31/01/18

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 61, gennaio 2017 / Second series, issue 61, Jamuary 2017

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell’autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni.

- ALLENDE, Isabel, L'AMANTE GIAPPONESE. Note di lettura, 1-1-2018
- AUGE', Marc, LE TRE PAROLE CHE CAMBIARONO IL MONDO. Note di lettura, 23-1-2018.
- BAUMAN, Zygmunt, COLLATERAL DAMAGE. Note di lettura, 25-1-2018.
- DEDOLA, Rossana, IL FRATELLINO DI DALI. Testo, 5-1-2017
- KWAN, Kevin, CHINA RICH GIRLFRIEND. Note di lettura, 9-1-2018.
- LA BELLA, Cristina, "QUANDO LA VITA NON ERA RIDICOLA MA TRAGICA": IL MONDO DEGLI ADULTI NE GLI INDIFFERENTI DI ALBERTO MORAVIA. Riflessione, 17-1-2018.
- PIAZZA, Raffele, ALESSIA. Note di lettura di Giorgio MOBILI, 13-1-2018.
- PINI, Angelo, IN OGNI STANZA... Testo, 27-1-2018.
- PIZZI, Marina, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (STROFE 1-5). Testo, 21-1-2018.
- YOSHIMOTO, Banana, IL GIARDINO SEGRETO. Note di lettura, 29-1-2017.

29/01/18

Banana Yoshimoto, IL GIARDINO SEGRETO


[Japanese element in Powerscourt Gardens (August 2017). Foto Rb]


Banana Yoshimoto, Il giardino segreto. Prima edizione giapponese 2005. Traduzione in italiano di Gala Maria Follaco. Milano, Feltrinelli, 2018

Si ritrovano in questo romanzo motivi ricorrenti nella Yoshimoto del ventunesimo secolo: la rottura dei rapporti amorosi, l’omosessualità, l’affetto platonico tra persone di generazioni diverse, la magia e la divinazione, lo scorrere degli attimi sotto una patina di riflessioni spesso banali sulla vita, che hanno il compito di arginare i drammi personali, confermando il vuoto, forse, sotto un’apparenza di normalità e spingendo verso l’accettazione della vita e del destino individuale. Frattanto si danno simmetrie di situazioni capitate a personaggi diversi che si risolvono in modi distinti, quasi a dimostrare che ogni cammino non conduce necessariamente allo stesso fine.

La storia è lineare nella forma narrativa in prima persona e diaristica, intrapresa dalla ragazza Shizukuischi, assistente dell’anziano e malato sensitivo Kaede, coinvolto in una relazione sentimentale col suo socio Kataoka. Shizukuishi si lascia col ragazzo Shinchiro, che decide di occuparsi del giardino di Takahashi, un amico d’infanzia venuto a mancare e della cui cui madre Shinchiro è innamorato. Atsuko, una ex amante di Kaede instaura un rapporto di empatia con Shizukuishi. La protagonista ricorda la nonna erborista che le ha lasciato in eredità un corallo che l’attrae, per emotività e per una magia di una qualchje sorta, verso Taiwan, il luogo da cui proviene. Riflessioni sul mondo, i sensitivi, la tristezza e il flusso delle cose accompagnano la narrazione.

Qualcuna delle frasi banali buttate lì come se fossero importanti, e che, proprio per questa loro posizione nel testo, lo diventano, sconfiggendo la banalità mentre la enunciano: “è molto meglio affrontare la verità, anche quando è dolorosa come una lacerazione della carne” (p.  88); “quella donna somigliava a una pianta. Aveva anche la determinazione delle piante” (p. 56); “ti sembrerà banale, ma è importante fare esperienze divertenti: possono farti dimenticare persino di essere malato” (p. 46); e le ultime parole del racconto: “naturalmente le stelle, il profilo della montagna e il vento non mi risposero. Del vento restava solo il soffio insieme al gorgoglìo dell’acqua” (p. 136).

[Roberto Bertoni]

27/01/18

Angelo Pini, IN OGNI STANZA





[A Mirror for Others? (Dublin 2017). Foto Rb]


In ogni stanza sembro un altro

pezzi di vero lasciano il bagaglio

incamminato nella via della cenere.

Rotta in mille pezzi la sfortuna nera

scompare nei corridoi di ghiaccio

come una nuvola lascia pioggia

sui corpi distratti il vano mai occupato

dall'anima perennemente ospite

in un corpo nello specchio dell'altro.

Senza casa nomade è aria, nebbia i vetri

da comica solitudine sfugge alla cura


25/01/18

Zygmunt Bauman, COLLATERAL DAMAGE

Subtitle: Social Inequalities in a Global Age. Cambridge, Polity, 2011 (Kindle edition)


The concept of inequality is seen in this volume as a complex configuration which includes social, political and economic dimensions.

In particular Bauman takes issue with the question of poverty, or "that most extreme and troublesome sediment of social inequality", which often results in prejudiced accusations to the poor of being responsible for crime instead of examining the social condition that leads to poverty and marginalization.

Recent varieties of poverty might be defined as the "collateral casualty of profit-driven, uncoordinated and uncontrolled globalization".

The "economic freedom of the market" which, in the globalized economy, supposedly "promotes economic growth", creates inequality and has a reflection on politics as run  by authoritarian institutions in a number of countries.

The collective social dimension of the agora (public square, meaning participatory democracy) is not enhanced in globalization due mainly to the fact that "the state is less and less able to promise its subjects existential security", a task which, in late modernity, is mostly "left to skills and resources of each individual on his or her own".

The formula "globalization of inequality" could therefore be adopted.

On a quantitative level this is shown by the high disproportion between the small number of those who own the majority of wealth and resources, and the majority of the people: "ninety per cent of the total wealth of the planet remains in the hands of just 1 per cent of the planet's inhabitants".

Bauman quotes a 2008 statement by Glenn Firebaugh: "we have a reversal of a longstanding trend, from rising inequality across nations and constant or declining inequality within nations, to declining inequality across nations and rising inequality within them".

[Roberto Bertoni]




23/01/18

Marc Augé, LE TRE PAROLE CHE CAMBIARONO IL MONDO


I ed. francese 2016. Trad. italiana di D. Damiani. Milano, Raffaele Cortina Editore, 2017


In un futuro prossimo si immagina il caso clamoroso del Pontefice che annuncia che “Dio non esiste”, con il suo immediato pensionamento, i tentativi di giustificazione teologica, i conflitti inter-religiosi immediatamente successivi a questa dichiarazione alquanto peregrina, infine vari fenomeni di incendi in parti del mondo apparentemente scollegate tra di loro, ma unite, infine si apprende, dalle manovre segrete di una associazione iper-razionalista  e umanista che, per liberare l’umanità dai contrasti di religione e dall’oscurantismo, irrora il pianeta con un liquido portentoso che agisce come convertitore verso l’ateismo. Le conseguenze sono viste in questo racconto di fantascienza come positive e il futuro immaginato è utopico, migliore del presente.

Il noto antropologo autore del libro dichiara in un’intervista che ci si trova oggi in un mondo di violenze e soprattutto violenze religiose, da cui la domanda che cosa succederebbe in un mondo senza Dio. Sue intenzione è stata, con questo libro, di mettere in questione tanto le certezze che le credenze. Gli estremismi religiosi, a suo parere, sono derivati da ragioni storiche e sociali, ma, si chiede con questo romanzo, seppure la vera religione sia invece intenta nelle dichiarazioni esplicite alla tolleranza, non è per paradosso la religione stessa a creare queste violenze?

L’autore di queste note ritiene che le religioni abbiano funzioni positive, etico-filosofiche, nei precetti; ma evidentemente non in alcune pratiche non conformi alle varie scritture di varie religioni, che hanno trasbordato, in determinati momenti storici e in diverse culture, nelle guerre e nel fanatismo. Il libro di Augé, a ogni buon conto, propone interrogativi di pensiero, oltre a essere leggibile e scorrevole.


[Roberto Bertoni]

21/01/18

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (STROFE 1-5)


[Leaves at a Mercy Installation (Druid's Glen 2017). Foto Rb]


1.



la lira nella toppa ma non sa aprire

che passeri dal becco senza cibo

o avvisaglie botaniche di cadute

giù dall’albero tutte piuttosto verdi

primule d’ansia una verità d’accetta.

eccetto il padre delle funi

qua si celebra l’ingorgo del declino

verso le barche con buchi a fontana.

poco ne resti il vanto della brama

mano migrante in tasca di vandalo.



2.



le ire delle fionde le altalene in pericolo

il foro nel coma del risucchio

nessun vedente.

alla primula sputerò l’ultimo dente

agli spini della pianta grassa

l’ultima gravissima grazia.

tue le spighe macchiate di sangue.



3.



ho imparato l’acredine del dado tratto

l’olio rancido della fiaccola

nelle tenebre che sono già state.

la pietà del breve è un long drink da piazza

senza stazione. il pedone dell’agorà

mi bacia perché penzoloni ruota

l’ultimo degl’impiccati. i credi acefali

del cardo sono violacei ma non sanno

morire. le maree dell’inguine inarcano

le fosse per la vita. cantica del faro

la faccenda in casa dell’appestato.





4.



le sazietà del palo

sanno uccidere

la stanza perduta nella creta.

tale e quale il noviziato del ciottolo

sa di regalo per il bambino vizzo

bacato dalla ronda della zona intorno.

torni da te la larva della gioia

questa persiana logora di sangue

in braccio alla cometa in naftalina.



5.



le foglie hanno accudito

le gimcane dei morti

le doglie in carne

del canile lager

le donne nude non per erotismo

ma per sisma finalmente un altro

mondo. dorma con te il sillabario

inutile dentro la bara

l’accademia della terra senza padrone

con l’androne carico cuspidi

del deserto amiche.

17/01/18

Cristina La Bella “QUANDO LA VITA NON ERA RIDICOLA MA TRAGICA”[1]: IL MONDO DEGLI ADULTI NE GLI INDIFFERENTI DI ALBERTO MORAVIA


“E allora è assai probabile, s’intende, che abbia ragione chi legittimava l’obiezione del lettor borghese di fronte al contegno di Carla e di Michele, per la quale sarebbe sufficiente “fare di Leo un buon marito e dare a Michele un’amante giovane” [1] per togliere ai due protagonisti ogni ansia e desiderio di rivolta. Esatto, ed è proprio il pensiero di Moravia, in fondo. Ma Moravia non crede davvero che quelle due piccole condizioni siano così piccole come possono naturalmente apparire al lettore borghese. Perché, per realizzarle, occorrerebbe, e niente di meno, non soltanto fare di Leo e di Lisa il contrario giusto di ciò che essi sono in effetti, ma fondare nella concretezza della realtà sociale tutte quelle tali condizioni che potrebbero permettere una tale trasformazione”. 

Così scrive Edoardo Sanguineti a proposito de Gli indifferenti, il romanzo d’esordio di Alberto Moravia pubblicato [2] nel luglio del 1929, ed è proprio da quest’acuta considerazione che si può partire per riflettere sui tre adulti presenti nell’opera: Mariagrazia, Leo e Lisa. Inutile a dirsi: lo sguardo da “bambino mal convinto” di Michele, i suoi proponimenti di sincerità, la sua difficoltà nell’adattarsi, ossia abituarsi a vivere come tutti gli altri, il pubblico borghese non riesce a coglierli fino in fondo. Perché Carla dovrebbe rifiutare Leo? Per quale ragione Michele non dovrebbe essere contento di essere ricevuto da Lisa in casa sua? C’è un motivo per cui Merumeci dovrebbe trattenersi dal mettere le mani sulla villa? Per una società guasta, corrotta, in cui l’apparenza conta più della sostanza, tutte queste perplessità sono delle sciocchezze; non c’è posto per sentimenti autentici. 

“Dietro la famiglia Ardengo, c’è la Roma pretenziosa del Quartiere Coppedè, dei gerarchi che credono di sprovincializzarsi frequentando la cascina di Valadier, il golf e domandano di essere ammessi al Circolo della caccia o a quello degli Scacchi [3]".

Ciò che sta a cuore a Moravia è la credibilità e quel che colpisce di più de Gli indifferenti è la perfetta corrispondenza del contenuto amorale con l’espressione sbrigativa, arida, disadorna. Nel tentativo di sbirciare dietro le tende di una famiglia benestante qualsiasi, Moravia stende un documento lucido e impietoso, che denuncia la sintomatologia di quella classe a cui lui stesso appartiene, scrive un referto medico, che mostra i disturbi di cui soffre la borghesia, la quale non solo ha idolatrato sesso e denaro, ma pure è precipitata in “vanità e indifferenza, meschine voragini”[4]. Esistono però due tipi di pazienti: coloro che riconoscono la malattia e quelli che fingono di non averla. Michele appartiene ai primi, ma gli manca il coraggio di fare una cosa e portarla fino in fondo, per questo difetta nell’azione; Carla, Maria Grazia, Leo e Lisa, come pure il lettore borghese, fanno parte dei secondi.

Certamente il personaggio più semplice, ossia tarato, proprio perché pienamente inserito nell’ambiente ipocrita degli anni ’20 è Mariagrazia. La matura signora Ardengo porta avanti da circa dieci anni la relazione con Leo Merumeci; tentando inutilmente di nasconderla a Carla e Michele, maschera ogni tipo di coinvolgimento sentimentale continuando a dare del “lei” all’uomo davanti ai figli. È la figurina sconfitta, che affoga negli isterismi. Tormentata all’idea di lasciarsi sfuggire l’amante, che non è più interessato al loro flirt, quanto a scivolare nel letto della figliastra, Mariagrazia è ossessionata all’idea del tempo che passa, così appare una antesignana sottotono della diva del muto Norma Desmond, protagonista di Viale del tramonto (1960) di Wilder. Non c’è nulla di male ad avere cinquant’anni, se non se ne vogliono dimostrare venti a tutti i costi: 

“Alzò due dita e compose la bocca come per dire venti, Carla vide, capì, esitò, poi un’improvvisa durezza devastò la sua anima: ‘Vuole’ pensò ‘che io diminuisca gli anni per non invecchiar lei’; e disobbedì; ‘Ventiquattro’ rispose senza arrossire".

A Mariagrazia non passa minimamente per la testa che sia Carla la sua “nemica” e non la povera Lisa, oggetto spesso di immeritate ingiurie, come emerge chiaramente nel discorso indiretto libero del capitolo VIII: “Tra poco Leo sarebbe partito, sarebbe scomparso nella notte piovosa; sarebbe andato altrove; in casa di Lisa per esempio; già sicuro, in casa di Lisa (…). Chissà come si sarebbero divertiti quella notte quei due, chissà come avrebbero riso di lei”. Mariagrazia, però, “maschera stupida e indecisa”, come scrive lo stesso Moravia, quella stessa donna che a detta di Leo “meriterebbe di essere presa a schiaffi per due ore di seguito”, pare proprio non accorgersi dell’abisso in cui sta per precipitare la figlia, la quale è spesso confidente delle tante lamentale della madre. Carla sembrerebbe il personaggio più complesso del romanzo, in realtà sin dalle battute iniziali si comprende che prima o poi si darà a Leo Merumeci, che le garantirà tutto ciò che lei aveva sempre desiderato: “vestiti, molti vestiti, viaggi”. Così la ribellione lascia il posto alla rassegnazione, del resto “Leo o un altro che importanza ha?”, si chiede continuamente la protagonista ed è la sua una parabola discendente in cui tutto è “impuro, sudicio, basso”. Con Carla si apre il romanzo e con Carla si chiude ed è la natura ciclica dell’opera che non lascia ben sperare che il mondo migliori. Eppure è proprio su questa falsa promessa che reggono i primi tentativi di seduzione di Leo:

“‘È così vero?’ egli domandò guardandola dal basso in alto ‘proprio non ne puoi più?’ La vide annuire un poco impacciata dal tono confidenziale che assumeva il dialogo. ‘E allora’, soggiunse, ‘Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia!’”.

Ed è Leo il perno attorno a cui ruota l’intera vicenda: “oggetto del desiderio” di Mariagrazia, “aiutante” di Carla, “antagonista” di Michele. Ma è proprio così? Andiamo con ordine: Mariagrazia non ama sinceramente Leo, le preme tenerselo soltanto perché intimorita al pensiero di non essere più attraente (la stessa ragione per cui Lisa desidera conquistare Michele); “Carlottina” diventa sì donna “grazie” a lui, ma a che prezzo? D’altronde con Leo in casa nessuno l’avrebbe sposata ed era già capitato che qualche giovanotto le avesse mancato di rispetto. Ebbene se è vero che chi aiuta deve farlo disinteressatamente, allora non si può definire Merumeci un amico in piena regola di Carla; per quanto riguarda Michele, la definizione di “nemico” andrebbe bene se si prendesse in considerazione l’equazione “ricchezza = felicità”, ma Leo è allo stesso tempo tutto quello che il giovane Ardengo detesta e ama, quel che vorrebbe essere e non è e che probabilmente non diventerà mai. Leo rientra in quella cerchia di uomini che “vivono di nuda avidità e di cinica libidine, avendo ridotto il loro meccanismo esistenziale al più elementare scheletro, ai più semplici moventi, alle sole realtà direbbe Moravia, autenticamente irreducibili: sesso e denaro”.[5] Se con l’arte della dissimulazione riesce a “conquistare” Carla, non si può dire che altrettanto facilmente riesca a “comprare” Michele. La narrazione è un continuo crescendo, l’atteggiamento del giovane nei confronti di Leo potrebbe essere definito come climax: nel terzo capitolo lo insulta, nell’ottava gli lancia un posacenere, nel quindicesimo compra una rivoltella per sparargli. Tuttavia a Michele il riscatto non riesce, difatti, questi ingiuria Merumeci, ma poi come un bambino pentito chiede scusa; scaglia un portacenere, ma finisce col colpire il bersaglio sbagliato (la madre); si prefigura Leo morto a terra, ma – inutile dirlo – il colpo di pistola non parte, proprio perché il giovane si propone di uccidere Leo senza sentirne realmente l’esigenza morale.

“L’uomo che egli doveva odiare, Leo, non si faceva abbastanza odiare; la donna che doveva amare, Lisa, era falsa, mascherava con dei sentimentalismi intollerabili delle voglie troppo semplici ed era impossibile amarla”.

Basterebbe citare anche il dialogo in taxi tra i due uomini narrato nel capitolo VII:

“‘Dunque secondo te’ domandò ‘non dovrei rinunziare a Lisa…’. ‘Ma già, sicuro’, approvò Leo togliendosi di bocca la sigaretta; ‘prima di tutto perché Lisa non è davvero da buttarsi via; oggi appunto la guardavo… (…) e poi caro mio, quella è una donna che può dare molte soddisfazioni che non è una delle solite signorine all’acqua di rose (…) E in secondo luogo dove la trovi oggi un amante che ti riceverà in casa? Questo per te che non puoi pagarti una camera o l’appartamento, è una grande comodità; vai, vieni, entri, esci (…) Lisa non ti costerà un soldo, dico un soldo… Ecco io non so cosa si possa desiderare di più!’”

Emerge qui la netta antitesi, il divario che separa Leo da Michele, al quale le parole del patrigno appaiono vuote, insignificanti.

L’ipocrisia borghese, unita all’istinto sessuale, trova concretezza nel personaggio di Lisa, “la signora dal corpo grasso”, ex amante di Leo e amica degli Ardengo, coetanea di Mariagrazia, che Moravia presenta così:

“Non aveva addosso che una trasparente camiciola che faceva ancor più corte le sporgenze del corpo, e le gambe erano tutte scoperte fino alla piega profonda che staccava la rotondità delle natiche dalle cosce bianche e senza peli, i seni muscolosi, appena più bassi che a vent’anni, e uscivano per metà con due rigonfi lisci e venati”.

Visto dagli occhi di Lisa, Michele rappresenta la purezza, “le portava il sole, il cielo azzurro, la franchezza, l’entusiasmo (…) ne aveva un desiderio insaziabile”; le sembra un altro, il contrario di quello che realmente è. E Moravia non risparmia nulla a questo personaggio femminile, che non è tanto diverso da Leo, ma che ben sa mascherare le proprie intenzioni: “Vivremo lontano dalle cose che ti dispiacciono, vuoi? Da tutte queste miserie! (…) Ti darò tutto l’amore che posseggo, che ho messo in serbo per te…”. Lisa non dice espressamente di voler possedere Michele, ma di amarlo, di desiderare un’intesa più alta, un sentimento di quelli che non si usano più. Ma Lisa stessa non è limpida e Michele lo sa bene. La condotta ambigua della donna è segnalata anche dalla descrizione del suo boudoir che “dapprima faceva pensare: ‘Eh, che bel posticino chiaro e sereno, qui non può che abitare che qualche giovinetta’; ma se si guardava meglio si cambiava idea; allora ci si accorgeva che il boudoir non era più giovane del resto dell’appartamento”. Michele al suo fianco vorrebbe altro: “una donna pura, né falsa, né stupida, né corrotta”. Questa splendida chimera trova concretezza nell’immagine della prostituta, che Moravia riprenderà in altri romanzi successivi come La romana. L’incontro di Michele con una di quelle si rivela il solo momento in cui il giovane intravede “vere lacrime per vere sciagure”, proprio perché la donna pubblica, che nell’ottica borghese è figura negativa, è l’unica che partecipa “delle qualità di tutte le cose vere e solide, di rivelare ad ogni momento una verità profonda e semplice”. Dispiaciuta della sua condizione, la prostituta comincia a piangere al pensiero della madre morta ed è questo punto che Michele si commuove, qualcosa dentro lo agita ed è lo svilimento di appartenere ad un mondo a lui lontano, in cui questi si sente straniero. Lo stesso vuoto viene percepito dal giovane alla vista di una coppia che si scambia tenerezze in automobile: “Era inutile sperare, quella terra promessa gli era proibita, né l’avrebbe mai raggiunta”. 

A Michele non resta che adattarsi. Non deve apparire casuale che il romanzo – ed è un chiaro riferimento a Pirandello – termini con una mascherata. Per recarsi al ballo, a cui sono state invitate, Carla si traveste da Pierrot, Mariagrazia da dama spagnola. Chi sarà il cavaliere? Leo, padre-amante e amante-genero. Ecco una carnevalata, dove i ruoli non sono più definibili per quanto innaturali. Il bilancio de Gli indifferenti è deludente: indica non soltanto la completa sconfitta degli ideali della famiglia tradizionale, ma soprattutto il trionfo dell’individuo amorale che riesce ad “ottenere sempre quel che vuole”.


BIBLIOGRAFIA

A. Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, Milano, 2008. 
A. Moravia, A. Elkann, Vita di Moravia, Bompiani, Milano, 2007. 
C. Benussi, Il punto su Moravia, Universale Laterza, 1987. 
M. Mascia Galateria, Come leggere Gli indifferenti, Mursia, Milano, 1975. 
E. Sanguineti, Alberto Moravia, Mursia, Milano, 1962.






[1] Tutte le citazioni, dove non specificatamente segnalato, sono tratte da A. Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, Milano, 2008.
[2] S. Guarnieri, Cinquant’anni di narrativa in Italia, Firenze, 1953, p. 367.
[3] A Bressanone Moravia comincia a scrivere Gli indifferenti, il romanzo al quale avrebbe dedicato ben tre anni di lavoro. Lo pubblicherà a proprie spese con la casa editrice Alpes di Cesare Giardini – “Allora andai da mio padre e dissi: ‘Guarda che loro vogliono che io paghi’. ‘Quanto?’ mi rispose tranquillamente. ‘Cinquemila lire’. Ta, ta, ta… Pagò subito, senza dire una parola” racconterà lo stesso scrittore anni dopo ad A. Elkann – e si rivelerà una scommessa vincente: 1.300 copie esaurite nel giro di poche settimane. L’opera, in realtà, sarebbe dovuta uscire presso la rivista “900” come spiega Moravia nella stessa intervista: “I novecentisti (Marcello Gallian, Aldo Bizzarri, Pietro Solari, Paola Masino, Margherita Sarfatti) si erano impegnati con Bontempelli a scrivere ciascuno un romanzo. Ma il solo che scrisse fui io. Però l’editore di ‘900’ che avrebbe dovuto pubblicare i nostri romanzi, rifiutò il mio, dopo averlo letto con la motivazione poco lusinghiera che c’era una nebbia di parole”.
[4] A. Moravia, intervista su “L’Espresso”, 2 Agosto 1959.  
[5] E. Sanguineti, Alberto Moravia, Mursia, Milano, 1962, p. 41.

13/01/18

Raffaele Piazza, ALESSIA


Roma, Associazione Culturale Rosso Venexiano, 2014


Di Raffaele Piazza è già stata rilevata sia la vivace immaginazione stilistica, veicolata da una lingua onirica e trasfigurante, sia, dal punto di vista tematico, la centralità dell’esperienza amorosa. In Alessia, la sua quinta raccolta poetica, questi due aspetti si fondono ad una temperatura lirica tale da rendere attraente (almeno per il sottoscritto) un approccio psicoanalitico. Vorrei proporre che il poeta realizza, in questa nuova raccolta, una sistematica, radicale immersione nella fantasia febbricitante del soggetto innamorato. Alessia è qui vera e propria ipostasi dell’innamoramento, una condizione, come si sa, almeno moderatamente psicotica, contraddistinta dalla percezione della realtà esterna come sensibilissimo controcanto dell’esaltazione psichica del soggetto. La personificazione della natura è un sintomo cospicuo di questo fenomeno e qui infatti alberi, fiori, uccelli, aria e corpi celesti (ma anche, in un’incursione allucinata del soprannaturale, schiere di “angeli”), tutti trasfigurati dalla frenesia amorosa di Alessia, diventano fedeli comprimari nello spettacolo fantasmagorico della sua passione.                    
Cogliamo l’occasione per sottolineare la sensibilità figurativa di Piazza, i cui “scenari”, “campiture” e “panneggi” denotano un’ispirazione e un vocabolario esplicitamente pittorici: e Alessia, carnale e divina (“nel differenziarsi dai / limiti del tempo, entra in galassie e ne esce / rinnovata…”), appare come un incrocio tra l’orgasmica Santa Teresa del Bernini e la Venere botticelliana, istigatrice della fertilità universale. Ma forse il DNA di questa scrittura gioiosamente panico-erotica va più opportunamente cercato nel naturalismo mistico di San Francesco (il ritmo sacramentale del cui cantico è pure richiamato dalle incessanti ripetizioni: “amniotica pioggia”, “anni contati come semi”, “sta infinitamente”). E del resto, l’immersione radicale nella fantasia amorosa esige proprio il mantenimento di un atteggiamento di mistica positività per cui il sentimento della “gioia”, parente stretto del thauma francescano di fronte alla natura delle cose, domina l’intera raccolta.

È uno stato che necessariamente esclude l’elemento traumatico, la cui dimensione spettrale è relegata a brevissime e ripetute allusioni (“gridano i gabbiani: ‘attenzione!’”; “tanto non mi lascia”; “non ho finito gli esami / e Giovanni non ha lavoro / né casa né culla”). L’estasi dell’innamorato non concepisce il trauma. Ma il costo di questa esclusione è la necessita di ribadire l’estasi ad ogni nuovo testo, in un tessuto martellante di ridondanze in cui, come già accennato, intere frasi, stilemi, parole chiave (la più notevole, “interanimarsi”) si ripetono, identici o sottilmente variati, alla stregua di formule incantatorie. Ogni poesia, in altre parole, è costretta a ridire quella che la precede, non tanto perché, banalmente, un testo non riesca mai a dire tutto, ma perché l’integrità della fantasia va costantemente riaffermata, difesa ad ogni costo e il più al lungo possibile dal sempre imminente assalto della grigia realtà: in questo consiste, appunto, la proverbiale “pazzia” o “cecità” della condizione amorosa. A lungo andare, però, il regime assolutistico del gaudio finisce per caricare la cesura (il silenzio, lo spazio bianco) tra ogni testo e il successivo di una sospensione di inusitata pregnanza, nella misura in cui vi si accumula – non detto perché indicibile – lo sconfessato lato oscuro della fantasia amorosa: come si gestiranno, finita l’ebbrezza, le miserie della quotidiana vita di coppia? Come si negozierà l’ontologica incompatibilità di genere, l’impossibilità che Lacan dimostra essere costitutiva del (non-) rapporto sessuale?

Se si intende la negatività hegelianamente, ossia come funzione del divenire e motore di sviluppo, risulta chiaro come proprio questa dimensione debba rimanere assente dall’universo fantasmatico di questa raccolta (che si potrebbe legittimamente intitolare l’Alessia innamorata). In questa estrosa eppure formalmente rigorosissima (sacra?) rappresentazione della psicopatologia dell’innamoramento non può esistere sviluppo, ma soltanto l’euforica riproposizione dello stesso scenario psichico, un universo atemporale in cui è sempre il “1984”, e tutto sobbolle gloriosamente nel fuoco del rapimento erotico.


[Giorgio Mobili]