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13/07/19

Maurizio Masi, LA TRINITÀ

“Pensi alla Santissima Trinità, sempre tranquilla, sempre remuneratrice…”

Così le parole di don Alvarez, domenicano di Alcantara, nella caliente ed introversa  terra di Spagna, rimasero nella testa di Alessandro, dopo l’ammissione dei suoi peccati, una delle sue frequenti confessioni che forse assomigliavano più ad una richiesta di iuto che ad una professione di penitenza. Vagavano morbide, a tratti confortanti, come nuvole, ora conturbanti, rievocando suggestioni e ricordi del nostro viaggiatore spericolato negli animi altrui. “Sempre tranquilla, sempre remuneratrice...”: non capiva bene il significato dell’aggettivo remuneratrice, e, soprattutto, cosa doveva remunerare la Santissima Trinità? Immaginava che fosse il prezzo di una fede capace di resistere ad intemperie, a bufere invernali, fredde, esigenti come la lama della verità, e asciutte, straordinariamente gelate. Non era solo mentre, da via degli Avelli, tornava verso la fermata del bus che lo avrebbe ricondotto sui passi di casa. Così quella mattina aveva deciso che l’avrebbe risolta per sé, per il credito della sua coscienza, in mezzo a tante procelle - ecco un’altra parola che lo aveva sempre affascinato - come recitava la lapide votiva di un tabernacolo posta dai Torrigiani in ringraziamento alla Vergine per la riuscita fuga verso Firenze attraverso le campagne durante l’ultima guerra. Mentre passeggiava tra i turisti, vedeva sopra di sé, come sospesa sulla testa, l’immagine della Trinità di Masaccio nella chiesa di Santa Maria Novella. Sullo sfondo di un interno stretto, quasi uno studiolo del principe, ben definito, col soffitto a volte, l’istanza di un Padre, pietoso, ma non disperato, sosteneva il peso del braccio orizzontale della Croce. Sopra una fluente chioma bianca, piena di riccioli, un po’ cotonati, una colomba sovrastava la pienezza dello Spirito Santo, il grande Conoscitore-Consolatore. Il rosso ed il blu, i colori del sangue e del cielo, quando è sereno, quando la primavera sprizza negli alberi e nei fiori e consola quasi tutti delle sue novità. La folla minuscola degli astanti, molto in basso, osservava la scena. Sì, proprio in basso, pensava Alessandro, dal momento in cui anche lui, come tanti si era fatto adoratore di un Mistero che, in fondo, è quello della vita e della morte, del silenzio e della bellezza. Poi il bus, accalorato delle belle e piene ore di Maggio, passò sbuffando in alto fumo nero, irradiando il kerosene che, a saperlo guardare, si volatilizzava più leggero dell’aria, rapido, come un omino di fumo che pulisce la cappa del cammino con una scopa di saggina.

        

01/05/19

Angelo Pini, MANCANZA


["Absence was the missing space between image and words
(Sandymount Strand, Dublin, 2019). Foto Rb]


La mancanza fra immagine e parole
l’inganno che perpetua strade ottiche
in preda a un vicolo cieco
l’occhio che guarda fra minaccia e grazia
finge regolarità che non sazia
trasferisce in basso peso e contrappeso
barbara resa alla misura dell’ombra
mancano figure che rendono misura
della luce come cura.

27/04/19

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETÀ, 2008 (Strofe 61-65)


61.


un codice di nero un avvistamento
dentro la stanza del cordolo
domestico agguato ad ogni giorno.
le premure dell’àncora stamane
hanno indipendenze non servono
il lato della musa reliquiaria.
lo sgombero per potere le distanze
in terra di anomalia la grande gioia
se finalmente taccia il sì della caccia.


62.

dove si sta termini di eclissi
vige la nenia nell’agonia
del minatore. il torto assiso
dentro la nicchia dell’ulivo 
a mo’ di demerito con zattera
del sale. il leggio del rantolo
trovi la giostra del miracolo
del gioco. a terra per il mito
ti vedrò lo sguardo di natale.


63.

in un mare di corsa corsaro
la sassaiola di un io di flagello
flagellato. a ritmo di neve
la verità di andarsene 
se questo è il dazio se questo
è il gelo che fa cantone il mondo.
in officina il fatuo ripetente
ha teschio in cima alla sorveglianza
che veglia di moribondi il fatuo
piatto.


64.

finalmente avrò l’accattonaggio del sonno
l’erta fumida dell’aria da buttare
contro il tranello del seno nudo
che fa svoltare le curve per mentire
il tiro del cipresso verso il cielo.


65.

nel lutto che sconquassa tutta la voce
l’avaria del varo, il lungo vano
che ammaina la rendita del sangue
che il guado innalza senza la partenza.
ricamo a marmo questo soqquadro
tenente l’irriverenza dell’acqua marcia
finalità del pane la muffa in far d’affanno.



[Le strofe precedenti sono sui numeri scorsi di Carte Allineate]


05/04/19

Angelo Pini, ESTROMESSO...

Estromesso senza l’ultima parola
eterno penultimo fallisco
inghiotto il rospo
inciampo nelle forme di rivincita
seppur vacillando
riprendo a correre per il mondo
stritolato dalla congestione il vincitore
ripeto naufragi nelle competizioni
dunque aspetto la mancanza di coazione
per tirare la corda per primo.

01/04/19

Roberto Bugliani, IL GRASSONE


In questo nostro mondo sempre più globalizzato anche l'obesità è divenuta globesità, come attesta il neologismo coniato dall'Organizzazione mondiale della sanità per indicare "la grande epidemia del XXI secolo".



Alfio era grasso. Grassissimo. Un obeso coi fiocchi. E aveva tre nemici mortali: Trigliceridi, Colesterolo, Iperinsulinemia, i quali facevano comunella nella Sindrome Metabolica. Oppresso da un dispotico senso di fame che flagellava a tutte le ore il suo nucleo laterale ipotalamico, Alfio era d'una voracità smisurata come il suo giro vita. Così che il povero nucleo ventromediale dell'ipotalamo, adibito a provocare la sazietà, non riusciva a inviare al centro dell'appetito i suoi impulsi inibenti, che restavano lettera morta, meno considerati del due di picche quando in tavola c'è briscola di denari da quei giocatori incalliti che erano gli adipociti e le catecolamine.

Quando Alfio, ossia quella quintalata di lardo, come lo apostrofavano gli amici che poi tanto amici non erano, giungeva al termine della sua giornata inattiva e andava a coricarsi, provocando un frastuono di cigolii di molle e di scricchiolii di doghe pari solo alla veemenza d'un ciclone caraibico, i suoi sogni s'impigliavano regolarmente nelle maglie raccapriccianti dell'incubo.

 Gli incubi che assediavano le notti madide di sudore e d'ambascia d'Alfio erano la diretta conseguenza d'un metabolismo sballato che per inviare alla corteccia cerebrale il suo messaggio allarmato prendeva la scorciatoia allegorica dell'immaginario. Nei suoi sogni allucinanti in cui non esisteva un prima né un dopo e da cui spesso si risvegliava gridando in piena notte con le dita delle mani a uncino ad artigliare l'aria, Alfio si ritrovava continuamente a dover fuggire, inseguito da mostri famelici con le lingue di serpente e il muso di coccodrillo che lo incalzavano lungo costoni di rocce taglienti come rasoi a strapiombo su un mare cupo e ringhioso, mentre i piedi regolarmente nudi subivano martìri inenarrabili nel tentativo di mantenere in equilibrio dinamico il corpo oltraggiato dalla pinguedine. Quei mostri sanguinari erano tre, che la scienza medica così definiva: Ipertensione, Diabete mellito, Coronaropatia, ma che per lui avevano un unico nome, quello dell'Inferno.



C'era tuttavia un sogno che per la sua serenità si differenziava nettamente dagli altri, un sogno che concedeva ad Alfio momenti di tregua dalla sua fuga infinita e che al risveglio non lo lasciava tremante e spossato in ogni sua fibra. Era un sogno parallelo, per così dire, una sorta di storia stramba e inafferrabile, in progress la definirebbero i narratologi, che per scenario aveva il verde smeraldo della foresta africana.



Alfio si vedeva camminare in compagnia d'un ragazzo dalla pelle color ebano, più sottile d'una acciuga e più leggero d'una foglia, lungo uno stretto sentiero che zigzagava con indolenza nel lussureggiante tappeto vegetale della selva. Ora, se quella d'Alfio si poteva a buona ragione definire obesità primaria, il suo silenzioso accompagnatore era invece affetto da magrezza atavica, che s'era incistata nel suo metabolismo attraverso gli stenti d'innumerevoli generazioni.

Nel sogno Alfio infilava i suoi passi pachidermici dietro quelli del ragazzo magro, ma non aveva la più pallida idea di dove la sua guida lo conducesse. Le volte che glielo domandava il pelle-e-ossa allungava il braccio scheletrico e con la mano accennava a un punto impreciso oltre la cortina impenetrabile degli alberi. Laggiù, diceva quello, al di là c'è... ma la curiosità d'Alfio restava immancabilmente senza risposta, perché il ragazzo andava in dissolvenza, il paesaggio s'anneriva come un fotogramma bruciato e lui si risvegliava di colpo, stupefatto, gli occhi impiantati nel buio. Insomma, proprio nel momento in cui l'enigma era sul punto di disvelarsi, il sogno lo lasciava bellamente a bocca asciutta: lo sguardo non riusciva ad aprirsi un varco nella verde barriera che lo fronteggiava, né l'accompagnatore riusciva a mostrargli, al di là di quella, la meta.

All'inizio, il ragazzo magro evitava d'entrare nei sonni che aggredivano Alfio a ore inconsuete, quando tutto il mondo era al lavoro e lui invece s'abbiosciava su poltrone e divani come afflitto da perenne catalessi. Ma la cosa non durò a lungo. In un giorno uguale ai tanti altri del calvario d'Alfio su questa terra, di soppiatto la sua giovane guida s'introdusse nello scenario lattescente dell'abbiocco postprandiale dell'uomo colorandolo di verde, il verde selvaggio e rigoglioso della selva, e in sonno lui fu costretto a seguire il ragazzo magro nella foresta profonda, affrontando l'intrico di rami spioventi, liane, bambù e felci arboree dietro il quale si poteva celare ogni sorta di pericolo che la foresta destinava all'incauto viandante.

Imporre al corpo un'andatura spedita era per Alfio un'impresa ciclopica che gli richiedeva uno sforzo possente e prolungato, ma se nella realtà tale stress fisico era causa di dolorose prostrazioni, nelle pieghe oniriche della sua avventura africana lui non si sentiva minimamente impedito nei movimenti, come se la foresta palpitante d'umori o la presenza rassicurante del ragazzo gli conferissero un vigore fino ad allora sconosciuto.



Un grande spiazzo circolare s'era aperto dinanzi a loro. Al suo centro troneggiava un enorme albero di cola circondato da una manciata di capanne putride come il fiume che scorreva lì nei pressi, mentre un gruppo di bambini dalle pance gonfie di parassiti inseguiva strillando un'iguana verde screziata di giallo.

Alfio s'era arrestato davanti alla spianata polverosa battuta dai raggi del sole che arroventavano i tetti di zinco delle capanne, e ai riflessi accecanti delle lamiere sbatté più volte le palpebre. Quando s'abituò alla crudezza di quella luce libera, Alfio s'accorse che la sua guida non era più accanto a lui. Strizzando di nuovo gli occhi verso la profondità senza prospettiva del villaggio, scorse il ragazzo magro unirsi all'allegria dei suoi coetanei e partecipare all'animata gazzarra per la scomparsa dell'iguana infrattatasi tra le felci e gli arbusti che contornavano la radura.



Adesso il ragazzo magro era ritornato da Alfio e gli mormorava parole incomprensibili. Dalla bocca usciva una litania cadenzata sul tono di sofferenze e privazioni che circumnavigò il corpo sproporzionato d'Alfio prima di scivolare lontano recata da un'aria umida e calda, densa d'aromi tropicali, che segnalava l'arrivo della pioggia. Facendosi largo tra il fitto fogliame della foresta, il vento piegò i ciuffi d'erba a sfiorare le caviglie d'Alfio, sbisciò tra le gambe del ragazzo magro, cinse con il suo abbraccio il perimetro delle capanne e razzolò vivace sullo spiazzo prima di mescolarsi agli scrosci di pioggia che presero a infradiciare gli abiti d'Alfio.



Dalla riva il ragazzo magro lo salutava con la mano. Il viso scolpito in una smorfia di stupore, Alfio lo guardava allontanarsi, ma in realtà era lui che s'allontanava a poco a poco dal ragazzo. Preoccupato, Alfio sguinzagliò lo sguardo intorno a sé: la canoa ondeggiava minacciosa sotto il peso tirannico del suo corpo, e il ragazzo seguitava a sventolare la mano ossuta come un fazzoletto.

Sospinta dalla corrente, la canoa solcava l'acqua rugginosa. Alfio si guardò le mani vuote, quindi perlustrò con gli occhi il fondo della canoa, ma non vide alcuna pagaia. Sulla riva il ragazzo era ormai un'ombra esile e tremolante avvolta dalla calura, mentre lui ispezionava con angoscia crescente la distesa increspata del fiume su cui guizzavano scaglie di luce argentata.



Allo sbando come quel continente fottuto, la canoa veniva trascinata da una forza ostile verso il fragore ovattato della cascata che s'udiva in lontananza, coperto a tratti dal grido dolente d'un tucano. Ma il fottuto a quel punto era lui, lui che traballava sempre più pericolosamente nel suo sogno a occhi aperti.


25/03/19

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 56-60)

56.

le corse delle zattere sul limbo
un’altalena che coniuga serpenti
col frac della gran soirée.
il fascino del crac è sempre avanti
bestemmiato da scie di malmessi
antidoti di non senso.


57.

tra le girandole del basto
la serra della nebbia
la lebbra al fiume
di serbare resistenze
appena in opera tra le teche
d’osso.


58.

morte lungo l’asse dei bisogni
dove si arena il teschio della
vanagloria e la girandola
soqquadra  in un dono di eclissi
tra le veglie delle spose che non
vengono che raggrinzite. stipate
statue senza la clessidra.


59.

almeno scoprirò che sono affetta
da danze di ecchimosi e moti neri
morosi con i sì con le conchiglie 
d’echi. in mano alle credenziali
delle pigne avrò verdetto senza
alcun pinolo per la torta della nonna
o il forziere in zero a tutta accetta.


60.

malinconie di anello
quando la porta sbatte
per la credula faccenda del vento
per la durata del credo dove c’è
disperso. il buffone della spina
è arrivato carico di polpa.
dal letto all’alzata lo stonarsi
in una tana di bora in bora.


[Le strofe precedenti sono sui numeri scorsi di Carte Allineate]






21/03/19

Maurizio Masi, VIA DI CITTÀ


[Foto inviate da M. Masi]


VIA DI CITTÀ

(a F. R. H.)


Anche tu amavi le ombre,
non quelle domestiche
nascoste tra damaschi dorati,
polverosi,
tra panneggi pesanti di saloni
e stanze di passaggio.

Adoravi quelle libere,
agostane,
che riescono divertite,
lunghe, evanescenti,
sui selciati
e scherzano
al limite,
sole,
all’orizzonte.

In palazzi austeri,
dalle vecchie travature,
tra stemmi gentilizi,
nel sonno di primo pomeriggio,
quando il nemico riposa,
rapito da troppo sonno,
componevi,
oltre il tempo,
ore nuove,
ruotavi lancette di orologi,
meridiane di antichi,
impervi, monasteri.
Così ti divertivi,
all’insaputa di tutti,
fra altre ombre.

Ma via di Città,
nei primi freddi,
di questa domenica d’avvento,
(ti ha dimenticata?)
ha il suo buon numero di turisti:
curiosi, allegri
si volgono alle vetrine,
svicolano, sorridono,
si consultano sui prezzi,
si accalcano ai caffè,
o in fila per il quotidiano.

L’alto monogramma,
i raggi del sole tremulano luce,
contempla,
sempre tranquillo,
generoso.
Ignora la tua presenza,
né conosce i tuoi artifici,
declina le tue proposte.

Preferisce restare qui,
come sempre,
forse un po’ stanco,
vago, dimentico,
osservando il passeggio,
tra le luci della sera.

Ora divenuta ombra -
ti scorgo -
fra molti tempi -
dietro le tende della bifora.
Forse - solo - posso rivederti,
di profilo,
dal vetro,
osservare nella piazza,
un passeggero affrettato
nella leggerezza dell’aria vespertina.

05/03/19

Gian Paolo Ragnoli, L’AMORE È PIÙ FREDDO DELLA MORTE

Qualcosa ha già accennato Pasolini
l’indifferenza morde il mio cuore
la violenza testarda 
la scusa per socchiudere un capitolo
pian piano, come per spegnere gli occhi.
Una fiamma o un errore
Finita la stagione degli amanti.
È tardi o mai? 
Cosa ne farò della tua banalità?
Ti lascio il fantasma
non mi somiglia più
l’indifferenza morde il mio cuore
finita la stagione degli amanti.
Lascerò scappare l’ultimo ricordo
forse è così che finiamo.
Tacere è un libero annegare
lascerò scappare l’ultimo ricordo
pian piano, come per spegnere gli occhi.

07/02/19

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 51-55)

51.
saluto di ricettacolo il coma
materno sulla furia del lutto.
càpitano le comete che non premiano
né nominano la natura del giardino.


52.
dammi un tuono ch’io possa evincere
il dizionario cortese del nome
la scossa in mano ad un apice di vento
il cielo nero con l’azione vinta.
un sillabario non fatuo tutto d’embrione
potentissimo acrobata barca di salto
oltre la rotta stabilita beltà del varo.

53.
mi rammarico del costato
quando l’aurora si gonfia di morti
ed erigibile lo scisma del dolore
dà man stretta  al caso dello stato.

54.
mi dolora il frullo del salino
la sventura del nomade stanziale
in un lucernario di stoppie per capire
cerbottane di sguardi che non incontrano
che tramestio i ciottoli di astio.
meringa floscia questa primavera
azzerata dalle gare delle sciabole
in bora di respiro.

55.
al sole sulla piazza avrò vent’anni
(il ladrocinio dello zigomo serrato
dall’ombra netta dello scopo in atto:
lo zaino del limbo lo porto tutto
con la febbre che sconsola le cimase).

[Le strofe precedenti sono sui numeri scorsi di Carte Allineate]


03/02/19

Emiliano Zappalà, ESILIO


Anche gli occhi sono dei padri
dopotutto. 
                Sopravvissuti
al bianco e nero dei caffè
al plenilunio artificiale delle strade 
senza nome

L’emergenza è il pane scipito
lo scacco matto
il sintagma muto

Che eravamo poeti – ci dicono –
prima di questa pioggia 
eterna; di questo vento d’oltreoceano.

L’esilio è nelle ossa. 
Nell’esoscheletro delle parole senza 
terra, nelle mani sfinite
dalle notti senza guerra.

Dicono – torneranno
con gli ombrelli spezzati
gli occhi nuovi, di brace 
 – dicono – eppure, si saranno dimenticati
dei nostri coltelli ottusi, del nostro triste 
tempo di pace.

13/01/19

Gian Paolo Ragnoli, REFLECTIONS AFTER JANE


Ogni affrancamento si rivela illusorio
un tremolio instancabile dei timbri 
nella scatola (magica) 
una sorta di terra di nessuno 
a un palmo dallo stare attonito
in intimo colloquio con l’orizzonte estetico
con la parte più tenera (perché ferita) del cuore
tra squallore reale e irrefrenabile desiderio 
bello e impalpabile eppure aspro
coeso malgrado le nebbie e le penombre
tra la decadenza e il sogno
una tossica inquietudine
le stesse coordinate della nostalgia
(anni di fruttuosa messa a punto)
che tutto pervade e ovatta
una sottile disperazione
una corda tesa tra due lati dello stesso spleen
una sacra insidia
uno scivolare dolciastro e visionario
minacciosi bisbigli nascosti nel vapore
piani sfalsati
spossatezze febbrili
mormorii pigri
il cuore perde colpi
nel repentino incendio
impastato di languore
amaro/malsano/impotente/succube
un languido scivolare
irrequietezze sottopelle
contraddizioni palpitanti
il respiro- un corpo estraneo-
rivela un estatico rimpianto
la bellezza può essere solo
un immaginario fantastico
che accompagna la melodia

11/01/19

Maurizio Masi, LA MACCHINA

L’autista seguì docilmente la curva della strada, si accostò sulla destra, frenò al limite del marciapiede e spense il motore della macchina. Lentamente la portiera di dietro, dal lato del guidatore, si aprì. Ne uscì fuori una donna di mezza età, alta, avvolta in un cappotto verde bottiglia col collo di pelliccia, forse una volpe argentata. Non la vidi in volto perché non si girò: appariva quasi concentrata, statica, come andasse pensando ai movimenti da fare, con una calma estrema: avrebbe potuto trovarsi benissimo sul set di un film, consapevole che qualcuno la stesse osservando. Si notava che aveva studiato con attenzione il tutto: un piano, le mosse, le parole. 

E di là, dall’altra parte della strada, dove attraversò, un ragazzo alto e snello, dalla capigliatura scura e morbida, dai tratti gentili, piuttosto giovane, l’aspettava appoggiato ad un tavolino di un bar. Le prese la mano, stringendola e, con un dito, andava girando, un po’ nervosamente, l’anello all’anulare sinistro della donna. Parlarono circa per cinque minuti, finché lui ripiegò meglio il giornale che teneva arrotolato in tasca del cappotto grigio scuro, elegante e di buona fattura. Poi lei si voltò, forse con una promessa, ed accostò con una dolcezza rassicurante uno dei due baveri del collo del cappotto all’altro, finché la coda di volpe si ricostituì in un’avvolgenza piena e calda. Con calma, ma con mosse meno studiate di prima, riaprì lo sportello dell’auto nera. Si sedette, accomodandosi perbene, come rassicurata. Prima di indicare la direzione all’autista, aprì un quotidiano, appoggiando le pagine allo schienale del sedile di fronte. Poi si girò verso l’altro lato della strada, ma lui non c’era più. Il ragazzo camminava veloce, schivando i batuffoli di aghi di pino, polvere e terra, sabbia e detriti di mattoni, che il vento portava lontani dal cantiere di una casa in via di ristrutturazione.

09/01/19

Gianluca Cinelli, DUE AMICI (STORIA ZEN)

Molti anni fa, in una piccola città di provincia, vivevano due ragazzini nella stessa strada. Tonio e Rino erano cresciuti insieme come fratelli, amandosi di un sentimento tenero e intenso, fino al giorno in cui furono costretti a dividersi per seguire le rispettive famiglie. Avevano otto anni e la vita li trasportava ormai lontano su correnti opposte. Soltanto nella memoria i due conservarono l’immagine giovane e amata l’uno dell’altro.

Così accadde che quando s’incontrarono di nuovo, molti anni dopo, i loro volti erano segnati dalla fatica e dal tempo, e non si riconobbero.

Rino era un uomo forte e barbuto, padre di cinque figli. Era stato marinaio sulle navi mercantili, poi aveva guidato i camion sulle strade di tutto il continente, viaggiando di città in città. Infine, aveva comprato con i risparmi un piccolo pezzo di terra e adesso si recava ogni mattina in città con il suo furgone, per vendere i frutti del suo campo. Tonio, invece, vagava senza meta e senza tregua. Era stato soldato, pastore e anche ladro. Aveva visitato tante città e incontrato tanta gente, in tutte le terre che aveva calpestato, un passo dopo l’altro.

Quando Rino lo vide sul ciglio della strada, col pollice teso nella luce smorta dell’alba, fermò il furgone e aprì la portiera. Non era il primo vagabondo che raccoglieva e accompagnava in città. Tonio si arrampicò e si sedé con un sospiro. Era magro e barbuto, la pelle sembrava conciata. Una grande stanchezza segnava il volto asciutto e lo sguardo vigile. Per un momento, entrambi restarono in silenzio guardandosi con aria interrogativa, poi Rino riprese la via deserta. Si scambiarono poche parole, fumarono insieme. Il ronzio del motore cullava Tonio, che era molto stanco e guardava fuori la campagna addormentata.

Guidando nella luce smorta dell’alba, Rino pensava al suo amico perduto e una profonda nostalgia gli invadeva la mente. Per anni lo aveva cercato in tutti i luoghi, s’era illuso di vederlo in questo o in quel volto. Poi, un giorno, s’era fermato. Fatalista, si era detto che se il destino aveva già sancito la loro riunione, questa sarebbe avvenuta in un modo o nell’altro. Doveva solo credere e attendere. Fino ad allora il ricordo di Tonio l’avrebbe confortato. E così adesso in questo ricordo sprofondava. Pensò che se il suo amato amico fosse stato povero e solo come il vagabondo che aveva raccolto, qualcuno lo avrebbe soccorso come avrebbe fatto lui, e che forse era proprio ciò che stava accadendo ora da qualche parte, su un furgone come questo. Guardò allora lo sconosciuto e sorrise, perché in lui vide per un istante l’amico lontano, e subito gli s’infuse uno strano calore nel petto.

Tonio guardava fuori e pensava al suo amico. Aveva vagato per il mondo in cerca di lui, sacrificando ogni altra cosa, benessere, tranquillità, ricchezza. Era certo che l’avrebbe ritrovato prima o poi. La volontà inflessibile l’aveva guidato, infondendogli l’invincibile convinzione che avrebbe ritrovato Rino soltanto se avesse creduto fino in fondo di riuscire nell’impresa. E così aveva fatto, senza arrendersi neanche nei momenti di disperazione. E poiché non l’aveva ancora incontrato, il viaggio non era concluso. Così pensava che da qualche parte Rino stesse proprio ora raccogliendo uno sconosciuto come lui su un furgone come questo, come avrebbe accolto lui se lo avesse visto adesso. Ritrovava così il suo amato amico generoso nei propri pensieri, e questo gli scaldava il petto.

Nel silenzio, i due si persero nei ricordi, e rinnovando ognuno per sé propositi e promesse, s’apprestavano a riprendere la lunga attesa e l’interminabile ricerca. Quando infatti giunsero in vista della città, Tonio chiese di scendere. “Fra la gente non mi trovo più”, spiegò semplicemente. Rino accostò e lui scese, esitando ancora un istante prima di allontanarsi. Poi Rino lo richiamò e disse: “Sono felice d’averti incontrato”.

“Anche io”.

Nell’alba umida, il furgone scivolò lento verso la città mentre il viandante s’allontanava per un sentiero tra i campi.

19/12/18

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 46-50)

46.


ha le origini del fossile
un giro antico
cremato.


47.

imperio di domanda starti accanto
dove quaggiù si arena la gimcana
nell’ordine malevolo del vero.
plettro di compieta panici del verbo
l’erettile fatuo le rovine delle rondini
le giacche delle fosse le nicchie delle fole
le rondini del ferro.


48.

nessuno ha rotto il calice del sangue
stracolmo mondo un tavolo di morgue


49.

ho un cortocircuito che mi sposta 
il petto e la cintola del sonno:
è grave indizio di ultima stecca.
appena ti vedrò a mano stretta
allora la natura della borchia
avrà capienza per porgerti 
una pietà salina da alambicco.


50.

aggiungimi al cipresso casalingo
alla gola dell’intima bravura
al sapientone enigma del mare aperto
dove troneggia un apice di cellofan 
che ha ucciso una tartaruga.
in gara con la fronte contro l’onda
dammi lo scacco che possa sorriderne
senza la rima pendula del branco.
un dubbio trama ad ernia di sfinge
spingendo contromano la marea
per un unguento di volta finalmente
verso la torba del fiore principesco.




[Le strofe precedenti sono sui numeri scorsi di Carte Allineate]

09/12/18

Simona Giorgi, ECCEDENZA

["The invisible wind, that day..." (Westport 2015). Foto Rb]


ECCEDENZA


Uno squarcio nello spazio-tempo
apre a dirompenti cavalli
lanciati in battaglia,
pensieri con rombo di zoccoli
e grida di fantini armati,
vettori tangenti
alla linea di universo degli eventi.
La testa è una stanza inferocita

01/12/18

Gian Paolo Ragnoli, OLD FLAME


 Accendi un sogno e lascialo bruciare in te

[William Shakespeare]




Siamo stati giovani
abbiamo amato, mai abbastanza
abbiamo sognato, forse troppo
abbiamo perso, quasi tutto
ma continuo a guardarla
quella foto in cui tu sorridevi
e non guardavi
che mi ricorda quello che è stato
e il fuoco che bruciava allora
nessuno potrà mai cancellarlo
scorre ancora dentro di me
a dispetto delle strade divise
delle vite lontane
delle storie sbagliate
il tempo non guarisce mai nulla
fa solo capire quanto avesse ragione
quello che scrisse: è stato meglio lasciarsi
che non essersi mai incontrati.


27/11/18

Maurizio Masi, TENEREZZA E PIETÀ





["Beyond the glass windows…" (La Spezia 2018). Foto Rb]


La pietà del tempo,
il passo delle stagioni -
crudele il gelo 
di questa primavera, 
(brucia le tenere foglie del mandarino),
più non tengono 
il filo dei pensieri.

Mi raccontavi
che anche le dee, una volta, 
- se tali -
avevano un codice:
inviavano messi,
preannunci, sogni;
non osavano improvvisazioni
o ritardi di sorta.

Ed ora, se ti vedo,
- inutile immaginare di più -
non ti muove il celeste,
il rosso carminio, 
né il sonno dorato della Vergine,
il riposo,
la luce oltre le vetrate,
se sfiora le reliquie,
di chi scrisse nel sangue.

Non osi al di là, 
e ti rifugi - imperiosa, forse ostile -
in categorie inamovibili;
ma la fiamma non arriverà 
al termine del tragitto,
e la chiave non è quella che trovi…

Ora l’ordine inverso
spetta ora solo 
a chi contempla
attese, calma,
pigra, attonita dimenticanza.
Ed è forse 
di chi tace il vessillo?

Cupo quel giorno
in cui s’imbatté 
la sua e la tua volontà:
in un intreccio di lampi e luci,
perché non sempre la divinità ripensa,  
e raro filtra l’affetto di chi finge.

Anche gli dei - sostenevi -
chiudono un occhio,
se stanchi, 
quando, nel silenzio della sera,
silenziosa - scorrevi la lettura dei ’Ching
e impartivi esercizi di pietà
alla tua ombra.