25/08/11

A POEM BY MOYA CANNON


[The tree was actually blooming. (Bongeunsa, Seoul 2011). Foto di Marzia Poerio]


HAZELNUTS

I thought they knew what they meant
when they said that wisdom is a hazelnut.
You have to search the scrub
for hazel thickets,
gather the ripened nuts,
crack the hard shells,
and only then taste the sweetness at wisdom’s kernel.

But perhaps it is simpler.
Perhaps it is we who wait in thickets
for fate to find us
and break us between its teeth
before we can start to know anything.


NOCCIOLE

Ritenevo sapessero quel che dicevano
affermando che il senno è una nocciola.
Gli alberi di nocciole
vanno cercati tra la boscaglia,
si raccolgono i frutti maturi,
si schiacciano i gusci duri,
per assaggiare il dolce nel nucleo del senno.

Ma forse è più semplice.
Siamo noi magari a aspettare nella boscaglia
che il fato ci trovi,
ci spezzi tra i denti
prima di iniziare a sapere qualsiasi cosa.



[Traduzione di Roberto Bertoni]

23/08/11

Jorge Louis Borges e Alicia Jurado, QU’EST-CE QUE LE BOUDHISME?


[An episode from the life of the Buddha (Bongeunsa temple, 2011). Foto di Marzia Poerio]


Titolo originale QUÉ ES EL BUDISMO?, 1976. Edizione francese: Parigi, Gallimard, 1979

Una nota di Jurado chiarisce che il suo ruolo, oltre che di lettrice di testi a Borges, data la cecità, fu quello di aggiornare la bibliografia critica e mettere a punto l’opera per la stampa, mentre attribuisce a Borges lo stile in cui in libro è redatto, la scelta degli argomenti, il piano generale, in gran parte fondato su appunti utilizzati per una serie di conferenze che egli tenne al Collège Libre d’Etudes Supérieures.

Colpisce non solo l’interesse nei confronti del Buddhismo di per sé, che si accompagna all’altrettanto viva curiosità di Borges verso la metafisica in generale e le religioni, soprattutto giudaico-cristiana e musulmana, ma la precisione sintetica con cui sia la storia che la dottrina buddhista vengono restituite, mentre la voce dell’autore letterario sembra farsi da parte per lasciare il posto alla vita del Buddha storico, alla spiegazione dell’etica della tolleranza e della pace, alla ricerca della via verso la rinuncia connotata da felicità interiore e sconfitta delle emozioni, nonché alla descrizione delle scuole di pensiero mahayana, lamaista, cinese, tantrica, zen.

Ben inseriti nella trattazione didascalica e mai pedante quanto tuttavia esatta sono però, traccia del letterato, i referti della leggenda della vita di Siddharta, la resa della cosmologia buddhista e alcune storie zen.

Un libro che la nostra ignoranza ci ha fatto scoprire solo adesso, trovandolo in una libreria dell’usato di Bruxelles, e che costituisce un momento di nostalgia per un autore, Borges, già amato in passato, come pure un’ottima introduzione al Buddhismo.


[Aurelio Devanagari]

21/08/11

KOREAN RHAPSODY – A MONTAGE OF HISTORY AND MEMORY


[Leeum terrace (Seoul 2011). Foto di Marzia Poerio]


KOREAN RHAPSODY – A MONTAGE OF HISTORY AND MEMORY. Al Leeum (Samsung Museum of Art) di Seùl, dal 17-3-2011 al 21-8-2011

Intervenendo in proposito alla mostra KURIUM su questo stesso numero di "Carte allineate", notavamo come il sentimento del passato e il senso di perdita nel presente provocassero un atteggiamento di nostalgia ben riflesso nelle opere esposte con varietà di possibilità espressive.

L’attualità di tale tematica si ripropone in KOREAN RHAPSODY – A MONTAGE OF HISTORY AND MEMORY, un’altra mostra allestita a Seùl, questa volta nello spazio adibito a esposizioni temporanee del magnifico Museo di Arte Contemporanea “Leeum”.

Gli artisti rappresentati nella mostra sono stati scelti per reinterpretare, recuperando il passato e guardando così al futuro, un secolo di storia della Corea, che comprende l’occupazione giapponese, la guerra tra Sud e Nord, il dopoguerra.

Le opere vengono così esposte in un contesto che non solo ne evidenzia il valore estetico, sempre elevato, ma anche il loro significato sociale in rapporto con le comunità in cui sono nate e a cui si rivolgono.

Della nostalgia di cui sopra, non fine a se stessa, ma in quanto domanda aperta su un passato che si è sfumato a contatto con la modernità, e come a chiedere alle immagini costantemente di spiegarlo, o comunque a investigare quanto esso perduri nella memoria, ci sono sembrate particolarmente emblematiche le opere A DAY IN THE LIFE OF GUBO di Jung Yeon-doo, che reinventa in un video a circuito infinito e con tempi lenti la parte dell’antica Seoul abbattuta dai giapponesi ai tempi del dominio coloniale, ricostruzione intenzionalmente, malinconicamente soggettiva; e con una simile iterazione dell’immagine, ma concentrata questa volta più sul dettaglio che sulla panoramica, CITIES ON THE MOVE, un’opera di Kim So-ja che ripete in un video la stessa scena all’infinito: un carro di materassi coreani multicolori con una donna ripresi dal retro all’interno di un paesaggio nevoso su una strada montana della Corea del Sud, un’immigrazione interna e un universo sociale che si disloca pur restando fermo nella memoria con l’inquadratura iterata dalla sensazione di eternità proposta dal ritorno costante alla medesima scena.

Foto, quadri di impostazione tradizionale, installazioni di vario tipo caratterizzano questa mostra e si propongono, come si legge nella presentazione, di “rappresentare narrativamente le pene vissute dai coreani, nonché la rapidità delle trasformazioni e il dinamismo della storia coreana contemporanea”.

[Renato Persòli]

19/08/11

Stéphane Hessel, IMPEGNATEVI!


[Contemporary humankind as seen in an Eastern city (Seoul 2011). Foto di Marzia Poerio]


Intervista a cura di Gilles Vanderpooten. Trad. di Francesco Bruno. Milano, Salani, 2011

Nel 2010 il pamphlet di Hessel, INDIGNATEVI!, aveva ottenuto primati di lettura, dimostrando di innestarsi su problematiche sentite in questa era di difficoltà per costruire una sensibilità politica nonostante la gravità dei problemi, soprattutto l’impoverimento e la disoccupazione, che colpiscono ampi strati sociali anche in Europa, oltre alle emergenze mondiali della fame, dell’ecologia e del non rispetto dei diritti umani.

In questo secondo testo, Hessel si riallaccia all’esperienza resistenziale in quanto momento di stacco rispetto proprio alla soppressione dei diritti di cui sopra, ma sottolineando con decisione il pacifismo e la condivisione di una democrazia attiva e collettiva che respinga la violenza: “resistere significa che siamo circondati da cose scandalose che devono essere combattute con vigore” (p. 16); “oggi è riflettendo, scrivendo, partecipando democraticamente all’elezione dei governanti che si può sperare di far evolvere intelligentemente le cose: insomma, con un’azione a lunghissimo termine” (p. 17); ma “non è con delle azioni violente, rivoluzionarie, rovesciando le istituzioni esistenti, che si può far progredire la storia” (p. 21).

Da un lato, viene proposta un’attivazione della coscienza degli individui che porti ad azioni responsabili; dall’altro si insiste su una rivalutazione degli organismi internazionali come l’ONU. In particolare, Hessel insiste, giustamente, sugli elementi di base messi talora in secondo piano nelle ideologie, o perché soppressi da regimi autoritari, o perché sottaciuti anche in determinate manifestazioni progressiste come se facessero parte del cosiddetto buon senso, peggio tacciati di idealismo, invece che dimostrarsi fondamenti di civiltà, dunque anche di ogni iniziativa politica. In appendice è appunto riprodotta la DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI, che colpisce alla rilettura per la linearità laica e la correttezza di impostazione per chi sia favorevole a una prassi fondata utopicamente, con rilancio intenzionalmente antimachiavellico, sui principi che rendono vivibile e socializzabile la comunità.

Hessel insiste anche sulla ripresa delle solidarietà, soprattutto in prospettiva ecologista; e su un’integrazione equilibrata tra locale e globale.

Lo slogan che coglie la situazione non solo dei paesi meno sviluppati, ma anche dell’Occidente, è “lottare contro la disperazione” (p. 40), ovvero un salutare ottimismo della volontà.

[Roberto Bertoni]

17/08/11

Chitra Banerjee Divakaruni, SISTER OF MY HEART

Prima edizione 1999. Londra, Black Swan, 2011

La storia è disposta a capitoli alterni in prima persona, narrata ora da una, ora dall’altra delle due protagoniste, Sudha e Anju, cresciute assieme in una famiglia di antiche tradizioni, in cui sono sopravvissute alla morte dei mariti tre donne che esercitano la funzione di madri collettivamente nei confronti delle due ragazze.

Siamo già in questo senso in una situazione di matriarcato; e il racconto incide a fondo le istituzioni tradizionali della società indiana. Non solo perché c’è una critica esplicita dell’istituto della vedovanza, che imporrebbe il ritiro dal mondo delle donne cui è capitata questa sorte, ma soprattutto perché le due giovani vivono con crescente senso di autonomia, e attraversando tragedie personali, il rapporto con le famiglie dei mariti: Sudha respingendo la richiesta della suocera di abortire la figlioletta di cui è incinta e costretta pertanto a divorziare; e Anju subendo un aborto spontaneo con difficoltà. Infine anche Sudha, su invito di Anju, emigrerà negli Stati Uniti, con una soluzione che, se lacera il rapporto con la madrepatria, sembra però per lo meno garantire un livello accettabile di indipendenza personale.

Alle spalle di quanto sopra c’è una difficile storia di famiglia. Il padre di Sudha aveva persuaso quello di Anju a seguire un individuo in una grotta piena di rubini, periti poi entrambi, almeno così sembra, ma nel corso della narrazione la vera biografia del sopravvissuto padre di Sudha si rivela con un’espiazione alla Dostojevskij, o come in una fiaba, o come in un intreccio bollywoodiano (che’ del moderno e della tradizione, con la migliore miscela letterariamente elevata, fa uso Divakaruni).

Frattanto, parecchi sono i riferimenti alla mitologia indiana, che rivive nei nomi e nelle azioni dei personaggi. Compare contemporaneamente spesso il nome di Virginia Woolf, forse per l’introspezione femminile dei personaggi. Il concetto di story, termine ripetuto varie volte, si dipana inoltre nei suoi molteplici significati ed è sempre elemento di sostegno e pietra di paragone con la vita reale.

Romanzo di scavo interiore, di emancipazione femminile, di raffinato gusto letterario.


[Roberto Bertoni]

15/08/11

KURIUM - NOSTALGIA


[The square in front of the Korea Foundation (Seoul 2011). Foto di Marzia Poerio]


KURIUM - NOSTALGIA. Sottotitolo: EAST ASIAN CONTEMPORARY ART EXHIBITION. Alla "Korea Foundation Cultural Center Gallery" di Seùl, dal 30-7-2011 al 27-8-2011

Già l'anno scorso ci aveva colpito la qualità di una mostra vista a Seoul, per i suoi contenuti e l'accuratezza della presentazione e dell'apparato culturale di accompagnamento. Sebbene quella (sulla guerra di Corea) e questa, per dimensioni e ampiezza non siano paragonabili, lo sono però per la scelta di un contenuto tematico in cui inserire con coerenza concettuale gli oggetti esibiti.

Si tratta questa volta del motivo della nostalgia che, spiega la didascalia di apertura, deriva dal fatto che "la vita contemporanea è un mosaico di frammenti di memoria accumulati dal passato". Mentre la civiltà attuale, consumistica e sfrenata, corre verso il "materialismo dell'abbondanza", si determina il senso di perdita di quanto è stato e la tendenza a viverla con nostalgia.

Scopo della mostra, spiega la curatrice Kim Sun-hee, è il tentativo di "ricostituire valori positivi che emergano dalla nostalgia e dal passato perduto della generazione attuale".

Dodici sono gli artisti, cinesi, coreani e giapponesi che, su invito degli organizzatori, hanno inviato loro opere: Duan, Gu, Hai, Ishiuchi, Jung, Mizukoshi, Pan, Sawada, Song, Tsubaki, Tu, Won.

L'interpretazione del tema varia dalla ripetitività delle immagini (che per questo crea un effetto di malinconia) di foto di scolaresche in posa a fine ano scolastico, di Sawada, alle miniature fotografiche del periodo maoista di Hai.

Gli artisti con cui, tuttavia, ci siamo sentiti in maggiore sintonia, sono tre.

Pan mette in mostra quadretti tratti da foto di dettagli ripresi a Insadong e in altre zone di Seùl; pone a disposizione del pubblico le foto, che colloca nei cassetti numerati di un armadio sottostante le icone; e invita i visitatori a trovare nella realtà quei dettagli nostalgici, provandolo con foto che ritraggano assieme all'oggetto il ritrovante, il quale riceverà il quadretto corrispondente in regalo. Arte come gioco, coinvolgimento e ricerda dei particolari.

Tu, in OLD IMAGE GALLERY: URBANSCAPE, MEASUREMENT OF PEOPLE AND CITY (SEOUL), scatta foto in bianco e nero, anticate in seppia, di giovanissimi distesi come dormienti o deceduti, o in fila orizzontale per mano, e in altre simili posizioni, di fronte a resti del passato della città sopravvissuti come per caso e a stento all'urbanizzazione accelerata degli ultimi decenni.

Won, nella serie MY AGE OF SEVEN, gioca col fotomontaggio e la ricostruzione grafica, ritraendo una bambina, in tutte le icone presenti, che si trova all'interno di paesaggi immaginati, composti in parte da colorati oggetti del passato, in parte da dettagli di un villaggio rurale o marino di alcuni decenni fa, con un effetto onirico che conferisce autenticità di sogno del passato a queste lastre iperreali fornite di connotazioni di surrealtà.


[Renato Persòli]

13/08/11

Hwang Sun-Won, LA PETITE OURSE


[Looking at water, as a mode of contemplation of life (Seoul 2010). Foto di Marzia Poerio]

Traduzione dal coreano di Choi Mik-yung e Jean-Noël Juttet (1995). Parigi, Le serpent à plume, 1999 [1]

È un racconto che segue il dipanarsi di una vita dall’infanzia fino alla maturità e al primo declino degli anni. Viene narrata con una prospettiva interna al personaggio nonostante la terza persona narrativa, a quadri successivi e con una concatenazione di eventi ben congegnata, che punta sul coinvolgimento emotivo del lettore senza peraltro mai darsi al sentimentalismo.

Gli elementi sociali sono ben marcati: il dominio della classe privilegiata che poteva disporre dei servitori e del contado; la facilità nel coprire uno scandalo di un padrone che seduce una serva che viene per questo allontanata, orfana, dall’unico affetto della nonna materna, recandosi perciò in città, ove l’ingenuità la porta in una casa di gisaeng, o intrattenitrici, ma nel caso specifico, trattandosi di situazioni di semipovertà, anche prostitute.

Sul piano della psicologia personalizzata, la protagonista non perde mai la dignità personale, la disponibilità nei confronti degli altri, infine mantenuta di un mercante di legname in via di arricchimento nella Corea libera dal dominio giapponese e perciò respinta anche da lui, ma sulla via di andare a vivere con un amica senza cedere ad avidità o cadute.

Un’inversione etica, dunque, dato che i valori positivi cono quelli di chi abita tra il fango.

Un mantenimento, forse, di un’etica confuciana nonostante la professione svolta?

Una storia narrata con semplicità voluta e tanto più efficace per questo.


NOTE

[1] Non siamo riusciti a trovare il titolo originale, purtroppo, non riportato nell’edizione di cui ci si è serviti per questa breve nota.


[Roberto Bertoni]

11/08/11

Marina Pizzi, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [71-80]


[Far at a distance wasn't the tide merging with the sky? Foto di Marzia Poerio]


71.

il crollo della mattina
è già occaso
salso sorso senza sosta.
rotocalco di fandonie
dolore stanco
faccenda di bivacco
per atleta monco.
stanza pavida d’avvento
recinto di mattanza.
il crollo del sole vasto
dove è domenica per scuocere
nemica la fidanza dello sguardo.
diadema d’incendio quella malia
creduta dalla sfinge della madre
ai giardinetti quando i fiori c’erano.
orgia d’occaso la nenia di vendetta
i lunedì infiniti di chi resta
staffetta senza un altro abbecedario.


72.

il sale chiuso l’era di melma
la tragedia della scala
la rotta d’intercedere per niente.
autore di periglio la risacca
accantonata a talamo di morte.
chiuso addendo elemosina di scempio
questo cipresso reo di se stesso
passato per le armi appena sùbito.
moria t’inventi uno scalo d’aquila.


73.

l’appello sulla fronte si fa zero
appena la cornucopia d’iride
pianga la nuda carica dell’anno.


74.

il porto di me è lastricato di boia
stato di paglia ilarità di fango;
era di Apollo il tuo fardello
quando ti conobbi apolide.
ora non gemma la faccenda del lutto
tutto s’incrocia in Geremia di malta
atta alle lapidi. così da sùbito ti dirò
che piango come i gemelli in simultanea.
la riva è chiusa e la scalea si mozza
per impedire un vaglio alla staffetta
che non capisce albori né ginestre.


75.

alamaro di pietà voglio aggiungerti
alla gioia delle rondini di ancora
ancora e ancora un altro strido
verso la cialda del dominio darsena.
alamaro di pietà voglio la cintola
gravata dalle chiavi che non aprono
dalla marea congiunta con il cielo.
smorì la stoppia che arringa le cicale
più a nulla servì la contumacia
né la riviera con le ville a picco.


76.

intorno a povere eclissi
l’illusa faccenda di tornare
da rantoli d’occhi morenti.
zona di arringa il cuore palpitante
quando si creda di vincere la gara
con la palude d’ascia.
in palio all’asilo del dubbio il bilico
dell’incrocio più unico che raro
quando s’interrano l’orco e la bevanda.
è la moria del codice guasto
qui non entrare in balìa del panico
ma d’olio d’orcio correre via
dacché nessuna salvezza fa vezzo
al lucido liso pastrano d’origine.


77.

ho voglia di starmene in declino
con le persiane chiuse in far di lutto
senza le luci delle giostre antiche
giù nel cortile proletario. è un tarlo
statico che mi conferma nulla
nonostante la bestemmia del ritiro
sia la guerra della fanga panica.
il roveto sulla spalla è qui gestire
questo simulacro di veleno
che gela le ossa e mordacchia il suolo.
e per domani lo stesso giro in rotta
quando le mani litigano nei pugni
snodate marionette senza fili.


78.

in una sala di collasso ho visto l’indice
della marea conchiusa in un anello
quando la ciotola resta un gran Vesuvio
e le stimmate non giovano la darsena.
così in armonia con le vestali
la scuola elementare in mezzo al bosco
dove l’impatto è solco di sorriso.
in te che cerchi il round di riprenderti
tutta calunnia il fato della stirpe.
da domani il trovatello è l’angelo
che cerchi di far mestiere la caduta.


79.

gerundio di cometa lo sguardo amato
da dentro il visibilio della polvere
al parco delle rondini liberte.
in meno di uno scriba l’abitudine
di mettere soqquadro nella sillaba
per rendere avvenente un pugno d’aquile.
realtà di terra lo splendore d’ascia
quando il netturbino della mia salute
testimonia le valanghe delle chele.
in tutto disappunto voglio andarmene
maretta della costa senza scoglio
innesto dentro l’asma della cella.
svolazzo intramontabile vederti
ora del cielo che conosce l’abaco
e la bacchetta del comando magico.


80.

in realtà ho un apice di morte
impostato nel polso. le credenziali
del saluto se la ridono di cuore.
nulla basta a preferire la demenza
del sacrario, la rotta panica di non
saper guardare né darsene né emisferi.
nel sudario che riveste la sagoma
tutta la gamma del colore stinge
in un bianco beffardo, dado tratto
dall’ossequio del coma. in mano
alla resina del fulcro non sono signora
ma acredine e viltà formano la bara
della rovistata aureola impotente.
la bussola del cranio è un io di credo
senza cuore né balsamo di angelo.
così morrò lapidato d’ansia
con la pelle delle palpebre datate.


[Le strofe precedenti di VIGILIA DI SORPASSO sono uscite su "Carte allineate" in data 27-11-2010, 17-12-2010, 19-1-2011, 21-3-2011, 7-4-2011, 21-5-2011, 3-6-2011]

09/08/11

Luigi Malerba, TI SALUTO FILOSOFIA


[Surreal wall in Brussels. Foto di Marzia Poerio]


Luigi Malerba, TI SALUTO FILOSOFIA. Milano, Mondadori, 2004

Una serie di racconti che, come altri precedenti di Malerba, mentre individuano tic dell’era in cui sono stati scritti, rivelano, tramite lo strumento dell’humour, gli stati d’ansia e di sospensione di personaggi che scartano dalla cosiddetta normalità; frattanto si dipana una scrittura accurata e chiara, che non concede nulla ai registri contorti, propendendo per il paratattico, nondimeno si assesta su uno stile letterario di qualità elevata.

La situazione è di solito un contesto di normalità apparente, in cui personaggi che parlano in prima persona si trovano ad agire e a giustificarsi, come in LA MIA DONNA IDEALE, in cui i sentimenti comuni sembrano non bastare più ai due protagonisti che cercano nuove emozioni fino a quando la loro relazione finisce per svanire nel nulla; del resto, come proprio della società tardomoderna, i sentimenti erano in partenza assopiti (“io non sento niente” e “più che alle emanazioni della natura sono sensibile ai sistemi elettromagnetici e elettronici, insomma alle Tele-Emanazioni”, p. 7).

Uno dei testi si intitola HO SOGNATO J.L. BORGES e certe affermazioni che vi si trovano costituiscono un dialogo metaletterario che riconduce alla poetica stessa di Malerba; come in questo passo: “Il mondo creato da Borges è un luogo parallelo e simmetrico a quello in cui viviamo ma senza i punti di riferimento che ci permettono di descrivere un oggetto, di raccontare una storia, in altre parole di comporre un racconto”. Se fin qui Malerba sfugge a quanto delinea dell’autore argentino, è però vero che anche i suoi racconti “sfuggono ai […] parametri della narrativa tradizionale di cui conservano soltanto gli involucri per trarre in inganno il lettore” [p. 44].


[Roberto Bertoni]

07/08/11

Luigi Ferrajoli, POTERI SELVAGGI. LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA

Roma-Bari, Laterza, 2011

Si potrebbe adottare anche per l’Italia la definizione di “postdemocrazia”, data in generale per l’Occidente tardomoderno da Colin Crouch, ovvero una situazione in cui la democrazia partecipativa è svalutata.

Più precisamente, sebbene la democrazia resti in vigore, “la politica e i governi cedono progressivamente terreno alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica; una conseguenza importante di questo processo è la perdita di attrattiva di argomenti a favore dell’egualitarismo” [1].

Nella postdemocrazia, “gli interessi di una minoranza potente sono divenuti ben più attivi della massa comune nel piegare il sistema politico ai loro scopi; […] le élite politiche hanno appreso a manipolare e guidare i bisogni della gente” [2].

Ponendosi in sintonia con queste posizioni, ma intervenendo sulla situazione italiana nello specifico, Luigi Ferrajoli nota che nel nostro paese si è verificata, tra la fine del ventesimo e il primo decennio del ventunesimo secolo, una “decostituzionalizzazione del sistema politico italiano” [p. VII] e della democrazia [3].

Tale svalutazione è dovuta a fenomeni quali la concentrazione del potere dell’informazione, la scarsa separazione tra potere giudiziario ed esecutivo, il tentativo di delegittimare alcuni aspetti del Parlamento e soprattutto l’identificazione demagogica tra la figura di un leader e le masse popolari, fondata in gran parte anche sulla diseducazione politica.

Tra le varie conseguenze, ne risulta una “passivizzazione politica della società” [p. 53], ovvero una “spoliticizzazione di massa” [p. 48] che disattiva il compito civile di partecipazione e informazione in un ambito comunicativo in cui prevalgono, soprattutto alla televisione, “la diffusione di notizie false, l’omissione o minimizzazione di notizie vere, l’esaltazione del capo, la diffamazione degli oppositori, l’ottundimento delle coscienze e delle intelligenze con spettacoli stupidi e volgari” [p. 49].

In parte, a parere di Ferrajoli, anche certi atteggiamenti della sinistra sono da prendere in considerazione in negativo, in particolare “una specifica forma di qualunquismo nell’elettorato di sinistra: quel particolare primato dell’interesse e della vanità personale che si manifesta nel rifiuto di votare per partiti che non riflettano completamente le proprio idee” [p. 52] e si accompagna a un astensionismo dovuto alla difficoltà di identificare posizioni politiche pienamente corrispondenti alla propria.

I rimedi proposti dall’autore sono la ricostituzione del metodo elettorale proporzionale, l’esclusione dei conflitti di interesse, la riabilitazione della democrazia partecipativa e del dibattito interno ai partiti, la riforma del sistema dell’informazione.


NOTE

[1] C. Crouch, POSTDEMOCRACY, Cambridge, Polity, 2004. Trad. it. POSTDEMOCRAZIA, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 9.

[2] Ibidem, p. 26.

[3] Ferrajoli insegna Filosofia del diritto e Teoria generale del diritto all’Università Roma Tre.


[Roberto Bertoni]

05/08/11

Santiago Montobbio, RIFRAZIONI E CHIAROSCURI, a cura di Clarissa Amerini (Parte I)


[Ink squeezed out of a cartridge-type soul. Foto di Marzia Poerio]


Clarissa Amerini, RIFRAZIONI E CHIAROSCURI NELLA DIALETTICA POETICA DI SANTIAGO MONTOBBIO

Ripercorrendo la bibliografia dedicata all’opera di Santiago Montobbio (autore nato a Barcellona nel 1966), della quale anche su Internet si trova un’ampia scelta, si rileva un dato ricorrente: l’insistenza di molti critici sugli aspetti del dissenso e del diniego propri della sua poesia. Come dire che essa nega più che affermare qualcosa - com’è senz’altro vero -, ma ciò non significa che essa perda il suo impulso positivo.

Un esempio molto semplice lo offre la poesia PRAGA, che inizia con il verso “Non sono mai stato a Praga”: è curioso rilevare come Montobbio dedichi una poesia ad un luogo che non ha visitato, tuttavia è proprio questo un nucleo della sua poesia, che esplora la negazione per figurarsi gli spazi aperti del desiderio. Praga, la città sognata e mai conosciuta, è la forma visibile che nei versi di Montobbio assumono aspirazioni di un amore che nella realtà ha preso altre strade, allontanandosi: basta forse questo solo esempio a dimostrare come la negazione sia in questo autore un punto di partenza e come attraverso di essa egli arrivi a formulare le proposte del suo pensiero.

Così come la poesia di Montobbio può prediligere spazi inesplorati, la sua vita non è ricca di eventi o cambiamenti radicali, ma si distingue piuttosto per la costanza e per la dedizione alla letteratura (è laureato in Diritto e in Letteratura ispanica ed è attualmente professore di letteratura presso l’ESADE e l’UNED), che lo ha portato anche a collaborazioni e ad amicizie illustri: basti dire che sul suo primo libro HOSPITAL DE INOCENTES (1989) hanno espresso positivi giudizi personaggi del calibro di Ernesto Sábato, Camilo José Cela, Miguel Delibes o Carmen Martín Gaite.

I suoi primissimi versi escono sulla “Revista de Occidente” nel maggio del 1988 e da allora - quanto all’opera pubblicata - egli prosegue con una produzione quantitativamente discreta (solo sei libri) e senz’altro indipendente ed estranea alle mode e ai gruppi che si vanno succedendo. Come brevemente accennato, Santiago Montobbio vive lontano dai rumori del mondo letterario, riservando all’intima mediazione e meditazione poetica il suo più profondo rapporto con la realtà.

La poesia di Montobbio non è un resoconto oggettivo di eventi, ma una sorta di itinerario creativo del desiderio, che attraverso una stretta dialettica della negazione riesce ad affermare contenuti che vanno al di là delle comuni esperienze quotidiane - questo sì, in pieno dissenso con la cosiddetta poesía de la experiencia in voga in Spagna negli anni dei suoi primi tentativi poetici; sebbene non per questo la sua poesia si faccia né astratta né simbolica, ma sia caratterizzata da una sorta di interiore concretezza.

Per entrare nel merito delle dieci poesie che qui presentiamo [1] e della loro propositiva creatività, vogliamo mettere in evidenza, a fianco del comunque visibile impulso alla negazione, la moltitudine di “sí” in esse presenti, che, se consideriamo anche tutte le ripetizioni foniche della sillaba, arrivano ad un totale davvero sorprendente di 107 occorrenze.

Basterà forse citate la poesia NO ES NINGÚN SEGRETO, titolo che in una doppia negazione contiene in realtà una decisa affermazione: nel testo troviamo infatti il sintagma “sí, lo diremos así”, nei versi: “sí, lo diremos así, a la fuerza tendremos nosotros / que vivir así esta tarde, hasta el fin del tiempo”. Nel giro di poche parole, l’affermazione del “sí” si triplica ripetendosi nell’avverbio “así”, in una comunione di suoni e semantica (naturale ma non scontata in poesia) che dall’interno del verso stesso rafforza il senso della locuzione avverbiale “a la fuerza”. Di quale dissenso parliamo allora, se l’avverbio affermativo si impone a più riprese nel testo, richiamando a sé i suoni e anche il significato delle altre parole?

Questa, fra le moltissime altre che il lettore potrà individuare, è una delle caratteristiche più interessanti che danno movimento alla dialettica delle poesie di Santiago Montobbio, che, senza diventare contraddittoria, sfrutta al massimo le possibilità di un dinamico chiaroscuro poetico.

Limitandoci a questo semplice ma significativo spunto, concludiamo offrendo qualche chiave di lettura per le poesie qui proposte, in una selezione compiuta dal poeta stesso.

In EX LIBRIS, partendo dall’assiomatica negazione della propria esistenza (“no soy”), il poeta conclude che essa può essere affermata tramite l’esperienza della scrittura, che si presenta come arma a doppio taglio: da una parte, chi scrive prende coscienza della propria nullità e ne viene ucciso; dall’altra, in virtù di questa stessa consapevolezza, l’autore riesce a rendere testimonianza dell’essere stato: “sí fui”.

In CALLIGRAFIA DELL’AMORE è il titolo stesso a suggerire il tema trattato: l’amore e la traccia che esso lascia di sé. L’amore è qui presentato con una gradazione di chiaroscuri che si sovrappongono: il poeta sceglie dalla sua tavolozza tinte ora violente, ora delicate (“de mariposas y de sangre”), creando un quadro screziato dal grigio fregio ironico e disilluso di un “etcétera”. Vita e amore si corrispondono ed entrambe sconfiggono l’uomo che ama e che scrive; ma lo scrittore è condannato a ben più triste compito: redigere gli atti delle proprie sconfitte.

Fra gli evanescenti scorci di PRAGA, il poeta si nasconde in un sogno, descrivendo luoghi dove non è mai stato. La città descritta è una sua creazione, una realtà ideale, un rifugio raggiungibile solo attraverso la propria scrittura, Praga è la poesia stessa, che diviene unica alternativa concreta di una vita vissuta su altre strade.

In PER UNA TEOLOGIA DELL’INSONNIA, le negazioni si fanno molteplici, come in una stanza di specchi. L’insonnia brucia come un inferno, ma produce lo squarcio attraverso il quale appare il sogno di essere perdonati della colpa di non essere felici. La poesia è qui una doppia voce che sgrida e che consola.

L’apice di rifrazioni del dissenso si raggiunge forse in IL TEOLOGO DISSIDENTE: qui il poeta, per negare la propria vita, arriva a negare persino la morte, che già di per sé è negazione della vita. L’attesa - la “espera”, in spagnolo deverbale da esperar, che ha il duplice significato di attendere e sperare - è qui presentata come una “pupila oscura”, vuota: un’attesa privata della sua implicita speranza.

Il tema di L’ANARCHICO DEI BENGALA può essere riassunto in poche parole prese dall’incipit e dal finale della poesia: “yo soy […] se apagan”. Lo spegnimento di tutte le cose appare qui come la condizione necessaria perché si possa scorgere la propria individualità. Il “se apagan” incarna la stessa negazione che diviene mezzo e occasione poetica per la propria affermazione. I fuochi d’artificio, infatti, non sono altro che la luce emanata dai versi che illuminano la coscienza del poeta e gli permettono di essere a se stesso visibile e, in quell’identità, di permanere più a lungo possibile.

NON È NESSUN SEGRETO: come dietro ogni notte si nasconde una “amenaza”, così dietro ad ogni espediente della scrittura si nasconde la spaventosa consapevolezza di essere nulla. Scrivere offre una duplice coscienza: salvifica, perché in essa si afferma l’esistenza della persona; nefasta, perché quell’esistenza implica la propria finitezza: non ci sono segreti. Questo dice la scrittura, ma la stessa calligrafia ha una storia d’amore, e la stessa la vita intera: “Qui, / in questa inutile terra che ci hanno dato / tutti siamo poeti”.

Nell’ultimo testo proposto, DA PARTE DI CHI?, Montobbio riprende le fragili eppure intense illusioni della giovinezza, quando essere privo di idee sulla vita significava poterle avere tutte. La consapevolezza arriva insieme a una notte ben differente da quelle delle sbornie, fatta invece di addii e privazioni. Resta solo una consolazione della maturità: non essere unici significa anche non essere soli.

In conclusione, in tutti questi testi, Montobbio attraversa una drammatica fase della coscienza esistenziale: siamo tra l’accoglienza di una nuova, più matura consapevolezza e l’istinto di non voler sapere. Il poeta deve compiere il salto: ma la consapevolezza offre ali o le spezza? Che cosa allora negare?

Non sorprenderà, alla fine di queste letture, che Montobbio sia stato spesso etichettato come “poeta del dissenso”; ma occorre precisare che si tratta di una negazione d’intenti del tutto positivi, che dà significato alla poesia e, attraverso di essa, all’inafferrabile realtà.


NOTE

[1] Le prime tre su questo numero di “Carte allineate”; le altre su numeri successivi.


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TRE TESTI DI MONTOBBIO


1.


EX LIBRIS

No es bueno apretar el alma, por ver si sale tinta.
El papel sigue siendo el asesino – el asesino de ti -
y quizá es mejor que la sombra y que sus dagas
por antiguas voces descalzas vayan. Por antiguas voces,
muy lejos del número y sus cárceles, entre nieblas
olvidadas. Pero también pienso que con todo esto
tal vez puedas hacer algún día un cuadernillo;
que con todo esto – rojos, nieblas y niños
que se dicen adiós por las esquinas - quizá sí puedas
reunir unos ilegibles pedazos de diario
para con paciencia zurcirlos, tarde adentro,
hasta que torpemente formen un libro hecho de frío.
Y quizá sobre sus grises tapas de lluvia
puedas tú poner mi nombre antiguo
y, justo debajo, las sabidas fechas
de mi nacimiento y muerte. Y entonces
mi nombre pequeño allí, mi nombre – pobre -
que no sé ya si da pena o si da risa
así grabado en unas tapas
ante las que puedas abrazar las evaporadas siluetas
de unos tristes fantasmas sentimentales que no soy
pero que los viejos papeles tercamente dicen que sí fui.


EX LIBRIS

Non è bene spremere l’anima per vedere se esce inchiostro.
Il foglio continua ad essere l’assassino – l’assassino di te –
e chissà che non sia meglio che l’ombra e le sue daghe
per antiche voci vadano scalze. Per antiche voci,
molto lontano dal numero e le sue prigioni, tra nebbie
dimenticate. Ma penso anche che con tutto questo
forse tu possa fare un giorno un libretto;
che con tutto questo – rossi, nebbie e bambini
che tra loro si salutano agli angoli – forse davvero possa
riunire degli illeggibili frammenti di diario
per ricucirli con pazienza, dentro il pomeriggio,
fin quando goffamente non formino un libro fatto di freddo.
E forse sopra le sue grigie copertine di pioggia
tu possa mettere anche il mio nome antico
e, appena sotto, le consuete date
della mia nascita e della mia morte. E allora
lì, il mio piccolo nome, il mio nome – povero –
che non so più se fa piangere o ridere,
così inciso su delle copertine,
davanti alle quali tu puoi abbracciare le svaporate sagome
di certi tristi spettri sentimentali, che io non sono,
ma che i vecchi fogli ostinatamente affermano che sono stato.


2.

LA CALIGRAFÍA DEL AMOR

La caligrafía del amor está hecha de mariposas y de sangre,
mientras se redondea una o masculla un lobo, en el palito de la t un tonto jazmín suspira,
y asimismo hay que decir que la caligrafía del amor se parece a la de la vida
porque es bastante más que extraña, que la caligrafía y el amor
son peores que la tristeza y que la lluvia, mucho peores, sí,
y que ningún destino es tan horrible y tan hermoso
como el de quienes se envían sueños de pechos y cinturas
aprisionados bajo sellos de diecisiete o sesenta y pico pesetas
-eso depende de la urgencia, también del sitio-
y que en los abortados celofanes del adiós y sus distancias
con gran terquedad fingen creer que para cosas como éstas
aún resulta mínimamente útil el correo.

Desde luego: la caligrafía del amor está hecha de mariposas y de sangre,
mientras se redondea una o sí que más de una vez masculla un lobo, etcétera.
Pero no me habléis de eso, de eso no me digáis nada, por favor,
nada de nada. Porque en tiempos como ése yo llegué a estar muerto
varias veces en un día, y por otra parte muy bien sé
que no existe mayor ruina
que la de saberse condenado al extrañísimo oficio
del ir sin ningún eco levantando
innumerables actas de cómo
tu propia vida te fracasa.


LA CALLIGRAFIA DELL’AMORE

La calligrafia dell’amore è formata da farfalle e da sangue,
mentre se ne perfeziona una o sussurra un lupo, nel tratto della t sospira uno sciocco
gelsomino,
e poi si deve dire che la calligrafia dell’amore sembra quella della vita
perché è ben più che strana, che la calligrafia e l’amore
sono peggiori della tristezza e della pioggia, molto peggiori, sì,
e che non esiste destino così terribile e bello
come quello di chi si manda sogni di seni e fianchi
imprigionati sotto francobolli di diciassette o sessanta e più pesetas
– questo dipende dall’urgenza, anche dal luogo –
e che negli abortiti celofan degli addii e nelle loro distanze
con grande ostinazione fingono di credere che per cose come queste
ancora risulti minimamente utile la posta.

Certamente: la calligrafia dell’amore è formata da farfalle e da sangue,
mentre se ne perfeziona una o così che più di una volta sussurra un lupo, eccetera.
Ma non parlatemi di tutto questo, non ditemi niente, per favore,
niente di niente. Perché in tempi come questi sono arrivato ad essere morto
diverse volte in un giorno, e d’altra parte so molto bene
che non esiste rovina più grande
di quella di sapersi condannato allo stranissimo compito
di andare senza alcun eco compilando
innumerabili atti di come
la tua stessa vita ti sconfigge.


3.

PARA UNA TEOLOGÍA DEL INSOMNIO

Minuciosamente sueño a Dios durante el día
para por la noche poder creer que me perdona.

Desde la culpa de no ser feliz, de no haberlo sido,
desencuaderno mis ojos huecos y de sobras sé
que no dormir es un rastro del infierno.


PER UNA TEOLOGIA DELL’INSONNIA

Accuratamente sogno Dio durante il giorno
e così la notte poter credere che mi perdoni.

Dalla colpa di non essere felice, di non esserlo stato,
scompagino, vuoti, i miei occhi e oltremodo so
che non dormire è una traccia dell’inferno.


[Traduzioni di Clarissa Amerini]

03/08/11

Pia Arletti e Franco Ferrini, AGAPORNIS SUITE HITCHCOCK

Un esordio letterario è sempre una scommessa, ma sembra l'abbiano vinta al primo colpo Pia Arletti e Franco Ferrini, psicologa lei e sceneggiatore lui, entrambi di La Spezia, che hanno dato alle stampe un romanzo scritto a quattro mani, con protagonista niente meno che il genio del cinema Alfred Hitchcock, nell'insolita veste di paziente in crisi psicologica.

AGAPORNIS SUITE HITCHCOCK (Milano, No Reply, 2011) è il racconto, ambientato a Beverly Hills nel 1965, di una psicoterapia brevissima: due sedute che Hitchcock, allora sessantacinquenne, avrebbe avuto (ma la storia è pura finzione) con la psicologa May Romm (quest' ultima veramente esistita), sua consulente nel film IO TI SALVERÒ.

Hitch (così preferisce farsi chiamare, evirando il suo cognome dall'ultima parte cock, che in inglese significa “gallo", o "esemplare maschile di volatile”, ma anche “pene”) sta male: è insoddisfatto del suo ultimo film MARNIE, ma il disagio che avverte è più profondo e, forse, ha radici lontane.

Quando varca lo studio della dottoressa Romm, il genio del cinema mostra tutte le sue debolezze: suda, si agita, somatizza il suo disagio con un irrefrenabile attacco di colite; ma, pur controllandosi per esperienza professionale, è imbarazzatissima anche la dottoressa Romm che, visto il rapporto travagliato che ha avuto col suo paziente durante le riprese di IO TI SALVERÒ, riesce con difficoltà a padroneggiare la situazione.

Il romanzo, dopo un avvio un po' stentato, si snoda con dialoghi serrati e continui colpi di scena, quasi come una pièce teatrale: il lettore è trascinato in un vortice degno di VERTIGO, fino al finale, con una terza seduta mancata, che spiega (anche se non del tutto) il titolo del libro.

Un'opera che lascia qualche perplessità sulle reali intenzioni dei due autori, ma che, letto come divertissement, e per gli appassionati del cinema e di Hitchcock in particolare, è un libro piacevole, pur con qualche (voluta?) inesattezza.

Un libro che, forse, vuole essere una critica alla stessa psicanalisi, o almeno all'idea salvifica di essa e che comunque ci svela, pur nella finzione, molti aspetti reali della personalità del regista inglese. Gli autori, infatti (non dimentichiamo che Ferrini lavora da più di trent'anni nella cinematografia) si sono dettagliatamente documentati, rendendo la storia credibile e mischiando abilmente realtà e finzione. Come nel grande cinema.

[Gabriella Mignani]

01/08/11

Miniatures



[Small enclave of tradition within the modern scape (Bangkok 2008). Foto di Marzia Poerio]

01/07/11

CHIUSURA ESTIVA





Chiusura estiva. La redazione di "Carte allineate" augura buona estate. Il prossimo numero uscirà in agosto.

29/06/11

CARTE ALLINEATE. Numero 52, Giugno 2011 / Issue 52, June 2011

Per articoli del mese, vai a "giugno 2011" in ARCHIVIO BLOG, o consulta l'INDICE ALFABETICO qui sotto. Per gli arretrati vai a ARCHIVIO BLOG e a "Di cosa si parla su 'Carte allineate': Indici". Cerca nomi e titoli specifici con il SEARCH BLOG / Find the entries in the current month at "giugno 2011" in ARCHIVIO BLOG or in the INDEX below. Find past issues in ARCHIVIO BLOG and in 'Di cosa si parla su Carte allineate: Indici'. Look for specific names and titles by using the SEARCH BLOG.

INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Marzia Poerio.

- ACCERBONI, Laura, TRE POESIE. Testi, 7-6-2011.
- CHEN, Jin, 战国 (Zhan Guo) - THE WARRYING STATES. Storie di film di Renato Persòli, 13-6-2011.
- COSEY, LE BOUDDHA D'AZUR. Storie di immaginidi Renato Persòli, 13-6-2011.
- GINSBORG, Paul, SALVIAMO L'ITALIA. Note di lettura, 25-6-2011.
- LELORD, François e ANDRÉ, Cristophe, COMMENT GÉRER LES PERSONNALITÉS DIFFICILES. Notee di lettura di Aurelio Devanagari, 27-6-2011.
- MONTOBBIO, Santiago, ABSURDOS PRINCIPIOS VERDADEROS. Testi con commento, 21-6-2011.
- OBADIA, Lionel, IL BUDDHISMO IN OCCIDENTE. Note di lettura di Aurelio Devanagari, 5-6-2011.
- PIZZI, Marina, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [61-70]. Testo, 3-6-2011.
- RAIMONDI, Daniela, PENELOPE. Testo con traduzione di Anamarìa CROWE SERRANO, 17-6-2011.
- REA, Ermanno, NAPOLI FERROVIA. Note di lettura, 5-6-2011.
- RELIGION AND SOCIETY IN CONTEMPORARY KOREA, a cura di Richard K. Payne e Karen M. Andrews. Note di lettura di Aurelio DEVANAGARI, 5-6-2011.
- TONELLI, Angelo, IL FIUME GENEROSO. Testo, 11-6-2011.
- YI, Mun-yol, 우리들의 일그러진 영웅 (NOTRE HÉRO DÉFIGURÉ). Note di lettura, 9-6-2011.

27/06/11

François Lelord e Cristophe André, COMMENT GÉRER LES PERSONNALITÉS DIFFICILES


[The cantankerous and the box angel. (From the walls of Brussels). Foto di Marzia Poerio]


Parigi, Odile Jacob, 2000

Psichiatri e psicoterapeuti, gli autori di questo volume non hanno scritto tanto un manuale di self help come parrebbe suggerire il titolo, quanto piuttosto un libro divulgativo, ma di buona qualità, sui tratti caratteristici e gli atteggiamenti comportamentali delle personalità ispide.

Le tipologie cui viene dedicato più spazio sono quelle ansiose, paranoiche, istrioniche, ossessive, narcisistiche, schizoidi, di tipo A (persone iperattive e competitive), dipendenti, passivo-aggressive, schive.

Di ogni tipologia vengono fornite la mentalità, esempi, indicazioni sul modo migliore di rapportarsi di volta in volta con questa o quella personalità.

Dalla lettura risulta alla fine un campionario dei modi di essere della tarda modernità occidentale: sembra di riconoscere nella personalità istrionica certi leader politici, in quella narcisista certe figure dello spettacolo, ma più in generale il collega, la conoscente, noi stessi forse.

Mi ha colpito questo libro, che non è a sfondo religioso, nondimeno sono io a recensirlo su “Carte allineate”, perché è un repertorio di umanità; e si propone non di etichettare banalmente come nella psicologia comportamentale, bensì di conoscere le modalità dell’essere come nella psicologia cognitiva; infine lo scopo è compassionevole, ovvero quello di imparare a trattare in modo corretto con chi sembrerebbe difficile, così da trarne e offrirne beneficio favorendo la convivenza col prossimo. Il volume si chiude con riflessioni sulle opportunità del cambiamento.

[Aurelio Devanagari]

25/06/11

Paul Ginsborg, SALVIAMO L'ITALIA

Torino, Einaudi, 2010

Il primo capitolo si intitola con una domanda retorica: “Vale la pena salvare l’Italia?” Un paese che presenta, da un lato, nonostante il calo recente, livelli di politicizzazione tra i più alti in Europa, ma ha “uno scarso senso della nazione” e delle istituzioni (p. 16); è tuttora caratterizzato, soprattutto dopo i fallimenti del 1992-93, come li definisce Ginsborg, da alti livelli di corruzione ed è “uno dei più diseguali tra i paesi capitalisti avanzati” (p. 19).

In positivo, e come aspetti da incrementare, Ginsborg vede la “tradizione di autogoverno urbano”, la “vocazione europea”, la “ricerca dell’eguaglianza” e la “mitezza come virtù sociale” (p. 46): quattro fattori che appartengono alla storia italiana e sono stati non poco dissipati negli ultimi decenni, pertanto dovrebbero rinascere e rifondarsi per portare l’Italia verso un progetto di modernità autentica.

I limiti più evidenti del paese sono invece: una “Chiesa troppo forte in uno stato troppo debole” (p. 86); l’“ubiquità del clientelismo” (p. 95); la “ricorrenza delle dittature” (p. 102) (paragrafo in cui, come già in un suo libro precedente, Ginsborg stila paralleli tra i metodi di ricerca del consenso mussoliniani e berlusconiani); la “povertà delle sinistre” (p. 108), ovvero la difficoltà a dare una risposta efficace alle problematiche di cui sopra.

La proposta pratica di Ginsborg è quella di un’attivazione dei ceti medi urbani, dato che costituiscono il 60% della popolazione, nei loro strati socialmente utili in modo da assumere un sempre più consapevole ruolo di trasformazione.

[Roberto Bertoni]

23/06/11

Cosey, LE BOUDDHA D'AZUR

Marcinelle, Dupuis, 2011

Questo romanzo a fumetti disegnato con chiarezza e realismo senza cadere nel grossolano attraversa due generazioni tra il Tibet prima e dopo l'occupazione cinese; articolando una leggenda (quella del Buddha Azzurro e della Lhal, o fanciulla consacrata); delineando una storia d'amore e una scelta mondana rispetto a quella della vita religiosa, ma senza rinunciare ai principi del Buddhismo; infine evidenziando l'uso politico della religione da parte delle autorità.

L'elemento avventuroso non manca, anche se non invade le pagine, anzi è il collante dell'intreccio, in sintonia col genere fumetto cui il testo logicamente appartiene.

Si tratta di un'altra manifestazione di orientalismo in positivo, cioè con ammirazione per la cultura rappresentata, qui quella appunto tibetana in contatto tanto con quella occidentale (uno dei protagonisti è inglese), quanto con quella cinese (giudicata, in funzione al suo rapproto col territorio di occupazione, in negativo per l'invasione, ma non senza possibilità di rapporti umani che superino gli schemi ideologici e instuarino comunicazione, come nel caso della ragazzina cinese che si sostituisce alla Lhal e le consente la fuga).

Si legge con facilità, ma non è banale.

I colori delle vignette sono nitidi e i tratti gradevoli.

[Renato Persòli]

21/06/11

Santiago Montobbio, ABSURDOS PRINCIPIOS VERDADEROS


[Looking at the past from shining metal into stone (Paris, 2011). Foto di Marzia Poerio]


Santiago Montobbio, ABSURDOS PRINCIPIOS VERDADEROS. El Vendrell, March Editor, 2011

Questa raccolta di Montobbio contiene testi datati fin dal 1987 e si distingue per la coerenza con cui il percorso poetico è stato perseguito negli anni senza venir meno alla caratteristica, già da allora presente, di connubio tra elementi biografici dati indirettamente (e tanto più validi per la reticenza a rappresentare non la fattualità, bensì la situazione, universalizzandola) e simbolizzazione di aspetti esistenziali e archetipici tramite il ricorso agli elementi naturali.

L’acqua, la pietra, il fuoco, la terra e i riferimenti alla luce si dispongono, come li osserverebbe Bachelard, su un fondo semantico che ha un’autonomia allegorica mentre intanto acquisisce una forma e la trasmette ai testi, che spesso parlano, metaletterariamente e in aggiunta a quanto fin qui notato, della figura e degli scopi del poeta e del fare poesia.

Il difficilmente dicibile, per non cadere in páthos e verbosità, viene reso con fermezza, o ironia, o malinconia, ma non con cedimenti al grido romantico, così in particolare per quanto riguarda Amore e Morte.

La memoria sa di essersi attivata, ma i mai e le perdite, in breve un nulla costruttivo, un non oblio corredato da silenzio sul concreto del passato, prevalgono.

Le emozioni, al contempo, vengono espresse e comunicate proprio per mezzo di questi meccanismi composti e austeri, senza peraltro chiudersi nel gelo, scorrendo anzi nella melicità dei testi.

Qui di seguito tre componimenti brevi dalla raccolta.

[RB]



1.

EN EL SUEÑO PÀJARO, DE LA REALIDAD MENDIGO
mis ojos no han de anunciar la tierra
ni tener forma de espada
que haga del olvido olivo.
A mis ojos no les queda por perder ni una batalla
y un lento fuego solo puedo hacer de ellos
ahogadas cajas de música para ver
si tontamente cantan
que en clave de insomnio
te regalo un miedo.


2.

El poeta más que mentir anuncia
y a la vez retarda. Por disfraces
de papel la llegada
de la sangre atrasa
pero los disfraces son
semilla de mortaja: no
se conjuga
el adiós en el futuro. Y acaso un día
no fue así el azul o el beso, si alguien más
que un derruido fantasma en la memoria muerde.
Si alguien más, o si un sol crujiente
adentro un niño, así no fue, no pudo.
Pero no recuerdo, y es
el nunca mi terreno.


3.

PARADISE

No es que en mis cantos no haya
ningún paraíso, todo lo que pasa es que dicen
que se ha perdido.

19/06/11

RELIGION AND SOCIETY IN CONTEMPORARY KOREA, a cura di Richard K. Payne e Karen M. Andrews


[Shamanic totems (Seoul 2010). Foto di Marzia Poerio]

RELIGION AND SOCIETY IN CONTEMPORARY KOREA, a cura di Richard K. Payne e Karen M. Andrews, Berkeley, Institute of East Asian Studies, University of California, 1997

Tra i molti e tutti interessanti capitoli di questo volume, che fa il punto sulla situazione di pluralismo religioso della Corea, soprattutto sulle religioni cristiana, buddhista e confuciana che, come osserva Yoon Yee-heum nel suo contributo, THE CONTEMPORARY RELIGIOUS SITUATION IN KOREA, sono diffuse tutte e tre e nessuna pare prevalere (p. 1), se ne scelgono qui tre, per brevità necessaria di questo post e per curiosità più personale che per motivazioni di altro tipo: Choi Chungmò, HEGEMONY AND SHAMANISM: THE STATE, THE ELITE, AND SHAMANS IN CONTEMPORARY KOREA; John Duncan, CONFUCIAN SOCIAL VALUES IN CONTEMPORARY SOUTH KOREA; e Shim Jae-ryong, BUDDHIST RESPONSES TO THE MODERN TRANSFORMATION OF SOCIETY IN KOREA.

L’analisi dello sciamanesimo di Choi si prospetta particolarmente stimolante per un lettore italiano, dato l’utilizzo di categorie gramsciane. Riscontrando l’esistenza di pratiche sciamaniche come componente religiosa perdurante nella modernità, ma esistente in Corea fin dalla preistoria, viene evidenziato l’uso ideologico dello sciamanesimo da parte delle giunte militari del periodo della dittatura successiva al 1961, intese a dominare tramite il consenso, gramscianamente.

Un aspetto dell’egemonia, fondato su quello che Geerz indica come importante sentimento di simbolizzazione dell’elemento primordiale nelle società in corso di modernizzazione, è stato in Corea proprio lo sciamanesimo, inteso come un aspetto delle proprietà culturali, o immateriali, della nazione, sancite da una legge del 1962 e usate come una maniera di rivolgersi alle classi popolari, soprattutto a quelle rurali ed ottenerne il sostegno rivitalizzandone le tradizioni.

Nondimeno, nei confronti dello sciamanesimo gli atteggiamenti dello stato durante la dittatura variarono e furono caratterizzati anche da contraddizioni, in quanto venivano soppresse le pratiche superstiziose mentre si incoraggiavano le ascendenze culturali:

“Under these circumstances, shamans in Korea faced two opposing forces: the government's promotion of shamanic rituals as Important Intangible Cultural Properties and, simultaneously, the suppression of shamanic healing practices. While some shamans were honored as Human Cultural Treasures and became superstar shaman artists, the lesser-known neighborhood shamans were frequently harassed by the police” (pp. 26-27).

Si ha così, secondo Choi, la trasformazione della tradizione sciamanica, con distruzione del suo significato originario e la sua ristrutturazione mercificata e modernizzata.

A partire dagli anni Ottanta, invece, dello sciamanesimo si riappropriarono i gruppi progressisti e utopisti. Un esempio di questa neo-tradizione è il “madang-guk”, una forma di teatro di protesta che congiunge i rituali sciamanici col teatro popolare. La figura dello sciamano viene a rappresentare un tramite tra il popolo e l’aspirazione al cambiamento:

“Revolutionaries employ shamanism as a cultural frame for their reform movement. The shaman's lowly social status is compared with that of oppressed people. The shaman, however, has overcome the physical and spiritual trauma caused by spirit possession and social segregation. Through this very suffering, a shaman has developed sympathy and insights into the lives of oppressed people. Furthermore, a shaman brings the problems of individuals to the attention of community members. During rituals, shamans mediate and eliminate the distance between humans and gods and between individuals and their alienated neighbors. In the revolutionary mind, the shaman is at once a symbol of oppressed people and a savior” (p. 34).

Quanto al capitolo di Duncan, si misura col confucianesimo, uno dei sistemi ideologici che più hanno influito sulla Corea contemporanea e che viene costantemente citato per spiegare, non solo in Corea, ma anche in altri paesi orientali, soprattutto in Cina, alcuni aspetti dello sviluppo. Duncan nota l’interesse confuciano per l’istruzione, il trasferimento di tale valore dall’aristocrazia coreana preindustriale sulle classi medie sudcoreane dello sviluppo, con applicazione all’apprendimento di nuove tecnologie occidentali, ma non solo. Al contempo parevano sopravvivere, ancora negli anni Novanta, i valori confuciani dei rapporti familiari e della dedizione filiale, come pure la lealtà e la dedizione al lavoro.

Si assisteva al contempo a una trasformazione del confucianesimo in modo tale che potesse adattarsi alla modernizzazione:

“The personal virtues of sincerity (sŏngŭi), humility (kyŏmson), frugality (kŏmso), and self-restraint (chaje) are still upheld by some individuals, but these values are better suited to the rural scholar than to the urban businessman, and they, too, seem to be increasingly ignored as South Korean society heads down the path of commercialization and conspicuous consumption. These trends seem to suggest that as a general rule Confucian values have survived where they have been compatible with the needs of modernization and have declined where they are not” (p. 50).

Non potevano più sussistere determinati valori in una società in cui si sono modificati aspetti intrinseci di portata ideologicamente ampia come l’emancipazione femminile ed estrinseci quali il codice di vestiario. Nondimeno, l’autore di questo capitolo nota la sopravvivenza dell’etica sociale e familiare confuciana negli anni Novanta e la ascrive vuoi allo scarto culturale, per cui certi elementi si evolvono tramite sradicamento e altri tramite adattamento, vuoi al rapporto tra stato e confucianesimo, al fatto cioè che l’ottica confuciana, soprattutto il senso della gerarchia, venne utilizzata come strumento politico non troppo difforme dalla “long tradition of official inculcation of Confucian values for political purposes” della Corea anche premoderna (p. 53).

Infine il capitolo di Shim sul budddhismo nella modernità dimostra come anche in Corea questa religione si sia rivelata flessibile, capace di adattamenti, manifestandosi come categoria di valori pratiche appartenenti a una mentalità riemergente sotto forma di altruismo e di Buddhismo della liberazione (minjung pulgyo), diffusa anche, sull’onda dell’influsso del Cristianesimo e del liberalismo politico, tra i ceti intellettuali:

“Educated intellectuals and radical activists see that society is undergoing large-scale industrialization. They are trying to revive the Buddhist consciousness, which aims to eradicate human suffering. Partly motivated by competition with Christianity, which follows Latin American liberation theology, and partly energized by the traditional Mahāyāna bodhisattva spirit of helping and saving all beings, there has arisen among the educated class a renewed interest in Buddhist philosophy and Sŏn meditation” (pp. 82-83).

Secondo Yoon, al momento in cui questo volume fu scritto, negli anni Novanta, “Confucianism remains the most pervasive of the traditions, but we can hardly say that it represents contemporary Korean culture. The nation is at the moment caught in a chaos of conflicting values. This chaos has occurred in the process of Western culture, including Christianity, being transplanted into Korea. The situation is made more intense by the decline of the Confucian worldview” (p. 14).

[Aurelio Devanagari]

17/06/11

Daniela Raimondi, PENELOPE


["There’s gold pouring in the street". Foto di Marzia Poerio]


PENELOPE

"ma la vecchia salì al piano alto, gridando di gioia,
per dire a Penelope che il suo sposo era in casa; …
Le stette sopra la testa e le diceva parola:
'Sveglia, Penelope, creatura cara, vieni a vedere
con gli occhi tuoi quello che invochi ogni giorno.
È venuto Odisseo, è in palazzo, finalmente tornato.'"


[ODISSEA, Libro ventitreesimo]


Che non chieda di me.
La mia vita non cambia se sento la sua voce.
Le parole non servono quando si è visto il mare.
Le parole d’amore appartengono ai poeti,
ai pazzi, o agli dei.

Non mi cercate
anche se il cane riconosce il passo di un re lungo il sentiero,
anche se tace il canto a lutto degli uccelli.
Per vent’anni ho atteso la sua voce.
Sola
china su un grumo di ricordo.
Stringevo pietre fra le mani,
il sangue mi brillava in viso come una ferita.

Per troppe notti ho cercato la sua ombra.
Mi accarezzavo sognando il movimento dei suoi fianchi,
i lombi che marcavano il cammino del piacere.
E ogni notte pensavo alla sua gloria contro le mie miserie,
alle sue cosce avvinghiate ad una dea di là dell’acqua.

Le capre morirono da tempo sopra i monti.
Gemevano ogni notte, sole
le mammelle fatte sassi, il latte inutile.
Ah il tempo, il tempo!
Le mie ossa piegate,
l’onore che mi legava i polsi.
Ah i fianchi tristi,
la mia bocca di calce!
Meglio crederlo morto adesso.
Meglio cullare l’odio fra le braccia
come fosse un figlio.

Che non chieda di me.
Non ho più nome, io non ho memoria.
Conservo l’armatura, lo scudo, la corona.
E i vasi d’olio, i lini per l’alcova.
Ma è tardi adesso.
La vite è secca,
negli occhi ho pozze di terra.

Sprangate quelle porte.
Tornate quando è l’ora della cena,
quando il falco vola alto sopra la montagna.
Lasciate che mi chiami.
Ho chiuso il corpo
gli occhi
tutte le finestre.
Fuori l’oro cola nelle strade.
Qui è la notte.



PENELOPE


'but the old nurse went up to an upstairs room, shouting for joy,
to inform Penelope that her husband was back in the house…
She stood beside her lady’s head and spoke to her:
"Wake up, Penelope, my dear child, so you can see
with your own eyes what you’ve been wishing for every day.
Odysseus is back, he’s in the house, finally home"'


[ODYSSEY, Book twenty three]


He needn’t ask a thing of me.
My life won’t change just because I hear his voice.
Words won’t do when you’ve seen the sea.
Love words belong to poets,
to mad men, or the gods.

Don’t come looking for me
even if the dog recognizes a king’s footstep along the path,
even if the birds stop their dirge.
Twenty years I waited for his voice.
Alone
slumped over clotted memory.
I clung to stones,
the blood glistening on my face like a wound.

Too many nights I searched for his shadow.
I’d touch myself dreaming of the movement of his hips,
loins that mapped the path to pleasure.
And every night I thought of his glory and my despair,
of his thighs wrapped round a goddess beyond the waves.

The goats on the mountains are long dead.
They whined every night, alone
their udders turned to stone, their milk gone to waste.

Ah, time, time!
My bones breaking,
honour binding my wrists.
Ah, my sad hips,
my calcified mouth!
I’d rather think him dead now.
Cradling hatred in my arms
as if it were a child.

Let him ask nothing of me.
I no longer have a name, I have no memory.
I’ve kept the armour, the shield, the crown.
And the jars of oil, the linen for the alcove.
But it’s too late now.
The vine has withered,
my eyes have become clay pits.

Bolt those doors.
Come back at supper time,
when the falcon flies high over the mountain.
Let him call me.
I’ve shut my body
my eyes
all the windows.
Outside there’s gold pouring in the streets.
In here it’s the dead of night.

[Traduzione di Anamarìa Crowe Serrano]


NOTA

La poesia è tratta da INANNA, Faenza, Mobydick, 2006.

15/06/11

Lionel Obadia, IL BUDDHISMO IN OCCIDENTE


[ Museum of Buddhist Art (Seoul 2010). Foto di Marzia Poerio]


Lionel Obadia, IL BUDDHISMO IN OCCIDENTE. Bologna, Il Mulino, 2009

Dialogando con un’ampia bibliografia, che comprende tra gli altri gli studi francesi di Droit, Faure, Lenoir e Vernette, questo libro di Obadia fa il punto sulla ramificazione occidentale del Buddhismo.

Uno degli aspetti della diffusione in Occidente è l’aspetto di orientalismo (p. 10).

La storia del Buddhismo in Occidente è, almeno in parte, “la storia della costruzione di una sua rappresentazione in un particolare immaginario”, che si può distinguere in tre modalità: “quella esoterico-leggendaria, quella razionalistico-letteraria e quella coloniale-utopistica” (p. 42).

Dall’Ottocento agli inizi del Novecento, “uno dei tratti più costanti delle interpretazioni del Buddhismo consiste nel non riconoscergli lo statuto di religione. Questo argomento, uno dei temi classici dell’orientalismo erudito ottocentesco, si ripresenta con forza alla fine del Novecento per giustificare il successo del Buddhismo nelle società occidentali moderne” (p. 45).

Dagli anni Novanta in poi, la “buddhofilia” occidentale (p. 18) è dovuta a vari fattori, tra cui “l’attualità del messaggio buddhista che ‘parla’ a una società postindustriale e moderna” (p. 19), coincidendo in parte con l’antimaterialismo e il rigetto del consumismo di determinati gruppi sociali e individui (p. 67), e in oarte rispondendo al “diritto alla felicità” espresso dalle ideologie occidentali e in funzione delle quali il Buddhismo si presenterebbe come un risposta che combina l’adeguamento simultaneo al “benessere materiale” e allo “spirito” (p. 93). Se ciò provocò una coincidenza parziale col movimento New Age negli anni Ottanta, si è assistito in seguito a una presa di distanza da parte dei buddhisti (p. 68). Permane comunque una doppia caratteristica: da un lato quello della tradizione, dall’altro quello di nuovo culto tra le religioni intervenute nell’Occidente negli ultimi decenni (p. 79).

Elemento importante degli ultimi decenti è stato il “processo di traduzione”, sia in termini di trasposizione culturale che di resa in lingue occidentali dei testi (p. 41).

Obadia cita il modello di “trapianto” di Martin Baumann e quello di Jan Nattier basato trasporto per migrazione di buddhisti asiatici, importazione da parte di occidentali ed esportazione ovvero opera di diffusione cosciente.

Tra le scuole più presenti, si trovano il theravada (iorca un terzo degli adepti in Francia), il buddhismo Zen e quello tibetano.

La tendenza attuale parrebbe quella verso un “Buddhismo moderno” e “universale”, che dialoga con le altre religioni occidentali (soprattutto il Cristianesimo), ha aspetti di impegno (ecologico, per esempio); e, come sostiene Harvey Cox, rappresenta un “nuovo umanesimo” (p. 113).

[Aurelio Devanagari]

13/06/11

Chen Jin, 战国 (Zhan Guo) - THE WARRYING STATES


[Detail of palace (Brussels, 2011). Foto di Marzia Poerio]


Cina, 2011. Con Honglei Sun, Kiichi Nakai, Kim Hee-Seon, Francis Ng, Tian Jing

Il titolo si riferisce al periodo di guerre tra stati rivali anteriore all'unificazione della Cina sotto la dinastia Qin nel 221 a.C.

Vari elementi rispecchiano la vicenda storica, o per lo meno alcune delle sue ricostruzioni. Tra questi abbiamo l'esistenza del protagonista Sun Bin e del suo rivale e condiscepolo Pang Juan, nonché le dinamiche della lotta intestina tra gli stati di Qi e Wei.

Al contempo, questo film spettacolare, ed epico in parte, in parte melodrammatico, si ammanta di leggenda, con concessioni tanto al clamore delle battaglie, quanto alla delicatezza dei sentimenti familiari e amorosi.

La vicenda. Sun Bin viene attratto dallo stato di Qi in quello di Wei da Pang Juan che, ordita una congiura nei suoi confronti, la fa accusare di tradimento e torturare, senza con ciò riuscire a persuaderlo a trascrivere l'ARTE DELLA GUERRA, tramandatagli dal maestro di entrambi, Gui Guzi. Tian Xi, principessa di Qi, innamoratasi di Sun Bin, a sua volta coinvolto emotivamente con lei, riesce a liberarlo. Sun Bin sarà lo stratega della spedizione che distruggerà le forze di Wei guidate da Pang Juan. Per amore, reso invalido dalle torture subite, si getterà da una rupe, disperando di poter mai convolare a nozze con l'amata, ma morendo tra le sue braccia prima che costei sia in grado di annunciargli che il re di Qi concede loro di sposarsi. La sorella di Pang Juan si uccide dandosi alle fiamme per aver fallito nell'opera di dissuasione dall'impresa bellica contro lo stato di Qi.

Lacrime, lavorio dell'intelligenza, paesaggi grandiosi e scene di battaglia, dinamismo di tutti gli attori protagonisti e soprattutto di Tian Jing (nella parte di Tian Xi), esordiente dalla tv nel cinema proprio con questa pellicola.

[Renato Persòli]

11/06/11

Angelo Tonelli, IL FIUME GENEROSO


[Rather the night than dawn on that river. Foto di Marzia Poerio]


Il fiume è generoso, il dio del fiume, che distilla
una quiete da aurora primordiale
quando il sole trionfa, nell’estate
serena delle ali dispiegate
in piena libertà tra acqua e cielo,
azzurri, conciliati in perfezione
di anima e di spirito, musica
vivente di minuscole e maiuscole
creature delle altezze e degli abissi.
Il fiume è generoso, il dio del fiume,
con il poeta che soggiorna ore e giorni
a contemplarne il flusso senza fine
che trabocca, all’orizzonte, in altre acque.
Guizzano uccelli blu cobalto in controsole.
Già si placano
le grida dei gabbiani, si avvicina
dalle gole dei monti la notturna
madre dei viventi, golfo sacro
per il palpito lontano delle stelle.

09/06/11

Yi Mun-yol, 우리들의 일그러진 영웅 (Uridurui ilkurojin yongung), NOTRE HÉRO DÉFIGURÉ


[Perplexed figure (Brussels Oriental Museum, 2011) . Foto di Marzia Poerio]


1987. Traduzione di Ch'oe Yun e Patrick Majavascript: Saint-Amand-Montrond (Cher), Babel, 1993

Questo romanzo breve di Yi Munyol (nato nel 1948) ha lasciato traccia tra la narrativa sud-coreana contemporanea e ne è stato anche tratto un film per la regia di Park Jong-won (1992).

La storia, nel testo di Yi Munyol, narrata in prima persona, è quella di Han Pyong-t'ae, un ragazzo della classe medio alta seulita, il cui padre, funzionario statale, è stato inviato per motivi politici in provincia. Il protagonista, lasciata così la scuola d'élite che frequentava nella capitale, si ritrova in un istituto regolato da principi meno avanzati, basati ancora su una gerarchia in cui il capoclasse, Sokdae, tramite una serie di alleanze e intimidazioni tra i compagni di classe e con la protezione, pur inconsapevole, basata cioè sull'incapacità di vedere le ingiustizie, dell'insegnante, sottopone il narratore come tutta la scolaresca ad angherie e prepotenze, ottenendo in più il migliore profitto in funzione di un sistema diciamo così clientelare, in base al quale si fa di volta in volta passare i compiti dai ragazzi migliori in ogni materia. La situazione, dapprima ostacolata dal narratore, si evolve con una sua iniziale sconfitta, dato che, per il fatto di trovarsi in minoranza tra gli studenti e per l'impossibilità di far credere alle autorità scolastiche le prepotenze di Sokdae, si adatta anch'egli alla gerarchia esistente, se non altro per quieto vivere. Soltanto in seguito, con la sostituzione dell'insegnante e l'arrivo di un docente più giovane e dai metodi più democratici, l'ingiustizia viene identificata, infine punita, mentre gli alievi ritrovano unità tra di loro e vincono il timore. La storia si conclude anni dopo, quando Pyong-t'ae, già laureato e sposato, incontra casualmente su un treno Sokdae e lo vede arrestare per un reato.

Abbiamo riassunto in questo modo anche per mostrare come questo romanzo breve sia un'allegoria del potere, metta in rilievo la costruzione di una barriera di prepotenza basata sull'intimidazione e l'adulazione ("la forza e il consenso", come scriveva Gramsci a proposito delle dittature); e come solo la fiducia nei valori della democrazia, dell'avanzamento per merito soltanto e della giustizia possano scuotere l'assolutismo e ricreare alleanze e solidarietà tra i cittadini.

Oltre al sostrato allegorico, costruito senza didattismo, perciò tanto più efficace, si ha qui naturalmente un romanzo di formazione, ben reso attraverso gli occhi di ragazzo del protagonista, non tuttavia infantilizzato, la cui voce non adultificata non ha niente di banale, è anzi una lezione di vita appresa fin da un'età in cui le illusioni, anziché persistere, si disgregano anzitempo.

[Roberto Bertoni]

07/06/11

Laura Accerboni, TRE POESIE

1.

No,
neanche questa notte
ci salveremo:
di noi
si domanderanno
incerti,
i cieli futuri,
quale colpa
e quale inganno
hanno reso
questi sogni
né cosa viva
né cosa morta?


2.

Non mi vedi più
eppure mai sono stato.
Sono solo creazione
della tua mano
non parte della tua nascita.
Ho giocato con la costola
del primo uomo.
Avvicina l’occhio
alla stanza:
dove sono gli angeli
che ti ho donato?


3.

Vi dico
che i fossi sono
ormai addormentati
sotto ciò che tranquillizza l’uomo
nelle sue vesti di ritorno.

Ora non è più l’andare
nuovamente e ancora
nell’eterno,
che non è più il restare
dei ritrovati.

Annegare nella terra
non è
che un voltarsi degli occhi
che si riprendono
al loro margine
naturalmente.

05/06/11

Ermanno Rea, NAPOLI FERROVIA


[Railway tracks (not in Naples, though). Foto di Marzia Poerio]


Ermanno Rea, NAPOLI FERROVIA. Milano, Rizzoli, 2007

Il procedimento narrativo è in parte simile a quello della DISMISSIONE, con un narratore in prima persona e un interlocutore, il quale ultimo, questa volta, si presenta nel corso del libro come reale, un frequentore delle zone adiacenti alla stazione di Napoli, soprannominato Caracas, ma la sua esistenza viene messa in dubbio, negata cioè e poi affermata, lasciando così spazio alla confusione sullo statuto del personaggio: "Caracas non è mai esistito; forse mi sono inventato ogni evento di sana pianta" e "Chi mi conosce sa che non mi sono inventato nulla. Figurarsi un personaggio come Caracas!" (p. 357).

Vero o meno che sia Caracas, o il suo modello reale, è vero che rappresenta un prototipo di antitesi del narratore in prima persona, i cui dati biografici riflettono in parte quelli dell'autore. In questo gioco di prospettive già è insito un metalinguaggio letterario.

Nondimeno l'argomento del libro è Napoli, sul piano saggistico e memoriale che coesiste con quello narrativo e dialogico.

Una città ricordata soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta e comparata a quella odierna e ai suoi elementi di degrado. Un apagina su una macchina fotografica regalata al narratore in prima persona dal padre sembra indicare non solo una passione per la fotografia, ma lo scopo e la forma di qeusto libro: "il mio senso soprattutto visivo, fenomelogico del mondo. E cominciai a fotografare la città, modella perfettamente disinibita del dolore e della gioia, sempre piena di scorci ineffabili, di volti intensamente espressivi, di situazioni paradossali [...]. Ogni fotografia costituiva un passo avanti nel processo di conoscenza di me stesso attraverso la città. O forse la città svestita, penetrata, scandagliata dai miei occhi insaziabili" (p. 245).

La soggettività narrante evoca momenti dellla propria adesione al comunismo e di quella del padre, mentre l'interlocutore e antitesi si dichiara nazista e si rivela contraddittorio combinando l'ideologia di destra con la conversione all'Islam e la comprensione della povertà, protagonista inoltre di una pietosa storia d'amore con una ragazza eroinomane.

Come se Rea tentasse di dialogare con l'opposto più che di esorcizzarlo evitandolo, frattanto tentando di comprendere la modernità tarda e caotica.

[Roberto Bertoni]

03/06/11

Marina Pizzi, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [61-70]

61.

era talmente in darsena finire
che quando avvenne l’epopea del sangue
nessuno accorse a liberare l’angelo
bene d’occaso da molto tempo dentro
dentro il lutto che ci rimembra vivi.
nuca di soqquadro rigore e vuoto
stare dalle parti delle aureole festive
senato chiuso in un balbettio di sfingi.
i fiori sull’orchestra sono infiniti
abiti di quiete e dietro l’angolo
la cometa con cortesia si spezza
dato che ormai nessuno la rispetta.


62.

l’autore è un gioco di persone tenui
uno sberleffo col cielo è dire poco
dacché la nenia è una risacca obliqua
sbattuta in viso allo schiavo desto.
dacché l’arbitrio della luce è il buio
con te non voglio rovistare il salice
né la penombra che abbocca alla crisalide.
è un gesto di sconfitta sapere il lido
dove la darsena è materna o altro
dato che l’abaco conta già tutto.
in gelo all’incidente della nascita
torno domani per un decente incontro
con la scissa origine del fato.
tu giammai dammi l’etichetta
per il forno crematorio di tutta la cenere.
in mano alla perizia della rotta
voglio l’inguine ingenuo della nuca
la voglia della fine di volere.


63.

la scatola bisbetica del cosmo
le voci del sale
quando all’interno bivaccano le storie
il globo del soccorso
ebbi un pane candido di stelle
il talento del giogo
quando piango con le ginestre in tasca
la mimosa gemellare.
mi metterò la cintola del guadagno
per vincere l’adagio del sorpasso
la nenia curva di piangere al segreto.
in mano alla rendita del salto
vo ladrone di selle da cortile.


64.

attorno alla risacca so il tuo nome
atto del verbo che non mi dà amore
ma colonnati invisibili di spreco.
non ho nessuno che paghi per me la retta
o lo scompiglio delle lacrime
addosso al crimine dell’ammiraglio
mozzo per delinquenza d’asma
o chissà che cosa da capire ancora
sotto la morsa della penna vuota.


65.

puoi stare con le nubi ai polsi
nessuno ti chiederà il barometro
o l’armistizio della chimera che non trovi.
l’alunno civilissimo del conto
non sa il rantolo e l’agonia costanti
verso la cosa che ci trasmette vivi.
la gerla di capir i rantolanti giochi
non basta la bravura di un ladruncolo
né il cipresso che non si piega mai.
in tutto encomio io vorrò dismettere
questa salutare erba ortolana
che bara sulla morte per un attimo.
la cenerentola che rapida si scempia
vola una nenia che non sarà più niente
nemmeno l’anfiteatro di una frottola.


66.

parla di pietra prima di delinquere
cerca la lapide prima di insozzare
le prominenti giare delle rondini.
le tirannie del ragno giocano la frottola
di fingere ricamato il mondo
quando è blasfemo il viottolo del caso
al caos. qui nella penombra s’indìca
trovatello il quadernuccio stufo delle
aste. l’agonia del fosso stipa i randagi
questo giocoforza senza la bretella
d’indice. sarai chiamato inverno senza
la polenta amata. le resine del sale
ammiccano le rondini delle fanciullaggini.
così non basta ripar le aiuole
sotto l’intruglio della foce.


67.

non crollo né realtà di vanto
stare qui sotto nella zona tolta
all’alamaro o al fato di soldati.
le resine bellissime del muro
sono qua sotto indici da nababbo
o boria per chi sa quale la cometa.
così s’ingegna la resina d’eclisse
filastrocca nana per il boia
dove ecumene è fatto di risalita.
l’anemone volgare della rotta
è qui che viene enciclopedia di mole
faro già spento per la musa accanto.


68.

offro l’anagramma per saper chi sono
sotto la truppa del tetto blasfemo
moria di me che non sono niente.
la trappola mortale del cipresso
chiami la nuca per tornar bambino
nonostante la resina del bello.
la giara che tramonta sotto la fiaccola
chiami di me un’era di montagna
una maestosa chioma di randagio.
àncora muta l’elasticità del pianto
stare in cornucopia senza la gioia
o almeno il nudo della regìa accanto.
così già muore la mia dottrina
questa trivella che non trova vanto
né dentro o fuori la velleità del muro.


69.

piango la malia che mi rese darsena
penombra di me senza l’appello
per una bravura almeno. sono al museo
del cristallo piatto. nulla da guardare
se non regìe di gole per il singhiozzo
maestre. qui nel male che ospita chiunque
si stipa la pandemia dell’effusione pece
quel raggiro che pendulo ritorna sempre
per lo sguardo occiduo del duale stare.
c’è da studiare il rimorso dell’albeggio
questo cipresso lungo più oltre il sale
che merita l’abisso. e invece i bei colori
delle bare fraintendono l’amore. il dono
muore sotto la lunatica scarpa dell’azzopparsi.
le liste delle croci hanno il silenzio
infisso. non dirmi a lungo quale sarà l’occaso
della marea bambina o il naufragio
in giro per la città che non diventa unica.


70.

la rovina del pane smesso
l’occiduo stantio quanto un amore
restato in stato di stazione
dove morente la resina del ventre
di noi ricorda la tremebonda assise
la vereconda stanza delle fiaccole
lasciate in dono di pari passo al sale.


[Le strofe precedenti di VIGILIA DI SORPASSO sono uscite su "Carte allineate" in data 27-11-2010, 17-12-2010, 19-1-2011, 21-3-2011, 7-4-2011, 21-5-2011]