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19/07/19

Avtar Brah, DIASPORA, BORDER AND TRANSNATIONAL IDENTITIES

Chapter 8 of A. Brah, Cartographies of Diasporas, London and New York, Routledge, 1998, pp. 178-210

L’autrice elabora idee complesse, ma non si sottrae a un’esemplificazione basata in parte sulla propria identità doppia, sud asiatica e ugandese, mediata infine dalla cittadinanza inglese quando la sua famiglia, ai tempi di Amin, venne, come altri indiani e sud asiatici in generale, costretta a lasciare il paese in cui erano emigrati.

Il capitolo sulla diaspora, il confine e le identità transnazionali  mette in luce come il concetto di diaspora sia oggi legato a quello di “migrante, immigrante, espatriato, rifugiato, lavoratore ospite ed esilio”  (p. 186).

In questo contesto, l’idea di “home”, che qui rendiamo in italiaano come “luogo natio”, suddivisa tra avere un luogo natio e sentirsi a proprio agio in un luogo di residenza, si combina con quella di “dispersione”: da un lato si riscontra un desiderio di appartenenza a un luogo natio, dall’altro una critica delle origini fisse a favore di identità peregrinanti (pp. 192-193), o plurilocalizzate territorialmente, culturalmente e psicologicamente (p. 197).

Se la diaspora indica da un lato lo sradicamento, comprende dall’altro la speranza di un ricominciamento (p. 193).

Infine, è sempre tipico della diaspora il rapporto tra globale e locale (p. 195).


[Roberto Bertoni]

11/07/19

Dibyesh Anand, GEOPOLITICAL EXOTICA: TIBET IN WESTERN IMAGINATION

[Tekchen Cholin Tibetan temple (Singapore 2016). Foto Rb]

Dibyesh Anand, Tibet in Western Imagination. Minneapolis e Londra, Minnesota University Press, 2007

L’autore di questo volume rivendica una posizione autonoma dall’egemonia occidentale per le relazioni internazionali, basata sul contenuto principale della sua analisi, inerente all’esotizzazione del Tibet. Esamina la poetica (ovvero come è rappresentato il Tibet) e la politica (ossia gli effetti pratici delle rappresentazioni nel discorso identitario tibetano).

L’Occidente ha trattato la rappresentazione del Tibet, soprattutto nell’Ottocento e nel primo Novecento, ma in diversi casi ancora in tempi recenti, in modo coloniale e postcoloniale che ha considerato l’altro da sé tramite “practices of essentializing and stereotyping” (p. xviii).

Al livello delle poetiche della rappresentazione, fino agli inizi del ventesimo secolo, il Tibet “was seen as an absence on the map” (p. 36): colpiva l’immaginazione occidentale il suo isolamento, son oscillazioni tra “extremely pejorative (‘feudal hell’)” e “unmitigately idealistic (‘Shangri-la’)” (p. 38). I testi analizzati comprendono Lost Horizons di Hilton; l’antiutopico resoconto di Younghusband; i cenni di Kipling al lamaismo; i testi di David-Neel. Sia in positivo che in negativo, Anand pare ritenere che si tratti di una sovrapposizione di valori occidentali alla cultura tibetana. Nota come la spiritualità e la religione siano motivo spesso prevalenti. Assegna un posto ambiguo al libro di Harrer Seven Years in Tibet, del 1956, seguito dal film di Annaud del 1996, che “played a crucial role in highlighting Tibet in the Western popular imagination” (p. 64), evidenziandone l’esistenza concreta e insistendo sulla coincidenza identitaria con la figura del Dalai Lama.

L’interazione col pubblico globale del governo in esilio tibetano ha creato modalità identitarie, da parte dei tibetani, basate sulle rappresentazioni e gli approcci occidentali, soprattutto rilanciando la cultura tradizionale, il pacifismo, la forzosa modernizzazione portata avanti dalla Cina e, appunto, la figura del Dalai Lama come cemento ideologico.

[Roberto Bertoni]



09/07/19

Edgar Morin, L’HUMANITÉ DE L’HUMANITÉ: L’IDENTITÉ HUMAINE


[Integrated multiple perspectives with an occasional
 photographer in the background (Brussels 2017). Foto Rb]

Parigi, Éditions du Seuil, 2001

In questo volume, Morin si propone di razionalizzare l’essere umano rompendo con le concezioni che definisce “riduttive” di homo sapiens, homo faber e homo oeconomicus (p. 332), ciascuna delle quali comprende il suo contrario per enantiodromia e sotto forma di complessità; entro un “radicamento cosmico” (p. 21), che assomma gli aspetti biologico, culturale, sociale nell’ambito di una “totalità umana” (p.  35) fatta di “individuo, società, specie” (p. 181).

Si tiene così conto della “diversità […] iscritta dentro l’unità della vita” (p. 62).

L’individuo è una “particella”, ma allo stesso tempo raccoglie “la pienezza della realtà vivente”; è un“unità elementare”, ma contiene  in sé “il tutto dell’umanità”.

L’individuo ha bisogno degli altri, il che “testimonia dell’incompletezza dell’io fine a se stesso” (p. 83).


[Roberto Bertoni]

25/04/19

Enzo Traverso, FASCISM OLD AND NEW: AN INTERVIEW



Intervista a cura di Nicolas Allen e Martín Cortés, Jacobin 2-4-2019 

L’intervista si orienta sul libro di Traverso, The New Faces of Fascism: Populism and the Far Right (Trad. dal francese di D. Broder, Londra e New York, Verso, 2019), in ci si argomentano i pericoli rappresentati dalla Nuova Destra per la democrazia, facendo paragoni col fascismo storico e individuando nuove sue manifestazioni sotto la definizione di “postfascismo”.  

Traverso distingue tra fascismo e populismo: “I distinguish between fascism and populism: the first means destroying democracy; the second is a political style that can take different, sometimes opposite, directions, but is usually within a democratic framework”.

Considera marginale il neofascismo direttamente derivato dal fascismo storico, ma pericolosa l’operazione politica di chi si è presentato come “novità” rispetto al passato:

“Neofascism, the movements that claim to be affiliated with classical fascism, is a marginal phenomenon. One of the keys to the new radical right’s success lies in their depiction of themselves as something new. Either they do not have fascist origins (Trump or Salvini), or they broke significantly with their own past (Marine Le Pen, who banned her father from the National Front)”.

Quali sono le caratteristiche del postfascismo e della nuova destra? “The new right is nationalist, racist, and xenophobic”.

Il postfascismo, spiega Traverso, “is a global phenomenon that does not have monolithic or even homogeneous features. Its explosive cocktail of nationalism, xenophobia, racism, charismatic leadership, reactionary ‘identitarianism’, and regressive anti-globalization politics can take different forms”.

La nuova destra si presenta come un ibrido:

“On the one hand, the new far right is no longer fascist; on the other hand, we cannot define it without comparing it with fascism. The new right is a hybrid thing that might return to fascism, or it could turn into a new form of conservative, authoritarian, populist democracy. The concept of post-fascism tries to capture this”.

Sebbene il postfascismo si prospetti all’interno di regimi democratici, è l’indebolimento della democrazia, soprattutto derivato dalla crisi iniziata nel 2008 con la conseguente disuguaglianza, e l’allentamento dei valori etico-politici, che ha determinato il fenomeno del postfascismo e della nuova destra: “The rise of right-wing populist leaders like Matteo Salvini and Viktor Orbán is not striking at all: ‘The sleep of reason engenders monsters’”.

Per contrastare queste ideologie, è necessario rafforzare e modificare l’Unione Europea: “We cannot struggle effectively against post-fascism by defending the EU. It is by changing the EU that we can defeat nationalism and right-wing populism”.

Traverso è correttamente contrario alle analisi neutralistiche del fascismo, perché “an ‘anti-antifascist’ democracy would only be fragile, amnesic, and unfaithful to its own history”.


[Roberto Bertoni]

07/04/19

Tzvetan Todorov, L’IDENTITÀ EUROPEA


["Growing awareness and cohesion?" (Paris 2016). Foto Rb]


Tzvetan Todorov, L'identità europea. Prima edizione in francese, 2009. Trad. italiana di E. Lana. Milano, Garzanti, 2019

Pur notando che certi valori di democrazia e cultura della tolleranza sono comuni ai paesi europei, occorre al contempo rendersi conto che ad essi nella storia si affiancano i loro opposti, tra i quali i fascismi e l’intolleranza, per cui Todorov punta sulla pluralità come elemento definitorio dell’identità europea:

“La mia ipotesi sarà questa: l’unità della cultura europea consiste nella sua maniera di gestire le diverse identità che la costituiscono a livello regionale, nazionale, religioso e culturale, accordando loro uno statuto nuovo e traendo profitto da questa stessa pluralità. L’identità spirituale dell’Europa non porta ad annullare le culture specifiche e le memorie locali. Non consiste in un elenco di nomi propri o in un repertorio di idee generali, ma nell’adozione di un medesimo atteggiamento di fronte alla diversità” (p. 26).

Todorov fa discendere “la visione positiva del pluralismo” dall’illuminismo, soprattutto dal pensiero di Montesquieu e Hume (p. 41).

Più di recente, a tale ideologia si aggrega il cosmopolitismo, in quanto “via seguita dall’Unione Europea” secondo Ulrich Beck (p. 52).

Uno dei problemi è che, pur esistendo “un’identità culturale europea, originale e degna di rispetto” (p. 58), essa non è sufficiente per promuovere una maggiore unità politica, il che è poco proficuo, dato che in molti campi una maggiore coesione europea porterebbe a risultati positivi, campi quali l’ecologia, la ricerca scientifica, l’immigrazione, la regolamentazione delle multinazionali, la sicurezza e altro. Attualmente, “in tutti questi ambiti, come in molti altri, il potere decisionale resta nelle mani dei governi nazionali” (p. 61).

Ciò che Todorov auspicava, pur sapendo trattarsi di un obiettivo forse utopico, era che le frontiere potessero diventare “ponti, punti di contatto, interfaccia che permettono mediazioni e connessioni” (p. 80), sulla base di una “politica efficace” che concili idealismo e realismo (p. 87) e affermi valori di “civiltà” (p. 89).


[Roberto Bertoni]

29/03/19

Francesco Filippi, MUSSOLINI HA FATTO ANCHE COSE BUONE. LE IDIOZIE CHE CONTINUANO A CIRCOLARE SUL FASCISMO

Prefazione di C. Greppi. Torino, Bollati Boringhieri, 2019 (Edizione Kindle)


Questo libro è motivato dalle idee sbagliate che circolano, non solo sui cosiddetti social, riguardo il fascismo. L’autore si domanda:

Perché è importante contrastare questo particolare tipo di fake news?

Perché la storia, e il ricordo che ne deriva, hanno un peso consistente nella continua costruzione della memoria di ognuno: se le fake news sul presente fanno presa sulle opinioni, che giustamente cambiano a seconda degli stimoli, le fake news sui fatti storici avvelenano l’immenso campo di esperienze, valori ed emozioni su cui costruire l’immagine del passato”.

I vari capitoli si occupano di temi quali la previdenza durante il fascismo, le bonifiche, l’economia, il razzismo e altro, tutti temi su cui di recente si è assistito a tentativi di rivalutazione del ventennio in generale e dell’operato del dittatore in particolare.

Le argomentazioni di Filippi sono documentate da elementi storici, in particolare, in molti casi, la dimostrazione che provvedimenti come la previdenza sociale erano iniziati nell’Italia liberale; e dalla dimostrazione, dati alla mano, che l’economia italiana, per esempio, non migliorò, bensì peggiorò durante il fascismo:

“Da questi dati si ricava una risposta piuttosto chiara rispetto alla domanda se il fascismo abbia portato l’economia italiana ai massimi livelli: no, al contrario. Il regime non riuscì ad affrontare con misure efficaci la crisi mondiale, e anzi azzoppò la possibile ripresa. Il divario tra il reddito medio di un italiano e quello degli abitanti degli altri paesi europei sviluppati, già piuttosto ampio all’inizio della dittatura, si allargò ulteriormente a causa delle politiche del governo Mussolini”.

In altri casi si trattò di “silenziare”: così nel caso dei famosi treni puntuali, informazione nata dal silenzio imposto su notizie inerenti a “offesa al prestigio dello Stato o dell’autorità o offesa del sentimento della nazione”. Simile il caso della mafia, dopo il prepensionamento forzoso del prefetto Mori che la combatté efficacemente.

Sembra strano a chi qui scrive che ancor oggi si debba intervenire per sfatare idee distorte come quella del “fascismo dal volto umano” e di un presunto “non razzismo”, in quanto, come scrive Filippi, “la maggior parte delle osservazioni potrebbe arenarsi già di fronte al fatto che il fascismo si adoperò a comprimere coscientemente le libertà civili degli italiani: libertà di pensiero, di espressione, di associazione, di movimento”, che “furono tutte sistematicamente perseguitate”. Quanto al razzismo, non bastano la promulgazione delle leggi razziali, la deportazione, le testimonianze dei sopravvissuti e degli osservatori internazionali?

E il pregiudizio di un “fascismo onesto”? Filippi, oltre a fornire dati sulla corruzione del periodo fascista, giustamente insiste sul “rapporto del fascismo con la legalità: strumentale. La legge andava rispettata se utile a reprimere oppositori e non conformi; andava invece ignorata se ostacolava le mire del regime. Infine, andava riscritta se si opponeva troppo chiaramente alle ambizioni del duce”.


[Roberto Bertoni]


19/01/19

Peter Frankopan, THE NEW SILK ROADS


[A Chinese container on the peer of the Italian town of La Spezia (Foto Rb, 2018]


Peter Frankopan, The New Silk Roads. London, Bloomsbury, 2018


Following his 2015 Silk Roads (London, Bloomsbury), Peter Frankopan updates his look at world history from the east rather than the west to contemporaneity.

The fundamental point this book makes is that

“we are living in the Asian century. The shift of global GDP from the developed economies to those of the east has been breathtaking. […] The west is in danger of becoming less and less relevant. When the west does engage and play a role it is invariably to intervene or interfere in ways that create more problems than they solve - or to place obstacles and restrictions in place that limit the growth and prospects of others. The age of the west shaping the world in its image is long gone” (p. 250).

The main actor of eastern economies and societies is China with its Belt and Road Initiative which has the purpose to connect East Asia to central Asia, Europe and Africa through a network of projects financed by China itself via loans and financial aid to developing countries.

One would wonder whether this is a neo-colonial plan, an assumption denied by China, but a viable hypothesis in the view of the present writer, even though it is accompanied by a policy of support for weaker economies. These economies become indebted to their creditor, and if at times debts are either condoned or payments are delayed, links of a dependent nature are also created:

“The overburden of debts and the muscling-in to control ports like Hambantota in Sri Lanka have led to accusations that far from helping other countries to develop the Belt and Road is a programme that facilitates a form of colonialism that results in assets ending up in Chinese hands - in just the same way as the British had ended up in control of Hong Kong in the nineteenth century” (p. 113).

Vis-à-vis China’s initiatives, other powers are creating cooperative as well as alternative routes into the future. This is done mainly by India and Russia.

It is strange that Europe seems to waste its unity and cultural contributions while becoming prey of nationalism and populism, the latter being two joint problems which prevent the formation of an  authentic peaceful and tolerant as well a world-wide cooperative entity in a world where major powers and interconnected entities play and will increasingly play a major role.


[Roberto Bertoni]

29/12/18

Filippo Paganini, I GIORNI DEL 1968



[Spezia from St George castle, 2018. (Foto Rb)]


Filippo Paganini, I giorni del 1968. Sottotitolo: Un anno di cronaca e storia spezzina. La Spezia, Giacché, 2018

A cinquant’anni dal movimento del 68, senza nulla togliere alle pubblicazioni che ogni dieci anni storicizzano quel periodo, non ultima e importante per esempio la serie di supplementi del quotidiano Il Manifesto di quest’anno, pare positivo ricordare, come fa Paganini, il 1968 come anno di avvenimenti complessivi, qui colti nel microcosmo della dimensione locale della zona di La Spezia, che a sua volta rimanda al macrocosmo degli eventi nazionali e internazionali.

La ricerca di questo volume riferisce eventi di cronaca sociopolitica come la crisi economica incentrata sulle vicende dell’Arsenale, la presenza di “quattro spezzini a Praga durante l’invasione sovietica” (p. 149), la “scuola di massa” (p. 111), ma anche avvenimenti della vita collettiva, ora di musica leggera, dalle “messe beat” (126) alla presenza in città di Rita Pavone e Caterina Caselli, ora più drammatici come la sventura metereologica della “città allagata” (p. 146).

Ci sono, naturalmente anche le occupazioni delle scuole (pp. 205-216), ma risultano in un contesto interattivo di cronaca cittadina.

A noi questo libro è piaciuto proprio per la sua impostazione giornalistica oggettiva nella distanza cronologica; oltre che, in modo qui maggiormente soggettivo, per averci ricordato un anno lontano, dato che chi scrive queste note di lettura andava a scuola a Spezia a quel tempo.


[Roberto Bertoni]

25/11/18

Luciano Canfora, LA SPIRALE DEL FASCISMO

In La scopa di Don Abbondio: Il moto violento nella storia. Bari-Roma, Laterza, 2018, pp. 13-19


Merito di Canfora è chiamare le cose col proprio nome, definendo le ideologie politiche della destra populista attuale come “fascistiche” (p. 15).

Canfora sottolinea che, se una presa del potere fascista come quella di Mussolini è improbabile nell’era contemporanea, esiste un “fascismo regime” e un fascismo post-1945 con la “capacità di riproporsi in forme aggiornate ben al di là delle formazioni esplicitamente neofasciste e perciò marginali” (p. 13).

Si tratta del “modo di affrontare la società di massa mobilitando e coinvolgendo le masse, e ottenendo consenso mescolando sciovinismo (da lanciare contro falsi bersagli) e welfare (purché compatibile con la parte più disinvolta e politicizzata del grande capitale)” (p. 14).

Tale operazione è stata facilitata dalla scissione tra “sinistra” e “popolo”, dato che la “sinistra”, messa tra virgolette da Canfora, non ha saputo dare risposta al disagio dei cittadini nei confronti dei sacrifici imposti dalla moneta unica e alle preoccupazioni relative all’immigrazione: “nella abdicazione della ‘sinistra’ ai compiti e ai fini per cui sorse, sono i nuovi movimenti fascistici pronti a lucrare su un disagio vero (e senza prevedibile riscatto). L’istanza di maggiore ‘giustizia sociale’ è stata regalata alla destra” (p. 15).

La Lega ha fatto propria “l’istanza antielitistica” e preme sul tasto demagogico della xenofobia, mentre l’“ex sinistra (En Marche in Francia e PD in Italia) si è assunta il ruolo di puntello dell’élite sedicente europeista” (p. 17).

La conclusione di Canfora è che “l’odierna paralisi italiana è molto istruttiva. È il segnale più chiaro della fine del ciclo della ‘democrazia politica’ otto-novecentesca, e al tempo stesso prova che il moto dell’‘eterno fascismo’ - come lo definì Eco - non dà segni di esaurimento” (p. 19).


[Roberto Bertoni]


05/09/18

François Jullien, LE PONT DES SINGES


Sottotitolo: De la diversité a venir. Fécondité culturelle face à identité nationale. Parigi, Galilée, 2010



Il libro nasce, come spiega l’autore, da una visita in Vietnam e da conversazioni con Hoang Ngoc Hien, soprattutto dall’essere entrato in un dialogo con la concezione, peraltro corretta, di quest’ultimo, secondo la quale “la cultura vietnamita si trova in una situazione pericolosa, còlta com’è tra l’influsso millenario della Cina, il dogmatismo marxista e l’americanizzazione in corso” (p. 13).

Allontanandosi dallo specifico vietnamita e generalizzando le problematiche, Jullien contesta sia gli estremi delle rivendicazioni identitarie odierne in vari paesi, che posano su un essenzialismo pronunciato, sia un’universalità esagerata, tale da cancellare le differenze e le particolarità delle culture.

Allo stesso tempo, sostiene un’idea di cultura in perenne trasformazione e caratterizzata da pluralità anziché singolarità, nel contesto della mondializzazione e trasmissione mutua di aspetti, generatrici in parte di somiglianze tra atteggiamenti nella contemporaneità e dovute alla “rottura tra due epoche, una anteriore e una posteriore all’industrializzazione, prodottasi in tutto il mondo” (p. 23).

Jullien difende non i “valori”, bensì le “risorse” delle culture nazionali (p. 15) e la loro “fecondità” (p. 18) che induce innesti reciproci.

Scrive che il problema è quello della “giusta articolazione tra il punto da cui si proviene”, che comprende, da un lato, il paese natale, la lingua, la famiglia, le credenze e così via, e, d’altro lato, la trasformazione che se ne opera e che “libera dagli idiotismi” (p. 57), aprendo, in direzione del futuro, nuove possibilità.



[Roberto Bertoni]




21/07/18

Edgar Snow, STELLA ROSSA SULLA CINA


[Red Flag on the Yangtze River (Shanghai 1993). Foto Rb]


Edgar Snow, Stella rossa sulla Cina. 1938 e 1944. Titolo originale: Red Star over China. Traduzione di Renata Pisu. Introduzione di Renata Collotti Pischel. Torino, Einaudi, 1965

Il libro di Snow, il più noto in Occidente, a suo tempo, del suo genere, riferisce la visita dell’autore, tra giugno e ottobre del 1936, alle zone occupate dai comunisti cinesi, quindi il ritorno a Pechino e ulteriori avvenimenti, con fine del manoscritto nel luglio del 1937.

Si sono mosse vari critiche retrospettive al volume da parte di chi ritiene che Snow fosse stato influenzato esageratamente dalla versione maoista dei fatti, o di chi riscontra alcune imprecisioni.

Noi siamo stati colpiti dalla vividezza del reportage; dalla sua attenzione alle vicende personali dei dirigenti, tra cui Mao Tsedong, la cui biografia fu scritta con la verifica dell’intervistato, dunque rappresentò una versione ufficiale emersa nell’Ovest del mondo; dalla comprensione della strategia comunista che, nel lungo periodo, si rivelò vincente, come aveva previsto Snow, soprattutto per avere coinvolto la Cina rurale nell’elaborazione della difesa armata del territorio dai giapponesi occupanti, da un lato, e dallaltro dai nazionalisti del Kuomintang, intenti più a combattere i rossi che a creare alleanze nazionali contro l’invasione straniera. “Più che tutte le pie ma insignificanti risoluzioni approvate da Nanchino”, scrive Snow, “la pressione crescente esercitata dalle masse contadine, che dopo due millenni si sono levate in uno stato cosciente, può imporre l’attuazione di vasti cambiamenti nel paese” (p. 133).

Tra le pagine narrativamente più interessanti, si ricorderanno quelle sul resoconto della Lunga Marcia e in particolare la battaglia del fiume Dadu con la presa del ponte del Luding, la biografia di Zhu De, quella di Hsu Haidong.


[Roberto Bertoni]

27/02/18

Xi Jinping, DISCORSO AL CONGRESSO DEL PCC, 2017


Titolo del discorso: “Secure a Decisive Victory in Building a Moderately Prosperous Society in All Respects and Strive for the Great Success of Socialism with Chinese Characteristics for a New Era”. XIX Congresso del Partito Comunista Cinese, 18-10-2017. Disponibile online in formato PDF 

Ci sono molti temi in questo documento di 65 pagine di Xi Jinping, che sta acquisendo sempre maggiore potere se verrà approvato l’emendamento alla Costituzione Cinese che gli consentirà di allungare il proprio mandato.  Tra i molti temi del discorso, se ne estraggono qui schematicamente solo alcuni.

L’orgoglio espresso dal dirigente comunista per i risultati di sviluppo economico ottenuti in Cina, raggiunti in anticipo sulle date previste, ci pare motivato dalla realtà, in quanto la Cina era la seconda economia del mondo nel 2017. Secondo i dati del World Economic Forum, in quell’anno rappresentava il 14,8% dell’economia mondiale, con gli USA in testa al 24,32%. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, inoltre, la Cina del 2017 era destinata a diventare in breve la prima economia a causa della crescita del 6,7%, superiore a quella degli USA, che si assestava all’1,6%. 

Sul piano della gestione dell’economia, Xi Jinping riafferma che il mix di economia privata e pubblica verrà mantenuto.

Il rivendicato miglioramento del tenore di vita è anch’esso giustificato dai fatti se si confronta questa affermazioni coi dati della World Bank, che danno il prodotto pro capite cinese a 8.132 dollari nel 2016 rispetto a quello di circa 90 dollari del 1960.

Xi Jinping non si sottrae alla critica delle ineguaglianze, su cui, anche in relazione alla necessità di espandere la classe media, propone un intervento decisivo nei prossimi decenni; al pari dell’inflessibilità rispetto alla corruzione, per lo meno a livello di quadri del Partito Comunista Cinese.

Scarsamente giustificata ci pare invece la rivendicazione di Xi Jinping: “We have made notable progress in building an ecological civilization” (p. 4). Questa sembra più una speranza che una realtà; e si può prendere semmai atto del fatto che il leader cinese intende impegnare la Cina a una civiltà ecologica nel futuro.

Anche la rivendicazione di maggiore democrazia è fluttuante. Nella dichiarazione, l’idea di democrazia è quella leninista del controllo da parte della maggioranza; ma il controllo da parte del Partito Comunista è riaffermato nel discorso; in cui, inoltre, abbiamo notato l’interesse per la cultura, senza trovare l’idea esplicita della libera espressione delle idee. Nel discorso, poi, l’idea di democrazia è associata a quella del rispetto della legalità (“We have taken major steps in developing democracy and the rule of law”, p. 4), ma si tratta di due aree che solo parzialmente coincidono.

Il futuro viene prefigurato in due fasi, fino al 2020 e poi oltre fino a metà secolo (con l’obiettivo del 2049, simbolico in quanto centenario della proclamazione delle Stato Socialista). L’obiettivo è quello di costituire un paese “moderatamente prospero” per poi arrivare a un benessere più elevato, con migliore redistribuzione dei beni materiali e immateriali, nonché promozione, e intensificazione per mezzo di opere umane, della “bellezza” della Cina.

Il progetto di “national rejuvenation”, inteso come “the greatest dream of the Chinese people since modern times began” (p. 11), consiste nel conseguimento di un “advanced social system” (p. 12), ma anche di rafforzamento del Partito Comunista (“party building”, p. 13) ai fini di un socialismo con caratteristiche cinesi.

Xi Jinping rivendica lo sviluppo pacifico e la collaborazione tra i popoli, in cui si inseriscono i progetti della Nuova Via della Seta e della Cintura Mondiale che, se realizzati come nei progetti, in realtà assicurerebbero alla Cina vie di espansione in varie parti del Globo e un’egemonia su scala mondiale.

Vengono rivendicate ancora una volta come cinesi Hong Kong e Macao col concetto di costituire parti di un unico paese ma restare con un sistema diverso. Allo stesso tempo, però, si propone maggiore integrazione tra l’economia di Hong Kong e quella del resto della Cina. Rispetto a Taiwan, Xi Jinping si augura una “peaceful reunification”, sulla base del medesimo principio “one country, two systems” (p. 50).

Xi Jinping parla spesso di pace nel discorso, ma insiste con enfasi sulla necessità di modernizzazione e ulteriore armamento dell’esercito: “This will enable us to effectively shape our military posture, manage crises, and deter and win wars” (p. 49). Pace ma guerre? Quali guerre?


[Roberto Bertoni]