENTE; LE AVVENTURE DI ANNIBALE ZUMPAPÀ (racconti per l’infanzia, Milano, Mondadori, 1994); e pubblicati da Garzanti (Milano): i racconti di LE DECOROSE MEMORIE (1994); e i ROMANZI LA REVOCA (1992), LA VERITÀ FUTILE (1995), TALK SHOW (1996), LA NUOVA ERA (1999), LA MANO (2001), TORNAVAMO DAL MARE (2004); L’INCENDIO DI NOTTE: TRENTATRÉ INQUADRATURE (Milano, Garzanti, 2009). Tra i saggi si ricordano INTORNO A UNA LETTERA DI SANTA CATERINA (Milano, Rizzoli, 1981); CONVERSAZIONI CON TESTORI (Milano, Guanda, 1993); CATTEDRALI (Milano, Garzanti, 2011). Tra i testi teatrali si segnala ITE MISSA EST (2002, regia di Claudio Longhi).
[Roberto Bertoni]
27/02/12
CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 3, Febbraio 2012 / Second series, issue 3, February 2012
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INDICE ALFABETICO / INDEX
Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni. / Entries listed below without the name of the author were written, and pictures were taken, by Roberto Bertoni.
- ACCERBONI, Laura, POTER ESSERE. Testo, 1-2-2012.
- BANKS, Iain M., THE PLAYER OF GAMES: A CULTURE NOVEL. Note di lettura, 13-2-2012.
- BUCK, Pearl S., LA FAMIGLIA DISPERSA. Note di lettura, 17-2-2012.
- ERCOLANI, Marco, RICHIAMATA. Testo, 11-2-2012.
- FERRAMOSCA, Annamaria, MATERNALE; FOGLIARESPONSO; SOLUZIONI. Testi, 25-2-2012.
- LA FIGURA DELL’INTELLETTUALE CONTEMPORANEO CON RIFERIMENTI AD ARCHETIPI NOVECENTESCHI [PARTE II]. Riflessione, 3-2-2012.
- PINI, Angelo, QUASI NULLA. Testo, 15-2-2012.
- PIZZI, Marina, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [110-121]. Testo, 9-2-2012.
- SCHRØDER, Ulla Musarra, ITALO CALVINO E I CINQUE SENSI. Note di lettura, 7-2-2012.
- SELZNICK, Brian / SCORSESE, Martin, THE INVENTION OF HUGO CABRET. Storie di libri e di film, 19-2-2012.
- TERZANI, Tiziano, UN MONDO CHE NON ESISTE PIÙ. Storie di immagini, 21-2-2012.
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- ACCERBONI, Laura, POTER ESSERE. Testo, 1-2-2012.
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- BUCK, Pearl S., LA FAMIGLIA DISPERSA. Note di lettura, 17-2-2012.
- ERCOLANI, Marco, RICHIAMATA. Testo, 11-2-2012.
- FERRAMOSCA, Annamaria, MATERNALE; FOGLIARESPONSO; SOLUZIONI. Testi, 25-2-2012.
- LA FIGURA DELL’INTELLETTUALE CONTEMPORANEO CON RIFERIMENTI AD ARCHETIPI NOVECENTESCHI [PARTE II]. Riflessione, 3-2-2012.
- PINI, Angelo, QUASI NULLA. Testo, 15-2-2012.
- PIZZI, Marina, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [110-121]. Testo, 9-2-2012.
- SCHRØDER, Ulla Musarra, ITALO CALVINO E I CINQUE SENSI. Note di lettura, 7-2-2012.
- SELZNICK, Brian / SCORSESE, Martin, THE INVENTION OF HUGO CABRET. Storie di libri e di film, 19-2-2012.
- TERZANI, Tiziano, UN MONDO CHE NON ESISTE PIÙ. Storie di immagini, 21-2-2012.
25/02/12
Annamaria Ferramosca, MATERNALE; FOGLIARESPONSO; SOLUZIONI
1.
MATERNALE
mi sono coperta di sabbia
in empatia con l’isola che dorme
davanti a me: una donna-scoglio
la fronte alta contro le nebulose
la gola piena come in largo respiro
sazia del suo ventre in attesa
mi sono coperta di sabbia
a mimare il suo profilo
entrare nel suo tempo
- nove mesi come millenni -
ho atteso un battito un segno
( quel falco improvviso su di noi le sue frasi
in altissimi cerchi )
mi scrollo via la sabbia
cammino sulla riva
in questa luce augurale che apre
la coincidenza dei tempi
una sposa venirmi incontro
sorridermi con il suo lasciapassare dal mito
la manocarezza sul ventre
come fossi sua madre le chiedo
il tempo del parto
Sardegna, Portu Tramatzu
2.
UNA FOGLIARESPONSO SEGNATA DI TEMPESTA
un fiume irresoluto che trema nei meandri
riconosco gli scarti premonitori
la mano di bronzo che affiora
a trascinarmi al fondo
emergo un’estate, a Malta
insieme a sorelleamiche calpestando
tracce di un tempio dal profilo-femmina
arcaiche voci e nuove colmano
le mie giare di grano di balsamo
sentirne la cura
il nastro di pace sulla fronte
Malta, Tempio di Tarxien [2]
3.
SOLUZIONI
occorre così poco
a erigere un santuario
mirto lentisco vento
rocce che guardano dall’alto
la pianura dei vivi lontano il mare
occorre così poco per entrare
nella spiraleterna che rigenera
lasciarsi adagiare contro il cielo
al purissimo rito degli uccelli
poi le ossa lente fondersi
in deità di pietra
(denti di lupo incisi a far da guardia)
occorre così poco a conquistare
il rango di dea custode
tenere fermo lo sguardoincanto
sui figli - ancora oggi in affanno -
lasciati al paese, in basso
là verso la riva
Sardegna, Necropoli di Montessu
NOTE
[1] Testi tratti da: A. Ferramosca, SEZIONE II (CURVE SARANNO LE CITTÀ) di CANTI DELLA PROSSIMITÀ, in LA POESIA ANIMA MUNDI, a cura di G. Lucini, Novi Ligure, Puntoacapo, 2010.
[2] “Alcuni templi di Malta, come quello di Tarxien (quarto e terzo millennio a.C.), presentano quattro o cinque proiezioni semicircolari che partono dalla sala principale, creando un disegno architettonico che imita il corpo della dea madre” (M. Gimbutas, LE DEE VIVENTI, Milano, Medusa, 2005)
MATERNALE
mi sono coperta di sabbia
in empatia con l’isola che dorme
davanti a me: una donna-scoglio
la fronte alta contro le nebulose
la gola piena come in largo respiro
sazia del suo ventre in attesa
mi sono coperta di sabbia
a mimare il suo profilo
entrare nel suo tempo
- nove mesi come millenni -
ho atteso un battito un segno
( quel falco improvviso su di noi le sue frasi
in altissimi cerchi )
mi scrollo via la sabbia
cammino sulla riva
in questa luce augurale che apre
la coincidenza dei tempi
una sposa venirmi incontro
sorridermi con il suo lasciapassare dal mito
la manocarezza sul ventre
come fossi sua madre le chiedo
il tempo del parto
Sardegna, Portu Tramatzu
2.
UNA FOGLIARESPONSO SEGNATA DI TEMPESTA
un fiume irresoluto che trema nei meandri
riconosco gli scarti premonitori
la mano di bronzo che affiora
a trascinarmi al fondo
emergo un’estate, a Malta
insieme a sorelleamiche calpestando
tracce di un tempio dal profilo-femmina
arcaiche voci e nuove colmano
le mie giare di grano di balsamo
sentirne la cura
il nastro di pace sulla fronte
Malta, Tempio di Tarxien [2]
3.
SOLUZIONI
occorre così poco
a erigere un santuario
mirto lentisco vento
rocce che guardano dall’alto
la pianura dei vivi lontano il mare
occorre così poco per entrare
nella spiraleterna che rigenera
lasciarsi adagiare contro il cielo
al purissimo rito degli uccelli
poi le ossa lente fondersi
in deità di pietra
(denti di lupo incisi a far da guardia)
occorre così poco a conquistare
il rango di dea custode
tenere fermo lo sguardoincanto
sui figli - ancora oggi in affanno -
lasciati al paese, in basso
là verso la riva
Sardegna, Necropoli di Montessu
NOTE
[1] Testi tratti da: A. Ferramosca, SEZIONE II (CURVE SARANNO LE CITTÀ) di CANTI DELLA PROSSIMITÀ, in LA POESIA ANIMA MUNDI, a cura di G. Lucini, Novi Ligure, Puntoacapo, 2010.
[2] “Alcuni templi di Malta, come quello di Tarxien (quarto e terzo millennio a.C.), presentano quattro o cinque proiezioni semicircolari che partono dalla sala principale, creando un disegno architettonico che imita il corpo della dea madre” (M. Gimbutas, LE DEE VIVENTI, Milano, Medusa, 2005)
21/02/12
Tiziano Terzani, UN MONDO CHE NON ESISTE PIÙ
A cura di Folco Terzani. Milano, Longanesi, 2010
Le fotografie scattate da Tiziano Terzani, presenti nel suo archivio personale e non contenute nell’archivio di “Der Spiegel”, sono state scelte e ordinate da Folco Terzani, che ne illustra brevemente la provenienza in una NOTA conclusiva (pp. 297-99) in cui fa inoltre risalire il progetto, seguito editorialmente da Manuela La Ferla, a Tiziano Terzani medesimo, il quale lo assegnò al figlio.
Oltre la qualità e la penetrazione umana delle fotografie, colpisce la coerenza della ricerca di contatto delle popolazioni in cui Terzani visse e con le quali lavorò in Asia: Vietnam, Cina, Tibet, Giappone, Unione Sovietica, Mustang, India e altri paesi.
Il concetto di umanità permane e accompagna ogni immagine.
Il percorso politico è invece in evoluzione: dal sostegno alla lotta popolare vietnamita, alla delusione per la formulazione del comunismo secondo il modello cinese, al recupero della spiritualità degli ultimi anni.
Non c’è mai niente di banale e di scontato, né nelle foto, né nelle didascalie, scelte dai libri di Terzani e rivelatrici di un intento utopico e innovatore oltre che di un percorso che lo condusse alla scelta di un rifiuto del consumismo e di un “niente” che è “quello che ti sostiene” (p. 293).
[Roberto Bertoni]
Le fotografie scattate da Tiziano Terzani, presenti nel suo archivio personale e non contenute nell’archivio di “Der Spiegel”, sono state scelte e ordinate da Folco Terzani, che ne illustra brevemente la provenienza in una NOTA conclusiva (pp. 297-99) in cui fa inoltre risalire il progetto, seguito editorialmente da Manuela La Ferla, a Tiziano Terzani medesimo, il quale lo assegnò al figlio.
Oltre la qualità e la penetrazione umana delle fotografie, colpisce la coerenza della ricerca di contatto delle popolazioni in cui Terzani visse e con le quali lavorò in Asia: Vietnam, Cina, Tibet, Giappone, Unione Sovietica, Mustang, India e altri paesi.
Il concetto di umanità permane e accompagna ogni immagine.
Il percorso politico è invece in evoluzione: dal sostegno alla lotta popolare vietnamita, alla delusione per la formulazione del comunismo secondo il modello cinese, al recupero della spiritualità degli ultimi anni.
Non c’è mai niente di banale e di scontato, né nelle foto, né nelle didascalie, scelte dai libri di Terzani e rivelatrici di un intento utopico e innovatore oltre che di un percorso che lo condusse alla scelta di un rifiuto del consumismo e di un “niente” che è “quello che ti sostiene” (p. 293).
[Roberto Bertoni]
19/02/12
Brian Selznick e Martin Scorsese, THE INVENTION OF HUGO CABRET

[Merry-go-round evoking the past in Paris. Foto Rb]
Brian Selznick, THE INVENTION OF HUGO CABRET, Londra, Scholastic, 2007. Versione cinematografica: regia di Martin Scrosese, con Asa Butterfield, Sacha Baron Cohen, Ben Kingsley, Chrstopher Lee, Chloë Grace Moretz, Emily Mortimer, Ray Winstone
Nato nel 1966, Brian Selznik è illustratore e autore di libri per l’infanzia [1]. L’INVENZIONE DI HUGO CABRET si compone di scrittura e di immagini in bianco e nero, concepite come nei libri di fiabe per accompagnare il testo, ma disposte in varie serie in modo tale da costituire raggruppamenti successivi, come stills di una pellicola cinematografica, o fotosequenze, che talora sottolineano e talora sostituiscono il testo scritto contribuendo a farlo avanzare.
Si tratta, non solo nella concezione narrativa (lungo per numero di pagine, ma conciso nelle sezioni scritte in linguaggio alfabetico), ma anche nelle tematiche e nell’intreccio, di un libro per ragazzi di impostazione classica, nel senso che sa parlare a questo gruppo d’età persuadendo al contempo un pubblico adulto, e di taglio sperimentale privo di pesantezza, fondato su riferimenti metatestuali soprattutto a Dickens e a Méliès, il quale ultimo è in effetti, come risulta dalla seconda parte della storia narrata, il coprotagonista assieme al ragazzo da cui prende il titolo il volume.
In breve, Hugo Cabret, orfano di madre, ha perso il padre orologiaio e cerca di riparare un automa capace di scrivere che il genitore aveva trovato. A seguito di vari indizi, si viene infine a sapere che l’inventore dell’automa era il cineasta George Méliès. Questi ora vive oscuramente; e una volta scoperto narra la propria storia con riferimenti anche a sue opere, tra le quali, prevalente, il film LE VOYAGE DANS LA LUNE (1902), che Selznick non a torto definisce "la prima pellicola di fantascienza".
Accanto alla storia principale ci sono altre avventure, concatenate con ritmo incalzante nella versione cinematografica di Scorsese.
Il regista porta il colore ai disegni di Selznick e ricostruisce un quadro d’ambiente da mondo solido di prima modernità: le strutture metallica della Gare de Lyon, corridoi e sotterranei, orologi coi meccanismi evidenziati.
Nella parte su Méliès autore di cinema, col vantaggio della cinepresa sulla scrittura, si compongono richiami alle origini del cinema, spezzoni di pellicole, ricostruzioni degli studi, dei costumi, dei manierismi dell’epoca risuscitata con la nostalgia tardomoderna per un passato romanticizzato e ricorrrente in film recenti come l'opera di animazione UN MOSTRE À PARIS di Bibo Bergeron [2] e il muto L’ARTISTE di Michel Hazanavicius (entrambi del 2011).
A parere di Andrew Pulver, la storia di Hugo Cabret “gives Scorsese a perfect excuse to indulge in a brilliantly imagined potted history of pioneering cinema, the pre-narrative, urtexts of the medium, such as the ARRIVAL OF A TRAIN AT A STATION by the celebrated Lumière brothers” [3].
Peter Bradshaw enuclea uno dei simbolismi emotivi, individuando “a key point when Hugo must use a heart-shaped key to operate his automaton. The heart - that mediator between the head and the hands - is an image which points to the movies as a ghost in the machine: the technology, mass-production and grinding commerce which exploded in the 20th century would also facilitate the growth and vitality of the cinema itself” [4].
Tra i tanti riferimenti, a noi ha fatto pensare anche, per i colori e la recitazione dei protagonisti infantili, a THE GOLDEN COMPASS (romanzo di Philip Pullman e film diretto da Chris Weitz), dato che partecipa sia del realismo archivistico di cui parlano i critici citati, sia del fantasy in una sua sobria espressione [5].
NOTE
[1] Una sua nota autobiografica è a PERSONAL SITE.
[2] Cfr. “Carte allineate”, Nuova serie, n. 2, 2012.
[3] Cfr. “The Guardian”, 23-11-2011.
[4] Cfr. “The Guardian”, 1-12-2011.
[5] Cfr. “Carte allineate”, Prima serie, n. 12, 2007.
[Roberto Bertoni]
17/02/12
Pearl S. Buck, LA FAMIGLIA DISPERSA

[Portrait (From the windows of Paris). Foto Rb]
Titolo originale A HOUSE DIVIDED, 1935. Traduzione di A. Damiano. Milano, Mondadori, 1942
LA FAMIGLIA DISPERSA è l’ultimo romanzo della trilogia che comprende anche LA BUONA TERRA e FIGLI, due volumi di cui si è parlato sul numero scorso di “Carte allineate” [1]. Nell’atto conclusivo della saga, il motivo principale è la rottura con la tradizione, accompagnata dagli sconvolgimenti sociali della Cina immediatamente prerivoluzionaria.
Come nelle due storie precedenti, pur nell’affresco di numerosi personaggi le cui biografie si intrecciano per legami familiari, di amicizia, di amore, c’è un protagonista principale, che in questo caso è “Wang Yuan, figlio di Wang La Tigre”, come annuncia la prima riga del libro, entrando subito in argomento, quasi in un incipit teatrale, con un riferimento metaletterario, insito nella parola “entrare”, anch’essa di estrazione drammatica: “Ecco come […] entrò per la prima volta in vita sua nella casupola del nonno Wang Lung” (p. 7). Con ciò si fornisce inoltre un riferimento sia al secondo che al primo episodio. La scrittura di Buck ha in verità tale capacità di sintesi come pure di scorrevolezza, che sortisce l’effetto nel lettore di seguire senza fatica un meccanismo narrativo raffinato quanto intricato.
La vicenda base è quella del rifiuto della tradizione. Yuan respinge la vita militare del padre, deponendo, almeno per un certo periodo, la divisa nazionalista per non combattere contro di lui. Al contempo si oppone al matrimonio combinato, andandosene di casa e rifugiandosi presso la seconda moglie di Wang La Tigre in una città costiera in cui i costumi sono più occidentalizzati.
Accolto dalla seconda madre con ospitalità, si relaziona con facilità alla sorellastra, che rappresenta la conversione alla mentalità europeggiante, appassionata di ballo, fidanzatasi e sposatasi infine, per essere in attesa di un figlio, rotto il tabù prematrimoniale, con un poeta un che scapestrato. Se questo comportamento viene indicato, da vari indizi del testo, come finanche esagerato nella sua radicalità, ad esso si oppone, da un lato l’ossificazione sul passato del padre di Yuan, dall’altro la fuga in avanti del cugino militante comunista.
Aderendo alle ideologie di sinistra, Yuan, arrestato, è costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti, da cui torna rovinato economicamente (la famiglia ha dovuto indebitarsi a insaputa di lui per mantenerlo all’estero e salvargli la vita). Riesce a riconciliarsi col padre in fin di vita. Incontra l’amore impersonato da Mei-ling, figlia adottiva della seconda madre.
L’ultima scena è quella in cui i due giovani innamorati, mentre commemorano Wang La Tigre deceduto, decidono di unire i loro destini. Simbolicamente dalla morte del vecchio mondo nasce il nuovo, rappresentato dalla Cina che avanza verso il mutamento radicale. Yuan e Mei-Ling rappresentano un futuro di equilibrio, in cui le attività dei campi da lui predilette vengono rivalutate assieme all’altruismo di lei che studia da medico e vuole fondare un ospedale. La Cina che emergerà sarà dunque animata da sentimenti di solidarietà e utilità sociale.
Le posizioni politiche vengono rappresentate nella loro diversità da vari personaggi. L’ambiente cinese è sempre reso con etnologia competente. Va dato atto a Buck che, pur opposta al comunismo, ne rappresenta con obiettività senza distorsioni grottesche in questo romanzo la forza dirompente e la necessità storica in un paese dilaniato dalla povertà e oppresso dalla tradizione.
NOTE
[1] Pearl S. BUCK, LA BUONA TERRA e FIGLI. "Carte allineate", 9-1-2012.
[Roberto Bertoni]
15/02/12
Angelo Pini, QUASI NULLA
Se mi sentivo solo, invisibile
a frequenza intermittente
qualche volta con ricadute,
mi sentivo felice d'un quasi
nulla
a volte invadente come una risata.
Non avevo altro
che la mia natura difficile
come la notte oscura
raramente accesi gli occhi,
a fari spenti il sogno inquieto,
la verità sui miei mostri,
civette e aquile
da sempre o un istante,
agiscono fuori, ali e piume
solitudine che dall'alto cala
cattiverie,
per intelligenza ripugnante,
dal basso m'accontento
che al mondo d'essere in prestito,
il tempo è troppo poco,
mi sento solo di molti
a frequenza intermittente
qualche volta con ricadute,
mi sentivo felice d'un quasi
nulla
a volte invadente come una risata.
Non avevo altro
che la mia natura difficile
come la notte oscura
raramente accesi gli occhi,
a fari spenti il sogno inquieto,
la verità sui miei mostri,
civette e aquile
da sempre o un istante,
agiscono fuori, ali e piume
solitudine che dall'alto cala
cattiverie,
per intelligenza ripugnante,
dal basso m'accontento
che al mondo d'essere in prestito,
il tempo è troppo poco,
mi sento solo di molti
13/02/12
Iain M. Banks, THE PLAYER OF GAMES: A CULTURE NOVEL
Prima edizione 1988. Londra, Macmillan, 2007
“Culture”, il termine espresso nel sottotitolo di questo romanzo (e corrispondente a vari altri volumi su diverse sfaccettature dei mondi in cui essa entra in contatto), è la configurazione sociale di uno stato interplanetario, assai avanzato tecnologicamente, che ha abolito il denaro e nel quale gli esseri umani o umanoidi che vi abitano convivono con esseri cibernetici senzienti e dotati di personalità, tra i quali si contano i “droni”, preposti a varie funzioni e anche alcuni a proteggere la vita umana, e le navi spaziali in grado di pensare e calcolare. La comunità è interconnessa tramite meccanismi che consentono il contatto immediato in caso di pericolo e l’intervento. Il delitto è prevenuto dalla rimozione quasi totale dei motivi per commetterlo:
“There were no written laws, but almost no crime anyway. There was the occasional crime of passion […], but little else. It was difficult to get away with anything anyway, when everybody had a terminal, but there were very few motives left, too.
‘But if someone kills somebody else?’
[…] ‘They are slapped-droned’.
‘[…] What does this drone do?’
‘Follows you around and makes sure you never do it again’.
‘Is that all?’
‘What more do you want? Social death […]; you don’t get invited to too many parties’” (p. 225).
In parte, dunque, si tratta di un’utopia realizzata: lo Stato immaginato in questo lontano futuro da Banks ha dimensioni intergalattiche ed è il più tecnologicamente progredito dell’Universo. A tale livello non ci pare di poter individuare un corrispettivo nella realtà contemporanea; semmai una possibilità insita in una combinazione, suggerita anche dai nomi fantasiosi degli abitanti, composti da miscele che echeggiano varie lingue.
Un eclettismo che, nel sostrato mimetico del mondo in cui viviamo, proprio della fantascienza, è destinato in effetti a incrementarsi col contatto tra popolazioni e con la globalizzazione crescente del pianeta Terra come prevedono gli studi attuali sull’ibridazione. La società futura di Banks, tuttavia, contrariamente a quelle oggi esistenti, ha appreso dai propri errori e sembrerebbe dunque essersi messa in grado di autocorreggersi, mutando verso il meglio.
In questo volume della serie, alla configurazione utopica si contrappone un mondo distopico, autocratico e oscurantista: l’Impero di Azad, dominato da una dittatura e da sistemi polizieschi di controllo. Tale mondo è pericoloso, anche perché ha raggiunto un grado elevato di sviluppo che, dati i suoi presupposti politici, potrebbe condurre verso l'aggressione di altri paesi anziché in direzione di una savia neutralità. Si decide pertanto di provocare all’interno di questa entità un marasma politico che ne disgreghi le strutture.
Azad sembra, al contrario di “Culture”, corrispondere a mondi in parte esistenti: forse in qualche modo, sebbene mascherato, a certi paesi del mondo arabo, trasformati però da connotazioni aliene, poco compatibili con quel mondo e appartenenti piuttosto alla fantasia: tre sessi invece di due; fauna e flora periodicamente distrutte da un clima composto da un anello di fuoco che percorre un pianeta nel periodo di rotazione di uno dei suoi anni; e così via.
Sebbene in THE PLAYER OF GAMES ci siano elementi di critica sociale piuttosto chiari, la storia narrata resta discretamente avventurosa come nella fantascienza epica: meno, a ogni buon conto (e fortunatamente per il presente lettore), che in altri libri di Banks. In breve, abbiamo una narrazione fantasiosa e un romanzo d’azione fusi l’una nell’altro.
Il protagonista è Jernau Gurgeh, teorico e praticante di giochi di ogni tipo, inviato su Azad con l’obiettivo segreto (non noto nemmeno a Gurgeh) di destabilizzare il sistema politico; e con lo scopo dichiarato di coinvolgersi nel gioco il cui vincitore, in seguito al successo conseguito in varie riprese su vari pianeti con gare diverse e complicate e terreni di competizione vasti, conquista il potere diventando imperatore.
Il gioco, infatti, su Azad simula a tal punto la realtà da costituirne il fondamento. Interessante questo spunto, in base al quale “all reality is game” (p. 41) e il gioco viene recuperato a un senso antropologico totale, rivelandosi rito e mezzo di mantenimento dell’integrità della società: “as precise a model of life as it is possible to construct” (p. 76).
Come auspicabile, Gurgeh vince, al che sussegue un tentativo di eliminarlo da parte dell’imperatore uscente e unico degno avversario, ma un intervento della nave spaziale salva il protagonista e avvia una rivoluzione condotta da forze locali (come quelle che nel mondo odierno ispirano, va detto, le superpotenze). La rivolta infine distruggerà il regime azadiano e promuoverà una statualità più corrispondente a criteri culturiani.
Ulteriore motivo evidenziato nel romanzo è il rapporto tra esseri umani o umanoidi ed esseri cibernetici, che in “Culture”, come si accennava poco sopra, sono senzienti, abilitati ad agire secondo il proprio giudizio, autocontrollati. Sarà uno di questi avanzatissimi robot a spingere Jurgeh nell’avventura, fingendo di ricattarlo con la minaccia di rivelare che ha barato al gioco dopo avervelo sospinto, ma poi proteggendolo sotto mentite spoglie durante il soggiorno sui pianeti ostili. Solo alla fine sapremo che l’automa diabolico e quello angelico erano un’unica entità, che si finge l’autore in prima persona di questa narrativa.
Un libro piuttosto denso di meccanismi narrativi e di elementi di riflessione oltre che di intrattenimento.
[Roberto Bertoni]
“Culture”, il termine espresso nel sottotitolo di questo romanzo (e corrispondente a vari altri volumi su diverse sfaccettature dei mondi in cui essa entra in contatto), è la configurazione sociale di uno stato interplanetario, assai avanzato tecnologicamente, che ha abolito il denaro e nel quale gli esseri umani o umanoidi che vi abitano convivono con esseri cibernetici senzienti e dotati di personalità, tra i quali si contano i “droni”, preposti a varie funzioni e anche alcuni a proteggere la vita umana, e le navi spaziali in grado di pensare e calcolare. La comunità è interconnessa tramite meccanismi che consentono il contatto immediato in caso di pericolo e l’intervento. Il delitto è prevenuto dalla rimozione quasi totale dei motivi per commetterlo:
“There were no written laws, but almost no crime anyway. There was the occasional crime of passion […], but little else. It was difficult to get away with anything anyway, when everybody had a terminal, but there were very few motives left, too.
‘But if someone kills somebody else?’
[…] ‘They are slapped-droned’.
‘[…] What does this drone do?’
‘Follows you around and makes sure you never do it again’.
‘Is that all?’
‘What more do you want? Social death […]; you don’t get invited to too many parties’” (p. 225).
In parte, dunque, si tratta di un’utopia realizzata: lo Stato immaginato in questo lontano futuro da Banks ha dimensioni intergalattiche ed è il più tecnologicamente progredito dell’Universo. A tale livello non ci pare di poter individuare un corrispettivo nella realtà contemporanea; semmai una possibilità insita in una combinazione, suggerita anche dai nomi fantasiosi degli abitanti, composti da miscele che echeggiano varie lingue.
Un eclettismo che, nel sostrato mimetico del mondo in cui viviamo, proprio della fantascienza, è destinato in effetti a incrementarsi col contatto tra popolazioni e con la globalizzazione crescente del pianeta Terra come prevedono gli studi attuali sull’ibridazione. La società futura di Banks, tuttavia, contrariamente a quelle oggi esistenti, ha appreso dai propri errori e sembrerebbe dunque essersi messa in grado di autocorreggersi, mutando verso il meglio.
In questo volume della serie, alla configurazione utopica si contrappone un mondo distopico, autocratico e oscurantista: l’Impero di Azad, dominato da una dittatura e da sistemi polizieschi di controllo. Tale mondo è pericoloso, anche perché ha raggiunto un grado elevato di sviluppo che, dati i suoi presupposti politici, potrebbe condurre verso l'aggressione di altri paesi anziché in direzione di una savia neutralità. Si decide pertanto di provocare all’interno di questa entità un marasma politico che ne disgreghi le strutture.
Azad sembra, al contrario di “Culture”, corrispondere a mondi in parte esistenti: forse in qualche modo, sebbene mascherato, a certi paesi del mondo arabo, trasformati però da connotazioni aliene, poco compatibili con quel mondo e appartenenti piuttosto alla fantasia: tre sessi invece di due; fauna e flora periodicamente distrutte da un clima composto da un anello di fuoco che percorre un pianeta nel periodo di rotazione di uno dei suoi anni; e così via.
Sebbene in THE PLAYER OF GAMES ci siano elementi di critica sociale piuttosto chiari, la storia narrata resta discretamente avventurosa come nella fantascienza epica: meno, a ogni buon conto (e fortunatamente per il presente lettore), che in altri libri di Banks. In breve, abbiamo una narrazione fantasiosa e un romanzo d’azione fusi l’una nell’altro.
Il protagonista è Jernau Gurgeh, teorico e praticante di giochi di ogni tipo, inviato su Azad con l’obiettivo segreto (non noto nemmeno a Gurgeh) di destabilizzare il sistema politico; e con lo scopo dichiarato di coinvolgersi nel gioco il cui vincitore, in seguito al successo conseguito in varie riprese su vari pianeti con gare diverse e complicate e terreni di competizione vasti, conquista il potere diventando imperatore.
Il gioco, infatti, su Azad simula a tal punto la realtà da costituirne il fondamento. Interessante questo spunto, in base al quale “all reality is game” (p. 41) e il gioco viene recuperato a un senso antropologico totale, rivelandosi rito e mezzo di mantenimento dell’integrità della società: “as precise a model of life as it is possible to construct” (p. 76).
Come auspicabile, Gurgeh vince, al che sussegue un tentativo di eliminarlo da parte dell’imperatore uscente e unico degno avversario, ma un intervento della nave spaziale salva il protagonista e avvia una rivoluzione condotta da forze locali (come quelle che nel mondo odierno ispirano, va detto, le superpotenze). La rivolta infine distruggerà il regime azadiano e promuoverà una statualità più corrispondente a criteri culturiani.
Ulteriore motivo evidenziato nel romanzo è il rapporto tra esseri umani o umanoidi ed esseri cibernetici, che in “Culture”, come si accennava poco sopra, sono senzienti, abilitati ad agire secondo il proprio giudizio, autocontrollati. Sarà uno di questi avanzatissimi robot a spingere Jurgeh nell’avventura, fingendo di ricattarlo con la minaccia di rivelare che ha barato al gioco dopo avervelo sospinto, ma poi proteggendolo sotto mentite spoglie durante il soggiorno sui pianeti ostili. Solo alla fine sapremo che l’automa diabolico e quello angelico erano un’unica entità, che si finge l’autore in prima persona di questa narrativa.
Un libro piuttosto denso di meccanismi narrativi e di elementi di riflessione oltre che di intrattenimento.
[Roberto Bertoni]
11/02/12
Marco Ercolani, RICHIAMATA
Dal Note-book di Emily Dickinson (1869-1886)
Non posso chiamarlo mondo, Higginson. In certe afose notti estive lo definirei, con indulgenza, una pista di sabbia tormentata dalla presenza del vento.
Essere me stessa: non chiedo niente di meno. Poi, di notte, separandomi, svelare i mari.
Quando a mezzanotte un soffio di vento piega le foglie lucenti dei meli, solo i versi possono descriverlo, impedendomi di morire di gioia.
Che straordinaria avventura non avere una biografia ma essere soltanto il rumore di una penna che scorre nella carta sopra il tavolo di una piccola stanza del New England…
Rileggo le poesie di Po Chu I. Non c'è nulla, nel regno vivente, di paragonabile alla loro bellezza. Anzi, il mondo offre solo una pallida copia delle emozioni che mi suggeriscono.
(Sogno di una notte d'inverno, 1858)
La mia vita non si accorda a niente. È un abito bianco, in fondo alla stanza, che produce versi sconosciuti ai miei stessi amici.
Il semplice respiro: gioia sufficiente, estasi senza limiti. Ma perché l'estasi dura meno del respiro?
Avete mai pensato, Higginson, che i dolci abbiano forma circolare perché solo la forma del cerchio esprime quella dolcezza infinita a cui il gusto può appena alludere?
Il suo cuore (di mio padre, dico) era puro e terribile. Non ne conosco l'uguale.
Il compleanno, oggi: quarant'anni di fantasmi. Una gioia perfetta, paralizzante come la disperazione. Un sonno lunghissimo ed eccezionale, che non accenna all'alba. Un sogno che non posso ricordare: miglia e miglia che il piede affaticato percorre a stento, quando il buio divora la strada. Ma in un sussurro arrivo alla casa dicendo una sola parola - Salva! Al riparo dalla notte, ascolto i versi degli uccelli come litanie non umane che sono costretta a trascrivere.
Non c'è nessun altro qui. Sono io il pensiero di questi muri. La natura è una casa abitata da spettri, ma l'arte la casa che cerca la parola degli spet¬tri.
1862: 366 poesie. Sono fragilissima: trattatemi come porcellana.
Che faresti di me, Signore, se arrivassi da te senza il mio corpo? Mi puniresti come fece mio padre con il mio spirito?
Combattere la carestia con questa penna aguzza. Contare i segni sparsi sulla carta e quelli sotto la terra.
Vestita di bianco, non potevo presentarmi al funerale di mio padre. È stato meglio così. Meglio sola. Meglio lontana da quel cimitero in cui celebrano la sepoltura di qualcosa che è stato, in un tempo molto remoto, un uomo austero e indimenticabile. Bianco! Bizzarro colore, più adatto ai pesci che agli uomini.
Sue, devi permettermi che sia io ad andare per prima, perché io vivo nel mare da sempre e da sempre conosco la strada.
L'amico che mi aveva insegnato l'immortalità è morto tacendomi l'ultima sillaba del segreto.
Mi preparo a lungo. Cerco il buio per loro. Finché non sarò pronta, e allora partirò. Non posso più stare in questo mondo di vivi. I miei versi respirano con l'altra luce.
Separata dal mondo, come una di quelle farfalle che si gettano a capofitto in un volo che non comprendono.
Questa è l'ora di piombo: chi le sopravvive la ricorda come gli assiderati rammentano la neve: prima freddo, poi stupore, infine inerzia.
Arretrare di qualche secolo, per correggere Shakespeare.
L'Immortalità mi è sempre apparsa come una lettera a cui nessuna mano può rispondere con una lettera altrettanto efficace.
Bisogna fare attenzione a quanto diciamo, perché le parole non tornano indietro. Restano come stigmate. Abbandonata con noncuranza su un foglio, la parola può rendere sacro lo sguardo anche quando il suo autore giacerà raggrinzito sottoterra, ripie¬gato per sempre.
Felice se non incontrerai né incidenti né morte. Ma se li incon¬trassi non temere. Ci sono vite assolutamente impossibili che, proprio per questa impossibilità, vengono vissute.
Aveva in mano un messaggio. Capii, dal suo volto, che eravamo tutti perduti. Ma in quel tutti mi sembrò di avvertire un brivido di irreparabile ingiustizia.
La luce che non ha mai brillato nel cielo e nella terra è quella che ogni giorno mi viene offerta dalla creazione di un verso. Se potessi vedere quello che vorrei vedere e udire quanto potrei temere, la musica sarebbe vicina (come la pazzia).
Fiori di melo, a mezzanotte: l'aria è solo profumo. Esseri straordinari sono morti. Ma vissero.
Quali specie non umane bussano oggi alla mia porta?
Due gigli: il mio biglietto da visita.
Chiamatele, se volete, immagini. Ma ricordate che si nascondono più di quanto appaiano. E, quando appaiono, i versi le cancellano e ne lasciano l'eco.
Non ebbe una fase iniziale. Partì dalla vetta. Esseri come lui si innalzano ma non discendono più. Il suo requiem è un'estasi: alba e notte mescolate insieme. Perché avrebbe dovuto aspettare? Ha rinunciato alle tenebre lasciandole a noi.
Bambina, non amavo mia madre ma il modo con cui indossava quel lungo, lieve, vaporoso abito bianco. Allora pensavo che morire prima di aver temuto la morte fosse la delusione più grande. Oggi - donna scalza, nuda come un osso - so, vivendo, di sottrarre sostanza all'estasi.
Sempre più trasparente, sempre meno adulta. Questa sera potrei perdere la mia guancia nella tua mano - se vi fosse una mia guancia e una tua mano.
Adoro il silenzio - non l'interruzione del suono. L'intera verità è come un lenzuolo storto e senza luce, sotto cui cerco di dormire.
La lettera: una gioia terrena che è sempre stata negata agli dèi.
Hélène Hunt era l'unica a sapere che io fossi poeta. Chiusa nella tomba con questo segreto, che ora condivido solo con me stessa, Hélène Hunt mi aspetta.
Lasciami andare! Sta spuntando il giorno. Non basta la febbre. Fa esplodere il corpo. Occorre il corpo. Ma chi me lo modella? Io stessa? Oh, le brevi frasi a cui ho dato un inizio e mai una fine!
Sento la morte di ogni essere umano come una forma di freddo. Il freddo a volte folgora, a volte paralizza. Cosa affiderò alle mani di colui che Gilbert chiama l'uomo nero? Cosa consegnerò all'oscuro straniero? Suoni che appena sopportano peso di parole...
In una vita che ha smesso di immaginarci, io e te non dovremmo trovarci tranquilli dentro una casa ma esposti al sale dell'ocea¬no. Per chi è fedele l'assenza non è altro che il condensarsi della presenza. Per gli altri... Ma non ci sono gli altri.
La camera aperta, le tende che oscillano: orrendo il riposo, nella stanza ondosa. E se la casa fosse un equivoco dell'architettura?
Tutti i territori, zero. Uno più uno, uno.
Il due è bandìto dal desiderio.
Provate a chiamarmi, provate a volermi: io vi risponderò con biglietti, come una cieca che non può altro, che sarebbe folgora¬ta dal suono delle vostre voci vive. Perdonatemi...
Higginson mi parla dello stare abbandonati in un clima come quello di Palermo: mi parla del languore che confonde la testa e ipnotizza, come un profumo inebriante di zagare e limoni. Io sento lo stesso languore ma non ho bisogno di viaggi per provar¬lo: è già qui, nella mia mente.
Spalancare la stanza al sole ma poi coprire i mobili, in modo che il legno non sia rovinato dalla luce. La luce appartiene, oggi, a quelle straordinarie illusioni di cui dovremo presto fare a meno. Io non esisterei se la luce non mi vedesse.
Non c'è nulla qui. Luce è perfettamente bianca. Il tavolo riflette me stessa. La carta è una cavità da cui posso essere accolta, un grembo non nero, un ghiaccio tiepido.
Tutti esitano, tranne me. Anche se la mia ispirazione non va quasi mai oltre tre righe. Ma è con toni bassi, piccoli e paurosi, che il vento agita l'erba.
Noi dietro noi: sussulto spaventoso. Né camera né casa. Inutile sbarrare le porte. Bisogna chiudere gli occhi. Diventare la parte irriducibile dell'essere divino.
La tua seconda visita, vent'anni dopo, non mi ha folgorato quanto hanno potuto farlo, minuto dopo minuto, questi vent'anni di attesa. Fu allora, quando non mi amasti e non mi perdesti, che il punto avvolse il cerchio.
L'ultimo aprile in cui ha vissuto mio padre ci sono state troppe tempeste di neve. Gli eredi degli uccelli che, intirizzi¬ti, egli nutrì allora con amore, sono qui, di nuovo, a cantare, in primavera, all'oscuro del nome e del destino del benefattore dei loro padri.
Mi chiedo se abbandoniamo mai l'Improbabile - questa dimora così felice... Io e il silenzio: naufragati quaggiù, come una stirpe straniera.
Sì, vidi il mio paradiso: era scuro, ma di rara bellezza.
La settimana scorsa ho sognato che eri morto. Avevamo scolpito una statua a tua somiglianza e mi era stato chiesto di scoprirla. Io dissi che non avrei fatto, mentre eri morto e i tuoi occhi non avrebbero potuto perdonarmi, quello che non avevo mai fatto in vita.
Mi spiace informarvi che ieri, alle tre di notte, la mia mente si è bloccata ed è felicemente all'oscuro di quanto accade nel mondo. Il cervello, adesso, comincia a ridere - e io balbetto frasi oscure. Avanti e indietro, avanti e indietro, nella testa, finché il senso si spezza e i pensieri si sbriciolano come legno fradicio...
Strano come, benché cerchi di farlo, non possa mai scrivere una frase identica a un'altra.
Pensavamo tu fossi stato ucciso nella strada da Cambridge a Boston, per via dell'orologio, o che tu fossi molto malato e, nella febbre del delirio, incapace di scriverci…
Questa polvere quieta fu signore e signori, giovani e fanciulle. Fu riso, arte, sospiro, qualche ricciolo. Questa polvere, in cui molte penne intingono ancora l'inchiostro.
Vedova del mondo, piango a un muro d'aria.
Il paradiso dipende da noi, anche dopo la cacciata.
La materia del muro - oro bianco che si dissolverà con la luce...
Ho dentro di me il sacro ricordo del nero. Gli altri colori non sono che deboli sfumature, per cui provo un debole affetto.
Mille anni fa - meno di una sillaba - e Pompei si è nascosta per sempre.
Di trave in trave, precipitando, ma con atterrita geometria.
La nostra scommessa: che il mondo sia una piuma in una casa deserta.
Terrori - ossatura del mondo. L'universo si regge sopra un fremito d'erba.
Fare l'abitudine al buio. Qualcosa, dopo mezzanotte, cambia l'occhio - che diventa più umile, più piccolo.
Nascònditi dietro la porta di bronzo che comincia a bruciare - lo vedi, il metallo si fonde fra le fiamme, torna bianchissimo...
Cosa faresti di me se arrivassi da te vestita d'aria?
Che pomeriggio, in cielo, il giorno in cui fu ammessa Emily Brontë...
Tornata da chissà dove, a dire segreti di cui non so nulla, a parlarvi di porte sigillate, non spalancate. Nessun occhio ha mai visto oltre. Nessun orecchio, udito.
Quando dopo un dolore squassante il volto resta impassibile, quella quiete è vulcanica.
Molta pazzia - divino buon senso. Molto buon senso - stoltezza e pazzia.
Sono viva perché non possiedo una casa mia. Perché non abito un luogo dove si pronuncia il mio nome.
Io? Nessuno. E tu?
Nella mia stanza, talvolta, un amico che prende forma. Poi, solo fumo.
Quando io parlo, quando scrivo sul foglio la voce che nessuno ascolta, le ombre trattengono il fiato.
Via di qui. Sparire. Ma che non faccia troppo male, che sia come togliersi il velo.
Paralizzato dall'oro dell'ultimo cielo, Tiziano ne dipinse appena un lembo...
Conosco molte vite di cui farei a meno senza dolore; altre che, ne mancasse un solo istante, morrei ammutolita.
Nebbia su nebbia. Dal crimine di dissiparla la poesia mi proteggerà sempre.
Voce, giù dal corridoio. Ultima voce dal mondo. Alta, stridula, volgare - degna della terra.
Devo scrivere poesie senza voce. Devo pregare a foglio chiuso.
Vorrei essere più bianca - ma sarà possibile? - delle mie ossa.
Sotto lieve pietra, fra compagni invisibili, per un breve soggiorno. Poi, tolta la pietra, il passo nell'onda...
Anche se nell'ultimo giorno Cristo ci negasse, c'è uno spirito più fosco di lui che non sconfesserà la propria figlia nell'attimo risolutivo.
La frase l'hai messa al sicuro: è qui, come un ritratto, dietro la porta socchiusa. Ora puoi morire, se vuoi, perché non morrai più.
Dolci cugine.
Richiamata: Emily.
Non posso chiamarlo mondo, Higginson. In certe afose notti estive lo definirei, con indulgenza, una pista di sabbia tormentata dalla presenza del vento.
Essere me stessa: non chiedo niente di meno. Poi, di notte, separandomi, svelare i mari.
Quando a mezzanotte un soffio di vento piega le foglie lucenti dei meli, solo i versi possono descriverlo, impedendomi di morire di gioia.
Che straordinaria avventura non avere una biografia ma essere soltanto il rumore di una penna che scorre nella carta sopra il tavolo di una piccola stanza del New England…
Rileggo le poesie di Po Chu I. Non c'è nulla, nel regno vivente, di paragonabile alla loro bellezza. Anzi, il mondo offre solo una pallida copia delle emozioni che mi suggeriscono.
(Sogno di una notte d'inverno, 1858)
La mia vita non si accorda a niente. È un abito bianco, in fondo alla stanza, che produce versi sconosciuti ai miei stessi amici.
Il semplice respiro: gioia sufficiente, estasi senza limiti. Ma perché l'estasi dura meno del respiro?
Avete mai pensato, Higginson, che i dolci abbiano forma circolare perché solo la forma del cerchio esprime quella dolcezza infinita a cui il gusto può appena alludere?
Il suo cuore (di mio padre, dico) era puro e terribile. Non ne conosco l'uguale.
Il compleanno, oggi: quarant'anni di fantasmi. Una gioia perfetta, paralizzante come la disperazione. Un sonno lunghissimo ed eccezionale, che non accenna all'alba. Un sogno che non posso ricordare: miglia e miglia che il piede affaticato percorre a stento, quando il buio divora la strada. Ma in un sussurro arrivo alla casa dicendo una sola parola - Salva! Al riparo dalla notte, ascolto i versi degli uccelli come litanie non umane che sono costretta a trascrivere.
Non c'è nessun altro qui. Sono io il pensiero di questi muri. La natura è una casa abitata da spettri, ma l'arte la casa che cerca la parola degli spet¬tri.
1862: 366 poesie. Sono fragilissima: trattatemi come porcellana.
Che faresti di me, Signore, se arrivassi da te senza il mio corpo? Mi puniresti come fece mio padre con il mio spirito?
Combattere la carestia con questa penna aguzza. Contare i segni sparsi sulla carta e quelli sotto la terra.
Vestita di bianco, non potevo presentarmi al funerale di mio padre. È stato meglio così. Meglio sola. Meglio lontana da quel cimitero in cui celebrano la sepoltura di qualcosa che è stato, in un tempo molto remoto, un uomo austero e indimenticabile. Bianco! Bizzarro colore, più adatto ai pesci che agli uomini.
Sue, devi permettermi che sia io ad andare per prima, perché io vivo nel mare da sempre e da sempre conosco la strada.
L'amico che mi aveva insegnato l'immortalità è morto tacendomi l'ultima sillaba del segreto.
Mi preparo a lungo. Cerco il buio per loro. Finché non sarò pronta, e allora partirò. Non posso più stare in questo mondo di vivi. I miei versi respirano con l'altra luce.
Separata dal mondo, come una di quelle farfalle che si gettano a capofitto in un volo che non comprendono.
Questa è l'ora di piombo: chi le sopravvive la ricorda come gli assiderati rammentano la neve: prima freddo, poi stupore, infine inerzia.
Arretrare di qualche secolo, per correggere Shakespeare.
L'Immortalità mi è sempre apparsa come una lettera a cui nessuna mano può rispondere con una lettera altrettanto efficace.
Bisogna fare attenzione a quanto diciamo, perché le parole non tornano indietro. Restano come stigmate. Abbandonata con noncuranza su un foglio, la parola può rendere sacro lo sguardo anche quando il suo autore giacerà raggrinzito sottoterra, ripie¬gato per sempre.
Felice se non incontrerai né incidenti né morte. Ma se li incon¬trassi non temere. Ci sono vite assolutamente impossibili che, proprio per questa impossibilità, vengono vissute.
Aveva in mano un messaggio. Capii, dal suo volto, che eravamo tutti perduti. Ma in quel tutti mi sembrò di avvertire un brivido di irreparabile ingiustizia.
La luce che non ha mai brillato nel cielo e nella terra è quella che ogni giorno mi viene offerta dalla creazione di un verso. Se potessi vedere quello che vorrei vedere e udire quanto potrei temere, la musica sarebbe vicina (come la pazzia).
Fiori di melo, a mezzanotte: l'aria è solo profumo. Esseri straordinari sono morti. Ma vissero.
Quali specie non umane bussano oggi alla mia porta?
Due gigli: il mio biglietto da visita.
Chiamatele, se volete, immagini. Ma ricordate che si nascondono più di quanto appaiano. E, quando appaiono, i versi le cancellano e ne lasciano l'eco.
Non ebbe una fase iniziale. Partì dalla vetta. Esseri come lui si innalzano ma non discendono più. Il suo requiem è un'estasi: alba e notte mescolate insieme. Perché avrebbe dovuto aspettare? Ha rinunciato alle tenebre lasciandole a noi.
Bambina, non amavo mia madre ma il modo con cui indossava quel lungo, lieve, vaporoso abito bianco. Allora pensavo che morire prima di aver temuto la morte fosse la delusione più grande. Oggi - donna scalza, nuda come un osso - so, vivendo, di sottrarre sostanza all'estasi.
Sempre più trasparente, sempre meno adulta. Questa sera potrei perdere la mia guancia nella tua mano - se vi fosse una mia guancia e una tua mano.
Adoro il silenzio - non l'interruzione del suono. L'intera verità è come un lenzuolo storto e senza luce, sotto cui cerco di dormire.
La lettera: una gioia terrena che è sempre stata negata agli dèi.
Hélène Hunt era l'unica a sapere che io fossi poeta. Chiusa nella tomba con questo segreto, che ora condivido solo con me stessa, Hélène Hunt mi aspetta.
Lasciami andare! Sta spuntando il giorno. Non basta la febbre. Fa esplodere il corpo. Occorre il corpo. Ma chi me lo modella? Io stessa? Oh, le brevi frasi a cui ho dato un inizio e mai una fine!
Sento la morte di ogni essere umano come una forma di freddo. Il freddo a volte folgora, a volte paralizza. Cosa affiderò alle mani di colui che Gilbert chiama l'uomo nero? Cosa consegnerò all'oscuro straniero? Suoni che appena sopportano peso di parole...
In una vita che ha smesso di immaginarci, io e te non dovremmo trovarci tranquilli dentro una casa ma esposti al sale dell'ocea¬no. Per chi è fedele l'assenza non è altro che il condensarsi della presenza. Per gli altri... Ma non ci sono gli altri.
La camera aperta, le tende che oscillano: orrendo il riposo, nella stanza ondosa. E se la casa fosse un equivoco dell'architettura?
Tutti i territori, zero. Uno più uno, uno.
Il due è bandìto dal desiderio.
Provate a chiamarmi, provate a volermi: io vi risponderò con biglietti, come una cieca che non può altro, che sarebbe folgora¬ta dal suono delle vostre voci vive. Perdonatemi...
Higginson mi parla dello stare abbandonati in un clima come quello di Palermo: mi parla del languore che confonde la testa e ipnotizza, come un profumo inebriante di zagare e limoni. Io sento lo stesso languore ma non ho bisogno di viaggi per provar¬lo: è già qui, nella mia mente.
Spalancare la stanza al sole ma poi coprire i mobili, in modo che il legno non sia rovinato dalla luce. La luce appartiene, oggi, a quelle straordinarie illusioni di cui dovremo presto fare a meno. Io non esisterei se la luce non mi vedesse.
Non c'è nulla qui. Luce è perfettamente bianca. Il tavolo riflette me stessa. La carta è una cavità da cui posso essere accolta, un grembo non nero, un ghiaccio tiepido.
Tutti esitano, tranne me. Anche se la mia ispirazione non va quasi mai oltre tre righe. Ma è con toni bassi, piccoli e paurosi, che il vento agita l'erba.
Noi dietro noi: sussulto spaventoso. Né camera né casa. Inutile sbarrare le porte. Bisogna chiudere gli occhi. Diventare la parte irriducibile dell'essere divino.
La tua seconda visita, vent'anni dopo, non mi ha folgorato quanto hanno potuto farlo, minuto dopo minuto, questi vent'anni di attesa. Fu allora, quando non mi amasti e non mi perdesti, che il punto avvolse il cerchio.
L'ultimo aprile in cui ha vissuto mio padre ci sono state troppe tempeste di neve. Gli eredi degli uccelli che, intirizzi¬ti, egli nutrì allora con amore, sono qui, di nuovo, a cantare, in primavera, all'oscuro del nome e del destino del benefattore dei loro padri.
Mi chiedo se abbandoniamo mai l'Improbabile - questa dimora così felice... Io e il silenzio: naufragati quaggiù, come una stirpe straniera.
Sì, vidi il mio paradiso: era scuro, ma di rara bellezza.
La settimana scorsa ho sognato che eri morto. Avevamo scolpito una statua a tua somiglianza e mi era stato chiesto di scoprirla. Io dissi che non avrei fatto, mentre eri morto e i tuoi occhi non avrebbero potuto perdonarmi, quello che non avevo mai fatto in vita.
Mi spiace informarvi che ieri, alle tre di notte, la mia mente si è bloccata ed è felicemente all'oscuro di quanto accade nel mondo. Il cervello, adesso, comincia a ridere - e io balbetto frasi oscure. Avanti e indietro, avanti e indietro, nella testa, finché il senso si spezza e i pensieri si sbriciolano come legno fradicio...
Strano come, benché cerchi di farlo, non possa mai scrivere una frase identica a un'altra.
Pensavamo tu fossi stato ucciso nella strada da Cambridge a Boston, per via dell'orologio, o che tu fossi molto malato e, nella febbre del delirio, incapace di scriverci…
Questa polvere quieta fu signore e signori, giovani e fanciulle. Fu riso, arte, sospiro, qualche ricciolo. Questa polvere, in cui molte penne intingono ancora l'inchiostro.
Vedova del mondo, piango a un muro d'aria.
Il paradiso dipende da noi, anche dopo la cacciata.
La materia del muro - oro bianco che si dissolverà con la luce...
Ho dentro di me il sacro ricordo del nero. Gli altri colori non sono che deboli sfumature, per cui provo un debole affetto.
Mille anni fa - meno di una sillaba - e Pompei si è nascosta per sempre.
Di trave in trave, precipitando, ma con atterrita geometria.
La nostra scommessa: che il mondo sia una piuma in una casa deserta.
Terrori - ossatura del mondo. L'universo si regge sopra un fremito d'erba.
Fare l'abitudine al buio. Qualcosa, dopo mezzanotte, cambia l'occhio - che diventa più umile, più piccolo.
Nascònditi dietro la porta di bronzo che comincia a bruciare - lo vedi, il metallo si fonde fra le fiamme, torna bianchissimo...
Cosa faresti di me se arrivassi da te vestita d'aria?
Che pomeriggio, in cielo, il giorno in cui fu ammessa Emily Brontë...
Tornata da chissà dove, a dire segreti di cui non so nulla, a parlarvi di porte sigillate, non spalancate. Nessun occhio ha mai visto oltre. Nessun orecchio, udito.
Quando dopo un dolore squassante il volto resta impassibile, quella quiete è vulcanica.
Molta pazzia - divino buon senso. Molto buon senso - stoltezza e pazzia.
Sono viva perché non possiedo una casa mia. Perché non abito un luogo dove si pronuncia il mio nome.
Io? Nessuno. E tu?
Nella mia stanza, talvolta, un amico che prende forma. Poi, solo fumo.
Quando io parlo, quando scrivo sul foglio la voce che nessuno ascolta, le ombre trattengono il fiato.
Via di qui. Sparire. Ma che non faccia troppo male, che sia come togliersi il velo.
Paralizzato dall'oro dell'ultimo cielo, Tiziano ne dipinse appena un lembo...
Conosco molte vite di cui farei a meno senza dolore; altre che, ne mancasse un solo istante, morrei ammutolita.
Nebbia su nebbia. Dal crimine di dissiparla la poesia mi proteggerà sempre.
Voce, giù dal corridoio. Ultima voce dal mondo. Alta, stridula, volgare - degna della terra.
Devo scrivere poesie senza voce. Devo pregare a foglio chiuso.
Vorrei essere più bianca - ma sarà possibile? - delle mie ossa.
Sotto lieve pietra, fra compagni invisibili, per un breve soggiorno. Poi, tolta la pietra, il passo nell'onda...
Anche se nell'ultimo giorno Cristo ci negasse, c'è uno spirito più fosco di lui che non sconfesserà la propria figlia nell'attimo risolutivo.
La frase l'hai messa al sicuro: è qui, come un ritratto, dietro la porta socchiusa. Ora puoi morire, se vuoi, perché non morrai più.
Dolci cugine.
Richiamata: Emily.
09/02/12
Marina Pizzi, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [110-121]
117.
caso d’Icaro m’avvolge
quasi tugurio nonostante il grattacielo.
attrito di cometa starti accanto
dove sapienziale il fato della rotta
corona un acrobata di lutto.
pianto d’occaso capostipite d’inverno
questo spiraglio che non sa guardare
l’avvento della nebbia a capodanno.
acqua fonte d’epitaffio starti a badare
dove incenerisce l’età del giorno
nel boccio della trave che promette
resistenza.
attore d’altro calibro morire
se giunonico il dio della staffetta
promette di rincuorare senza nessuno.
118.
ho perso l’aureola in un interno di fabbrica
in uno stelo vieto più a punta di un ago
una cannuccia di siesta che non
dà felicità,
così trapasso allo spasmo del cantuccio
mo’ gerundio di un amanuense.
119.
la mannaia del far di fuoco
la grondaia che rondini innamora
mormora la giostra la delizia
del riso infantile. già le folli
aureole del sogno mitigano chi fosti
sotto rotte malevole. pallori vuoti
le nomee dell’indice. torna la luce
una cerimonia d’aquila qui sulla
fronte che non vuol morire
ma reggere le nuche per poter bere.
l’altrove convertito di cicale
tocca la grotta delle fate allegre
le rondini madonne del volo sacro.
l’avamposto del manico di scopa
quando si muoia con il brevetto in canna.
120.
la cruda avaria del mio sistema
sistema rotte di bambine d’aria
per la gioia della bile di chi pianga
datori di lavoro senza stipule.
ramazze con indici di veleni
ammontano le ernie delle perdite
dentro le stanze che minano per sempre.
di te conservo l’eresia del dubbio
quella civetta a forma di centauro
vicina alla città che non patteggia
la ronda di cipressi i fati in spalla.
121.
le allegrezze delle fronde quando divampa
il ritmico candore del sale migliore
per una caserma di gatti affamati
e la vigilanza si fa pastore
di erbe di comete. qui la stalla si libera
bosco che scova le rondini birichine
sul far del lago che gorgoglia mite.
non darmi alamari di sconfitte
qui tra la festa della marea
la tabula dimessa delle vicende.
invece incede un atto di condotta
dove la sete sfratta ben chiunque
osi lo stallo di un dolore strabico.
mesta cipolla piangere di niente
sotto le scale dell’abaco incidente
i conti che non tornano conserti.
a tutto faro la ramazza contro
e non imparo che indici di strazio
lungo comari che sparlano le rotte.
[Termina qui VIGILIA DI SORPASSO. Le strofe precedenti di sono uscite su "Carte allineate" in data 27-11-2010, 17-12-2010, 19-1-2011, 21-3-2011, 7-4-2011, 21-5-2011, 3-6-2011, 11-8-2011, 5-9-2011, 11-11-2011, 3-12-2011, 23-1-2012]
caso d’Icaro m’avvolge
quasi tugurio nonostante il grattacielo.
attrito di cometa starti accanto
dove sapienziale il fato della rotta
corona un acrobata di lutto.
pianto d’occaso capostipite d’inverno
questo spiraglio che non sa guardare
l’avvento della nebbia a capodanno.
acqua fonte d’epitaffio starti a badare
dove incenerisce l’età del giorno
nel boccio della trave che promette
resistenza.
attore d’altro calibro morire
se giunonico il dio della staffetta
promette di rincuorare senza nessuno.
118.
ho perso l’aureola in un interno di fabbrica
in uno stelo vieto più a punta di un ago
una cannuccia di siesta che non
dà felicità,
così trapasso allo spasmo del cantuccio
mo’ gerundio di un amanuense.
119.
la mannaia del far di fuoco
la grondaia che rondini innamora
mormora la giostra la delizia
del riso infantile. già le folli
aureole del sogno mitigano chi fosti
sotto rotte malevole. pallori vuoti
le nomee dell’indice. torna la luce
una cerimonia d’aquila qui sulla
fronte che non vuol morire
ma reggere le nuche per poter bere.
l’altrove convertito di cicale
tocca la grotta delle fate allegre
le rondini madonne del volo sacro.
l’avamposto del manico di scopa
quando si muoia con il brevetto in canna.
120.
la cruda avaria del mio sistema
sistema rotte di bambine d’aria
per la gioia della bile di chi pianga
datori di lavoro senza stipule.
ramazze con indici di veleni
ammontano le ernie delle perdite
dentro le stanze che minano per sempre.
di te conservo l’eresia del dubbio
quella civetta a forma di centauro
vicina alla città che non patteggia
la ronda di cipressi i fati in spalla.
121.
le allegrezze delle fronde quando divampa
il ritmico candore del sale migliore
per una caserma di gatti affamati
e la vigilanza si fa pastore
di erbe di comete. qui la stalla si libera
bosco che scova le rondini birichine
sul far del lago che gorgoglia mite.
non darmi alamari di sconfitte
qui tra la festa della marea
la tabula dimessa delle vicende.
invece incede un atto di condotta
dove la sete sfratta ben chiunque
osi lo stallo di un dolore strabico.
mesta cipolla piangere di niente
sotto le scale dell’abaco incidente
i conti che non tornano conserti.
a tutto faro la ramazza contro
e non imparo che indici di strazio
lungo comari che sparlano le rotte.
[Termina qui VIGILIA DI SORPASSO. Le strofe precedenti di sono uscite su "Carte allineate" in data 27-11-2010, 17-12-2010, 19-1-2011, 21-3-2011, 7-4-2011, 21-5-2011, 3-6-2011, 11-8-2011, 5-9-2011, 11-11-2011, 3-12-2011, 23-1-2012]
07/02/12
Ulla Mussarra Schrøder, ITALO CALVINO E I CINQUE SENSI

[We as reflections. Foto Rb]
Ulla Mussarra Schrøder, ITALO CALVINO E I CINQUE SENSI. Firenze, Cesati, 2010
In parte rielaborazione di articoli già pubblicati, questo volume, il secondo di Schrøder su Calvino, che nel precedente ne aveva affrontato aspetti postmoderni, si concentra sulla presenza della visualità e dell’ascolto nei primi cinque capitoli, esaminando nel sesto sinestesie tra i vari sensi dagli Cinquanta a SE UNA NOTTE…
L’argomentazione porta in luce aspetti non troppo trattati nella critica calviniana, in particolare nel primo capitolo lo spazio architettonico con riferimenti tanto ai luoghi vissuti quanto alle strutture immaginate, tra gli estremi di una visione distopica e di una concezione utopistica.
Nel secondo capitolo, un’indagine sull’uso calviniano dei fumetti consente riscontri sull’influsso dei medesimi a livello non solo intertestuale ma di intrecci e modalità stilizzanti oltre che per la visività icastica e per la comicità.
La fotografia come mondo non scritto che rifluisce nell’opera dell’autore ligure tramite anche il rapporto intertestuale con Sontag e Barthes; fino alla sonorità, espressione, ora del mondo caotico esterno ora di quello interiore in vari testi.
Dettagliato e percorso dall’esame di diverse stesure e delle versioni teatral-musicale e in forma di racconto il capitolo su UN RE IN ASCOLTO, lo sfondo kafkiano, la trasformazione da libretto e racconto dell’io in tu, l’allegoria del doppio e della perdita di sé.
Libro utile, documentato, in diversa misura nelle sue varie parti innovativo.
[Roberto Bertoni]
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Note di lettura (Saggistica letteraria)
03/02/12
LA FIGURA DELL’INTELLETTUALE CONTEMPORANEO CON RIFERIMENTI AD ARCHETIPI NOVECENTESCHI [PARTE II]
3. Benda, Sartre, Orwell, Bobbio
Preme ora l’idea dell’intellettuale come “guida”, che sembrerebbe tornare a un altro degli archetipi del Novecento di interpretazione della figura degli intellettuali, ovvero a Julien Benda [1], il quale mette in rilievo un’aura di sacralità e di rispetto degli operatori culturali, li considera depositari altruisti del sapere come pure dell’imparzialità, cioè capaci di elevarsi al di sopra delle parti. I “chierici” bendiani sarebbero in grado di consigliare la società, indirizzandola verso ideali di giustizia, libertà, pace. Il tradimento consiste nell’avere aderito ai partiti politici invece di mantenere una distanza obiettiva dalle passioni ideologiche, al particolare a scapito dell’universale, al culto del successo anziché ai valori spirituali (alla “cronaca”, insomma, e non a più valide considerazioni di lungo periodo, cioè alla “storia”, per usare termini che, con affinità nei confronti di Benda, impiegava Elio Vittorini). Se questa visione delle cose è agli antipodi degli intellettuali organici gramsciani, nondimeno Benda non ritiene che l’intellettuale debba essere neutrale, bensì che si debba rapportare ai problemi con idealità piuttosto che con faziosità. Si direbbe che alle spalle del termine “intellettuale” come lo si adopera oggi ci sia questo tipo di umanista, specie quando se ne lamenta la scomparsa, rivelando così, probabilmente, nostalgia per l’enciclopedismo premediatico.
Colpisce in ogni caso che, in tanti scritti degli ultimi anni sugli intellettuali, riaffiorino gli archetipi definitori del Novecento, pur se non sempre citati. Non soltanto Gramsci e Benda, ma anche altri, e non sono pochi, potremmo indicare almeno Jean-Paul Sartre e George Orwell.
Sartre rappresenta per antonomasia il modello dell’impegno. La definizione sartriana di écrivain engagé è fondata sull’idea di “responsabilità” in opposizione alla “tentazione dell’irresponsabilità”, in cui prima o poi cadono gli scrittori “di origine borghese”. L’opposizione è contro l’inutilità dell’arte per l’arte, mentre la cultura deve avere come scopo quello di “produrre cambiamenti nella società che ci circonda”[2]. Pare questa un’altra connotazione dell’intellettuale che si presume “finito” da parte di alcuni partecipanti al dibattito odierno che adoperano il termine in maniera fluttuante, senza cioè definirlo nei particolari. Sono dunque l’engagement e la responsabilité, dati per conclusi, un’ulteriore rimozione, una nostalgia, ancora una volta, per ciò che si sarebbe perso e non si potrebbe recuperare?
Altro addentellato del termine oggi oscillante è quello della ricerca della verità. Per questa ragione, in materia di archetipi, si è nominato Orwell: per ribadirne non tanto la politicità consapevole[3], quanto la ricerca della verità, ciò che egli definisce “historical impulse. Desire to see things as they are, to find out true facts and store them up for the use of posterity” [4]. Venendo poi ai capisaldi più strettamente italiani del secolo scorso, gli archetipi sartriano e orwelliano sono riscontrabili sotto spoglie simili in parecchi autori del Novecento. Per limitarsi a tre nomi illustri: Vittorini, già citato sopra per una compatibilità con Benda, è paragonabile in parte a Sartre, con cui del resto collaborò, per il rapporto tra individuo e potere; e la verità intesa in quanto concetto essenziale si ritrova con energia in Leonardo Sciascia e Norberto Bobbio. Ci si sofferma brevemente su quest’ultimo, per ricordare che, richiamandosi a Romain Rolland, e differenziandosi decisamente da Orwell e Sartre, egli designava l’uomo di cultura come “al di sopra della mischia” [4]. Il suo compito, scrive però Bobbio in sintonia proprio con Orwell, è di essere “custode della verità” [5], nonché, e qui elabora la propria variante, “quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze” dato che “cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi; controllare tutte le testimonianze prima di decidere; e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda in modo irrevocabile una scelta perentoria e definitiva”; superando la “figura romantica del filosofo-profeta”, quindi anche del “chierico” alla Benda [6], per agire invece “con molta cautela” ed esprimendo perplessità più che certezze [7]. Il concetto di perplessità, prossimo a quello di relatività culturale, sembrerebbe anticipare le modalità del versante progressista del “pensiero debole”, di cui si è tornati a parlare per una discussione in corso tra i sostenitori di tale corrente, impersonata da Gianni Vattimo, e chi fa riferimento alle ideologie definitive del cosiddetto “new realism” sotto le insegne di Maurizio Ferraris [8].
Le idee dei vari autori sopra citati del Novecento, stranieri e italiani, non sono morte, dato che le analisi del secondo millennio si pongono in continuità conscia o inconscia con le diagnosi del secolo scorso, malgrado la discussione sia condotta anche con concetti diversi. Vediamo allora qualcuna delle interpretazioni che dai paradigmi del passato deviano per muovere in direzione delle novità sociologiche.
4. Oggi
Come modello di intellettuale in positivo, secondo Ventura, “tra gli intellettuali che più si sono impegnati nello scuotere gli ultimi rimasugli della società civile italiana c’è Vincenzo Consolo” [9]. La conclusione è che “il ruolo dell’intellettuale sembra essere rimasto solo uno: togliere il velo dagli occhi dei votanti ‘telestupefatti’, come ha detto Consolo, e costringerli a guardare dove non vogliono guardare” [10], promuovendo una più autentica democrazia. Sicuramente si concorda con questa scelta, anche commemorando ora in positivo, come merita con evidenza, Consolo a distanza tanto breve dalla scomparsa.
Fa eco a Consolo un’affermazione del 2009 di Alberto Asor Rosa:
“Bisogna chiedersi se siamo dinanzi alla liquidazione delle forme tradizionali della cultura intellettuale o all’esaurimento della funzione intellettuale tout court. Io propenderei per la prima ipotesi. Sono persuaso che sia andata chiudendosi in questi decenni una storia intellettuale cominciata sotto i Lumi e protrattasi fino agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, sia pure con le tragiche fratture dei totalitarismi nazifascista e comunista. Mutamenti colossali sono intervenuti in tutto l’Occidente; l’Italia, come spesso è accaduto, rappresenta un laboratorio particolare. È finita una lunga storia intellettuale, ma non la possibilità di un esercizio critico dell’intelligenza, anche se oggi è più difficile vederne le manifestazioni” [11].
Ci sono insomma queste manifestazioni nei testi degli ultimi dodici anni? La generazione giovane presenta ancora intellettuali impegnati? Luperini, pur constatando che i letterati engagé di spessore artistico non sono frequenti come quelli esistiti fino agli anni Settanta (tra cui Pasolini, Fortini, Sciascia), indica Roberto Saviano tra gli altri contemporanei.
Riguardo la polemica su GOMORRA, si è già avuto occasione di intervenire a sfavore della tesi di Alessandro Dal Lago, secondo il quale l’autore napoletano sarebbe subalterno al potere dominante in quanto agirebbe nell’ambito del narcisismo protagonistico di stampo berlusconiano sebbene sia diversamente collocato sul piano ideologico [12]. In contrasto con questa idea, ci si limita a notare che non si capisce che cosa debba fare di più un autore per non essere denigrato oltre a mettere a repentaglio la propria vita per aver indicato in un’opera scritta i nomi di capi camorristi e averne dettagliatamente descritto le azioni. Non si tratta di una modalità di impegno assimilabile a quelle tradizionali?
C’è frattanto anche qualcosa di inedito, perché è vero che GOMORRA ha avuto un ampio successo editoriale; e in ciò risiede uno dei temi elaborati in questi anni: il caso di Saviano dimostra che una pura presa di distanza dai mass media non è ormai produttiva. Occorre criticarli, ma anche intervenire al loro interno. Vanno utilizzati perché i lettori ne fruiscono e perché nel loro sviluppo hanno prodotto tecniche ben articolate, così le narrazioni dei fumetti, il cinema, i giochi elettronici, le serie televisive. Al contempo vanno deprivati delle negatività manipolanti che possiedono, delle ideologie alienanti, violente, sciocche, come sostengono i rappresentanti del collettivo di scrittura Wu Ming in un modo che pare adatto ai tempi e ai compiti dell’intellettuale nel presente [13].
Un altro aspetto del presente, di cui tenere conto partendo ancora dagli archetipi novecenteschi, è la professionalizzazione: ricordiamo qui le anticipazioni di Max Weber sul lavoro accademico come attività specialistica, “posta al servizio della coscienza di sé e della conoscenza di situazioni di fatto, e non una grazia di visionari e profeti, dispensatrice di mezzi di salvazione e di rivelazioni, o un elemento della meditazione di saggi e filosofi sul significato del mondo” [14]. Il fattore professionale, in parte collegabile anche alle prefigurazioni di Gramsci, è stato ripreso e attualizzato per analizzare gli intellettuali di oggi. È Marco Tarchi a specificare che, dal punto di vista numerico, si è assistito a una forte crescita, dovuta non tanto alla scolarizzazione quanto alla proliferazione degli strumenti di espressione delle idee come i media e il web [15]. Risulta dalle inchieste che i nuovi intellettuali italiani sono impiegati meno nelle università e nelle case editrici che nei mass media. Sul piano dello status, la partecipazione ai talk shows, e in generale la visibilità nel mondo delle comunicazioni di massa, ha dato loro prestigio. Tutto ciò ha influito sul rapporto con la politica. Il discredito delle ideologie ha portato gli intellettuali in direzione dei diritti dell’uomo e di altri temi etici invece di vertere sulle fedeltà di partito proprie di alcuni decenni del Novecento. I toni della denuncia, insomma, non sono scomparsi, ma si sono adattati a nuovi bersagli con modalità aggiornate.
In relazione a questi aspetti Luperini, in un intervento del 2007 [16], distingue tra “funzione” e “ruolo” degli intellettuali:
“La forbice, e la contraddizione, fra funzione e ruolo, presente in ogni lavoro intellettuale, tende a contrarsi, risolvendosi a vantaggio del secondo.
Il ruolo si definisce in un ambito immediatamente sociale. Coincide con la mansione assegnata dalle istituzioni, siano esse gli apparati scientifici ed educativi di uno stato, il sistema delle pubbliche comunicazioni, un ente o una azienda privata, o il governo stesso di una nazione. Comporta un sapere, un insieme di competenze specifiche, in cambio di uno stipendio; implica dei finanziamenti pubblici o privati per la ricerca; uno status, dei compiti, anche burocratici, e la collocazione in una gerarchia. Da questo punto di vista l’intellettuale è sempre anche un funzionario.
La funzione si colloca invece in un ambito antropologico e storico. Coincide con una attività intellettuale che segue la propria logica, aspira a una purezza priva di condizionamenti e tende perciò a scavalcare la dinamica delle istituzioni e degli enti concreti per obbedire solo all’etica della ricerca e per rivolgersi non a un committente preciso ma ai destini generali dell’umanità intera.
[...] Negli ultimi decenni la tendenziale scomparsa dell’intellettuale è anche riduzione o annullamento della funzione e progressivo trionfo del ruolo”.
Concludendo, è vero che in Italia c’è stata una perdita di status sociale e una maggiore professionalizzazione degli intellettuali, che è andata di pari passo, a partire dagli anni Ottanta, con una variazione delle ideologie. Ciò non significa che la figura stessa dell’intellettuale sia deperita al punto di scomparire. Forse il ruolo, se meditato con intelligenza, può esso stesso produrre funzioni che rivalutino le dinamiche culturali e si confrontino costantemente con quelle sociali, mantenendo una modalità di stimolo, di interpretazione del reale, di intervento per modificare gli stati di cose insoddisfacenti.
NOTE
[1] J. Benda, THE TREASON OF THE INTELLECTUALS (LA TRAHISON DES CLERCS, 1927), Londra - New York, 1982.
[2] J.-P. Sartre, Présentation des “Temps Modernes” (1948), in SITUATIONS, II, Parigi, Gallimard, 1948, pp. 7-30.
[3] “No book is genuinely free from political bias. The opinion that art should have nothing to do with politics is itself a political attitude”. Anzi, la politica conferisce anche qualità estetiche a ciò che si scrive: “it is invariably when I lacked a political purpose that I wrote lifeless books” (G. Orwell, ESSAYS, Londra, Penguin, 2000, pp. 6-7).
[4] G. Orwell, ESSAYS, cit., p. 3.
[5] N. Bobbio, POLITICA..., Torino, Einaudi, 1955, p. 132.
[6] N. Bobbio, POLITICA..., cit., p. 15.
[7] N. Bobbio, POLITICA..., cit., p. 19. Naturalmente si potrebbero citare quanti altri, che il tempo e lo scopo dell’intervento che si sta conducendo non permettono; si precisa infine che non è questa la sede per riepilogare sull’impegno in generale, cosa che si è d’altronde fatta in passato in varie occasioni. In proposito cfr. R. Bertoni, POLITICAL AND SOCIAL COMMITMENT IN SOME ITALIAN NOVELS IN THE 1990S, in NARRATIVA ITALIANA RECENTE - RECENT ITALIAN NARRATIVE, ed. R. Bertoni, Dublino, Trinity College e Torino, Trauben, 2005, pp. 9-32; e Idem, NARRATIVA DAL VENTUNESIMO SECOLO, in SPECCHI DI REALTÀ (ASPETTI DEL RAPPORTO TRA NARRATIVA E SOCIETÀ IN ITALIA DOPO IL 1989), ed. R. Bertoni, Dublino, Trinity College e Torino, Trauben, 2010, pp. 23-35.
[8] Cfr. IL BLOG DI GIANNI VATTIMO per un riepilogo delle posizioni. Un intervento in proposito dell’autore di queste note è POSTMODERNO VS. REALISMO, O PROGRESSISMO VS. REAZIONE?, “Carte allineate”, prima serie, 55, 2011, 7-7-2011.
[9] R. Ventura, GLI INTELLETTUALI..., cit., p. 52.
[10] R. Ventura, GLI INTELLETTUALI..., cit., p. 54.
[11] A. Asor Rosa, IL GRANDE SILENZIO. INTERVISTA SUGLI INTELLETTUALI, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. 4.
[12] A. Dal Lago, EROI DI CARTA. IL CASO GOMORRA E ALTRE EPOPEE, Roma, Manifesto Libri, 2010. Cfr. anche la recensione dell’autore di queste note “Carte allineate”, prima serie, 46, 2010, 15-12-2010.
[13] Wu Ming, NEW ITALIAN EPIC. LETTERATURA, SGUARDO OBLIQUO, RITORNO AL FUTURO, Torino, Einaudi, 2009.
[14] M. Weber (1913), IL LAVORO INTELLETTUALE COME PROFESSIONE (con una Nota introduttiva di D. Cantimori), Torino, Einaudi, 1998, p. 38.
[15] M. Tarchi, L’INTELLETTUALE MORALISTA E LA CRISI DELLA POLITICA, “Rivista di filosofia”, 88.1, 1997, pp. 99-116.
[16] R. Luperini, LA FUNZIONE DEGLI INTELLETTUALI (Prolusione tenuta presso l’Università di Siena, 2007).
La prima parte di questo scritto è stata pubblicata su “Carte allineate”, 3-12-2012.
[Roberto Bertoni]
Preme ora l’idea dell’intellettuale come “guida”, che sembrerebbe tornare a un altro degli archetipi del Novecento di interpretazione della figura degli intellettuali, ovvero a Julien Benda [1], il quale mette in rilievo un’aura di sacralità e di rispetto degli operatori culturali, li considera depositari altruisti del sapere come pure dell’imparzialità, cioè capaci di elevarsi al di sopra delle parti. I “chierici” bendiani sarebbero in grado di consigliare la società, indirizzandola verso ideali di giustizia, libertà, pace. Il tradimento consiste nell’avere aderito ai partiti politici invece di mantenere una distanza obiettiva dalle passioni ideologiche, al particolare a scapito dell’universale, al culto del successo anziché ai valori spirituali (alla “cronaca”, insomma, e non a più valide considerazioni di lungo periodo, cioè alla “storia”, per usare termini che, con affinità nei confronti di Benda, impiegava Elio Vittorini). Se questa visione delle cose è agli antipodi degli intellettuali organici gramsciani, nondimeno Benda non ritiene che l’intellettuale debba essere neutrale, bensì che si debba rapportare ai problemi con idealità piuttosto che con faziosità. Si direbbe che alle spalle del termine “intellettuale” come lo si adopera oggi ci sia questo tipo di umanista, specie quando se ne lamenta la scomparsa, rivelando così, probabilmente, nostalgia per l’enciclopedismo premediatico.
Colpisce in ogni caso che, in tanti scritti degli ultimi anni sugli intellettuali, riaffiorino gli archetipi definitori del Novecento, pur se non sempre citati. Non soltanto Gramsci e Benda, ma anche altri, e non sono pochi, potremmo indicare almeno Jean-Paul Sartre e George Orwell.
Sartre rappresenta per antonomasia il modello dell’impegno. La definizione sartriana di écrivain engagé è fondata sull’idea di “responsabilità” in opposizione alla “tentazione dell’irresponsabilità”, in cui prima o poi cadono gli scrittori “di origine borghese”. L’opposizione è contro l’inutilità dell’arte per l’arte, mentre la cultura deve avere come scopo quello di “produrre cambiamenti nella società che ci circonda”[2]. Pare questa un’altra connotazione dell’intellettuale che si presume “finito” da parte di alcuni partecipanti al dibattito odierno che adoperano il termine in maniera fluttuante, senza cioè definirlo nei particolari. Sono dunque l’engagement e la responsabilité, dati per conclusi, un’ulteriore rimozione, una nostalgia, ancora una volta, per ciò che si sarebbe perso e non si potrebbe recuperare?
Altro addentellato del termine oggi oscillante è quello della ricerca della verità. Per questa ragione, in materia di archetipi, si è nominato Orwell: per ribadirne non tanto la politicità consapevole[3], quanto la ricerca della verità, ciò che egli definisce “historical impulse. Desire to see things as they are, to find out true facts and store them up for the use of posterity” [4]. Venendo poi ai capisaldi più strettamente italiani del secolo scorso, gli archetipi sartriano e orwelliano sono riscontrabili sotto spoglie simili in parecchi autori del Novecento. Per limitarsi a tre nomi illustri: Vittorini, già citato sopra per una compatibilità con Benda, è paragonabile in parte a Sartre, con cui del resto collaborò, per il rapporto tra individuo e potere; e la verità intesa in quanto concetto essenziale si ritrova con energia in Leonardo Sciascia e Norberto Bobbio. Ci si sofferma brevemente su quest’ultimo, per ricordare che, richiamandosi a Romain Rolland, e differenziandosi decisamente da Orwell e Sartre, egli designava l’uomo di cultura come “al di sopra della mischia” [4]. Il suo compito, scrive però Bobbio in sintonia proprio con Orwell, è di essere “custode della verità” [5], nonché, e qui elabora la propria variante, “quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze” dato che “cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi; controllare tutte le testimonianze prima di decidere; e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda in modo irrevocabile una scelta perentoria e definitiva”; superando la “figura romantica del filosofo-profeta”, quindi anche del “chierico” alla Benda [6], per agire invece “con molta cautela” ed esprimendo perplessità più che certezze [7]. Il concetto di perplessità, prossimo a quello di relatività culturale, sembrerebbe anticipare le modalità del versante progressista del “pensiero debole”, di cui si è tornati a parlare per una discussione in corso tra i sostenitori di tale corrente, impersonata da Gianni Vattimo, e chi fa riferimento alle ideologie definitive del cosiddetto “new realism” sotto le insegne di Maurizio Ferraris [8].
Le idee dei vari autori sopra citati del Novecento, stranieri e italiani, non sono morte, dato che le analisi del secondo millennio si pongono in continuità conscia o inconscia con le diagnosi del secolo scorso, malgrado la discussione sia condotta anche con concetti diversi. Vediamo allora qualcuna delle interpretazioni che dai paradigmi del passato deviano per muovere in direzione delle novità sociologiche.
4. Oggi
Come modello di intellettuale in positivo, secondo Ventura, “tra gli intellettuali che più si sono impegnati nello scuotere gli ultimi rimasugli della società civile italiana c’è Vincenzo Consolo” [9]. La conclusione è che “il ruolo dell’intellettuale sembra essere rimasto solo uno: togliere il velo dagli occhi dei votanti ‘telestupefatti’, come ha detto Consolo, e costringerli a guardare dove non vogliono guardare” [10], promuovendo una più autentica democrazia. Sicuramente si concorda con questa scelta, anche commemorando ora in positivo, come merita con evidenza, Consolo a distanza tanto breve dalla scomparsa.
Fa eco a Consolo un’affermazione del 2009 di Alberto Asor Rosa:
“Bisogna chiedersi se siamo dinanzi alla liquidazione delle forme tradizionali della cultura intellettuale o all’esaurimento della funzione intellettuale tout court. Io propenderei per la prima ipotesi. Sono persuaso che sia andata chiudendosi in questi decenni una storia intellettuale cominciata sotto i Lumi e protrattasi fino agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, sia pure con le tragiche fratture dei totalitarismi nazifascista e comunista. Mutamenti colossali sono intervenuti in tutto l’Occidente; l’Italia, come spesso è accaduto, rappresenta un laboratorio particolare. È finita una lunga storia intellettuale, ma non la possibilità di un esercizio critico dell’intelligenza, anche se oggi è più difficile vederne le manifestazioni” [11].
Ci sono insomma queste manifestazioni nei testi degli ultimi dodici anni? La generazione giovane presenta ancora intellettuali impegnati? Luperini, pur constatando che i letterati engagé di spessore artistico non sono frequenti come quelli esistiti fino agli anni Settanta (tra cui Pasolini, Fortini, Sciascia), indica Roberto Saviano tra gli altri contemporanei.
Riguardo la polemica su GOMORRA, si è già avuto occasione di intervenire a sfavore della tesi di Alessandro Dal Lago, secondo il quale l’autore napoletano sarebbe subalterno al potere dominante in quanto agirebbe nell’ambito del narcisismo protagonistico di stampo berlusconiano sebbene sia diversamente collocato sul piano ideologico [12]. In contrasto con questa idea, ci si limita a notare che non si capisce che cosa debba fare di più un autore per non essere denigrato oltre a mettere a repentaglio la propria vita per aver indicato in un’opera scritta i nomi di capi camorristi e averne dettagliatamente descritto le azioni. Non si tratta di una modalità di impegno assimilabile a quelle tradizionali?
C’è frattanto anche qualcosa di inedito, perché è vero che GOMORRA ha avuto un ampio successo editoriale; e in ciò risiede uno dei temi elaborati in questi anni: il caso di Saviano dimostra che una pura presa di distanza dai mass media non è ormai produttiva. Occorre criticarli, ma anche intervenire al loro interno. Vanno utilizzati perché i lettori ne fruiscono e perché nel loro sviluppo hanno prodotto tecniche ben articolate, così le narrazioni dei fumetti, il cinema, i giochi elettronici, le serie televisive. Al contempo vanno deprivati delle negatività manipolanti che possiedono, delle ideologie alienanti, violente, sciocche, come sostengono i rappresentanti del collettivo di scrittura Wu Ming in un modo che pare adatto ai tempi e ai compiti dell’intellettuale nel presente [13].
Un altro aspetto del presente, di cui tenere conto partendo ancora dagli archetipi novecenteschi, è la professionalizzazione: ricordiamo qui le anticipazioni di Max Weber sul lavoro accademico come attività specialistica, “posta al servizio della coscienza di sé e della conoscenza di situazioni di fatto, e non una grazia di visionari e profeti, dispensatrice di mezzi di salvazione e di rivelazioni, o un elemento della meditazione di saggi e filosofi sul significato del mondo” [14]. Il fattore professionale, in parte collegabile anche alle prefigurazioni di Gramsci, è stato ripreso e attualizzato per analizzare gli intellettuali di oggi. È Marco Tarchi a specificare che, dal punto di vista numerico, si è assistito a una forte crescita, dovuta non tanto alla scolarizzazione quanto alla proliferazione degli strumenti di espressione delle idee come i media e il web [15]. Risulta dalle inchieste che i nuovi intellettuali italiani sono impiegati meno nelle università e nelle case editrici che nei mass media. Sul piano dello status, la partecipazione ai talk shows, e in generale la visibilità nel mondo delle comunicazioni di massa, ha dato loro prestigio. Tutto ciò ha influito sul rapporto con la politica. Il discredito delle ideologie ha portato gli intellettuali in direzione dei diritti dell’uomo e di altri temi etici invece di vertere sulle fedeltà di partito proprie di alcuni decenni del Novecento. I toni della denuncia, insomma, non sono scomparsi, ma si sono adattati a nuovi bersagli con modalità aggiornate.
In relazione a questi aspetti Luperini, in un intervento del 2007 [16], distingue tra “funzione” e “ruolo” degli intellettuali:
“La forbice, e la contraddizione, fra funzione e ruolo, presente in ogni lavoro intellettuale, tende a contrarsi, risolvendosi a vantaggio del secondo.
Il ruolo si definisce in un ambito immediatamente sociale. Coincide con la mansione assegnata dalle istituzioni, siano esse gli apparati scientifici ed educativi di uno stato, il sistema delle pubbliche comunicazioni, un ente o una azienda privata, o il governo stesso di una nazione. Comporta un sapere, un insieme di competenze specifiche, in cambio di uno stipendio; implica dei finanziamenti pubblici o privati per la ricerca; uno status, dei compiti, anche burocratici, e la collocazione in una gerarchia. Da questo punto di vista l’intellettuale è sempre anche un funzionario.
La funzione si colloca invece in un ambito antropologico e storico. Coincide con una attività intellettuale che segue la propria logica, aspira a una purezza priva di condizionamenti e tende perciò a scavalcare la dinamica delle istituzioni e degli enti concreti per obbedire solo all’etica della ricerca e per rivolgersi non a un committente preciso ma ai destini generali dell’umanità intera.
[...] Negli ultimi decenni la tendenziale scomparsa dell’intellettuale è anche riduzione o annullamento della funzione e progressivo trionfo del ruolo”.
Concludendo, è vero che in Italia c’è stata una perdita di status sociale e una maggiore professionalizzazione degli intellettuali, che è andata di pari passo, a partire dagli anni Ottanta, con una variazione delle ideologie. Ciò non significa che la figura stessa dell’intellettuale sia deperita al punto di scomparire. Forse il ruolo, se meditato con intelligenza, può esso stesso produrre funzioni che rivalutino le dinamiche culturali e si confrontino costantemente con quelle sociali, mantenendo una modalità di stimolo, di interpretazione del reale, di intervento per modificare gli stati di cose insoddisfacenti.
NOTE
[1] J. Benda, THE TREASON OF THE INTELLECTUALS (LA TRAHISON DES CLERCS, 1927), Londra - New York, 1982.
[2] J.-P. Sartre, Présentation des “Temps Modernes” (1948), in SITUATIONS, II, Parigi, Gallimard, 1948, pp. 7-30.
[3] “No book is genuinely free from political bias. The opinion that art should have nothing to do with politics is itself a political attitude”. Anzi, la politica conferisce anche qualità estetiche a ciò che si scrive: “it is invariably when I lacked a political purpose that I wrote lifeless books” (G. Orwell, ESSAYS, Londra, Penguin, 2000, pp. 6-7).
[4] G. Orwell, ESSAYS, cit., p. 3.
[5] N. Bobbio, POLITICA..., Torino, Einaudi, 1955, p. 132.
[6] N. Bobbio, POLITICA..., cit., p. 15.
[7] N. Bobbio, POLITICA..., cit., p. 19. Naturalmente si potrebbero citare quanti altri, che il tempo e lo scopo dell’intervento che si sta conducendo non permettono; si precisa infine che non è questa la sede per riepilogare sull’impegno in generale, cosa che si è d’altronde fatta in passato in varie occasioni. In proposito cfr. R. Bertoni, POLITICAL AND SOCIAL COMMITMENT IN SOME ITALIAN NOVELS IN THE 1990S, in NARRATIVA ITALIANA RECENTE - RECENT ITALIAN NARRATIVE, ed. R. Bertoni, Dublino, Trinity College e Torino, Trauben, 2005, pp. 9-32; e Idem, NARRATIVA DAL VENTUNESIMO SECOLO, in SPECCHI DI REALTÀ (ASPETTI DEL RAPPORTO TRA NARRATIVA E SOCIETÀ IN ITALIA DOPO IL 1989), ed. R. Bertoni, Dublino, Trinity College e Torino, Trauben, 2010, pp. 23-35.
[8] Cfr. IL BLOG DI GIANNI VATTIMO per un riepilogo delle posizioni. Un intervento in proposito dell’autore di queste note è POSTMODERNO VS. REALISMO, O PROGRESSISMO VS. REAZIONE?, “Carte allineate”, prima serie, 55, 2011, 7-7-2011.
[9] R. Ventura, GLI INTELLETTUALI..., cit., p. 52.
[10] R. Ventura, GLI INTELLETTUALI..., cit., p. 54.
[11] A. Asor Rosa, IL GRANDE SILENZIO. INTERVISTA SUGLI INTELLETTUALI, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. 4.
[12] A. Dal Lago, EROI DI CARTA. IL CASO GOMORRA E ALTRE EPOPEE, Roma, Manifesto Libri, 2010. Cfr. anche la recensione dell’autore di queste note “Carte allineate”, prima serie, 46, 2010, 15-12-2010.
[13] Wu Ming, NEW ITALIAN EPIC. LETTERATURA, SGUARDO OBLIQUO, RITORNO AL FUTURO, Torino, Einaudi, 2009.
[14] M. Weber (1913), IL LAVORO INTELLETTUALE COME PROFESSIONE (con una Nota introduttiva di D. Cantimori), Torino, Einaudi, 1998, p. 38.
[15] M. Tarchi, L’INTELLETTUALE MORALISTA E LA CRISI DELLA POLITICA, “Rivista di filosofia”, 88.1, 1997, pp. 99-116.
[16] R. Luperini, LA FUNZIONE DEGLI INTELLETTUALI (Prolusione tenuta presso l’Università di Siena, 2007).
La prima parte di questo scritto è stata pubblicata su “Carte allineate”, 3-12-2012.
[Roberto Bertoni]
01/02/12
Laura Accerboni, POTER ESSERE
Poter essere
donna fra le donne,
quando il volto
si fa adulto,
quando il padre
spiega la sua lezione
in un plurale maschile,
quando ti modellano
il corpo e la mente
per farti essere modello
di piacere,
modello economico
senza spalle.
Quando ti vietano
la libertà
di svolta,
perché sarai madre
perché sarai figlia
perché sarai casa
senza uscita.
donna fra le donne,
quando il volto
si fa adulto,
quando il padre
spiega la sua lezione
in un plurale maschile,
quando ti modellano
il corpo e la mente
per farti essere modello
di piacere,
modello economico
senza spalle.
Quando ti vietano
la libertà
di svolta,
perché sarai madre
perché sarai figlia
perché sarai casa
senza uscita.
31/01/12
CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 2, Gennaio 2012 / Second series, issue 2, January 2012
Per gli articoli del mese, vai a "gennaio 2012" in ARCHIVIO BLOG, o consulta l'INDICE ALFABETICO qui sotto. Per gli arretrati vai a ARCHIVIO BLOG e a "Di cosa si parla su 'Carte allineate': Indici". Cerca nomi e titoli specifici con il SEARCH BLOG; e gli argomenti tramite le ETICHETTE nella colonna di destra. A sinistra si trovano i LINKS con altri siti / Find the entries in the current month at "January 2012" in ARCHIVIO BLOG or in the INDEX below. Find past issues in ARCHIVIO BLOG and in 'Di cosa si parla su Carte allineate: Indici'. Look for specific names and titles by using the SEARCH BLOG. Consult topics by using the ETICHETTE (or LABELS) in the right end side column. LINKS to other sites are provided on the left end side.
INDICE ALFABETICO / INDEX
Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni. / Entries listed below without the name of the author were written, and pictures were taken, by Roberto Bertoni.
- AMADIEU, François, LE POIDS DES APPARENCES. Note di lettura, 17-1-2012.
- BERGERON, Bibo, A MONSTER IN PARIS. Storie di film, 27-1-2012.
- BUCK, Pearl S., LA BUONA TERRA e FIGLI. Note di lettura, 9-1-2012.
- FERRAMOSCA, Annamaria, TRE POESIE. Testo, 7-1-2012.
- FRISA, Lucetta, PICCOLE INVOCAZIONI A MERCURIO. Testo, 19-1-2012.
- LA FIGURA DELL’INTELLETTUALE CONTEMPORANEO CON RIFERIMENTI AD ARCHETIPI NOVECENTESCHI [PARTE I], Riflessione, 3-1-2012.
- LEE Kyoo-Man, 아이들 (AIDUL), CHILDREN, Storie di film, 11-1-2012.
- PINI, Angelo, L'ESILIATO A CONFINE. Testo, 15-1-2012.
- PIZZI, Marina, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [101-110]. Testo, 23-1-2012.
- POLITO, Paola, 1990 - SANDA. Testo, 29-1-2011.
INDICE ALFABETICO / INDEX
Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni. / Entries listed below without the name of the author were written, and pictures were taken, by Roberto Bertoni.
- AMADIEU, François, LE POIDS DES APPARENCES. Note di lettura, 17-1-2012.
- BERGERON, Bibo, A MONSTER IN PARIS. Storie di film, 27-1-2012.
- BUCK, Pearl S., LA BUONA TERRA e FIGLI. Note di lettura, 9-1-2012.
- FERRAMOSCA, Annamaria, TRE POESIE. Testo, 7-1-2012.
- FRISA, Lucetta, PICCOLE INVOCAZIONI A MERCURIO. Testo, 19-1-2012.
- LA FIGURA DELL’INTELLETTUALE CONTEMPORANEO CON RIFERIMENTI AD ARCHETIPI NOVECENTESCHI [PARTE I], Riflessione, 3-1-2012.
- LEE Kyoo-Man, 아이들 (AIDUL), CHILDREN, Storie di film, 11-1-2012.
- PINI, Angelo, L'ESILIATO A CONFINE. Testo, 15-1-2012.
- PIZZI, Marina, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [101-110]. Testo, 23-1-2012.
- POLITO, Paola, 1990 - SANDA. Testo, 29-1-2011.
29/01/12
Paola Polito, 1990 - SANDA
Quando arrivò la telefonata, Anghela lasciò che al rientro da scuola la figlia pranzasse con calma e, dopo la consueta esercitazione di pianoforte, le annunciò la morte del pittore Petre Nemoiu, suo padre. Non sapeva se l’informazione potesse avere per lei un significato speciale, le disse; in ogni caso era meglio venirlo a sapere in casa, dove avrebbe potuto reagire liberamente. Sanda commentò a labbra strette che la notizia della morte di un estraneo non poteva che lasciarla indifferente. Anzi, provava sollievo, perché era finita. Una buona volta era finita con l’umiliazione delle pratiche legali per strappare alle tasche di quell’egocentrico dissipatore pochi e stentati assegni alimentari, ma era finita soprattutto con la sottaciuta, dolorosa attesa che quel padre genialoide producesse una volta o l’altra, anche solo per sbaglio, per un’improvvisa extrasistole sentimentale, un gesto spontaneo, di curiosità, di interesse, di pentimento. Niente. Mai niente fin lì e, adesso, mai più. Solo di questo aveva potuto avere parte: di un annuncio di morte. Mai più. Andò a chiudersi in camera.
Per arrivare alla villa bisognava salire in collina, su per la strada che costeggiava la Chiesa di San Demetrio. Non sapeva perché la voglia di visitare la casa le fosse presa proprio adesso, in quel congedo scolastico a Sibiu e a distanza di tanti anni. Troppi, certo, per quel che voleva fare. Ma cosa voleva fare? Era tutto così incerto! Si sentì mancare il fiato. L’asma, ma doveva essere soprattutto per la foga con cui aveva affrontato l’ultimo tratto di strada che la separava dal luogo di nascita dei suoi primi sbrindellati ricordi. I suoi primi e ultimi ricordi legati a Petre, i suoi primi e ultimi ricordi legati a loro tre insieme. Una famiglia. Cos’era per lei quella famiglia? Non il ricordo di un triangolo amoroso, dei volti di mamma e di Petre, dei loro corpi in uno stesso scenario, come in una fotografia, no. La sua famiglia era un giardino con un piccolo sentiero verso una porta e un pavimento a scacchi. E una stufa. Neppure una stufa intera, veramente; quell’idea era certo una ricostruzione a posteriori, concepita in età adulta.
Di fatto, quel che ricordava erano delle mattonelle bianche di maiolica con un disegno floreale azzurro, in rilievo. I suoi polpastrelli, dopo quasi due decenni, conservavano ancora traccia della consistenza e del calore di quelle mattonelle. Era per verificare quella consistenza e quel calore, che era venuta in treno fin lì, in quella città, su quella strada? Avrebbe riconosciuto la casa? E che cosa avrebbe detto ai nuovi padroni? Scusatemi tanto, ma voglio vedere se in casa vostra c’è una vecchia stufa di maiolica. È l’unico ricordo che ho del pittore Petre Nemoiu. È l’unico ricordo che ho di mio padre. Sono stata qui una sola volta, avevo poco più di un anno, i miei avevano deciso di trascorrere una vacanza insieme. Una sola volta. Diciassette anni fa. Avrebbe detto questo?
Quando si trovò davanti alla casa, seppe di essere a destinazione. Spinse il cancello di ferro battuto, attraversò il vialetto, suonò alla porta. Venne a aprirle un uomo alto e magro, con i capelli brizzolati, seguito da un setter molto giovane che subito le saltò addosso e la leccò in viso. Il cane fu subito allontanato. Sanda non guardò il padrone del cane in volto, non le interessava; fece scorrere lo sguardo sul pullover di sottile lana beige che l’uomo indossava, e fissando gli occhi sul suo torace magro sotto la lana disse:
- Scusatemi tanto, ma vorrei vedere se in casa vostra c’è una vecchia stufa di maiolica. È l’unico ricordo che ho del pittore Petre Nemoiu. È l’unico ricordo che ho di mio padre.
Abbassò lo sguardo. Con meraviglia vide che i piedi dell’uomo si spostavano verso l’interno della casa. Li seguì lungo un percorso a scacchi. Ecco. Si sentiva di nuovo soffocare. L’uomo la prese per un braccio, la sospinse verso un angolo scuro. La stufa era lì. Superba e, anche se rattoppata e scheggiata qua e là, funzionante. Una buona stufa di maiolica che doveva aver riscaldato gran parte della casa, testimone delle sregolatezze paterne nelle rigide notti sibiene.
Si avvicinò, toccò le mattonelle. Bianche, con un disegno floreale azzurro, in rilievo. Ne riconobbe coi polpastrelli la consistenza e il calore.
L’uomo, adesso, la spingeva di stanza in stanza, le raccontava di essere stato un buon amico di suo padre il pittore. Un gran pittore. Molto quotato, ma spendaccione. Sperperatore. Un gran viveur; un uomo affascinante, intelligente e, anche, a volte, abissalmente triste. L’alcool, sì. L’incapacità di amare. Nei momenti di lucidità diceva di sapere che sarebbe morto abbandonato da tutti, solo come un cane. Non era andata proprio così. Se ne era occupato lui, di Petre. Per simpatia, per compassione. Negli ultimi anni, il maestro era molto malato, non riusciva più a salire fino alla villa; alla fine avevano fatto una permuta. Petre era andato a vivere nell’appartamento cittadino dell’amico, al pianterreno, confortevole e caldo. Gli aveva lasciato in cambio la villa. Tutto regolare, per carità. Conservava le carte. Voleva vederle?
Sanda si guardava intorno. Non ascoltava. Non era venuta per incontrare quell’uomo. Stringeva la mano destra a pugno, per non lasciarsi scappare via il calore della stufa ritrovata.
Adesso l’amico di Petre Nemoiu indicava sulle pareti i quadri del maestro: ecco, vedeva?, quello era l’ultimo, Petre l’aveva dipinto poco prima di morire. La cirrosi, sì. Anzi, no, veramente, non sapeva se faceva bene a dirglielo, una signorina così delicata…, ma anche… sì, anche coraggiosa… venire qui a chiedere di entrare nella casa del padre che non ha… che non ha mai…, insomma, ecco… l’ultimo quadro, veramente, è un altro… Petre diceva che era per lei, signorina, per Sanda. Lei si chiama Sanda, vero?
L’uomo tirò fuori da un grande armadio di legno massiccio una tela avvolta in alcuni fogli di giornale. La scartò agevolmente perché era abbastanza piccola, cinquanta o sessanta centimetri per settanta. La girò verso Sanda tenendola premuta contro il pullover, all’altezza del suo torace magro. Era bianca.
Purtroppo, o per fortuna, aggiunse l’uomo, Petre non era riuscito neppure a incominciare l’opera che voleva dedicare alla sua Sanda. Proprio così diceva, “questa tela sarà per la mia Sanda”. Pronunciò quella frase con un tono eccessivamente dolce, in cui a Sanda parve di sentire dello scherno. Per la prima volta guardò l’uomo negli occhi. L’amico di suo padre abbassò lo sguardo.
Il nuovo proprietario accompagnò la figlia di Petre alla porta. La ragazza se ne andò via in silenzio, percorse il sentiero lungo il giardino con la mano destra chiusa a pugno, si avviò sulla strada senza richiudere dietro di sé il cancello.
Per arrivare alla villa bisognava salire in collina, su per la strada che costeggiava la Chiesa di San Demetrio. Non sapeva perché la voglia di visitare la casa le fosse presa proprio adesso, in quel congedo scolastico a Sibiu e a distanza di tanti anni. Troppi, certo, per quel che voleva fare. Ma cosa voleva fare? Era tutto così incerto! Si sentì mancare il fiato. L’asma, ma doveva essere soprattutto per la foga con cui aveva affrontato l’ultimo tratto di strada che la separava dal luogo di nascita dei suoi primi sbrindellati ricordi. I suoi primi e ultimi ricordi legati a Petre, i suoi primi e ultimi ricordi legati a loro tre insieme. Una famiglia. Cos’era per lei quella famiglia? Non il ricordo di un triangolo amoroso, dei volti di mamma e di Petre, dei loro corpi in uno stesso scenario, come in una fotografia, no. La sua famiglia era un giardino con un piccolo sentiero verso una porta e un pavimento a scacchi. E una stufa. Neppure una stufa intera, veramente; quell’idea era certo una ricostruzione a posteriori, concepita in età adulta.
Di fatto, quel che ricordava erano delle mattonelle bianche di maiolica con un disegno floreale azzurro, in rilievo. I suoi polpastrelli, dopo quasi due decenni, conservavano ancora traccia della consistenza e del calore di quelle mattonelle. Era per verificare quella consistenza e quel calore, che era venuta in treno fin lì, in quella città, su quella strada? Avrebbe riconosciuto la casa? E che cosa avrebbe detto ai nuovi padroni? Scusatemi tanto, ma voglio vedere se in casa vostra c’è una vecchia stufa di maiolica. È l’unico ricordo che ho del pittore Petre Nemoiu. È l’unico ricordo che ho di mio padre. Sono stata qui una sola volta, avevo poco più di un anno, i miei avevano deciso di trascorrere una vacanza insieme. Una sola volta. Diciassette anni fa. Avrebbe detto questo?
Quando si trovò davanti alla casa, seppe di essere a destinazione. Spinse il cancello di ferro battuto, attraversò il vialetto, suonò alla porta. Venne a aprirle un uomo alto e magro, con i capelli brizzolati, seguito da un setter molto giovane che subito le saltò addosso e la leccò in viso. Il cane fu subito allontanato. Sanda non guardò il padrone del cane in volto, non le interessava; fece scorrere lo sguardo sul pullover di sottile lana beige che l’uomo indossava, e fissando gli occhi sul suo torace magro sotto la lana disse:
- Scusatemi tanto, ma vorrei vedere se in casa vostra c’è una vecchia stufa di maiolica. È l’unico ricordo che ho del pittore Petre Nemoiu. È l’unico ricordo che ho di mio padre.
Abbassò lo sguardo. Con meraviglia vide che i piedi dell’uomo si spostavano verso l’interno della casa. Li seguì lungo un percorso a scacchi. Ecco. Si sentiva di nuovo soffocare. L’uomo la prese per un braccio, la sospinse verso un angolo scuro. La stufa era lì. Superba e, anche se rattoppata e scheggiata qua e là, funzionante. Una buona stufa di maiolica che doveva aver riscaldato gran parte della casa, testimone delle sregolatezze paterne nelle rigide notti sibiene.
Si avvicinò, toccò le mattonelle. Bianche, con un disegno floreale azzurro, in rilievo. Ne riconobbe coi polpastrelli la consistenza e il calore.
L’uomo, adesso, la spingeva di stanza in stanza, le raccontava di essere stato un buon amico di suo padre il pittore. Un gran pittore. Molto quotato, ma spendaccione. Sperperatore. Un gran viveur; un uomo affascinante, intelligente e, anche, a volte, abissalmente triste. L’alcool, sì. L’incapacità di amare. Nei momenti di lucidità diceva di sapere che sarebbe morto abbandonato da tutti, solo come un cane. Non era andata proprio così. Se ne era occupato lui, di Petre. Per simpatia, per compassione. Negli ultimi anni, il maestro era molto malato, non riusciva più a salire fino alla villa; alla fine avevano fatto una permuta. Petre era andato a vivere nell’appartamento cittadino dell’amico, al pianterreno, confortevole e caldo. Gli aveva lasciato in cambio la villa. Tutto regolare, per carità. Conservava le carte. Voleva vederle?
Sanda si guardava intorno. Non ascoltava. Non era venuta per incontrare quell’uomo. Stringeva la mano destra a pugno, per non lasciarsi scappare via il calore della stufa ritrovata.
Adesso l’amico di Petre Nemoiu indicava sulle pareti i quadri del maestro: ecco, vedeva?, quello era l’ultimo, Petre l’aveva dipinto poco prima di morire. La cirrosi, sì. Anzi, no, veramente, non sapeva se faceva bene a dirglielo, una signorina così delicata…, ma anche… sì, anche coraggiosa… venire qui a chiedere di entrare nella casa del padre che non ha… che non ha mai…, insomma, ecco… l’ultimo quadro, veramente, è un altro… Petre diceva che era per lei, signorina, per Sanda. Lei si chiama Sanda, vero?
L’uomo tirò fuori da un grande armadio di legno massiccio una tela avvolta in alcuni fogli di giornale. La scartò agevolmente perché era abbastanza piccola, cinquanta o sessanta centimetri per settanta. La girò verso Sanda tenendola premuta contro il pullover, all’altezza del suo torace magro. Era bianca.
Purtroppo, o per fortuna, aggiunse l’uomo, Petre non era riuscito neppure a incominciare l’opera che voleva dedicare alla sua Sanda. Proprio così diceva, “questa tela sarà per la mia Sanda”. Pronunciò quella frase con un tono eccessivamente dolce, in cui a Sanda parve di sentire dello scherno. Per la prima volta guardò l’uomo negli occhi. L’amico di suo padre abbassò lo sguardo.
Il nuovo proprietario accompagnò la figlia di Petre alla porta. La ragazza se ne andò via in silenzio, percorse il sentiero lungo il giardino con la mano destra chiusa a pugno, si avviò sulla strada senza richiudere dietro di sé il cancello.
27/01/12
Bibo Bergeron, A MONSTER IN PARIS
Francia 2011. Con Bob Balaban, Matthew Geczy, Adam Goldberg, Jay Harrington, Danny Huston, Sean Lennon, Catherine O'Hara, Vanessa Paradis
Abbiamo visto la versione inglese di questo film di animazione francese, concepito con intelligenza come una fiaba e un omaggio a varie pellicole classiche, tra le quali LA BELLA E LA BESTIA (per il dialogo tra una ragazza e un essere mostruoso che in realtà è innocuo) e KING KONG (per la fuga sull'Empire State Building del finale, qui trasferita alla Torre Eiffel).
La citazione dagli archivi fotografici e del cinema è diretta nei primi minuti di proiezione con riproduzioni di scene in bianco e nero dell'alluvione di Parigi del 1910, che nel seguito del film vengono rese con ricostruzioni in cartone animato in parte imitative delle immagini reali, in parte esagerate [1].
Il tipo di animazione con figure realiste si integra con l'animazione tradizionale, alla Dysney, poniamo, sortendo un effetto non meccanico, con l'accompagnamento di colori ben scelti e di una colonna sonora contemporanea [2], ma ispirata in parte a Django Reinhardt [3].
La storia è fiabesca, ma attualizzata, con personaggi riconoscibili come moderni, seppure trasposti nella Belle Époque, con nostalgia per la Parigi di quegli anni; e riferimenti alla vita notturna animata, come pure allo sviluppo scientifico.
In breve, due personaggi curiosi, un cineoperatore e un suo amico entusiasta dei progressi tecnologici, trovatisi in un laboratorio per consegnare del materiale, giocano con gli ingredienti chimici e trasformano una pulce in un gigante (con un richiamo al DR JEKILL E MR HYDE, o a FRANKESTEIN). Un politico senza scrupoli cerca di utilizzare la paura collettiva a scopi elettorali, proponendosi come il salvatore dal "mostro", il quale, oltre a essere innocuo, si rivela portato tanto per la musica da divenire il partner di una subrettina. Il cattivo alla fine verrà punito e ci sarà l'atteso lieto fine, comprese due storie d'amore condotte a buon termine.
Brioso e non banale, è un bel film.
[Roberto Bertoni]
NOTE
[1] Cfr ALLUVIONE DI PARIGI 1910 (53 IMMAGINI); e JANVIER 1910, LA SEINE DÉBORDE À PARIS.
[2] LA SEINE (YOUTUBE).
[3] DJANGO REINHARDT - MINOR SWING (YOUTUBE).
Abbiamo visto la versione inglese di questo film di animazione francese, concepito con intelligenza come una fiaba e un omaggio a varie pellicole classiche, tra le quali LA BELLA E LA BESTIA (per il dialogo tra una ragazza e un essere mostruoso che in realtà è innocuo) e KING KONG (per la fuga sull'Empire State Building del finale, qui trasferita alla Torre Eiffel).
La citazione dagli archivi fotografici e del cinema è diretta nei primi minuti di proiezione con riproduzioni di scene in bianco e nero dell'alluvione di Parigi del 1910, che nel seguito del film vengono rese con ricostruzioni in cartone animato in parte imitative delle immagini reali, in parte esagerate [1].
Il tipo di animazione con figure realiste si integra con l'animazione tradizionale, alla Dysney, poniamo, sortendo un effetto non meccanico, con l'accompagnamento di colori ben scelti e di una colonna sonora contemporanea [2], ma ispirata in parte a Django Reinhardt [3].
La storia è fiabesca, ma attualizzata, con personaggi riconoscibili come moderni, seppure trasposti nella Belle Époque, con nostalgia per la Parigi di quegli anni; e riferimenti alla vita notturna animata, come pure allo sviluppo scientifico.
In breve, due personaggi curiosi, un cineoperatore e un suo amico entusiasta dei progressi tecnologici, trovatisi in un laboratorio per consegnare del materiale, giocano con gli ingredienti chimici e trasformano una pulce in un gigante (con un richiamo al DR JEKILL E MR HYDE, o a FRANKESTEIN). Un politico senza scrupoli cerca di utilizzare la paura collettiva a scopi elettorali, proponendosi come il salvatore dal "mostro", il quale, oltre a essere innocuo, si rivela portato tanto per la musica da divenire il partner di una subrettina. Il cattivo alla fine verrà punito e ci sarà l'atteso lieto fine, comprese due storie d'amore condotte a buon termine.
Brioso e non banale, è un bel film.
[Roberto Bertoni]
NOTE
[1] Cfr ALLUVIONE DI PARIGI 1910 (53 IMMAGINI); e JANVIER 1910, LA SEINE DÉBORDE À PARIS.
[2] LA SEINE (YOUTUBE).
[3] DJANGO REINHARDT - MINOR SWING (YOUTUBE).
23/01/12
Marina Pizzi, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [110-116]
110.
il dossier del mare ulula l’enigma
la strada chiusa mattanza
dentro la solitudine del bavero.
così si dice che l’occaso penetri
le cicale ottimistiche di luce
dove il coma è calar la fronte
nel lato senza eremo del baratro.
111.
sull’avaria del commiato sto sbilenca
frottola di me che sa di ottuso
sotto il senso terso della fine.
qui il coma di starsene
con le sevizie nere del polline
velenoso. la camera mortuaria
è una sconfitta intera, un ladrocinio
di chele. la trottola di essere alunno
con un maestro in stato di guerra.
tu se puoi ritrova quel bottone
che salutò il principe come un occaso
pelvico. e la staffetta del petalo ritorni
a visitar la festa di starsene sentieri
ieri a capo di rondini e verdetti.
insieme all’erta del panico allo specchio
la salma scura della giovinezza.
112.
svolta di darsene sentenziar la vita
capannone di eremi arcipelaghi di nomi.
qui la pronunzia dell’erba vitalizia
regala passi e sismi d’amore.
la rovina è un oceano di resti
stimati per sentori d’anima.
ma non basta forzare le stimmate
per un giardino incantato. qui resta
ottuso il diverbio e la setta trionfa
in varie zone del cervello. fanga
di attrito la tua rotta tutta tragica
di cani sciolti senza tozzi di pane
con rancori da consumare sulle soglie
del bagliore del giorno. chiamami amore
non saprò distinguerti dal sogno alla violetta.
113.
all’oratorio ci è passata
una rondine d’infanzia
rivolo di aceto l’alzabandiera
quando le medaglie le davano
ai buoni della squadra della camerata.
una cosa tristissima restare per balbuzie
nonostante il chiasso degli altri
bambini, di coccole nemmeno a parlarne
giacché il coma del riso era tutto un pianto
di nostalgie pagane. le piaggerie del pugno
erano dovute alla cialda marcia regalatami
dalla nonna all’insaputa. i capelli ora s’imbiancano
senza pazienza, le scommesse del quadrifoglio
non avvelenano più nessuno. è solo uno starsene
nel ghetto a sciupare le parentesi di gioioline.
da qui scappò dai Tedeschi mio padre agile
gatto sui tetti. le veneri del sogno sono teschi
oramai. è tutto un male di fragili credi di cenci
per sempre letargici. la frutta è appassita
in un inverno di sassi. così si spande la fretta
di crepare. pare avvenga alle costole incrinate.
114.
i fiori sono appassiti in una regia di scempio
una nenia viola ha strappato i petali
dentro le cosce dell’ultima donna.
le ortiche e le meduse pizzicano
le caste onorificenze delle onde.
qui un calore di fuga simula la gara
con le marmoree letargie del pianto.
non ho volo dove permettermi le ali
o le scimitarre pessime del vento.
in mano alla carcassa di resistere
la canzone si slava in un ritornello
audace carretta della naia di perdere
zona d’occaso ombra di ristoro.
115.
il cantiere delle parvenze
è un salario a vuoto
una nobildonna senza gioielli
una bile senza fegato.
qui tra bivacchi e erbe viete-vuote
strimpella un alamaro la sua divisa
esausta. stanza senza sosta di riposo
questa parcella d’animule a pagare
di zaino con la merenda darsena.
in furia allo scrivano dello zonzo
sta la stampella della giostra
in bilico chissà su che chimera.
116.
avevi l’età notabile del cielo
il viso tascabile di un’aureola
quando s’inciampa in una resina d’eclissi
e le ciabatte non servono al riposo.
così piangeva l’arena dello stabile
quel cortile ingenuo con la nicchia
per la bestemmia tragica dell’alba.
nel bar del secolo si stempia
il lumacone per il corvo dell’allerta
quando senza etica la guerra
perlustra le canzoni della morte.
il lustro del canestro è aver canestro
oltre le prove che connettono nel vile
questo strapiombo strazio dentro il polso.
breccia di alunno invasato dal rispondere
sa le cornucopie delle nebbie
se non altero il vento si fa bonaccia.
[Le strofe precedenti di VIGILIA DI SORPASSO sono uscite su "Carte allineate" in data 27-11-2010, 17-12-2010, 19-1-2011, 21-3-2011, 7-4-2011, 21-5-2011, 3-6-2011, 11-8-2011, 5-9-2011, 11-11-2011, 3-12-2011]
il dossier del mare ulula l’enigma
la strada chiusa mattanza
dentro la solitudine del bavero.
così si dice che l’occaso penetri
le cicale ottimistiche di luce
dove il coma è calar la fronte
nel lato senza eremo del baratro.
111.
sull’avaria del commiato sto sbilenca
frottola di me che sa di ottuso
sotto il senso terso della fine.
qui il coma di starsene
con le sevizie nere del polline
velenoso. la camera mortuaria
è una sconfitta intera, un ladrocinio
di chele. la trottola di essere alunno
con un maestro in stato di guerra.
tu se puoi ritrova quel bottone
che salutò il principe come un occaso
pelvico. e la staffetta del petalo ritorni
a visitar la festa di starsene sentieri
ieri a capo di rondini e verdetti.
insieme all’erta del panico allo specchio
la salma scura della giovinezza.
112.
svolta di darsene sentenziar la vita
capannone di eremi arcipelaghi di nomi.
qui la pronunzia dell’erba vitalizia
regala passi e sismi d’amore.
la rovina è un oceano di resti
stimati per sentori d’anima.
ma non basta forzare le stimmate
per un giardino incantato. qui resta
ottuso il diverbio e la setta trionfa
in varie zone del cervello. fanga
di attrito la tua rotta tutta tragica
di cani sciolti senza tozzi di pane
con rancori da consumare sulle soglie
del bagliore del giorno. chiamami amore
non saprò distinguerti dal sogno alla violetta.
113.
all’oratorio ci è passata
una rondine d’infanzia
rivolo di aceto l’alzabandiera
quando le medaglie le davano
ai buoni della squadra della camerata.
una cosa tristissima restare per balbuzie
nonostante il chiasso degli altri
bambini, di coccole nemmeno a parlarne
giacché il coma del riso era tutto un pianto
di nostalgie pagane. le piaggerie del pugno
erano dovute alla cialda marcia regalatami
dalla nonna all’insaputa. i capelli ora s’imbiancano
senza pazienza, le scommesse del quadrifoglio
non avvelenano più nessuno. è solo uno starsene
nel ghetto a sciupare le parentesi di gioioline.
da qui scappò dai Tedeschi mio padre agile
gatto sui tetti. le veneri del sogno sono teschi
oramai. è tutto un male di fragili credi di cenci
per sempre letargici. la frutta è appassita
in un inverno di sassi. così si spande la fretta
di crepare. pare avvenga alle costole incrinate.
114.
i fiori sono appassiti in una regia di scempio
una nenia viola ha strappato i petali
dentro le cosce dell’ultima donna.
le ortiche e le meduse pizzicano
le caste onorificenze delle onde.
qui un calore di fuga simula la gara
con le marmoree letargie del pianto.
non ho volo dove permettermi le ali
o le scimitarre pessime del vento.
in mano alla carcassa di resistere
la canzone si slava in un ritornello
audace carretta della naia di perdere
zona d’occaso ombra di ristoro.
115.
il cantiere delle parvenze
è un salario a vuoto
una nobildonna senza gioielli
una bile senza fegato.
qui tra bivacchi e erbe viete-vuote
strimpella un alamaro la sua divisa
esausta. stanza senza sosta di riposo
questa parcella d’animule a pagare
di zaino con la merenda darsena.
in furia allo scrivano dello zonzo
sta la stampella della giostra
in bilico chissà su che chimera.
116.
avevi l’età notabile del cielo
il viso tascabile di un’aureola
quando s’inciampa in una resina d’eclissi
e le ciabatte non servono al riposo.
così piangeva l’arena dello stabile
quel cortile ingenuo con la nicchia
per la bestemmia tragica dell’alba.
nel bar del secolo si stempia
il lumacone per il corvo dell’allerta
quando senza etica la guerra
perlustra le canzoni della morte.
il lustro del canestro è aver canestro
oltre le prove che connettono nel vile
questo strapiombo strazio dentro il polso.
breccia di alunno invasato dal rispondere
sa le cornucopie delle nebbie
se non altero il vento si fa bonaccia.
[Le strofe precedenti di VIGILIA DI SORPASSO sono uscite su "Carte allineate" in data 27-11-2010, 17-12-2010, 19-1-2011, 21-3-2011, 7-4-2011, 21-5-2011, 3-6-2011, 11-8-2011, 5-9-2011, 11-11-2011, 3-12-2011]
19/01/12
Lucetta Frisa, PICCOLE INVOCAZIONI A MERCURIO
A caso qualcosa si posa
poi torna a cadere
salire
come sul punto di tacere
dire
e si allude elude delusione.
Conducimi oscuro amico ironico
dentro il tuo buio di risa
verso altre voci che ridono
in un permanente ridente bisbiglio.
Col mio corredo di frasi
dammi sepoltura di nuvola
- io che di nessuno fui madre -
lascia alle parole l’ultimo sguardo.
Vèstile ad una ad una del mio corpo
perché vanità deve sposarsi a vanità
se è la luce che lo vuole.
A chi ha negli occhi l’addio
contorni non più umani
concedi il tocco futile dell’alieno
tu che conosci l’arte di allontanarti.
Che la distanza sia un oblio alleviato
da uno stato di impalpabile ebbrezza
come se qualcosa che striscia
infine spiccasse un volo
alto pochi centimetri, tra puntini immaginari
di terreni pulviscoli e da lì
- tu che conosci l’arte di avvicinarti -
dammi notizie, raccontami le storie degli dei
- ma solo di quelli sconfitti -
oh tu che sai tornare sempre umano.
NOTA
Il testo è tratto da NOTTE ALTA, Ferrara, Edizioni Book, 1997.
poi torna a cadere
salire
come sul punto di tacere
dire
e si allude elude delusione.
Conducimi oscuro amico ironico
dentro il tuo buio di risa
verso altre voci che ridono
in un permanente ridente bisbiglio.
Col mio corredo di frasi
dammi sepoltura di nuvola
- io che di nessuno fui madre -
lascia alle parole l’ultimo sguardo.
Vèstile ad una ad una del mio corpo
perché vanità deve sposarsi a vanità
se è la luce che lo vuole.
A chi ha negli occhi l’addio
contorni non più umani
concedi il tocco futile dell’alieno
tu che conosci l’arte di allontanarti.
Che la distanza sia un oblio alleviato
da uno stato di impalpabile ebbrezza
come se qualcosa che striscia
infine spiccasse un volo
alto pochi centimetri, tra puntini immaginari
di terreni pulviscoli e da lì
- tu che conosci l’arte di avvicinarti -
dammi notizie, raccontami le storie degli dei
- ma solo di quelli sconfitti -
oh tu che sai tornare sempre umano.
NOTA
Il testo è tratto da NOTTE ALTA, Ferrara, Edizioni Book, 1997.
17/01/12
Jean-François Amadieu, LE POIDS DES APPARENCES
Prima edizione 2002. Ristampa, Parigi, Odile Jacob, 2005.
In funzione del politicamente corretto e per ipocrisia sociale, l’importanza della bellezza come fattore di disuguaglianza e di discriminazione sembrerebbe negata, mentre è tuttora determinante in vari campi che vanno dal settore lavorativo, con possibilità di carriera che i dati prodotti da Amadieu indicherebbero privilegiare le persone attraenti rispetto a quelle che lo sono di meno, a quello delle relazioni amorose, perfino della maggiore o minore riuscita a scuola e all’università. I vari capitoli relativi a questi aspetti sono documentati da inchieste svolte in Francia e da statistiche ufficiali, il che rende lo studio ancora più inquietante.
Lo sfondo è quella che in Italia Codeluppi ha definito “vetrinizzazione sociale” [1], un aspetto del narcisismo contemporaneo, a sua volta manifestazione da un lato dell’individualismo e dall’altro dell’importanza tardomoderna delle apparenze.
La concezione attuale della bellezza è caratterizzata tanto da parametri relativi, dovuti al variare delle condizioni economiche, sociali, geografiche, quanto da criteri globalizzzati. Stando agli esperimenti svolti da vari studiosi con silhouettes e volti di vario tipo e appartenenti a diverse nazionalità, sottoposti a persone a loro volta di provenienza variegata cui è stato chiesto di individuare il volto o la figura corporea preferibile, la scelta compiuta dai partecipanti è stata quasi sempre la stessa o entro un ambito di due o tre possibilità. Allo stesso modo l’elaborazione al computer del viso medio tra quelli esistenti mostrerebbe come sia a questa medietà che tendono le decisioni di chi ha risposto alle inchieste.
La conclusione di Amadieu è: “Il nous semble […] que c’est en disant la vérité sur cette source de discrimination qu’on peut aussi élaborer des stratégies visant à lomiter, sinon contrer, l’emprise de l’apparence” (p. 193).
NOTE
[1] Cfr. “Carte allineate”, prima serie, 12, 2007.
[Roberto Bertoni]
In funzione del politicamente corretto e per ipocrisia sociale, l’importanza della bellezza come fattore di disuguaglianza e di discriminazione sembrerebbe negata, mentre è tuttora determinante in vari campi che vanno dal settore lavorativo, con possibilità di carriera che i dati prodotti da Amadieu indicherebbero privilegiare le persone attraenti rispetto a quelle che lo sono di meno, a quello delle relazioni amorose, perfino della maggiore o minore riuscita a scuola e all’università. I vari capitoli relativi a questi aspetti sono documentati da inchieste svolte in Francia e da statistiche ufficiali, il che rende lo studio ancora più inquietante.
Lo sfondo è quella che in Italia Codeluppi ha definito “vetrinizzazione sociale” [1], un aspetto del narcisismo contemporaneo, a sua volta manifestazione da un lato dell’individualismo e dall’altro dell’importanza tardomoderna delle apparenze.
La concezione attuale della bellezza è caratterizzata tanto da parametri relativi, dovuti al variare delle condizioni economiche, sociali, geografiche, quanto da criteri globalizzzati. Stando agli esperimenti svolti da vari studiosi con silhouettes e volti di vario tipo e appartenenti a diverse nazionalità, sottoposti a persone a loro volta di provenienza variegata cui è stato chiesto di individuare il volto o la figura corporea preferibile, la scelta compiuta dai partecipanti è stata quasi sempre la stessa o entro un ambito di due o tre possibilità. Allo stesso modo l’elaborazione al computer del viso medio tra quelli esistenti mostrerebbe come sia a questa medietà che tendono le decisioni di chi ha risposto alle inchieste.
La conclusione di Amadieu è: “Il nous semble […] que c’est en disant la vérité sur cette source de discrimination qu’on peut aussi élaborer des stratégies visant à lomiter, sinon contrer, l’emprise de l’apparence” (p. 193).
NOTE
[1] Cfr. “Carte allineate”, prima serie, 12, 2007.
[Roberto Bertoni]
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Note di lettura (Saggistica - Scienze umane)
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