31/07/18

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 66, luglio 2018 / Second series, issue 66, July 2018

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell’autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni.

IN COSTRUZIONE


13/07/18

Wu Yonggang, THE GODDESS


Cina, 1934. Titolo originale: 神女 (Shénnǚ). Con Ruan Lingyu



Il film, muto, è ambientato a Shanghai negli anni trenta del Novecento,  periodo della prosperità modernizzante per la città, come pure della presenza di prostituzione e criminalità, e di povertà circostante la cinta urbana, con le legazioni occidentali all’interno, i giapponesi alle porte e la Cina intera scossa dall’occupazione nipponica della Manciuria e dalla guerra tra il Kuomintang e i comunisti. Il 1934 è anche l’anno di inizio della Lunga Marcia maoista. 

La pellicola di Wu si distingue per il realismo e la melodrammaticità non esagerata se si pensa agli stilemi dominanti nel muto di allora. La protagonista è una lavoratrice del sesso, costretta a questa vita per mantenere il figlioletto abbandonato dal padre. Cade preda di un capobanda malavitoso, che si appropria, oltre che della sua libertà, dei suoi risparmi. Quando decide di mandare il bambino a scuola, e nonostante la sua buona condotta e predisposizione per lo studio, per perbenismo il comitato di inseganti e genitori lo caccia nonostante gli sforzi di un direttore scolastico probo,  colpito dall'amore materno della protagonista e dalla buona disposizione del bambino. Questo funzionario comprensivo resta però in minoranza ed è costretto a dimettersi. In seguito all'espulsione da scuola del figlio, impossibilitata a fuggire in quanto il malfattore le ha rubato ogni avere, la madre disperata, durante un alterco col suo oppressore, lo uccide, finendo in carcere. Il direttore la visita, dicendole che adotterà ed educherà il ragazzino: resta questo barlume di speranza a dare senso alla vita di lei.

Si contrappongono i valori democratici e quelli reazionari, la purezza degli intenti e il pregiudizio, la libertà personale garantita dai mezzi economici alla costrizione della povertà che impedisce di vivere una vita dignitosa.

Il restauro cinese, presentato al festival cinematografico londinese del 2014, è di ottima qualità.

L’attrice protagonista, una delle maggiori della storia cinematografica cinese, è Ruan Lingyu, che riesce ad assegnare al suo ruolo naturalezza e sentimento senza eccessi che guasterebbero l’equilibro.

La vita di Ruan fu essa stessa tragica pur nel successo. Vittima di storie sentimentali sfortunate e dello scandalo dei mezzi di comunicazione di massa di allora,  finì col suicidarsi nel 1935.



[Roberto Bertoni]




09/07/18

Kim Yung Suk, MY GOLDEN LIFE





[Golden Dawn (La Spezia 2017). Foto Rb]


Kim Yung Suk, My Golden Life. Titolo originale: 황금빛 내 인생. Sceneggiato televisivo; Korea del Sud, 2017; 52 episodi per la rete televisiva KBS. Testo di So Hyun Kyung. Con Cheon Ho Jin, Choi Gwi Hwa, Kim Byeon Ki, Kim Hye Hok, Jung So Young, Lee Tae Hwan, Lee Tae Sung, Na Young Hee, Par Joo Hee, Park Si Hoo, Seo Eun Su, Seo Gyung Hwa, Shin Hye Sun, Shin Hyun Soo


Passato dal 20% circa di indice di gradimento da parte del pubblico alla prima puntata, a oltre il 47% all’ultima puntata, questa serie, evidentemente di grande successo, si presenta come un iper-romanzo, per dirla alla Calvino.

Raccoglie infatti e collega vari motivi classici del K-drama: i figli scambiati; le famiglie in crisi e l’equilibrio ricomposto tramite la sofferenza e la riconciliazione; la Cenerentola vessata quando entra nella famiglia ricca e potente; l’amore avversato e infine trionfante; il contrasto tra personalità e basato sulla differenza di classe; i quartieri di piccola borghesia e quelli altolocati; la corruzione e le malversazioni dei potenti.

Va aggiunto che vengono innovati alcuni stilemi dello sceneggiato coreano, tramite un aggiornamento alle questioni scottanti attuali, tra cui la disoccupazione giovanile e il rifiuto da parte di alcuni personaggi del denaro e del potere per perseguire una vita autentica.

L’intreccio è piuttosto intricato e caratterizzato da variazioni sul tema e da colpi di scena, ma fondamentalmente si basa su un antefatto drammatico: una madre ricca perde la figlioletta e la ritrova dopo ventotto anni.

La ragazza è vissuta in una famiglia povera, la cui madre restituisce all’altra famiglia la propria figlia vera per darle la possibilità di vivere una vita migliore. Quando la seconda ragazza comprende l’inganno, lo rivela con onestà, ma la figlia vera degli abbienti, infine restituita, non ha interesse per quel mondo falso e per i suoi ideali distorti e intesi al potenziamento individualistico invece che a un'esistenza semplice e solidale.

L’inganno crea conflitti che si saneranno solo attraverso le varie, complesse vicende di parecchi episodi dello sceneggiato che si dirama frattanto in storie parallele, seguendo le vicende personali di tutti gli altri personaggi.

Il filo principale dell’intreccio è l’amore contrastato dei due Giulietta e Romeo di questa storia intensa e rispondente, in questo suo aspetto, ai canoni tipici del K-drama, ben eseguiti

Con poche eccezioni, i giovani di My Golden Life cercano alternative alle consuetudini, perseguendo la realizzazione personale più che le direzioni che vorrebbero loro le famiglie.  

Gli attori sono diretti con intelligenza. Ottima la recitazione di Shin Hye Sun, che assume una parte di protagonista dopo varie serie precedenti, in cui era emersa gradualmente da personaggio secondario a eroina della cerchia principale.

Il testo rivela adesione psicologica e sociale alle problematiche della contemporaneità.



[Roberto Bertoni]

05/07/18

Angelo Pini, LO SCURO DELLA CRONACA


[Black and White Chronicle of an Event (Dublin 2017). Foto Rb]


Lo scuro della cronaca
cammina ogni giorno
il respiro abituato
resta un rudere.
Il male che sale
il timbro della discordia
un tono fuori posto
quando nessuno ascolta
crepa sospeso
o detto in ritardo 
è solo voce
spogliato d’appartenenza
separa
giorno e notte
depone solitudine
la musica minuta
raccoglie il suono di nessuno. 

01/07/18

Ann Hui, LOVE IN A FALLEN CITY



[Ornaments and a Lady (Hong Kong 2016). Foto Rb]


Ann Hui, Love in a Fallen City. Hong Kong, 1984. Starring Cora Miao e Chow Yunfat



Based on Eileen Chang’s story by the same title, this is an elegant film, set between Shanghai and Hong Kong from the end of the 1930s to 1941, the year of the Japanese occupation of Hong Kong.

Family, solitude, modernity and tradition, social and personal identity, love and opportunity are all themes in this well executed film characterized not only by secure direction but also by good acting and a perceptive reading of the literary text on which it is based.

The female protagonist is Bai Liusu, a 28 year old widow who divorced her husband before he died and went back to her original family within which she has an awkward position due to social stigma. A friend and a family member help her to come in contact with Fan Liuyuan, a wealthy Malaysian Chinese who lived in Europe and has returned to China, with the hopeful prospect of marriage.

The relationship is difficult. They are clearly interested in each other, but he is a womanizer and rejects the idea of marriage. Their personalities differ widely - he is extraverted whereas Liusu is reticent and reserved. She eventually accepts the position of lover, but it is the impact of the Japanese invasion which brings Liuyuan to a mature decision to marry her, while they both find solidarity for each other in the social tragedy and realize that their friendship was rather love than simply affection.

The milieu of the Chinese bourgeoisie of the 1930s is rendered well, with the contradiction between traditional attitudes and modernized behaviour. Luxury and class differences in the two cosmopolitan and prosperous cities of Shanghai and Hong Kong are also described.


[Roberto Bertoni]

30/06/18

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 65, maggio-giugno 2018 / Second series, issue 65, May-June 2018

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INDICE ALFABETICO / INDEX

15/06/18

Jiang Wenli, LAN


Cina 2009. Titolo originale 我們天上見 (See You in Heaven). Con Ma Sichun, Yao Jun, Zhu Xu, Zhu Yinuo


Questo film commovente, ben recitato e diretto, basato sull’autobiografia della regista (e attrice), riconduce agli anni della Rivoluzione culturale, in un arco temporale probabilmente compreso, da varie allusioni del testo, tra il 1965 e il 1975.

La bambina protagonista Jiang Xiaolan cresce col nonno materno perché i genitori sono stati inviati in un centro di rieducazione nello Xinijang, zona desertica della Cina Nord-Occidentale. Xiaolan viene emarginata dai compagni di scuola, che la accusano di essere figlia di traditori della rivoluzione (che verranno riabilitati alla fine del film). Il nonno non le dà spiegazioni approfondite, crea lettere dei genitori che essi in realtà non potevano inviare, cerca di alleviare la solitudine della ragazzina.

Quando Xiaolan viene a conoscenza della palestra di ginnastica femminile, intraprende allenamenti che in qualche modo le danno una ragione di impegno, ma anche in questo campo viene emarginata, forse solo perché il suo fisico non è in tutto confacente all’attività ginnica professionale, forse perché non sarebbe stato consono, data la situazione politica di allora, darle un ruolo importante, vista la sua situazione familiare, così l’istruttrice le permette solo di seguire la palestra senza immetterla negli allenamenti veri e propri.

La bambina cresce fino all’età di dodici anni. Il nonno invecchia e muore alla fine della pellicola.

Il film è narrato in modo minimalista. I sentimenti sono introversi e profondi. Il background socio-storico è espresso con discrezione e chiarezza. Ci sono elementi di realismo magico nei sogni di Xiaolan.


[Roberto Bertoni]

29/05/18

Archibald Joseph Cronin, LA LUCE DEL NORD

Titolo originale The Northern Light (1958). Traduzione di B. Oddera, Milano, Bompiani, 1965

Il tema del romanzo è sociale e comprende vari elementi. Domina il quarto potere, impersonato da un gruppo finanziario potente che si serve di un emissario senza scrupoli, Nye, e di un altro più mite, per persuadere dapprima, senza riuscirvi, Henry Page, il direttore del serio e sobrio quotidiano locale The Northern Light, esistente da un paio di secoli, a venderlo per incamerarlo in un gruppo di grandi dimensioni; quindi, al rifiuto coraggioso e netto di Page, operando in modo da screditare Page e i suoi familiari, ossia creando alcuni scandali nella speranza di metterlo con le spalle al muro, senza esito.

Sottotemi collegati sono la coesione della famiglia, esemplificata da quella di Page, i cui due coniugi, pur ligi ai doveri coniugali, differiscono per temperamento e classe sociale; la posizione della donna, messa in rilievo dalla nuora di Page, Cora, che serba il segreto di un aborto clandestino prima di essersi dedicata con disponibilità completa al marito; infine lo scontro di generazioni, con Page figlio che persegue una carriera di letterato e non si coinvolge nelle attività del padre, ma finirà col pagare di persona, tentando di uccidere Nye quando questi vuole esporre in pubblico il segreto di Cora: fallisce l’omicidio, ma si suicida, oppresso anche da una malattia psicologica. La tragedia salva il giornale di provincia, ma pesa sul futuro di tutti i protagonisti.

L’etica domina le pagine scorrevoli di Cronin. Henry Page è un personaggio che non esiste più in Occidente e che andrebbe dissepolto: “Un’intera esistenza di lealtà e di onore, il rispetto per il prossimo e la parola data… questi essenziali, inevitabili, esemplari valori del retto comportamento” (p. 386).

Tali qualità, enfatizzate, sono accompagnate da un senso spiccato dell’ambiente e da una fedeltà alla natura e alla località in cui si svolgono i fatti, nel Nord del Regno Unito. 


[Roberto Bertoni]

27/05/18

John Galsworthy, ANCELLA

[By the Thames (London 2014). Foto Rb]

Titolo originale Maid in Waiting (1933). Traduzione di M. Casalino, Milano, Mondadori, 1950

Pubblicato un anno dopo l’attribuzione del premio Nobel all’autore, è un romanzo che ripercorre temi sociali e motivi sentimentali.

Pervaso dalla difficoltà al riadattamento della generazione che partecipò alla Prima Guerra Mondiale e dal contrasto tra il ceto elevato ma non più ricco della campagna e le abitudini urbane della borghesia riconvertita londinese.

L’approccio è più umano che di classe, ma le differenze sociali sono ben delineate, comprendendo anche esponenti del proletariato, sartine, una ragazza che si dà per denaro, ecclesiastici di buona ispirazione etica, politici non disonesti ma attenti alle connessioni utili con individui influenti dell’élite che agisce dietro cortine di distanza dalla gente comune.

L’episodio centrale, però, risulta un che bizzarro: è quello di Hubert, il militare che, partecipando a una spedizione archeologica in America Latina, per punire un mulattiere che maltrattava gli animali lo fa frustare, viene aggredito a colpi di coltello, spara e lo uccide. Sebbene abbia testimoni a favore, se ne fa un caso politico: il governo boliviano richiede l’estradizione, le autorità inglesi, ligie al diritto internazionale, sembrerebbero volerla concedere, fino a quando l’intercessione di Winny, la sorella del colpevole, riesce a ottenere un condono.  Galsworthy sembra tenersi su un piano discretamente neutrale, parteggiando tramite i familiari del militare per un suo condono, ma al tempo stesso mantenendosi a favore della legalità di principio della legge.

Storie d’amore non compiute da un destino sfavorevole, lo slancio della giovane moglie di Hubert, la distanza di Winny dai legami e il suo rifiuto di due pretendenti percorrono le pagine del romanzo.

Il contrasto tra mentalità statunitense e britannica è un altro aspetto marcato.

Ci è piaciuta questa traduzione antiquata che pone in italiano anche i nomi di persona e ci fa percorrere una Londra dei tempi andati, quando il mondo pareva solido ed era invece sull’orlo del collasso della seconda guerra mondiale. Oltre alledizione elegante della Medusa.


[Roberto Bertoni]

23/05/18

Maurizio Masi, RECENSIONE A UN ARTICOLO DI G. SCARFONE SUL LANCIATORE DI GIAVELLOTTO DI P. VOLPONI

L’articolo di Gloria Scarfone parte da una precisa intenzione:[1] fare una puntualizzazione e ricollocare l’esperienza narrativa del Lanciatore di giavellotto di Paolo Volponi in un margine più vasto di vedute e considerazioni, di motivazioni ideologiche che non si limitino a relegare il testo fra le opere minori dell’autore urbinate, considerandolo, soprattutto da un punto di vista psicologico, quale ritorno ad una fase primigenia, adolescenziale, di romanzo di formazione del protagonista, rappresentata, ad esempio,  da La strada per Roma.

Sulla base del dialettico rapporto adorniano avanguardia-conservazione, argomenta l’autrice del saggio, anche Emanuele Zinato si è espresso, per questo romanzo, a favore della seconda linea interpretativa. In particolare tale considerazione nasce dalla constatazione del fatto che la mentalità del nonno di Damìn, l’anziano Damiano Possanza, conservatore di un ordine familiare atavico, quasi  inviolabile e sacro, di un’arte – quella del vasaio – che si tramanda di generazione in generazione, sulla cui rottura e cambiamenti Damiano non ascolta né prevede ragioni plausibili di mutamenti, il nipote incarna l’elemento di rottura rappresentato da un’adolescenza difficile, silenziosa ed introversa, che si scontra con i modelli e gli archetipi mentali forti ed ossessivi, del tutto totalizzanti: quelli del fascismo e dei suoi miti e rituali fisico-corporali. A questo punto, evidenziando anche il rapporto difficile e mal vissuto tra il corpo sensuale, vivo, della madre e la cittadina di Fossombrone, il fisico robusto dell’adolescente e l’arte del vasaio che viene a contatto con l’elemento primigenio della terra, l’autrice si sofferma in particolare su quest’ultimo rapporto che sostiene, secondo lei, tutta l’impalcatura metaforica del testo, connotandolo di significati non sempre facilmente intuibili.

Mentre il nonno spiega il carattere e la predisposizione artistica di Damìn riconducendola ad un contesto famigliare, rinvenendo in lui la fisionomia del vasaio ideale, abile disegnatore stimato dai compagni di scuola, Damìn, in una riflessione a latere nel testo, riferendosi all’amata sorella minore, paragona la figura sottile, allungata e stretta di un raffinato vaso di terracotta smaltato, all’indole ed al fisico ancora innocente, non formatasi e contaminato dalle suggestioni del sesso della sorella che, con evidente riferimento all’esilità stessa del vaso in questione, si chiama Vitina. Questo pensiero di purezza e delicatezza nei riguardi di Vitina costituisce il nucleo ossessivo del pensiero di Damìn: l’antitesi fra sensualità e purezza, tra candore e corporalità che non potrà risolversi, se non in un crescendo ossessivo di suggestioni e di ripensamenti, infine nella morte del protagonista e nell’omicidio della sorella della cui integrità morale e fisica Damìn è nascostamente custode.

Damìn è, sicuramente, segnato dalle contraddizioni del suo tempo, a cui non si piega ed oppone una resistenza che finisce per trasformarsi in idee fisse ed incapacità di concentrazione nello studio, consunzione di energie psichiche, quasi ossessione e psicosi. Se, da un certo punto di vista, il contesto storico-sociale sembra sintetizzare in sé la causa di questo malessere del protagonista quale specchio dei fatti esterni, reali, non si può semplicemente ricondurre il comportamento di Damìn ad una facile regressione nell’infanzia preedipica. Il contesto psicologico è semplicemente descritto, fatto palese al lettore e Damìn lo accetta per come si configura; l’autore non propone soluzioni, si limita ai dati di fatto. Il dolore di Damìn, in questo senso, può essere definito astorico perché prescinde dal contesto di riferimento per divenire dimensione interiore ed esistenziale: quasi a significare che il dolore del protagonista è anche quello di Guido Corsalini, il giovane e bel narcisista, innamorato dei suoi riflessi sugli altri, che si compiace delle sue conquiste erotiche, delle sue pulsioni e della sua corporalità con la quale tenta di approcciarsi alla realtà circostante.

Mentre per Gadda, a cui viene subito da pensare, il fascismo è pieno di riferimenti e pulsioni sessuali, nel caso del Lanciatore di giavellotto - ricorda Scarfone - fu proprio l’autore stesso - a  suo tempo - ad affermare che col termine Storia, in questo caso, è bene rifarsi ad un contesto molto più ampio di quello fascista rappresentato nel romanzo. Il testo si realizza ed il suo messaggio si compie, piuttosto, quale dimostrazione di una crescita mancata, di una difficoltà relazionale del personaggio con i vari aspetti della realtà. Scarfone, molto saggiamente, insiste sul fatto che il nodo del romanzo, la sua chiave interpretativa è da ricercare proprio nell’impatto lacerante del personaggio con la Storia e viceversa. L’autore è interessato non solo ad una rappresentazione interiore, psicologica, ma va al di là del singolo caso, per ritrarre una condizione generale di distonia fra adolescenza e maturità, fra Io e Storia, tratto tipico - quest’ultimo - della sua narrativa.

L’etica del lavoro di cui il nonno si fa forte si ferma solo ad una fredda constatazione di fatto dell’assiduità lavorativa di Norma che, effettivamente, riesce nel suo lavoro, ma non sottintende il dolore per la morte dei figli e distoglie i sensi di colpa concentrandosi sulle piacevoli forme fisiche e cromatiche dei vasi d’argilla. Ed anche il ceppo funebre reciso e modellato dal nonno per la tomba dei due nipoti simboleggia in realtà la sua incapacità di portare ad una risoluzione, o almeno di ricercare gli strumenti adeguati per risolverla, la drammatica situazione interiore vissuta da Damìn. Ma l’arte rappresenta, in questo modo, solo una sublimazione fine a se stessa, senza risoluzioni, visto che neppure lo sport - il lancio del giavellotto appunto - riesce per Damìn a dimostrarsi un valido strumento di salvezza e di distrazione mentale.

L’incapacità di Damiano Possanza di sciogliere il malessere del nipote risale alla disparità di età e di vedute ideologiche fra due generazioni lontane nel tempo e nei fatti, come nel pensiero: nell’antitesi fra presente e passato, quando era ancora poteva avere un senso reprimere con l’attenzione al lavoro, la passione e la dedizione totalizzante ad esso, i moti istintuali che Damìn non riesce a dominare e che intorbidano i suoi pensieri. Damìn è un paradigma del male dei nostri giorni e il Lanciatore di giavellotto un contesto tipico o, forse meglio, un dramma intimo che raffigura l’inadattabilità degli schemi mentali del passato a quelli del presente, alle profonde difficoltà esistenziali dell’età post-moderna.  


[1] Gloria Scarfone, “L'uscita dall'idillio primigenio. Sul Lanciatore di giavellotto di Paolo Volponi”, Italianistica, 3, 2016, pp. 163-75.


19/05/18

Angelo Pini, DIETRO LE SPALLE...


Dietro le spalle
nel luogo della resa
l’obolo della fortuna
senza il rumore
di un pugnale
macerie nemiche

il divino dettaglio
estraneo alle lettere 
anonime 
arrese
la fonte del fango
il calendario disgregato

infinito branco andrà in polvere 
l’arroganza della sera 
lo sgomento


13/05/18

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 21-25)

[Jungle with wall... (Cambodia 2008). Foto Rb]




21.

vado a piangere la foggia delle foglie
le giungle al pugno che non sfondano
il muro. la malinconia del dado 
in un incendio di dio atto a non
darsi. lo stipo della pagina si serra
rapidità della pallottola, lotta
prismatica madre di resistenza.


22.

nelle scartoffie a nudo
lo stormo  a giostra delle rondini
il tempo scotto di spostare il verbo
verso le erranze delle celle.


23.

le rondini offuscate dalle rocce
la fatuità del fuoco
nella nullità che scarta
sé nella pienezza del vero.
lontani dal coro delle gioie
i manufatti del sale
le fratture che cedono per orfane.
fannullone l’acrobata vincente
sa far regalo di una zona in anima
di faro di festa di gran girotondo.


24.

nelle ortiche del vespro
le faccende delle truppe
il fantoccio che fa da petto
alla nullità del ciclo.
un po’ alla volta il calamaio del sangue
gira di trottola, torna a far di volta
questa gimcana credula del gelo
la venia della stoffa che si lacera.
la retrovia della nuca dà dolore
alla rarità del ritmo levante.


25.

e non sari che l’aria della sfinge
l’arca in cappio di perdere innocenza.



Le strofe precedenti sono uscite sui numeri scorsi di Carte Allineate.

09/05/18

Nicola Curzi, NUCLEO NON ATTINTO


[Genoa 2018. Foto Rb]


Nicola Curzi, Nucleo non attinto. Roma, Aletti, 2018



Nucleo non attinto è il secondo liber poetico a firma di Nicola Curzi, già autore della raccolta Lo scorrere e il rifluire (Sena Nova, 2010) e di altre liriche singole, apprezzate in competizioni letterarie nazionali e apparse in volumi collettanei.

Il titolo della raccolta esibisce a chiare lettere il tema cardine delle poesie in essa contenute, ossia il negativo e la mancanza di senso, che vengono ribaditi, anche se declinati su piani tematici diversi, nei titoli delle tre rispettive sezioni che compongono la silloge: I. Segmento interrotto, II. Calore incompiuto, III. Trasfigurazione mancata. Questi quattro sintagmi, identici per struttura sintattica (sostantivo più aggettivo di senso negativo), costituiscono nella loro sequenza quasi altrettanti capitoli di un percorso narrativo interno al libro e palesano l’ossatura argomentativa che poi le singole liriche (33 in tutto) si incaricano di dimostrare ed esemplificare: la precarietà di significato, la sfiducia nella totalità, la mancanza di un approdo certo nel percorso di senso compiuto dall’io lirico. Il “nucleo non attinto” è infatti per Nicola Curzi l’impossibilità di raggiungere la verità delle cose, l’incapacità di attingere a una dimensione profonda dell’esistenza che dia pienezza di senso al mondo e al soggetto che lo percepisce. Come recita uno dei tanti versi marmorei che puntellano il dettato di Curzi, “il mondo accade e basta”, la realtà si apre al soggetto senza una certezza definitiva da offrire, ricca solo di “assoluti sgretolati”, e l’io esiste in “un involucro di buio”, impossibilitato a raggiungere una comprensione totale di sé e del mondo. Il cuore stesso del poeta è un “vento immutabile e muto”, un elemento incapace di entrare in risonanza piena con il mondo e che può quindi limitarsi solo a registrare l’incompiutezza del reale.

L’assenza di certezze gnoseologiche e di pienezza vitale viene percepita dal poeta di Senigallia attraverso tre esperienze esistenziali diversi: l’impossibilità di una conoscenza esatta nel rapporto con il reale, sviluppato nella prima sezione, l’incontro con l’altro da sé, che domina la seconda parte, e l’incapacità di cambiamento, con conseguente passaggio dall’azione all’inerzia, che è il tema su cui si chiude il trittico. A questo io lirico mosso alla conoscenza del mondo a tratti sembrano aprirsi degli squarci possibili di senso, dei “varchi” che montalianamente accendono la speranza di attingere alla verità sulle cose (e il verbo che apre la raccolta, “balugina”, sembra rimandare proprio al Montale del Piccolo testamento), ma a differenza del poeta ligure, in Nucleo non attinto nessuna di queste possibilità riesce a concretizzarsi in un’opzione concreta di salvezza e queste ipotesi di senso sono costrette a rimanere interrogativi senza risposta. Anche l’incontro con l’altro, con una figura femminile che fa la sua prima esplicita comparsa nella lirica Lasciai uno spiraglio fioco, non determina una svolta esistenziale e non dà accesso a una sfera più autentica, collocata al di là della “corolla del contingente”: anche dopo l’unione con lei, che viene descritta con potenti immagini sintetiche di corporeo e spirituale, l’io rimane un “cuore di cartapesta” e l’amore un sentimento non totalizzante, esperibile solo “a brandelli”.

Questo stato di incertezza, di mancata adesione a una verità superiore è dunque il tema che informa tutte le liriche della raccolta e che si riflette anche sul piano dello stile. Saldamente incardinate sulla tradizione novecentesca del verso libero, le liriche sono costituite per lo più da versi brevi giustapposti in paratassi tra di loro e hanno un ritmo franto, un andamento discontinuo, rotto da frasi secche, incisive, che sembra mimare l’incapacità di un discorso totale sulla realtà e la rassegnazione del pensiero alla caduta inesorabile di ogni illusione. La cifra distintiva dello stile di Nicola Curzi è il vasto dispiegamento di sinestesie e di arditi accostamenti analogici che si riscontra in ogni testo (“spighe screziate di buio”, “scaleno d’orge”, “occhiate di carezze” alcune delle più memorabili), nei quali tuttavia non va ravvisato un mero repêchage tardo-simbolista ma un’esigenza espressiva più complessa. Più che testimoniare le capacità superiori di un poeta veggente in grado di raggiungere il cuore delle cose, i virtuosismi analogici vengono utilizzati dal poeta marchigiano per trascrivere sul piano verbale l’assurdità del reale, materializzare nel testo l’esperienza di mistero indecifrabile che l’io ha nel confronto con il reale.

In conclusione, Nicola Curzi, per quanto alle prime esperienze di scrittura di una silloge in sé conclusa, si pone agli occhi dei lettori come un poeta maturo, dotato di un bagaglio concettuale solido e ben delineato e consapevolmente imparentato con una tradizione tutta novecentesca di ‘stile oscuro’ che però nei suoi versi non cede mai alla ambiguità fine a sé stessa, ma è strutturato da un sapiente controllo degli strumenti espressivi ed è sempre incardinato, anche nel testo più breve, in un preciso percorso argomentativo. Una summa, per stile e per contenuto, di tutta la raccolta è la lirica seguente, che, attivando un interessante dialogo con il più noto carme di Orazio, si presenta come uno dei vertici di Nucleo non attinto, collocato forse non a caso nel centro geometrico del libro:

“Tentasti infine i calcoli babilonesi
e nel ghigno del loro responso
leggesti un eterno presente,
un’immanenza piatta e ultima.

Era il grigio costante
non infranto dalla linea eburnea
che discrimina i sì dai no.

Odio abitarti,
abitarti è un tepore 
incapace a dischiudersi”.



[Luca Zipoli]

05/05/18

Gianni Morelli, ROSSO AVANA




Lugano, ADV, 2016



Il romanzo si svolge nel 1958, in dicembre a cavallo del nuovo anno, in concomitanza con l’avanzare della rivoluzione castrista, realizzata infine il primo gennaio del 1959.

Rosso Avana significa passione, sentimenti, sangue, rivoluzione, a detta dell’autore in un’intervista radiofonica.

In effetti il romanzo dipana questi vari fili, intrecciando principalmente due storie, quella della truffa di un sedicente Principe di Bisanzio che, col suo falso entourage, concede titoli nobiliari a pagamento; e quella di una morte in un albergo, un incidente, o forse un’autodifesa, da cui fugge la cameriera indiziata, Alicia, che vive di qui altre tre vite, camuffandosi, per occultarsi alla giustizia, sotto varie identità e in ambienti sociali compositi. Le due storie principali si congiungono nelle ultime pagine, con un lieto fine che porterà la ragazza e il falso Principe protagonisti fuori di Cuba verso una salvezza.

La ricostruzione della Cuba degli anni Cinquanta è uno dei meriti di questo romanzo, che rappresenta quella realtà con cura e non senza ironia e umanità.

La rivoluzione resta tra le quinte, ma è onnipresente, costituendo il momento epocale di una nuova vicenda per l’isola e la sua popolazione.

Sia il giallo che le storie d’amore sono costruiti con sequenzialità e buon gusto.


[Roberto Bertoni]

01/05/18

Gianluca Ciccarelli, BALLATA PER I DISPERSI


Roma, Castelvecchi, 2018



Il clima di un inverno insperatamente tiepido che riporta la curva dei suicidi alla media annuale sembra dare il tono alla scrittura della ballata che Gianluca Ciccarelli, facendo ricorso a una forma letteraria che prende le distanze dalla prosa, dedica ai dispersi. Sin dall’incipit, in effetti la scrittura si rivela più vicina alla lingua poetica, alla lingua cantata: “Lenta scende questa notte sul mio mare, il mare che mi riporta a casa”.  Proprio la scelta di una lingua vicina alla poesia dà una coloritura particolare alla prosa di Ciccarelli e dispone all’ascolto di un racconto che tocca corde intese e profonde e che e dà l’avvio a un ritorno in Sicilia che è soprattutto un viaggio all’interno di se stessi.

Dopo la dispersione, l’essersi perduti, l’aver subito una catastrofe, si ritorna attraversando il mare a casa. Qui c’è una madre che non può più riconoscere il figlio, chiusa come in un antro buio da una malattia che ne ha spento la memoria. La madre non può più riconoscere il figlio, ma è il figlio stesso a non sapere più chi sia, si sente solo uno straniero che chiede asilo.  È straordinaria la densità che Ciccarelli riesce creare nel testo narrativo, sovrapponendo nello spazio di poche righe il tema del viaggio, del ritorno, il ritorno alla madre, col ricorso a figure retoriche più adatte alla poesia che alla prosa. L’ossimoro è usato per definire l’impossibile dialogo con la madre (“silenziosi colloqui”), e più avanti “assordante silenzio” viene definita la vita moderna che ci riempie di immagini false e insensate, ci spinge alla ricerca frenetica del nuovo che stanca e intossica.

Grazie anche all’uso di queste figure retoriche, il testo si trasforma in una spirale che cambia continuamente di segno il significato trasformandolo nel suo contrario e permettendoci di rivedere la realtà da un nuovo punto di vista. Lo sguardo vuoto di sua madre, ormai persa in se stessa dalla malattia, si può rivelare più acuto del nostro, in realtà potrebbe essere rivolto verso un punto che noi non riusciamo più a vedere, oppure potrebbe difenderci da qualcosa di troppo forte che solo lei può vedere e che solo lei è in grado di sopportare.

Il ritorno del figlio avviene dopo un lungo viaggio per mare attraverso la notte, ma il buio è anche quello che ha accompagnato per lungo tempo la vita del protagonista, percepita ora come morte interiore. L’allontanamento dall’isola, dalla madre, dal padre, dalla famiglia e dalla terra, la Sicilia, si è trasformato in una fuga proprio da se stessi. 

Il viaggio inizia dunque nel regno della notte e del sonno in cui è il sogno che la fa da padrone e in cui ritornano a galla immagini oniriche colme di nuovi significati, cariche del peso vitale dei simboli vivi da cui l’anima viene visitata e rigenerata. Ed ecco come la densità del testo descrive questo processo che da anni la psicoanalisi e la psicologia del profondo hanno scandagliato: “Si affollano garbatamente, queste immagini umide e disordinate verso la sponda della mia veglia, come ne uscissero dopo il lavacro in una piscina naturale, abbellita da mille giochi d’acqua, che ne alternano la percezione, rendendole continuamente mutevoli a seconda di come la luce vi si posa. O, forse, sono le stesse immagini a sprigionare dal loro interno una luce che si frange e ricompone, rendendomi la loro apparizione costantemente inafferrabile?”. Le immagini anche se incomprensibili alla coscienza hanno una forza vitale che sembra sostenere, addirittura indirizzare in avanti verso il futuro e ripescare dal passato ricordi, scene di vita e racconti.

Il testo si scioglie in molteplici rivoli che danno spazio a pensieri, a riflessioni, a brevi dichiarazioni filosofiche come questa affidata alla voce del padre: “Ho sempre voluto passare il mio tempo con chi ha amato i propri demoni. Ho sempre disprezzato chi ne ha paura e li trasforma in malattie. Come puoi aver paura di qualcosa di tuo che ti appartiene e che ti forma.” Di fronte alla madre che non lo riconosce più o forse è la prima volta che lo riconosce veramente, il figlio recupera con tenerezza la figura del padre, siciliano atipico, lieve e poco virile, ma capace di indicare al figlio una via iniziatica per la propria mascolinità al di fuori degli stereotipi, fatta di accettazione della propria irriducibile unicità. È la ricerca della vera natura di noi stessi a rendere unico e sacro ogni vero atto d’amore, anche l’amore di Achille per il padre e del padre per Achille che è in grado di reggere alla prova della morte. 

Il padre e la sua vita diventano dunque il perno intorno al quale la vita del protagonista riprende a srotolarsi, i luoghi del padre si oppongono, anzi insorgono contro le sue “abitudini di cosmopolita, di poliglotta, aggiornato di tutto, perennemente connesso col niente” al di là del nostro “tempo affamato”, e la vita precedente fatta di troppi viaggi, di troppi incontri, di troppe immagini, di troppe parole, moltiplicate a dismisura dalle connessioni della “realtà” virtuale, si sgretola davanti a un presente che costringe a percepire la vita senza filtri.



[Rossana Dedola]