29/04/19

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 73, aprile 2019/ Second series, issue 73, April 2019

Per gli articoli del mese, vai a aprile 2019 in ARCHIVIO BLOG, o consulta l'INDICE ALFABETICO qui sotto. Per gli arretrati vai a ARCHIVIO BLOG; e a Di cosa si parla su Carte allineate: Indici, nella colonna di destra in questa pagina. Cerca nomi e titoli specifici con il SEARCH BLOG; e gli argomenti tramite le ETICHETTE, sempre nella colonna di destra. Nella colonna di sinistra si trovano anche i LINKS con altri siti / Find the entries in the current month at aprile 2019 in ARCHIVIO BLOG or in the INDEX below. Find past issues in ARCHIVIO BLOG, and in Di cosa si parla su Carte allineate: Indici, a section which is situated on the right end side column on this page. Look for specific names and titles by using the SEARCH BLOG. Consult topics by using the ETICHETTE (or LABELS), again on the right hand column. LINKS to other sites are also provided on the left end column in this page.

INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell’autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni.


27/04/19

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETÀ, 2008 (Strofe 61-65)


61.


un codice di nero un avvistamento
dentro la stanza del cordolo
domestico agguato ad ogni giorno.
le premure dell’àncora stamane
hanno indipendenze non servono
il lato della musa reliquiaria.
lo sgombero per potere le distanze
in terra di anomalia la grande gioia
se finalmente taccia il sì della caccia.


62.

dove si sta termini di eclissi
vige la nenia nell’agonia
del minatore. il torto assiso
dentro la nicchia dell’ulivo 
a mo’ di demerito con zattera
del sale. il leggio del rantolo
trovi la giostra del miracolo
del gioco. a terra per il mito
ti vedrò lo sguardo di natale.


63.

in un mare di corsa corsaro
la sassaiola di un io di flagello
flagellato. a ritmo di neve
la verità di andarsene 
se questo è il dazio se questo
è il gelo che fa cantone il mondo.
in officina il fatuo ripetente
ha teschio in cima alla sorveglianza
che veglia di moribondi il fatuo
piatto.


64.

finalmente avrò l’accattonaggio del sonno
l’erta fumida dell’aria da buttare
contro il tranello del seno nudo
che fa svoltare le curve per mentire
il tiro del cipresso verso il cielo.


65.

nel lutto che sconquassa tutta la voce
l’avaria del varo, il lungo vano
che ammaina la rendita del sangue
che il guado innalza senza la partenza.
ricamo a marmo questo soqquadro
tenente l’irriverenza dell’acqua marcia
finalità del pane la muffa in far d’affanno.



[Le strofe precedenti sono sui numeri scorsi di Carte Allineate]


25/04/19

Enzo Traverso, FASCISM OLD AND NEW: AN INTERVIEW



Intervista a cura di Nicolas Allen e Martín Cortés, Jacobin 2-4-2019 

L’intervista si orienta sul libro di Traverso, The New Faces of Fascism: Populism and the Far Right (Trad. dal francese di D. Broder, Londra e New York, Verso, 2019), in ci si argomentano i pericoli rappresentati dalla Nuova Destra per la democrazia, facendo paragoni col fascismo storico e individuando nuove sue manifestazioni sotto la definizione di “postfascismo”.  

Traverso distingue tra fascismo e populismo: “I distinguish between fascism and populism: the first means destroying democracy; the second is a political style that can take different, sometimes opposite, directions, but is usually within a democratic framework”.

Considera marginale il neofascismo direttamente derivato dal fascismo storico, ma pericolosa l’operazione politica di chi si è presentato come “novità” rispetto al passato:

“Neofascism, the movements that claim to be affiliated with classical fascism, is a marginal phenomenon. One of the keys to the new radical right’s success lies in their depiction of themselves as something new. Either they do not have fascist origins (Trump or Salvini), or they broke significantly with their own past (Marine Le Pen, who banned her father from the National Front)”.

Quali sono le caratteristiche del postfascismo e della nuova destra? “The new right is nationalist, racist, and xenophobic”.

Il postfascismo, spiega Traverso, “is a global phenomenon that does not have monolithic or even homogeneous features. Its explosive cocktail of nationalism, xenophobia, racism, charismatic leadership, reactionary ‘identitarianism’, and regressive anti-globalization politics can take different forms”.

La nuova destra si presenta come un ibrido:

“On the one hand, the new far right is no longer fascist; on the other hand, we cannot define it without comparing it with fascism. The new right is a hybrid thing that might return to fascism, or it could turn into a new form of conservative, authoritarian, populist democracy. The concept of post-fascism tries to capture this”.

Sebbene il postfascismo si prospetti all’interno di regimi democratici, è l’indebolimento della democrazia, soprattutto derivato dalla crisi iniziata nel 2008 con la conseguente disuguaglianza, e l’allentamento dei valori etico-politici, che ha determinato il fenomeno del postfascismo e della nuova destra: “The rise of right-wing populist leaders like Matteo Salvini and Viktor Orbán is not striking at all: ‘The sleep of reason engenders monsters’”.

Per contrastare queste ideologie, è necessario rafforzare e modificare l’Unione Europea: “We cannot struggle effectively against post-fascism by defending the EU. It is by changing the EU that we can defeat nationalism and right-wing populism”.

Traverso è correttamente contrario alle analisi neutralistiche del fascismo, perché “an ‘anti-antifascist’ democracy would only be fragile, amnesic, and unfaithful to its own history”.


[Roberto Bertoni]

23/04/19

M. Esther Harding, WOMAN’S MYSTERIES ANCIENT AND MODERN

Sottotitolo: A Psychological Interpretation of the Feminine Principle as Portrayed in Myth, Story and Dreams. 1955. London, Rider, 1982


Allieva di C.G. Jung, Harding indaga la luna in quanto simbolo e archetipo, traendo, da un’inchiesta nella storia culturale, molteplici conclusioni di cui qui se ne mettono in rilievo alcune.

In linea di massima, secondo Harding, presso coloro che ella definisce “i primitivi”, c’è la credenza che la luna sia agente di fertilità (“Primitives believe that the moon fertilizes”, p. 21).

In alcune popolazioni, la luna rappresenta il vero sposo della donna, mentre quello umano ne è l’effigie.

Allo stesso tempo, “to the ancient and primitive man, the moon was the visible representative of womanhood” (p. 29).

La luna simbolizza il principio femminile, che per Harding, archetipicamente, è Eros, mentre il principio maschile è il Logos.

“The belief that there is a peculiar connection between woman and the moon has been universally held since the earliest times” (p. 55).


[Roberto Bertoni]

19/04/19

Shoshana Zuboff, INTRODUCTION TO THE RAISE OF SURVEILLANCE CAPITALISM

Sottotitolo: The Rise for a Human Future at the New Frontier of Power. Londra, Profile Books, 2019

Si tratta di un volume impegnativo e utile, che si occupa dell’invasione della vita privata e della manipolazione dei gusti e delle tendenze degli esseri umani in questa fase del capitalismo, che viene definita in questo libro “surveillance capitalism”, fase messa in atto soprattutto dalle grandi ditte informatiche quali Facebook, Amazon e Google.

Il capitalismo della sorveglianza raccoglie costantemente notizie sugli utenti dei social per poi rivenderle a ditte varie che ne fanno un uso manipolativo.

Ecco di seguito alcune citazioni dall’introduzione, tratte (non senza senso del paradosso) dall’edizione online di Google Books. Già di per sé queste citazioni, seppure in forma sparsa, indicano il pericolo e la vastità della situazione:

“Surveillance capitalists know everything about us, whereas their operations are designed to be unknowable to us. They accumulate vast domains of knowledge from us, but not for us. Thy predict our future for the sake of others’ gain, not ours”.

“Surveillance capitalism is a rogue force driven by novel economic imperatives that disregard social norms and nullify the elemental rights associated with individual autonomy that are essential to the very possibility of a democratic society”.

“As surveillance capitalism becomes the dominant form of information capitalism in our time, what fresh damage and regret will be mourned by future generations?”

This is a “key battleground upon which the possibility of a human future at the new frontier of power will be contested”.

Automated protocols are designed to change human behaviour. “How did they get away with this?”

“What havoc might surveillance capitalism wreak on human nature?”

“Instrumentarian power”, a cause for an “antidemocratic vision of society”.


[Roberto Bertoni]



13/04/19

Massimo Marasco, L’ANNUNCIO



["Like a window on an outside world" (Portovenere 2018). Foto Rb]

Massimo Marasco, L'annuncio. Sottotitolo: Il mito del popolo nuovo. Presentazione di Silvia Montefoschi. Milano, Zephyro, 2003

Nelle Stazioni Orbitali dopo la Grande Catastrofe intervenuta sulla Terra, R, dipendente del Dipartimento per la Ricostruzione Culturale, è incaricato di ascoltare la testimonianza di un sopravvissuto, M, il quale gli racconta la configurazione geografica, sociale, politica e la storia letteraria di uno Stato denominato Jeckpolis come la sua capitale, situato in Nord-America ma non negli USA, sede del popolo dei Finni, di cui nel corso del libro apprendiamo la lingua e la mentalità. Si scopre verso la fine che questo Stato era stato inventato di sana pianta, nondimeno R lo produce come memoria valida del passato terrestre in quanto, sebbene i Finni non siano mi esistiti, la testimonianza di M “parla di un popolo veramente straordinario, che ha dato vita a istituzioni politiche e sociali uniche, forse le più avanzate del mondo di prima della Grance Catastrofe, nonché a una cultura che ha aspetti filosofici, musicali e letterari all’avanguardia” (p. 361).

Nelle centinaia di pagine precedenti, che compongono ciascuna le tessere di ampio mosaico, invece di una narrazione distesa convenzionale abbiamo letto i sunti di varie opere e i commenti a testi al contempo intellettualmente impegnativi e commoventi, una sorta di enciclopedia della realtà immaginaria costruita da Marasco, sulla base di proprie riflessioni e, si direbbe, spigolature culturali nel mondo del Nord-Europa scandinavo e gaelico forse in prevalenza, ma non senza escursioni in altre culture.

In parallelo a storie terrestri, come il Dinamic Man di Marasco, emerso dal Superman del noto fumetto reale, ma orientato a fini politici contrari a “un possibile indebolimento della compagine sociale dello stato finno, basata sull’autogestione, che avrebbe causato l’asservimento di Jeckpolis alla super-potenza statunitense” (p. 288).

In rapporto parodico anche, per esempio, il vampiro finno, nel romanzo intitolato appunto Il vampiro, di uno scrittore immaginario di nome Belobromavchenko. L’autore viene definito “un disadattato, incapace di vivere in una società che non rispecchiava affatto l’armonia e la perfezione a cui tendeva” (p. 224). Il suo personaggio “irrompe in quel mondo vuoto e superficiale”, mettendo in rilievo “il significato profondo dell’arte” e la “profondità dei […] sentimenti” (p. 225).

[Roberto Bertoni]


11/04/19

Riccardo Bacchelli, LA CITTÀ DEGLI AMANTI


["That city including occasional old-fashioned buildings..." (Spezia 2018). Foto Rb]


Riccardo Bacchelli, La Città degli Amanti. I ed. 1960. Milano, Oscar Mondadori, 1966


Questo romanzo semiutopistico si presenta dichiaratamente come “una favola” e s’iscrive “nell’atlante dei sogni e degli errori” (p. 7), con una dedica piuttosto centrata a Swift, Bernardin de Siant-Pierre e Bartoli.

Del primo ritroviamo nel testo la satira dei costumi, del secondo forse l’innamoramento più che la descrizione della natura, e del terzo il gusto per i popoli altri.

Viene inoltre citata in epigrafe un’affermazione di Baudelaire: “Dirò che è un libro di mera arte, di scimmiottatura, giullaresco; e mentirò come un cavadenti” (p. 9).

C’è in effetti un elemento giullaresco, nella scelta fantasiosa dei nomi dei personaggi: Eustachius Vandenpeereboom, pittore e amante non ricambiato di una donna conosciuta in guerra in Francia; Titus Tubalcain Pankoucke, milionario che fonda, finanziandola, la città degli amanti negli USA, innamorato di Dorotea, la sua segretaria, che riuscirà a condurre a nozze solo alla fine del romanzo; Enrico De Nada, napoletano coinvolto dapprima in un matrimonio sfortunato e poi, nella fuga da Caporetto, innamoratosi della nobile e moralmente retta Cecchina Gritti, che accetta di vivere con lui pur non maritandosi per la sincerità dei sentimenti che prevale sulle convenzioni sociali.

La storia di De Nada e Cecchina occupa la parte centrale e quella finale del libro. In quella centrale, il registro “giullaresco” cede il passo alla narrazione storica, col disastro di Caporetto descritto realisticamente nei particolari di truppe sbandate, trincee abbandonate, ritirata verso il Piave, combattimenti contro gli Austriaci lanciati all’inseguimento. Si asseconda in questa parte anche il romanzo sentimentale, raccontato con delicatezza di affetti e semplicità.

La satira prevale nelle pagine sulla Città degli Amanti propriamente detta, fondata per dare ai vari tipi di amanti, siano essi delusi, soddisfatti, solitari, sodali o altro, dei luoghi di soggiorno e di individuazione delle tematiche che più a ciascuno si confacciano. La città, gestita dal manager Gervasio Pisciavino, si trasforma col tempo in un campo turistico con qualche nota anche di decadenza etica (contrastata dal convento confinante di frati predicatori), finché decade.



[Roberto Bertoni]

09/04/19

Edgardo Franzosini, IL MANGIATORE DI CARTA

Sottotitolo: Alcuni anni della vita di Johann Ernst Biren. Palermo, Sellerio, 2017

Franzosini sviluppa uno spunto di Balzac, che in due pagine delle Illusions perdues, parla di Biren, segretario del Barone di Görtz (1668-1719) alla corte del re di Svezia, Carlo XII. Come spiega Balzac, Biren, affetto da un disturbo compulsivo consistente nel mangiare la carta, divenuto segretario di Görtz, mangiò il trattato della Svezia con la Russia, relativo alla Finlandia. Condannato a morte e imprigionato, fuggì con l’aiuto del Barone, si rifugiò in Curlandia (territorio compreso oggi nella Lettonia occidentale), rendendosi colpevole di un analogo delitto, che Balzac esamina in base alla forza irrefrenabile del vizio sull’animo umano:

“Si vous croyiez que ce joli homme, condamné à mort pour avoir mangé le traité relatif à la Finlande, se corrige de son goût dépravé, vous ne connaîtriez pas l’empire du vice sur l’homme; la peine de mort ne l’arrête pas quand il s’agit d’une jouissance qu’il s’est créée! D’où vient cette puissance du vice? est-ce une force qui lui soit propre, ou vient-elle de la faiblesse humaine? [1]

Salvato, per la sua avvenenza, dalla sovrana di Curlandia, Biren fece carriera e finì col diventare reggente alla morte dell'imperatrice Caterina e poi consigliere di Anna di Russia.

Questa vicenda viene ampliata da Franzosini con riferimenti tanto all’epoca storica dei fatti narrati, quanto a un ipotetico attraversamento dello spazio-tempo per discutere con Balzac, che però, nel dialogo con lautore che dice io nel volume di Sellerio, non spiega perché dedicò poco spazio a Biren. È con le parole dello scrittore francese che si conclude il volumetto di Franzosini: Biren fu “a suo modo un cercatore d’infinito” (p. 130).

Dell’autore ci eravamo occupati al tempo della pubblicazione di Bela Lugosi, biografia di una vita insolita. In questo secondo caso, il meta-riferimento a Balzac e all’epoca di Carlo XII si accompagna alla ricostruzione indiziaria, sostenuta da una vena archeologica e al contempo ironica.


[Roberto Bertoni]


[1] Honoré de Balzac, Les illusions perdues (1837-1843), pp. 1222-1223. 

07/04/19

Tzvetan Todorov, L’IDENTITÀ EUROPEA


["Growing awareness and cohesion?" (Paris 2016). Foto Rb]


Tzvetan Todorov, L'identità europea. Prima edizione in francese, 2009. Trad. italiana di E. Lana. Milano, Garzanti, 2019

Pur notando che certi valori di democrazia e cultura della tolleranza sono comuni ai paesi europei, occorre al contempo rendersi conto che ad essi nella storia si affiancano i loro opposti, tra i quali i fascismi e l’intolleranza, per cui Todorov punta sulla pluralità come elemento definitorio dell’identità europea:

“La mia ipotesi sarà questa: l’unità della cultura europea consiste nella sua maniera di gestire le diverse identità che la costituiscono a livello regionale, nazionale, religioso e culturale, accordando loro uno statuto nuovo e traendo profitto da questa stessa pluralità. L’identità spirituale dell’Europa non porta ad annullare le culture specifiche e le memorie locali. Non consiste in un elenco di nomi propri o in un repertorio di idee generali, ma nell’adozione di un medesimo atteggiamento di fronte alla diversità” (p. 26).

Todorov fa discendere “la visione positiva del pluralismo” dall’illuminismo, soprattutto dal pensiero di Montesquieu e Hume (p. 41).

Più di recente, a tale ideologia si aggrega il cosmopolitismo, in quanto “via seguita dall’Unione Europea” secondo Ulrich Beck (p. 52).

Uno dei problemi è che, pur esistendo “un’identità culturale europea, originale e degna di rispetto” (p. 58), essa non è sufficiente per promuovere una maggiore unità politica, il che è poco proficuo, dato che in molti campi una maggiore coesione europea porterebbe a risultati positivi, campi quali l’ecologia, la ricerca scientifica, l’immigrazione, la regolamentazione delle multinazionali, la sicurezza e altro. Attualmente, “in tutti questi ambiti, come in molti altri, il potere decisionale resta nelle mani dei governi nazionali” (p. 61).

Ciò che Todorov auspicava, pur sapendo trattarsi di un obiettivo forse utopico, era che le frontiere potessero diventare “ponti, punti di contatto, interfaccia che permettono mediazioni e connessioni” (p. 80), sulla base di una “politica efficace” che concili idealismo e realismo (p. 87) e affermi valori di “civiltà” (p. 89).


[Roberto Bertoni]

05/04/19

Angelo Pini, ESTROMESSO...

Estromesso senza l’ultima parola
eterno penultimo fallisco
inghiotto il rospo
inciampo nelle forme di rivincita
seppur vacillando
riprendo a correre per il mondo
stritolato dalla congestione il vincitore
ripeto naufragi nelle competizioni
dunque aspetto la mancanza di coazione
per tirare la corda per primo.

03/04/19

Paolo Luporini, LA PIETÀ DI SOVIORE


C’era un buon diavolo che ebbe molti torti dalla vita e i sospetti sulle persone che a quei tempi aveva vicino e con cui aveva rotto i rapporti con durezza gli avevano lasciato un rancore che sempre riaffiorava.
Un giorno fece una prima buona confessione accusando i suoi peccati di tutti gli anni precedenti. Mise a nudo le sue colpe ed evidenziò i suoi difetti. Sentendosi sollevato, si accostò al sacramento dell’Eucaristia e acquistò un respiro di serenità. Nelle confessioni successive trovava nuovi difetti e confermava i vecchi che non riusciva a eliminare. Naturalmente non parlava più delle vecchie colpe, che dava per perdonate.
Si rimise a leggere il Vangelo e lo metteva in pratica con la carità e la preghiera personale. Entrò in un gruppo di preghiera che funzionava come una piccola comunità. Dopo un anno di queste pratiche s’iscrisse come adoratore perpetuo. Gli fu affidato un turno notturno all’adorazione permanente eucaristica, in una cappella annessa a una chiesa ex cattedrale della città. Vi era costantemente presente il Santissimo, il cui ostensorio riceveva la luce di due lumi a petrolio sempre accesi e da un potente faretto. L’illuminazione della cappella era più scarsa.


Lui prediligeva l’ultimo inginocchiatoio da cui poteva volgere lo sguardo sui quadri dell’Assunta e di San Venerio, uno dei santi patroni della città, o meglio del golfo. Questo santo era un eremita che aveva scelto come suo romitaggio un’isola minore del piccolo arcipelago.
L’Assunta riceveva la gloria degli angeli e le suppliche delle anime del Purgatorio. Questi due quadri lo stimolavano a pregare per i defunti conosciuti, che elencava, dedicando a ciascuno un Eterno riposo e a quelli sconosciuti della città cui ne dedicava uno cumulativo.
Sovente diceva una decina di Ave Maria per i problemi della città, specie per le necessità dei poveri e dei malati. Recitava dei Padre nostro per i suoi parenti, per gli amici e conoscenti che sapeva nel bisogno. Un atto di dolore lo scioglieva dai peccati veniali ma non gli piaceva del tutto la frase “perché peccando, ho meritato i vostri castighi”. Credeva, infatti, in un Dio misericordioso che ci ama tutti a tal punto da perdonarci le colpe più gravi. L’anno giubilare della Misericordia veniva a confermarlo.
Dopo questo rito d’inizio si lasciava andare alla meditazione in cui lo assalivano tutti i tipi di pensieri, progetti, ricordi, immagini di persone o panorami di luoghi visitati. Spesso erano vuote distrazioni ma a volte portavano a un vuoto assoluto che sfociava in domande spirituali profonde. Non attendeva molto senza ricevere una risposta tramite una sola parola che gli balzava chiara alla mente. 
Questa parola diventava una risoluzione, un proposito da mettere in pratica nella vita quotidiana e nei comportamenti futuri. Le volte in cui sentiva la luce più bassa, gli occhi pesanti, il vuoto che restava tale, volgeva lo sguardo in cerca di aiuto alla statua alla sua sinistra. Era una pietà lignea, copia di quella della Madonna di Soviore, nel santuario sopra Monterosso.


Una graziosa Madonna teneva caramente in braccio il Cristo deposto dalla croce, espressione del sacrificio per la nostra salvezza. Entrambi indossano un’imponente corona. 
Il nostro buon diavolo provava allora una dolce pena per le due figure. La madre sofferente impersonava tutte le madri che avevano perso un figlio, ma nello stesso tempo il Cristo era un bambino dormiente in grembo alla mamma che lo cullava.
La pietà provocava affetto, gratitudine, ricordo, preghiera, amore filiale.
Nella scarsa luce, gli occhi chiusi della Madonna gli parvero schiudersi su di lui, con sguardo amorevole. Pensò a un effetto dovuto al sonno o alla suggestione provocata dalle emozioni e dai sentimenti evocati da quell’opera d’arte sacra. Distolse lo sguardo.
Tornò su quegli occhi scolpiti nel legno. Li trovò chiusi.
Insistette a guardarli come a sfidare la statua a rinnovare il miracolo.
Il miracolo, lentamente, si ripeté.
Tremando come una foglia, si mise a recitare una sequela di Ave sinché trovò calma bastante per ragionare e negare il miracolo. Si diede la spiegazione che lo scultore fosse stato talmente abile da confezionare il particolare di quegli occhi perché si potesse indurre quell’illusione nell’osservatore. Contro quest’ipotesi veniva il fatto che mai aveva sentito dire da nessun credente che quest’effetto fosse stato osservato né tantomeno creduto come miracolo. Eppure era noto che in certi quadri o in altri generi artistici fosse indotta un’illusione ottica come quella in cui il soggetto sembra seguire con lo sguardo un osservatore che si sposti rispetto al punto di vista centrale.


Al termine dell’ora di adorazione la sua conclusione finale sul fenomeno osservato era questa.
La settimana trascorse nel dubbio e nell’attesa di riprovare a sfidare la Madonna ad aprire ancora gli occhi su di lui.
Venuto il giorno e l’ora del suo turno, evitò di dirigere lo sguardo sulla statua ma cercò di concentrarsi sulla particola nell’ostensorio.
Meditò la lettura del Vangelo della domenica precedente, nel commento del parroco. In cuor suo era agitato ma continuava a non voler guardare la statua.
Le righe del foglietto del commento al Vangelo si confusero e anche con gli occhiali non riusciva a leggere bene. Perciò si voltò a sinistra e vide la Madonna con gli occhi aperti.
Sostenne il suo sguardo. Non sapeva quanto avrebbe potuto resistere né se avrebbe percepito che invece gli occhi erano chiusi.
La Madonna chiuse gli occhi.
Allora lui espresse la preghiera che ancora li aprisse e lo guardasse.
La Madonna li riaprì ma li tenne bassi, con dolore.
L’adorante incredulo si pentì di aver provocato questo dolore proprio alla mamma di tutte le mamme, così come se lo avesse fatto alla propria mamma e non a una statua. La statua era viva? C’era la presenza del soprannaturale in quel luogo sacro. Come adorante avrebbe dovuto crederlo in partenza, ma per la sua fede il cammino era ancora lungo. Ricordava il peccato d’incredulità di San Tommaso.


Questo segno che lui riceveva era la sua prova del divino che pervade la realtà e va oltre l’immagine limitata che ne abbiamo. Non doveva più dubitare né sfidare il sacro che era stato così benevolo a rivelarglisi.
Tant’è che durante la settimana successiva fece dei sogni orrifici, degli incubi che riesumavano morti senza tomba né nome, scomparsi in circostanze tragiche e misteriose.
Ne parlò con una persona fidata, anch’essa del suo gruppo di preghiera.
Questa gli disse che questi morti non sono presenze reali che ci chiedono qualcosa né incubi da dimenticare ma segnali del fatto che nella nostra anima ci sono fatti del passato non risolti con cui è necessario riconciliarsi.
Lui ammise che il suo passato, con cui credeva di avere chiuso definitivamente, invece lo tormentava con sospetti su persone che lui credeva lo avessero danneggiato e con un malcelato rancore nei loro confronti.
Spiegò però che un confronto riconciliatorio non era possibile perché dall’altra parte avrebbe trovato un muro o assenze.
Ebbe la risposta che la soluzione per la riconciliazione doveva essere spirituale. Avrebbe dovuto pregare intensamente per queste persone, perché anche loro trovassero la pace, sciogliendolo così da un nodo che lo teneva legato a un passato superato.

Andò all’adorazione avendo già fatto una bella visita in chiesa dove espresse le sue benevole intenzioni di preghiera di fronte alla statua della Madonna addolorata, chiedendole di alleggerire le pene sue e delle persone che lui credeva gli avessero fatto del male.
Gli veniva alla mente la prima strofa dell’irriverente canzone di Gaber, senza ricordarne l’accostamento fuori luogo: “Oh madonnina dei dolori quanti dolori avete voi”.
Ripeteva il motivetto mentalmente e credeva così di pregare due volte, come diceva Sant’Agostino.


La stessa sera si recò all’Adorazione permanente senza paure, finalmente sereno.
Cominciò recitando un sentito Atto di dolore, non indugiando sulla frase che non gli piaceva, che ora accettava perché “i castighi” di Dio sono spunti per la nostra conversione, lo aveva capito.
Ricordò, con pensieri compiuti e chiaramente, i sospetti sulle colpe che imputava a questo e a quello e, sinceramente, perché lo trovava conveniente per sé, e per vera disposizione al perdono, fece questo grande atto di misericordia di invocare su tutte quelle persone la pace.
Si sentì di abbracciarli tutti e a ciascuno disse in cuor suo una parola adatta a chiudere un conto in rosso con la remissione del debito.
Si girò ancora una volta a sinistra e disse ad alta voce alla statua – era solo -:
“Guardami, ora!”. 


La Madonna aprì gli occhi ma dalle labbra lignee chiuse uscì la frase – come un tuono –:
“Lo vuoi per iscritto, il mio perdono?”.
Il povero diavolo s’inginocchiò di fronte al Santissimo, si fece il segno di croce e scappò dalla cappella.
Lo incontrò l’adoratore del turno successivo che si meravigliò di tanta fretta, s’inginocchiò e recitò il suo Atto di dolore.


NOTA

[1]  La statua di Nostra Signora di Soviore si può vedere qui.






01/04/19

Roberto Bugliani, IL GRASSONE


In questo nostro mondo sempre più globalizzato anche l'obesità è divenuta globesità, come attesta il neologismo coniato dall'Organizzazione mondiale della sanità per indicare "la grande epidemia del XXI secolo".



Alfio era grasso. Grassissimo. Un obeso coi fiocchi. E aveva tre nemici mortali: Trigliceridi, Colesterolo, Iperinsulinemia, i quali facevano comunella nella Sindrome Metabolica. Oppresso da un dispotico senso di fame che flagellava a tutte le ore il suo nucleo laterale ipotalamico, Alfio era d'una voracità smisurata come il suo giro vita. Così che il povero nucleo ventromediale dell'ipotalamo, adibito a provocare la sazietà, non riusciva a inviare al centro dell'appetito i suoi impulsi inibenti, che restavano lettera morta, meno considerati del due di picche quando in tavola c'è briscola di denari da quei giocatori incalliti che erano gli adipociti e le catecolamine.

Quando Alfio, ossia quella quintalata di lardo, come lo apostrofavano gli amici che poi tanto amici non erano, giungeva al termine della sua giornata inattiva e andava a coricarsi, provocando un frastuono di cigolii di molle e di scricchiolii di doghe pari solo alla veemenza d'un ciclone caraibico, i suoi sogni s'impigliavano regolarmente nelle maglie raccapriccianti dell'incubo.

 Gli incubi che assediavano le notti madide di sudore e d'ambascia d'Alfio erano la diretta conseguenza d'un metabolismo sballato che per inviare alla corteccia cerebrale il suo messaggio allarmato prendeva la scorciatoia allegorica dell'immaginario. Nei suoi sogni allucinanti in cui non esisteva un prima né un dopo e da cui spesso si risvegliava gridando in piena notte con le dita delle mani a uncino ad artigliare l'aria, Alfio si ritrovava continuamente a dover fuggire, inseguito da mostri famelici con le lingue di serpente e il muso di coccodrillo che lo incalzavano lungo costoni di rocce taglienti come rasoi a strapiombo su un mare cupo e ringhioso, mentre i piedi regolarmente nudi subivano martìri inenarrabili nel tentativo di mantenere in equilibrio dinamico il corpo oltraggiato dalla pinguedine. Quei mostri sanguinari erano tre, che la scienza medica così definiva: Ipertensione, Diabete mellito, Coronaropatia, ma che per lui avevano un unico nome, quello dell'Inferno.



C'era tuttavia un sogno che per la sua serenità si differenziava nettamente dagli altri, un sogno che concedeva ad Alfio momenti di tregua dalla sua fuga infinita e che al risveglio non lo lasciava tremante e spossato in ogni sua fibra. Era un sogno parallelo, per così dire, una sorta di storia stramba e inafferrabile, in progress la definirebbero i narratologi, che per scenario aveva il verde smeraldo della foresta africana.



Alfio si vedeva camminare in compagnia d'un ragazzo dalla pelle color ebano, più sottile d'una acciuga e più leggero d'una foglia, lungo uno stretto sentiero che zigzagava con indolenza nel lussureggiante tappeto vegetale della selva. Ora, se quella d'Alfio si poteva a buona ragione definire obesità primaria, il suo silenzioso accompagnatore era invece affetto da magrezza atavica, che s'era incistata nel suo metabolismo attraverso gli stenti d'innumerevoli generazioni.

Nel sogno Alfio infilava i suoi passi pachidermici dietro quelli del ragazzo magro, ma non aveva la più pallida idea di dove la sua guida lo conducesse. Le volte che glielo domandava il pelle-e-ossa allungava il braccio scheletrico e con la mano accennava a un punto impreciso oltre la cortina impenetrabile degli alberi. Laggiù, diceva quello, al di là c'è... ma la curiosità d'Alfio restava immancabilmente senza risposta, perché il ragazzo andava in dissolvenza, il paesaggio s'anneriva come un fotogramma bruciato e lui si risvegliava di colpo, stupefatto, gli occhi impiantati nel buio. Insomma, proprio nel momento in cui l'enigma era sul punto di disvelarsi, il sogno lo lasciava bellamente a bocca asciutta: lo sguardo non riusciva ad aprirsi un varco nella verde barriera che lo fronteggiava, né l'accompagnatore riusciva a mostrargli, al di là di quella, la meta.

All'inizio, il ragazzo magro evitava d'entrare nei sonni che aggredivano Alfio a ore inconsuete, quando tutto il mondo era al lavoro e lui invece s'abbiosciava su poltrone e divani come afflitto da perenne catalessi. Ma la cosa non durò a lungo. In un giorno uguale ai tanti altri del calvario d'Alfio su questa terra, di soppiatto la sua giovane guida s'introdusse nello scenario lattescente dell'abbiocco postprandiale dell'uomo colorandolo di verde, il verde selvaggio e rigoglioso della selva, e in sonno lui fu costretto a seguire il ragazzo magro nella foresta profonda, affrontando l'intrico di rami spioventi, liane, bambù e felci arboree dietro il quale si poteva celare ogni sorta di pericolo che la foresta destinava all'incauto viandante.

Imporre al corpo un'andatura spedita era per Alfio un'impresa ciclopica che gli richiedeva uno sforzo possente e prolungato, ma se nella realtà tale stress fisico era causa di dolorose prostrazioni, nelle pieghe oniriche della sua avventura africana lui non si sentiva minimamente impedito nei movimenti, come se la foresta palpitante d'umori o la presenza rassicurante del ragazzo gli conferissero un vigore fino ad allora sconosciuto.



Un grande spiazzo circolare s'era aperto dinanzi a loro. Al suo centro troneggiava un enorme albero di cola circondato da una manciata di capanne putride come il fiume che scorreva lì nei pressi, mentre un gruppo di bambini dalle pance gonfie di parassiti inseguiva strillando un'iguana verde screziata di giallo.

Alfio s'era arrestato davanti alla spianata polverosa battuta dai raggi del sole che arroventavano i tetti di zinco delle capanne, e ai riflessi accecanti delle lamiere sbatté più volte le palpebre. Quando s'abituò alla crudezza di quella luce libera, Alfio s'accorse che la sua guida non era più accanto a lui. Strizzando di nuovo gli occhi verso la profondità senza prospettiva del villaggio, scorse il ragazzo magro unirsi all'allegria dei suoi coetanei e partecipare all'animata gazzarra per la scomparsa dell'iguana infrattatasi tra le felci e gli arbusti che contornavano la radura.



Adesso il ragazzo magro era ritornato da Alfio e gli mormorava parole incomprensibili. Dalla bocca usciva una litania cadenzata sul tono di sofferenze e privazioni che circumnavigò il corpo sproporzionato d'Alfio prima di scivolare lontano recata da un'aria umida e calda, densa d'aromi tropicali, che segnalava l'arrivo della pioggia. Facendosi largo tra il fitto fogliame della foresta, il vento piegò i ciuffi d'erba a sfiorare le caviglie d'Alfio, sbisciò tra le gambe del ragazzo magro, cinse con il suo abbraccio il perimetro delle capanne e razzolò vivace sullo spiazzo prima di mescolarsi agli scrosci di pioggia che presero a infradiciare gli abiti d'Alfio.



Dalla riva il ragazzo magro lo salutava con la mano. Il viso scolpito in una smorfia di stupore, Alfio lo guardava allontanarsi, ma in realtà era lui che s'allontanava a poco a poco dal ragazzo. Preoccupato, Alfio sguinzagliò lo sguardo intorno a sé: la canoa ondeggiava minacciosa sotto il peso tirannico del suo corpo, e il ragazzo seguitava a sventolare la mano ossuta come un fazzoletto.

Sospinta dalla corrente, la canoa solcava l'acqua rugginosa. Alfio si guardò le mani vuote, quindi perlustrò con gli occhi il fondo della canoa, ma non vide alcuna pagaia. Sulla riva il ragazzo era ormai un'ombra esile e tremolante avvolta dalla calura, mentre lui ispezionava con angoscia crescente la distesa increspata del fiume su cui guizzavano scaglie di luce argentata.



Allo sbando come quel continente fottuto, la canoa veniva trascinata da una forza ostile verso il fragore ovattato della cascata che s'udiva in lontananza, coperto a tratti dal grido dolente d'un tucano. Ma il fottuto a quel punto era lui, lui che traballava sempre più pericolosamente nel suo sogno a occhi aperti.


31/03/19

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 72, marzo 2019/ Second series, issue 72, March 2019

Per gli articoli del mese, vai a marzo 2019 in ARCHIVIO BLOG, o consulta l'INDICE ALFABETICO qui sotto. Per gli arretrati vai a ARCHIVIO BLOG; e a Di cosa si parla su Carte allineate: Indici, nella colonna di destra in questa pagina. Cerca nomi e titoli specifici con il SEARCH BLOG; e gli argomenti tramite le ETICHETTE, sempre nella colonna di destra. Nella colonna di sinistra si trovano anche i LINKS con altri siti / Find the entries in the current month at marzo 2019 in ARCHIVIO BLOG or in the INDEX below. Find past issues in ARCHIVIO BLOG, and in Di cosa si parla su Carte allineate: Indici, a section which is situated on the right end side column on this page. Look for specific names and titles by using the SEARCH BLOG. Consult topics by using the ETICHETTE (or LABELS), again on the right hand column. LINKS to other sites are also provided on the left end column in this page.

INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell’autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni.