Così le
parole di don Alvarez, domenicano di Alcantara, nella caliente ed
introversa terra di Spagna, rimasero
nella testa di Alessandro, dopo l’ammissione dei suoi peccati, una delle sue
frequenti confessioni che forse assomigliavano più ad una richiesta di iuto che
ad una professione di penitenza. Vagavano morbide, a tratti confortanti, come
nuvole, ora conturbanti, rievocando suggestioni e ricordi del nostro viaggiatore
spericolato negli animi altrui. “Sempre tranquilla, sempre remuneratrice...”:
non capiva bene il significato dell’aggettivo remuneratrice, e, soprattutto,
cosa doveva remunerare la Santissima Trinità? Immaginava che fosse il prezzo di
una fede capace di resistere ad intemperie, a bufere invernali, fredde,
esigenti come la lama della verità, e asciutte, straordinariamente gelate. Non
era solo mentre, da via degli Avelli, tornava verso la fermata del bus che lo
avrebbe ricondotto sui passi di casa. Così quella mattina aveva deciso che l’avrebbe
risolta per sé, per il credito della sua coscienza, in mezzo a tante procelle -
ecco un’altra parola che lo aveva sempre affascinato - come recitava la lapide
votiva di un tabernacolo posta dai Torrigiani in ringraziamento alla Vergine
per la riuscita fuga verso Firenze attraverso le campagne durante l’ultima
guerra. Mentre passeggiava tra i turisti, vedeva sopra di sé, come sospesa
sulla testa, l’immagine della Trinità di Masaccio nella chiesa di Santa Maria
Novella. Sullo sfondo di un interno stretto, quasi uno studiolo del principe,
ben definito, col soffitto a volte, l’istanza di un Padre, pietoso, ma non
disperato, sosteneva il peso del braccio orizzontale della Croce. Sopra una
fluente chioma bianca, piena di riccioli, un po’ cotonati, una colomba
sovrastava la pienezza dello Spirito Santo, il grande Conoscitore-Consolatore.
Il rosso ed il blu, i colori del sangue e del cielo, quando è sereno, quando la
primavera sprizza negli alberi e nei fiori e consola quasi tutti delle sue
novità. La folla minuscola degli astanti, molto in basso, osservava la scena.
Sì, proprio in basso, pensava Alessandro, dal momento in cui anche lui, come
tanti si era fatto adoratore di un Mistero che, in fondo, è quello della vita e
della morte, del silenzio e della bellezza. Poi il bus, accalorato delle belle
e piene ore di Maggio, passò sbuffando in alto fumo nero, irradiando il
kerosene che, a saperlo guardare, si volatilizzava più leggero dell’aria, rapido,
come un omino di fumo che pulisce la cappa del cammino con una scopa di
saggina.
Rivista in rete di scritti sotto le 2.200 parole: recensioni, testi narrativi, poesie, saggi. Invia commenti e contributi a cartallineate@gmail.com. / This on-line journal includes texts below 2,200 words: reviews, narrative texts, poems and essays. Send comments and contributions to cartallineate@gmail.com.
A cura di / Ed. Roberto Bertoni.
Address (place of publication): Italian Dept, Trinity College, Dublin 2, Ireland. Tel. 087 719 8225.
ISSN 2009-7123
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13/07/19
01/05/19
Angelo Pini, MANCANZA
["Absence was the missing space between image and words"
(Sandymount Strand, Dublin, 2019). Foto Rb]
La mancanza fra immagine
e parole
l’inganno che perpetua
strade ottiche
in preda a un vicolo
cieco
l’occhio che guarda fra
minaccia e grazia
finge regolarità che non
sazia
trasferisce in basso
peso e contrappeso
barbara resa alla misura
dell’ombra
mancano figure che
rendono misura
della luce come cura.
27/04/19
Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETÀ, 2008 (Strofe 61-65)
61.
un codice di nero un avvistamento
dentro la stanza del cordolo
domestico agguato ad ogni giorno.
le premure dell’àncora stamane
le premure dell’àncora stamane
hanno indipendenze non servono
il lato della musa reliquiaria.
lo sgombero per potere le distanze
in terra di anomalia la grande gioia
se finalmente taccia il sì della caccia.
se finalmente taccia il sì della caccia.
62.
dove si sta termini di eclissi
vige la nenia nell’agonia
dove si sta termini di eclissi
vige la nenia nell’agonia
del minatore. il torto assiso
dentro la nicchia dell’ulivo
a mo’ di demerito con zattera
del sale. il leggio del rantolo
trovi la giostra del miracolo
del gioco. a terra per il mito
ti vedrò lo sguardo di natale.
63.
in un mare di corsa corsaro
la sassaiola di un io di flagello
flagellato. a ritmo di neve
la verità di andarsene
se questo è il dazio se questo
è il gelo che fa cantone il mondo.
in officina il fatuo ripetente
ha teschio in cima alla sorveglianza
che veglia di moribondi il fatuo
piatto.
64.
finalmente avrò l’accattonaggio del
sonno
l’erta fumida dell’aria da buttare
contro il tranello del seno nudo
che fa svoltare le curve per mentire
il tiro del cipresso verso il cielo.
65.
nel lutto che sconquassa tutta la
voce
l’avaria del varo, il lungo vano
che ammaina la rendita del sangue
che il guado innalza senza la
partenza.
ricamo a marmo questo soqquadro
tenente l’irriverenza dell’acqua
marcia
finalità del pane la muffa in far
d’affanno.
[Le strofe precedenti sono sui numeri scorsi di Carte Allineate]
05/04/19
Angelo Pini, ESTROMESSO...
Estromesso senza l’ultima parola
eterno penultimo fallisco
inghiotto il rospo
inciampo nelle forme di rivincita
seppur vacillando
riprendo a correre per il mondo
stritolato dalla congestione il vincitore
ripeto naufragi nelle competizioni
dunque aspetto la mancanza di coazione
per tirare la corda per primo.
01/04/19
Roberto Bugliani, IL GRASSONE
In questo nostro mondo sempre
più globalizzato anche l'obesità è divenuta globesità,
come attesta il neologismo coniato dall'Organizzazione mondiale della sanità
per indicare "la grande epidemia del XXI secolo".
Alfio era grasso. Grassissimo.
Un obeso coi fiocchi. E aveva tre nemici mortali: Trigliceridi, Colesterolo,
Iperinsulinemia, i quali facevano comunella nella Sindrome Metabolica. Oppresso
da un dispotico senso di fame che flagellava a tutte le ore il suo nucleo
laterale ipotalamico, Alfio era d'una voracità smisurata come il suo giro vita.
Così che il povero nucleo ventromediale dell'ipotalamo, adibito a provocare la
sazietà, non riusciva a inviare al centro dell'appetito i suoi impulsi
inibenti, che restavano lettera morta, meno considerati del due di picche
quando in tavola c'è briscola di denari da quei giocatori incalliti che erano
gli adipociti e le catecolamine.
Quando Alfio, ossia quella
quintalata di lardo, come lo apostrofavano gli amici che poi tanto amici non
erano, giungeva al termine della sua giornata inattiva e andava a coricarsi,
provocando un frastuono di cigolii di molle e di scricchiolii di doghe pari
solo alla veemenza d'un ciclone caraibico, i suoi sogni s'impigliavano
regolarmente nelle maglie raccapriccianti dell'incubo.
Gli incubi che assediavano le notti madide di
sudore e d'ambascia d'Alfio erano la diretta conseguenza d'un metabolismo
sballato che per inviare alla corteccia cerebrale il suo messaggio allarmato
prendeva la scorciatoia allegorica dell'immaginario. Nei suoi sogni allucinanti
in cui non esisteva un prima né un dopo e da cui spesso si risvegliava gridando
in piena notte con le dita delle mani a uncino ad artigliare l'aria, Alfio si
ritrovava continuamente a dover fuggire, inseguito da mostri famelici con le
lingue di serpente e il muso di coccodrillo che lo incalzavano lungo costoni di
rocce taglienti come rasoi a strapiombo su un mare cupo e ringhioso, mentre i
piedi regolarmente nudi subivano martìri inenarrabili nel tentativo di
mantenere in equilibrio dinamico il corpo oltraggiato dalla pinguedine. Quei
mostri sanguinari erano tre, che la scienza medica così definiva: Ipertensione,
Diabete mellito, Coronaropatia, ma che per lui avevano un unico nome, quello
dell'Inferno.
C'era tuttavia un sogno che
per la sua serenità si differenziava nettamente dagli altri, un sogno che
concedeva ad Alfio momenti di tregua dalla sua fuga infinita e che al risveglio
non lo lasciava tremante e spossato in ogni sua fibra. Era un sogno parallelo,
per così dire, una sorta di storia stramba e inafferrabile, in progress
la definirebbero i narratologi, che per scenario aveva il verde smeraldo della
foresta africana.
Alfio si vedeva camminare in
compagnia d'un ragazzo dalla pelle color ebano, più sottile d'una acciuga e più
leggero d'una foglia, lungo uno stretto sentiero che zigzagava con indolenza
nel lussureggiante tappeto vegetale della selva. Ora, se quella d'Alfio si
poteva a buona ragione definire obesità primaria, il suo silenzioso accompagnatore
era invece affetto da magrezza atavica, che s'era incistata nel suo metabolismo
attraverso gli stenti d'innumerevoli generazioni.
Nel sogno Alfio infilava i
suoi passi pachidermici dietro quelli del ragazzo magro, ma non aveva la più
pallida idea di dove la sua guida lo conducesse. Le volte che glielo domandava
il pelle-e-ossa allungava il braccio scheletrico e con la mano accennava a un
punto impreciso oltre la cortina impenetrabile degli alberi. Laggiù, diceva
quello, al di là c'è... ma la curiosità d'Alfio restava immancabilmente senza
risposta, perché il ragazzo andava in dissolvenza, il paesaggio s'anneriva come
un fotogramma bruciato e lui si risvegliava di colpo, stupefatto, gli occhi
impiantati nel buio. Insomma, proprio nel momento in cui l'enigma era sul punto
di disvelarsi, il sogno lo lasciava bellamente a bocca asciutta: lo sguardo non
riusciva ad aprirsi un varco nella verde barriera che lo fronteggiava, né
l'accompagnatore riusciva a mostrargli, al di là di quella, la meta.
All'inizio, il ragazzo magro
evitava d'entrare nei sonni che aggredivano Alfio a ore inconsuete, quando
tutto il mondo era al lavoro e lui invece s'abbiosciava su poltrone e divani
come afflitto da perenne catalessi. Ma la cosa non durò a lungo. In un giorno
uguale ai tanti altri del calvario d'Alfio su questa terra, di soppiatto la sua
giovane guida s'introdusse nello scenario lattescente dell'abbiocco postprandiale dell'uomo colorandolo di verde, il verde
selvaggio e rigoglioso della selva, e in sonno lui fu costretto a seguire il
ragazzo magro nella foresta profonda, affrontando l'intrico di rami spioventi,
liane, bambù e felci arboree dietro il quale si poteva celare ogni sorta di
pericolo che la foresta destinava all'incauto viandante.
Imporre al
corpo un'andatura spedita era per Alfio un'impresa ciclopica che gli richiedeva
uno sforzo possente e prolungato, ma se nella realtà tale stress fisico era
causa di dolorose prostrazioni, nelle pieghe oniriche della sua avventura
africana lui non si sentiva minimamente impedito nei movimenti, come se la
foresta palpitante d'umori o la presenza rassicurante del ragazzo gli
conferissero un vigore fino ad allora sconosciuto.
Un grande
spiazzo circolare s'era aperto dinanzi a loro. Al suo centro troneggiava un
enorme albero di cola circondato da una manciata di capanne putride come il
fiume che scorreva lì nei pressi, mentre un gruppo di bambini dalle pance
gonfie di parassiti inseguiva strillando un'iguana verde screziata di giallo.
Alfio s'era
arrestato davanti alla spianata polverosa battuta dai raggi del sole che
arroventavano i tetti di zinco delle capanne, e ai riflessi accecanti delle
lamiere sbatté più volte le palpebre. Quando s'abituò alla crudezza di quella
luce libera, Alfio s'accorse che la sua guida non era più accanto a lui.
Strizzando di nuovo gli occhi verso la profondità senza prospettiva del
villaggio, scorse il ragazzo magro unirsi all'allegria dei suoi coetanei e
partecipare all'animata gazzarra per la scomparsa dell'iguana infrattatasi tra
le felci e gli arbusti che contornavano la radura.
Adesso il ragazzo magro era
ritornato da Alfio e gli mormorava parole incomprensibili. Dalla bocca usciva
una litania cadenzata sul tono di sofferenze e privazioni che circumnavigò il
corpo sproporzionato d'Alfio prima di scivolare lontano recata da un'aria umida
e calda, densa d'aromi tropicali, che segnalava l'arrivo della pioggia.
Facendosi largo tra il fitto fogliame della foresta, il vento piegò i ciuffi
d'erba a sfiorare le caviglie d'Alfio, sbisciò tra le gambe del ragazzo magro,
cinse con il suo abbraccio il perimetro delle capanne e razzolò vivace sullo
spiazzo prima di mescolarsi agli scrosci di pioggia che presero a infradiciare
gli abiti d'Alfio.
Dalla riva il ragazzo magro lo
salutava con la mano. Il viso scolpito in una smorfia di stupore, Alfio lo
guardava allontanarsi, ma in realtà era lui che s'allontanava a poco a poco dal
ragazzo. Preoccupato, Alfio sguinzagliò lo sguardo intorno a sé: la canoa
ondeggiava minacciosa sotto il peso tirannico del suo corpo, e il ragazzo
seguitava a sventolare la mano ossuta come un fazzoletto.
Sospinta dalla corrente, la
canoa solcava l'acqua rugginosa. Alfio si guardò le mani vuote, quindi
perlustrò con gli occhi il fondo della canoa, ma non vide alcuna pagaia. Sulla
riva il ragazzo era ormai un'ombra esile e tremolante avvolta dalla calura,
mentre lui ispezionava con angoscia crescente la distesa increspata del fiume
su cui guizzavano scaglie di luce argentata.
Allo sbando
come quel continente fottuto, la canoa veniva trascinata da una forza ostile
verso il fragore ovattato della cascata che s'udiva in lontananza, coperto a
tratti dal grido dolente d'un tucano. Ma il fottuto a quel punto era lui, lui
che traballava sempre più pericolosamente nel suo sogno a occhi aperti.
25/03/19
Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 56-60)
56.
57.
58.
59.
60.
le corse delle zattere sul limbo
un’altalena che coniuga serpenti
col frac della gran soirée.
il fascino del crac è sempre avanti
bestemmiato da scie di malmessi
antidoti di non senso.
57.
tra le girandole del basto
la serra della nebbia
la lebbra al fiume
di serbare resistenze
appena in opera tra le teche
d’osso.
58.
morte lungo l’asse dei bisogni
dove si arena il teschio della
vanagloria e la girandola
soqquadra in un dono di eclissi
tra le veglie delle spose che non
vengono che raggrinzite. stipate
statue senza la clessidra.
59.
almeno scoprirò che sono affetta
da danze di ecchimosi e moti neri
morosi con i sì con le conchiglie
d’echi. in mano alle credenziali
delle pigne avrò verdetto senza
alcun pinolo per la torta della nonna
o il forziere in zero a tutta accetta.
60.
malinconie di anello
quando la porta sbatte
per la credula faccenda del vento
per la durata del credo dove c’è
disperso. il buffone della spina
è arrivato carico di polpa.
dal letto all’alzata lo stonarsi
in una tana di bora in bora.
[Le strofe precedenti sono sui numeri
scorsi di Carte Allineate]
21/03/19
Maurizio Masi, VIA DI CITTÀ
[Foto inviate da M. Masi]
VIA DI CITTÀ
(a F. R. H.)
Anche tu amavi le ombre,
non quelle domestiche
nascoste tra damaschi dorati,
polverosi,
tra panneggi pesanti di saloni
e stanze di passaggio.
Adoravi quelle libere,
agostane,
che riescono divertite,
lunghe, evanescenti,
sui selciati
e scherzano
al limite,
sole,
all’orizzonte.
In palazzi austeri,
dalle vecchie travature,
tra stemmi gentilizi,
nel sonno di primo pomeriggio,
quando il nemico riposa,
rapito da troppo sonno,
componevi,
oltre il tempo,
ore nuove,
ruotavi lancette di orologi,
meridiane di antichi,
impervi, monasteri.
Così ti divertivi,
all’insaputa di tutti,
fra altre ombre.
Ma via di Città,
nei primi freddi,
di questa domenica d’avvento,
(ti ha dimenticata?)
ha il suo buon numero di turisti:
curiosi, allegri
si volgono alle vetrine,
svicolano, sorridono,
si consultano sui prezzi,
si accalcano ai caffè,
o in fila per il quotidiano.
L’alto monogramma,
i raggi del sole tremulano luce,
contempla,
sempre tranquillo,
generoso.
Ignora la tua presenza,
né conosce i tuoi artifici,
declina le tue proposte.
Preferisce restare qui,
come sempre,
forse un po’ stanco,
vago, dimentico,
osservando il passeggio,
tra le luci della sera.
Ora divenuta ombra -
ti scorgo -
fra molti tempi -
dietro le tende della bifora.
Forse - solo - posso rivederti,
di profilo,
dal vetro,
osservare nella piazza,
un passeggero affrettato
nella leggerezza dell’aria vespertina.
05/03/19
Gian Paolo Ragnoli, L’AMORE È PIÙ FREDDO DELLA MORTE
Qualcosa ha già accennato Pasolini
l’indifferenza morde il mio cuore
la violenza testarda
la scusa per socchiudere un capitolo
pian piano, come per spegnere gli occhi.
Una fiamma o un errore
Finita la stagione degli amanti.
È tardi o mai?
Cosa ne farò della tua banalità?
Ti lascio il fantasma
non mi somiglia più
l’indifferenza morde il mio cuore
finita la stagione degli amanti.
Lascerò scappare l’ultimo ricordo
forse è così che finiamo.
Tacere è un libero annegare
lascerò scappare l’ultimo ricordo
pian piano, come per spegnere gli occhi.
07/02/19
Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 51-55)
51.
saluto di ricettacolo il coma
materno sulla furia del lutto.
càpitano le comete che non premiano
né nominano la natura del giardino.
52.
dammi un tuono ch’io possa evincere
il dizionario cortese del nome
la scossa in mano ad un apice di vento
il cielo nero con l’azione vinta.
un sillabario non fatuo tutto d’embrione
potentissimo acrobata barca di salto
oltre la rotta stabilita beltà del varo.
53.
mi rammarico del costato
quando l’aurora si gonfia di morti
ed erigibile lo scisma del dolore
dà man stretta al caso dello
stato.
54.
mi dolora il frullo del salino
la sventura del nomade stanziale
in un lucernario di stoppie per capire
cerbottane di sguardi che non incontrano
che tramestio i ciottoli di astio.
meringa floscia questa primavera
azzerata dalle gare delle sciabole
in bora di respiro.
55.
al sole sulla piazza avrò vent’anni
(il ladrocinio dello zigomo serrato
dall’ombra netta dello scopo in atto:
lo zaino del limbo lo porto tutto
con la febbre che sconsola le cimase).
[Le strofe precedenti sono sui numeri scorsi di Carte
Allineate]
03/02/19
Emiliano Zappalà, ESILIO
Anche
gli occhi sono dei padri
dopotutto.
Sopravvissuti
al
bianco e nero dei caffè
al
plenilunio artificiale delle strade
senza
nome
L’emergenza
è il pane scipito
lo
scacco matto
il
sintagma muto
Che
eravamo poeti – ci dicono –
prima
di questa pioggia
eterna;
di questo vento d’oltreoceano.
L’esilio
è nelle ossa.
Nell’esoscheletro
delle parole senza
terra,
nelle mani sfinite
dalle
notti senza guerra.
Dicono
– torneranno
con
gli ombrelli spezzati
gli
occhi nuovi, di brace
– dicono – eppure, si saranno dimenticati
dei
nostri coltelli ottusi, del nostro triste
tempo
di pace.
13/01/19
Gian Paolo Ragnoli, REFLECTIONS AFTER JANE
Ogni affrancamento si rivela illusorio
un tremolio instancabile dei timbri
nella scatola (magica)
una sorta di terra di nessuno
a un palmo dallo stare attonito
in intimo colloquio con l’orizzonte estetico
con la parte più tenera (perché ferita) del cuore
tra squallore reale e irrefrenabile desiderio
bello e impalpabile eppure aspro
coeso malgrado le nebbie e le penombre
tra la decadenza e il sogno
una tossica inquietudine
una tossica inquietudine
le stesse coordinate della nostalgia
(anni di fruttuosa messa a punto)
che tutto pervade e ovatta
una sottile disperazione
una corda tesa tra due lati dello stesso spleen
una sacra insidia
uno scivolare dolciastro e visionario
minacciosi bisbigli nascosti nel vapore
piani sfalsati
spossatezze febbrili
mormorii pigri
il cuore perde colpi
nel repentino incendio
impastato di languore
amaro/malsano/impotente/succube
un languido scivolare
irrequietezze sottopelle
contraddizioni palpitanti
il respiro- un corpo estraneo-
rivela un estatico rimpianto
la bellezza può essere solo
un immaginario fantastico
che accompagna la melodia
11/01/19
Maurizio Masi, LA MACCHINA
L’autista
seguì docilmente la curva della strada, si accostò sulla destra, frenò al
limite del marciapiede e spense il motore della macchina. Lentamente la
portiera di dietro, dal lato del guidatore, si aprì. Ne uscì fuori una donna di
mezza età, alta, avvolta in un cappotto verde bottiglia col collo di pelliccia,
forse una volpe argentata. Non la vidi in volto perché non si girò: appariva
quasi concentrata, statica, come andasse pensando ai movimenti da fare, con una
calma estrema: avrebbe potuto trovarsi benissimo sul set di un film,
consapevole che qualcuno la stesse osservando. Si notava che aveva studiato con
attenzione il tutto: un piano, le mosse, le parole.
E di
là, dall’altra parte della strada, dove attraversò, un ragazzo alto e snello,
dalla capigliatura scura e morbida, dai tratti gentili, piuttosto giovane, l’aspettava
appoggiato ad un tavolino di un bar. Le prese la mano, stringendola e, con un
dito, andava girando, un po’ nervosamente, l’anello all’anulare sinistro della
donna. Parlarono circa per cinque minuti, finché lui ripiegò meglio il giornale
che teneva arrotolato in tasca del cappotto grigio scuro, elegante e di buona
fattura. Poi lei si voltò, forse con una promessa, ed accostò con una dolcezza
rassicurante uno dei due baveri del collo del cappotto all’altro, finché la
coda di volpe si ricostituì in un’avvolgenza piena e calda. Con calma, ma con
mosse meno studiate di prima, riaprì lo sportello dell’auto nera. Si sedette,
accomodandosi perbene, come rassicurata. Prima di indicare la direzione all’autista,
aprì un quotidiano, appoggiando le pagine allo schienale del sedile di fronte.
Poi si girò verso l’altro lato della strada, ma lui non c’era più. Il ragazzo
camminava veloce, schivando i batuffoli di aghi di pino, polvere e terra,
sabbia e detriti di mattoni, che il vento portava lontani dal cantiere di una
casa in via di ristrutturazione.
09/01/19
Gianluca Cinelli, DUE AMICI (STORIA ZEN)
Molti anni fa, in una piccola città di
provincia, vivevano due ragazzini nella stessa strada. Tonio e Rino erano
cresciuti insieme come fratelli, amandosi di un sentimento tenero e intenso,
fino al giorno in cui furono costretti a dividersi per seguire le rispettive famiglie.
Avevano otto anni e la vita li trasportava ormai lontano su correnti opposte. Soltanto
nella memoria i due conservarono l’immagine giovane e amata l’uno dell’altro.
Così accadde che quando s’incontrarono di
nuovo, molti anni dopo, i loro volti erano segnati dalla fatica e dal tempo, e
non si riconobbero.
Rino era un uomo forte e barbuto, padre di
cinque figli. Era stato marinaio sulle navi mercantili, poi aveva guidato i
camion sulle strade di tutto il continente, viaggiando di città in città.
Infine, aveva comprato con i risparmi un piccolo pezzo di terra e adesso si
recava ogni mattina in città con il suo furgone, per vendere i frutti del suo
campo. Tonio, invece, vagava senza meta e senza tregua. Era stato soldato,
pastore e anche ladro. Aveva visitato tante città e incontrato tanta gente, in
tutte le terre che aveva calpestato, un passo dopo l’altro.
Quando Rino lo vide sul ciglio della strada, col
pollice teso nella luce smorta dell’alba, fermò il furgone e aprì la portiera.
Non era il primo vagabondo che raccoglieva e accompagnava in città. Tonio si
arrampicò e si sedé con un sospiro. Era magro e barbuto, la pelle sembrava
conciata. Una grande stanchezza segnava il volto asciutto e lo sguardo vigile. Per
un momento, entrambi restarono in silenzio guardandosi con aria interrogativa,
poi Rino riprese la via deserta. Si scambiarono poche parole, fumarono insieme.
Il ronzio del motore cullava Tonio, che era molto stanco e guardava fuori la
campagna addormentata.
Guidando nella luce smorta dell’alba, Rino pensava
al suo amico perduto e una profonda nostalgia gli invadeva la mente. Per anni
lo aveva cercato in tutti i luoghi, s’era illuso di vederlo in questo o in quel
volto. Poi, un giorno, s’era fermato. Fatalista, si era detto che se il destino
aveva già sancito la loro riunione, questa sarebbe avvenuta in un modo o
nell’altro. Doveva solo credere e attendere. Fino ad allora il ricordo di Tonio
l’avrebbe confortato. E così adesso in questo ricordo sprofondava. Pensò che se
il suo amato amico fosse stato povero e solo come il vagabondo che aveva
raccolto, qualcuno lo avrebbe soccorso come avrebbe fatto lui, e che forse era proprio
ciò che stava accadendo ora da qualche parte, su un furgone come questo. Guardò
allora lo sconosciuto e sorrise, perché in lui vide per un istante l’amico
lontano, e subito gli s’infuse uno strano calore nel petto.
Tonio guardava fuori e pensava al suo amico.
Aveva vagato per il mondo in cerca di lui, sacrificando ogni altra cosa,
benessere, tranquillità, ricchezza. Era certo che l’avrebbe ritrovato prima o
poi. La volontà inflessibile l’aveva guidato, infondendogli l’invincibile
convinzione che avrebbe ritrovato Rino soltanto se avesse creduto fino in fondo
di riuscire nell’impresa. E così aveva fatto, senza arrendersi neanche nei
momenti di disperazione. E poiché non l’aveva ancora incontrato, il viaggio non
era concluso. Così pensava che da qualche parte Rino stesse proprio ora raccogliendo
uno sconosciuto come lui su un furgone come questo, come avrebbe accolto lui se
lo avesse visto adesso. Ritrovava così il suo amato amico generoso nei propri
pensieri, e questo gli scaldava il petto.
Nel silenzio, i due si persero nei ricordi, e
rinnovando ognuno per sé propositi e promesse, s’apprestavano a riprendere la
lunga attesa e l’interminabile ricerca. Quando infatti giunsero in vista della
città, Tonio chiese di scendere. “Fra la gente non mi trovo più”, spiegò
semplicemente. Rino accostò e lui scese, esitando ancora un istante prima di
allontanarsi. Poi Rino lo richiamò e disse: “Sono felice d’averti incontrato”.
“Anche io”.
Nell’alba umida, il furgone scivolò lento verso
la città mentre il viandante s’allontanava per un sentiero tra i campi.
19/12/18
Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 46-50)
46.
ha le origini del fossile
imperio di domanda starti accanto
ho un cortocircuito che mi sposta
aggiungimi al cipresso casalingo
ha le origini del fossile
un giro antico
cremato.
47.
imperio di domanda starti accanto
dove quaggiù si arena la gimcana
nell’ordine malevolo del vero.
plettro di compieta panici del verbo
l’erettile fatuo le rovine delle rondini
le giacche delle fosse le nicchie delle fole
le rondini del ferro.
48.
nessuno ha rotto il calice del sangue
stracolmo mondo un tavolo di morgue
49.
ho un cortocircuito che mi sposta
il petto e la cintola del sonno:
è grave indizio di ultima stecca.
appena ti vedrò a mano stretta
allora la natura della borchia
avrà capienza per porgerti
una pietà salina da alambicco.
50.
aggiungimi al cipresso casalingo
alla gola dell’intima bravura
al sapientone enigma del mare aperto
dove troneggia un apice di cellofan
che ha ucciso una tartaruga.
in gara con la fronte contro l’onda
dammi lo scacco che possa sorriderne
senza la rima pendula del branco.
un dubbio trama ad ernia di sfinge
spingendo contromano la marea
per un unguento di volta finalmente
verso la torba del fiore principesco.
[Le strofe precedenti sono sui numeri scorsi di Carte
Allineate]
09/12/18
Simona Giorgi, ECCEDENZA
["The invisible wind, that day..." (Westport 2015). Foto Rb]
ECCEDENZA
Uno squarcio nello spazio-tempo
apre a dirompenti cavalli
lanciati in battaglia,
pensieri con rombo di zoccoli
e grida di fantini armati,
vettori tangenti
alla linea di universo degli eventi.
La testa è una stanza
inferocita
01/12/18
Gian Paolo Ragnoli, OLD FLAME
Accendi un sogno e
lascialo bruciare in te
[William
Shakespeare]
Siamo stati giovani
abbiamo amato, mai
abbastanza
abbiamo sognato,
forse troppo
abbiamo perso,
quasi tutto
ma continuo a
guardarla
quella foto in cui
tu sorridevi
e non guardavi
che mi ricorda
quello che è stato
e il fuoco che
bruciava allora
nessuno potrà mai
cancellarlo
scorre ancora
dentro di me
a dispetto delle
strade divise
delle vite lontane
delle storie
sbagliate
il tempo non
guarisce mai nulla
fa solo capire
quanto avesse ragione
quello che scrisse:
è stato meglio lasciarsi
che non essersi mai
incontrati.
27/11/18
Maurizio Masi, TENEREZZA E PIETÀ
["Beyond the glass windows…" (La Spezia 2018). Foto Rb]
La pietà del tempo,
il passo delle stagioni -
crudele il gelo
di questa primavera,
(brucia le tenere foglie del mandarino),
più non tengono
il filo dei pensieri.
Mi raccontavi
che anche le dee, una volta,
- se tali -
avevano un codice:
inviavano messi,
preannunci, sogni;
non osavano improvvisazioni
o ritardi di sorta.
Ed ora, se ti vedo,
- inutile immaginare di più -
non ti muove il celeste,
il rosso carminio,
né il sonno dorato della Vergine,
il riposo,
la luce oltre le vetrate,
se sfiora le reliquie,
di chi scrisse nel sangue.
Non osi al di là,
e ti rifugi - imperiosa, forse ostile -
in categorie inamovibili;
ma la fiamma non arriverà
al termine del tragitto,
e la chiave non è quella che trovi…
Ora l’ordine inverso
spetta ora solo
a chi contempla
attese, calma,
pigra, attonita dimenticanza.
Ed è forse
di chi tace il vessillo?
Cupo quel giorno
in cui s’imbatté
la sua e la tua volontà:
in un intreccio di lampi e luci,
perché non sempre la divinità ripensa,
e raro filtra l’affetto di chi finge.
Anche gli dei - sostenevi -
chiudono un occhio,
se stanchi,
quando, nel silenzio della sera,
silenziosa - scorrevi la lettura dei ’Ching
e impartivi esercizi di pietà
alla tua ombra.
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