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21/03/18

Han Suyin, A MANY-SPLENDOURED THING

[Hong Kong University Museum (2017). Foto Rb]


Han Suyin, A Many-Splendoured Thing. Scritto tra il 1950 e il 1951. Prima edizione 1952. Londra, The Reprint Society, 1954


Abbiamo recensito il film Love Is a Many-Splendored Thing sul numero scorso di Carte allineate, notando una diversità dal volume di Han Suyin da cui è tratto. 

Qualche parola, ora, sul romanzo, in parte autobiografico, che certo contiene un’esperienza sentimentale come nel film, ma in prevalenza s’impegna a definire un periodo storico, l’identità personale e collettiva di chi vive tra culture diverse e la preoccupazione per i venti di guerra e di ostilità.

Hong Kong è al centro di questo volume. Una città di profughi occidentali e orientali, di culture autonome e incrociate, di bellezza paesistica e speculazione finanziaria, di pregiudizi e sforzi di liberazione. Interessanti a tale proposito, soprattutto, i capitoli 6 (“Hongkong Profiles”) e 13 (Starting Points) della seconda parte del romanzo, che forniscono una galleria di ritratti di abitanti della città, collegati marginalmente all’intreccio principale, ma fondamentali per capire la varietà di atteggiamenti umani e sociali della metropoli.

L’autoriconoscimento della protagonista del romanzo, come pure della scrittrice che parla attraverso la voce del personaggio, implica da un lato la constatazione che “being Eurasian is not being born of East and of West” (p. 242), con il corollario di appartenere a una categoria particolare di intellettuali:

“Emotionally held to our own land by sound and warmth of childhood, by sensuous unworded memories as background to adult feelings, young Asians are [...] sent to mission universities, and from there to Cambridge or to Columbia, to Paris or to Geneva, to be modernized and to be westernized. […] Back to our own worlds of hunger, of unspeakable need, of flagrant corruption and blatant injustice […] we acquire split, two layered souls” (pp. 272-273).

La protagonista viene per lo più riconosciuta fisicamente come cinese e tale si ritiene in prevalenza sul piano dell’identità affettiva, emotiva, nazionale:

“I am an Eurasian. It only means that my mother was European, my father Chinese; in China no one ever thinks of me but as Chinese, but it is not the same with your colonial English. The English of the colonies and the concessions make it a shame to be Eurasian” (p. 189).

Han Suyin contesta vivacemente i pregiudizi e gli stereotipi sui cinesi, rovesciandoli:

“Foreigners have such rigorous ideas of how the Chinese should behave, speak, philosophize, display at all times fatalism, inscrutability, serenity, these figments of Western imagination so wrongly attributed to my earthy, extrovert race. They lose the reality of China in the myth of a Cathay old enough to charm them” (p. 146).

Conserva al contempo un’indipendenza di giudizio e un’autonomia di pensiero che ella stessa giudica occidentali.

Si schiera a favore della nuova Cina perché ritiene che la rivoluzione abbia affrontato problemi millenari, oltre ad essere inevitabile date le condizioni storico-sociali:

 “There would be bloodshed, and waste, hatred and destruction, terror and brutality, madness trampling everything down. Perhaps a new world would emerge, and perhaps not. But it was useless to turn back, it was foolish to refuse knowledge of the flood, for the flood was upon us already” (p. 132).

Si trova però immersa in un paradosso, come si legge in un dialogo con un collega medico:

“‘You are completely feudal in your personal, subjective approach to life. A reactionary, Han’.

‘But on the other hand, Sen, in Hongkong, many call me a communist, because I love my country’” (p. 272).

Il capitolo 9 (“Land of Morning Calm”) della terza parte riproduce lettere del fidanzato, giornalista inviato alla guerra di Corea in cui perirà. Non c’è niente della banalità del film in questo troncone narrativo: intanto Mark è inglese (non statunitense come nella pellicola) e critico di un’arroganza americana che testimonia nel corso delle battaglie, inoltre è sconvolto dal massacro, dal destino della popolazione civile, da quello che gli appare un conflitto giustificato solo dalla contesa per la supremazia della guerra fredda.


[Roberto Bertoni]

13/12/17

Martin Booth, GWEILO





[Tin Hau Temple (Hong Kong 2017). Foto Rb]

Martin Booth, Gweilo. Sottotitolo: Memories of a Hong Kong Childhood. Londra, Doubleday, 2004

Questa autobiografia si incentra sul primo soggiorno a Hong Kong dell’autore da bambino, nei primi anni Cinquanta, in seguito all’assegnazione del padre, funzionario della Marina Britannica, prima a compiti amministrativi nella guerra di Corea, quindi con funzioni di Commodoro nel porto di Hong Kong.

Lo sguardo infantile scopre, approvato da una madre culturalmente intraprendente e curiosa del versante cinese della popolazione e della città, al punto da apprendere il cantonese, frequentare un ambiente fatto di amicizie sia coloniali che indigene, appassionarsi all’arte e alle tradizioni di Hong Kong, a differenza del padre, piuttosto chiuso nel proprio mondo britannico che ritiene superiore a quello cinese, alienato dal lavoro e rifugiatosi nell’alcol e distante per concezioni e sentimenti dal mondo di affetti di madre e figlio, che si allontanano da lui sempre di più, seppure resti in piedi la famiglia e, dopo un ritorno nel Regno Unito, essa riparta per un secondo soggiorno, non riferito da questo libro ma che durerà fino al 1964.

La parola Gweilo è un termine con cui vengono chiamati gli stranieri occidentali in cantonese, in parte con spregio, ma qui con una rivendicazione in parte ironica e in parte di orgoglio, dato che il bambino si integra piuttosto bene nella città, imparando da subito termini cantonesi, facendo amicizia con ragazzi di strada e anche con un bandito della ora abbattuta città di malavita di Kowloon, detta allora “walled city”, e dagli anni Novanta sostituita da un parco.

Le credenze religiose (citati vari templi tra cui quello di Tin Hau sopra nella foto), le persuasioni astrologiche, il codice della malavita, i ragazzi della scuola, la sensibilità degli anziani verso il ragazzino occidentale; la vita quotidiana della città cantonese;  le consuetudini della città inglese con le feste dei genitori che si muovono in un mondo di prosperità sebbene non di ricchezza smodata, i rituali del tè del famoso Hotel Peninsula (tuttora esistente), i pettegolezzi degli adulti; il mondo cosmopolita di cibi, costumi, voci; il porto, le strade; le tragedie dell'incendio che distrusse le dimore dei baraccati e il successivo tifone; tutti questi aspetti risultano ben rappresentati e ricostruiti in questo libro che fa mostra di sé, tuttora, in varie librerie della città, si direbbe una specie di classico.

[Roberto Bertoni]

09/06/17

Liu Yuchang, TÊTE-BÊCHE



["A Chunyu Bai the man, and an A Ching one of the girls?" (Hong Kong 2016). Foto Rb]



Titolo originale Duidao, 1972. Traduzione dal cinese in francese di Pascale Wei-Guinot, Arles, Philippe Picquier, 2003


Come nell’Ulysses di Joyce, nel romanzo di Liu due personaggi percorrono le vie della città, in questo caso Hong Kong, mettendone in rilievo aspetti simili e contrastanti tramite il flusso di coscienza reso dal discorso indiretto libero.

I personaggi di Liu sono Chunyu Bai, un finanziere in là con gli anni, emigrato da Shangai, che ha investito a Hong Kong in patrimoni immobiliari, arricchendosi, e rimemora il vissuto mentre osserva la configurazione urbana ingrandirsi e imbarbarirsi; e A Xing, una quindicenne che sogna a occhi aperti di conoscere un principe azzurro che abbia le fattezze degli attori da lei preferiti, tra i quali Bruce Lee e Alain Delon, e immagina di divenire stella del cinema o vedette della canzone pop, mentre la sua vita reale è quella di una famiglia povera, padre disoccupato, madre lavoratrice, necessità anche per la ragazza di trovare un impiego in fabbrica, destino al quale tenta di sottrarsi.

L’antinomia è, in parte, tra la Hong Kong del denaro e delle opportunità e quella della povertà: “Dans un endroit comme Hong-Kong l’argent est la clé de tout. Pour les gens riches, Hong-Kong est un vrai paradis. Pour les pauvres c’est un enfer” (p. 152).

Si tratta però anche di una contrapposizione tra età avanzata e giovinezza emergente, tra bilancio di una vita e speranza del futuro.

Chunyu Bai e A Xing assistono a volte alle stesse scene, per esempio quella di un furto, commentandole da diverse angolazioni. Si incontrano al cinema senza conoscersi, vicini di posto per la durata della proiezione, con riflessioni opposte riguardo la persona che sta accanto. Infine, con un gioco letterario-psicologico, sognano lei di lui e lui di lei in esperienze amorose.

L’orchestrazione è affidata al percorso di flâneur e ai pensieri ricorrenti, cosicché si ripetono i temi dominanti: dalla voce interiore di Chunyu Bai la speculazione edilizia, soprattutto, e da quella di A Xing la cultura popolare come aspirazione di una gioventù non disposta a schermi di vita tradizionali.

Una delle traduzioni del titolo del romanzo in inglese è “Intersections”. Pare sia stato questo meccanismo strutturale, ben evidenziato nel romanzo, ad attirare l’attenzione del regista Wong Kar Wai, che dichiara di essersi ispirato a Liu nel film In the Mood for Love. Wong e Liu sono autori di un volume, Tête Bêche: A Wong Kar Wai Project, in cui vengono appunto definiti i meccanismi strutturali che accomunano le due opere, quella letteraria e quella cinematografica [1].

Quanto ci sia di autobiografico nella narrazione di Liu, anch’egli emigrato da Shangai come il suo protagonista, e in che modo la deterritorializzazione possa contribuire alla creazione letteraria, lo mette in rilievo con chiarezza Leung Ping-kwan:

“From Liu Yichang we can see how a writer, amid the discordance and confusion of deterritorialization, could inherit and make good use of past cultural resources and personal experiences to break new ground in the face of a new cultural environment. His work has gone through stages of angry criticism and compromises, retreats and advances, to turn limitations into advantages. He in fact is one of the few who inherited literary modernism from Shanghai, combined it with the reality of Hong Kong’s unique cultural background, and created a new vision of Hong Kong literature” [2].


NOTE

[1] Testo analizzato da Yau Wai Ping in Martha P. Nochimson, a cura di, A Companion to Wong Kar Wai, Oxford, Wiley & Sons, 2016, pp. 550-551.
[2] Leung Ping-kwan, “Writing across Borders: Hong Kong’s 1950s and the Present”, in Deborah L. Madsen e Andrea Riemenschnitter, a cura di, Diasporic Histories: Cultural Archives of Chinese Transnationalism, Hong Kong University Press, 2009, p. 28.


[Roberto Bertoni]

25/03/09

Xu Xi, UNWALLED CITY


[Waiting for the boat in Hong Kong. Foto di Marzia Poerio]


Xu Xi, UNWALLED CITY. Hong Kong, Chameleon, 2001

In CHINESE WALLS, un romanzo di Xu Xi pubblicato nel 1994, la narratrice in prima persona era Ai Lin, che da Hong Kong si trasferiva negli Stati Uniti e sposava Vince (Vincent Da Luca, un italo-americano), divorziandone poi per risposarsi col fratello dell’ex marito. Questi personaggi ricompaiono in UNWALLED CITY, Ai Lin in sottordine e Vince come uno dei protagonisti, risposatosi con un’americana dalla quale si sta separando: per questo si trova a Hong Kong, città in cui svolge un lavoro ben retribuito di fotografo, che lo mette in contatto con esponenti della società altolocata, tra i quali i co-protagonisti Andanna Lee You Fun, una giovane modella e cantante di Hong Kong proveniente da una famiglia ricca e tradizionale contro le cui norme si ribella; Gail Szeto, di famiglia in parte cinese e in parte europea, manager di una multinazionale; Colleen Leyland, un’occidentale appassionata di lingua e cultura cinese, moglie di un rappresentante della famiglia Szeto.

Le vicende sentimentali di questi personaggi vengono perseguite dalla narrazione condotta questa volta in terza persona, con un interesse umano per il loro perdersi e ritrovarsi esistenzialmente e cercare motivazioni alla propria esistenza. Così Coleen, che dopo le infedeltà coniugali, tra cui una storia passionale con Vince, sembra approfondire il proprio spessore umano e rafforzare la devozione verso il marito; Vince e Gail che non riescono a trovare una possibilità di relazione amorosa, ma instaurano legami di amicizia; Andana che si separa dal fidanzato per condurre una vita più autonoma. La sessualità, al contempo, viene espressa in forme che mantengono il sostrato psicologico mentre si appropriano delle forme fisiche, con appropriazioni di identità tanto maschili che femminili.

La realtà della città è un flusso di avvenimenti che collegano tutto con tutti, come in una provincia espansa nonostante l’internazionalismo delle relazioni tra esponenti di culture e nazionalità diverse e spesso frammiste le une alle altre, tra la lingua inglese e quella cantonese, in tradizioni che combinano la Cina delle strutture familiari estese all’individualismo europeo e statunitense.

Il discorso indiretto libero e l’assunzione del punto di vista di ciascuno dei quattro personaggi principali da parte della narratrice conferiscono spessore a questo romanzo in cui la vita procede dentro il quotidiano, tra riti di ipocrisie e di amicizie, tra contrasti e riappacificazioni, tra drammi interiori che, vissuti senza essere espressi apertamente all’esterno, s’infiammano nell’interiorità degli interpreti.

Ognuno dei quattro protagonisti ha vissuto in almeno due paesi; è cosciente, se non di varie lingue, per lo meno di diverse consuetudini e culture; si muove tra autenticità e costruzione di un’identità secondaria di maschera; attraversa momenti di crisi prolungati. Viene così rappresentata un’inquietudine che oltre a essere specificamente legata al luogo in cui si svolgono le vicende, è anche contemporanea e globalizzata, riguarda la vita di ogni lettore in una fase di tarda modernità.

L’ancoraggio storico è tuttavia ben presente, dato che le vicende narrate si svolgono tra il 1993 e il 1997, sottolineando spesso nel testo che si tratta degli anni del passaggio dall’amministrazione di vecchio tipo di Hong Kong a quella cinese, fenomeni che, come altri fatti di cronaca e politica locale citati nel testo, sembrano influenzare profondamente la vita dei personaggi, ma restare al contempo nello sfondo, colti come essi sono nelle vicissitudini del privato.

Siamo noi, lettori, guidati dall’autrice, a dover compilare i passaggi mancanti per arrivare, con un itineriario mentale, dalla città murata che Xu Xi delineava nel 1994 a quella priva di mura del 2001.


[Roberto Bertoni]