05/12/10

APPUNTI SUL GIOCO NEL CONSIGLIO D’EGITTO DI LEONARDO SCIASCIA


[Number on a wall - what for? Foto di Marzia Poerio]


Caratteristica del gioco nel CONSIGLIO D’EGITTO è la convivenza e fino ad un certo punto coincidenza dell'idea sciasciana di letteratura con quella di impostura (gioco di trasposizione della realtà e gioco di pirandelliana inversione da parte di Sciascia di alcuni concetti guida della sua opera come quello di verità, inversione operata a fini di riconferma della verità in ultima analisi, cfr. miei altri appunti generali sul Consiglo d'Egitto), e del rapporto tra letteratura e azzardo, e financo letteratura e onirismo. Vediamo queste questioni più in particolare sotto forma di sintetici appunti di lettura [1].


1. Gioco d'azzardo collegato alla scrittura (e anche impostura e caos/ordine)

1.1

"[...] prontamente cogliendo l'occasione che la sorte gli offriva, con grave ma lucido azzardo, Giuseppe Vella si fece protagonista della grande impostura" (p. 496).

Qui l'azzardo convive con "lucidità", un azzardo paradossalmente razionale e coerente; è azzardo, si può inoltre inferire da questo brano, arrischiare l'impostura, che è tanto di Vella quanto soprattutto di Sciascia. Gioco, dunque, rischioso, momento forse di scoperta di tale rischio e della difficoltà, per l'autore (ma per qualunque autore), di condurlo senza caderci dentro.


1.2

"Nella casa che Monsignor Airoldi gli aveva fatto avere, spaziosa, piena di luce, da un lato affacciata alla campagna e con un piccolo orto recintato in cui scendeva a sgranchirsi o a fare la siesta, una camera era diventata un antro di alchimia. Giuseppe Vella vi teneva i diversi inchiostri; le colle graduate per colore, intensità e tenacia; i sottilissimi, trasparenti, lievemente verdicanti fogli d'oro; le intatte risme di vecchia, pesante carta; i calchi, le matrici, i crogioli, i metalli: tutte le materied e gli strumenti dell'impostura.
Per cominciare, aveva dislegato il codice foglio per foglio. Il mazzo dei fogli lo aveva accuratamente frammischiato, proprio come un mazzo di carte da giuoco: ché era per l'appunto un giuoco, il suo, di grande abilità, di grande azzardo" (p. 506).

La metafora della scrittura come alchimia e come gioco combinatorio è collegata all'immagine di un gioco di carte con ciò che questo comporta di casualità; come un collage, idea che a sua volta rimanda alla simile idea, della fine del CAVALIERED E LA MORTE, della letteratura come mosaico in grado di ricostruire i pezzi frammentari e caotici della realtà.

Se la falsità dell'impostura dell'abate Vella, nel CONSIGLIO D’EGITTO, distorce la realtà, essa ne riafferma al contempo la natura più profonda e intima. Nel realismo di Sciascia, la falsità, condannabile come inautenticità e opposta al valore "verità" sul piano esistenziale, è connaturata sul piano stilistico al codice della letteratura, che non è solo realismo, bensì anche "favola" (p. 627); entrambi i codici (realtà, e in questo caso storicità, ma anche codice fantastico) sono essenziali per Sciascia, tanto che convivono all'interno della stessa opera.


1.3

Sempre parlando di Vella, Sciascia scrive: "Nella sua mente era il giuoco dei dadi, delle date, dei nomi: rotolavano nell'egira, nell'era cristiana, nell'oscuro, immutabile tempo del pulviscolo umano della Kalsa; si accozzavano a comporre una cifra, un destino; di nuovo si agitavano martellanti dentro il cieco passsato. Il fazello, l'Inveges, il Caruso, la cronica di Cambridge : gli elementi del suo giuoco, i dadi del suo azzardo. 'Ma ci vuole soltanto del metodo' si diceva 'soltanto dell'attenzione: e tuttavia non poteva impeirsi che il sentimento ne fosse sollecitato, che la misteriosa ala della pietà sfiorasse la fredda impostura, che l'umana malinconia si levasse da quella polvere" (pp. 498-499).

Oltre a ribadire quanto sopra (punti 1 e 2), compare l'idea della necessità del metodo, elemento di ordine; ma anche l'idea che il metodo (l'ordine "freddo") si scontra con la passione della vita, elemento di caos; ulteriored elemento il fatto che l'impostura sia "fredda", cioè il gioco di falsificazione della realtà, e cioè la letteratura, si scontra con le passioni e anche falsificando è inevitabiled esprimere tale realtà della vita.


1.4

Il discorso su caos e ordine è così sviluppato: "Gli sbirri, si vedeva, si attardavano a frugare per amor dell'arte: l'arte di sconvolgere l'ordine di una casa, di intrigarne ogni elemento" (p. 563).

Evidentemente anche qui c'è un riferimento all'arte dello scrivere.

O forse si dovrebbe interpretare come un riferimento all'arte del leggere? (gli sbirri perquisiscono l'ordine acquisito da Vella, cercano ciò che egli ha nascosto, come Sciascia ha occultato qualcosa al lettore, ecc.).


1.5

Il gioco va da unità semplici a unità complessed e si svolge come i movimenti di un acrobata, il che, per l’uso del verbo “sperimentare”, parrebbe anche un riferimento metaletterario alle tecniche sperimentali: "[...] gli sorrideva l'idea di allargared e complicare il suo giuoco, di muoversi su una più spericolata trama, mandando avanti una scuola, tutta una scuola, su una lingua araba fondata praticamente da lui, da lui creata. Così l'acrobata passa, sperimentando un ardito esercizio, ad un altro più ardito, più dificile" (p. 516).

Quindi Il CONSIGLIO D’EGITTO è un anello per un'analisi del gioco in Sciascia in quanto equipara il gioco alla letteratura via impostura e strutturazione complessa; ma è importante anche perché la trama seguita da Vella (da Sciascia) è una trama segreta; si anticipa così il discorso del Contesto: anche le trame del contesto sono un gioco, non nel senso lieve di gioco letterario bensì nel senso di gioco di azzardo e di strategia letali, tali da condurre in prossimità della morte [cfr. gioco e complotto, più sotto].


2. Gioco, casualità e onirismo

2.1

L'abate Giuseppe Vella è un "numerista del lotto" (p. 493). Anche in altri brani di opere di Sciascia appare l'idea di lotto come casualità.

È piuttosto interessante che, in un'opera che più di altre di Sciascia affronta il nodo della letteratura come impostura e assieme della storicità e del realismo, il gioco del lotto (metafora della letteratura creativa tramite Vella autore di "impostura") venga messo in relazione col sogno: "più che un numerista il fracappellano era uno smorfiatore di sogni, dai sogni che gli raccontavano trasceglieva gli elementi che potevano assumere una certa coerenza di racconto e le immagini che nel racconto prendevano risalto egli traduceva in numeri" (p. 494).

Un aspetto della letteratura sciasciana è dunque il gioco della fantasia basata sul sogno, che sta accanto al suo realismo.


2.2

Una volta definito l'abate Vella un "numerista" ed entrati tramite il lotto nella cabala collegata all'universo del gioco, abbiamo questa rivelazione più che eloquente (e legata all'idea di vita come sogno di Calderón): "'La vita è davvero un sogno: l'uomo vuole averne coscienza e non fa che inventare cabale; ogni tempo la sua cabala, ogni uomo la sua... E facciamo costellazioni di numeri, del sogno che è la vita: per la ruota di Dio o per la ruota della ragione... E, tutto sommato, è più facile finisca col venir fuori una cinquina sulla ruota della ragione che su quella di Dio: il sogno di una cinquina dentro il sogno della vita...' Il vecchio mestiere di numerista rionale gli dava parole ad esprimere, almeno approssimativamente, la sua cabala; una cabala appena baluginante, che sfiuggiva e si spegneva nella superstizione" (p. 626).


3. Il gioco emoziona

3.1

"L'emozione del rischio era il suo [di Giuseppe Vella] elemento" (p. 508).


3.2

"Don Giuseppe si recò verso le sale dove si giuocava: gli piaceva veer scorrere nel gioco il denaro; veer scattare da una carta, da un numero, il colpo della sorte; osservare le reazioni di verse di quei gentiluomini, di quelle dame [i giocatori e le giocatrici]. Vero è ched era considerato indelicato l'assistere al giuoco senza in nulla parteciparvi: ma per un prete, cui redito e convenienza impedivano di far tavolino, si faceva strappo alla regola. E Don Giuseppe passava da un tavolino all'altro, soffermandosi dove più accanito era il giuoco. C'era poi un giuoco che gli dava più emozione: il biribissi, si chiamava, e al vincitore dava per sessantaquattro volte la posta; proibitisimo, si capisce: il che dava ai giuocatori, in più, il gusto del dispetto all'intrusa, sempre più intrusa autorità. Su una sola carta, un solo numero, a volte si dissolveva un feudo: Don Giuseppe, che non mancava d'immaginazione, veeva su quella carta, su quel numero, vivida affiorare la piccola mappa del feudo: la campagna vera, dura, concreta di rediti, senza idillio, senz'arcadia. [...]Persone segnate, persone destinate a perdere [...]. E c'erano le donne: giuocavano distratte, senza passione, quasi mai al di là del contante: onze, scudi, ducati d'argento; nel sentimento di Don Giuseppe l'argento era come la qualità, l'essenza di quel mondo femminile: voce, riso, musica, corposa e illusoria essenza, specchio ed eco; ché confusamente ne sentiva il fascino, confusamente desiderio e rispetto, malizia e castità gli si agitavano dentro. Ma senza dramma, quietamente appagandosi nell'occhio" (p. 504).

Il gioco dell'impostura, il gioco letterario, il rischio di per sé producono emozioni misteriose, fascino come in chi assiste al gioco delle carte. Questo motivo di per sé rivela un Sciascia assai meno freddo di come a volte lo si è rappresentato mentre va al contempo collegato al motivo degli sdoppiamenti: giocando questo gioco di impostura con il lettore, e anche con se stesso, l'autore Sciascia si sdoppia e si guarda giocare, mette in gioco questa parte forse oscura, un che misteriosa di sé mentre controlla l'intero meccanismo rappresentandolo (l'idea di fascino e di sdoppiamento, tramite l'immagine dello specchio, è nella descrizione del modo in cui giocano a biribissi le donne nel brano riprodotto qui sopra.


4. Gioco e complotto (e doppio gioco)

Come si osservava, la trama seguita da Vella (da Sciascia) è una trama segreta; si anticipa così il discorso del CONTESTO: anche le trame del contesto sono un gioco, non nel senso lieve di gioco letterario bensì nel senso di gioco di azzardo e di strategia letali, tali da condurre in prossimità della morte. Sul punto di essere smascherato, Vella "si diede a bruciare in cucina quelle poche carte, rimaste qua e là sparse, che in qualche modo potevano, ad un occhio esperto, rivelare qualche dettaglio del suo giuoco o soltanto darne sospetto" (p. 561).

Il gioco in tal senso è anche doppio gioco: "Gli sbirri si sparsero per la casa. L'abate [l'autore dei manoscritti scritti per impostura] e il giudice [che indaga su di lui fingendo di prestarsi al suo trucco del furto] si guardarono per un momento negli occhi, negli occhi dell'altro ciascuno lesse la misura di sé, del proprio giuoco: come stessero a tavolino, le carte di primiera in mano" (p. 562).

E ancora: "Sei una bestia. O lo fai apposta: hai capito il mio giuoco e me lo vuoi torcere contro" (p. 576).


5. Gioco come demistificazione

Il gioco di impostura di Vella finisce alla fin fine per essere demistificazione della storia scritta dalla parte del potere. Nel brano di p. 504, trascritto sopra nella rubrica "Il gioco emoziona", è indicato il rapporto tra gioco e potere politico: "il che dava ai giuocatori, in più, il gusto del dispetto all'intrusa, sempre più intrusa autorità". Il fatto che i giocatori si giochino a carte i feudi mentre il Vella li guarda è evidentemente una metafora del senso impegnato del gioco in Sciascia.


NOTE

[1] Si tratta di appunti per un saggio non ancora completato. Le citazioni sono tratte da L. Sciascia, IL CONSIGLIO D'EGITTO, 1963, in OPERE 1956-1971, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani, 1987.


[Roberto Bertoni]

03/12/10

Shyam Benegal, NISHANT


[Leaves on water, like the floating life (Seoul 2010). Foto di Marzia Poerio]


Shyam Benegal, NISHANT. India, 1975. Sceneggiatura di Vijay Tendulkar. Con Shabana Azmi, Satyadev Dubey, Girish Karnad, Smita Patil, Amrish Puri, Naseeruddun Shah

È un film di impegno, che mette in rilievo le differenze di classe dell’India rurale di quegli anni e la prepotenza dei proprietari terrieri (zamindar), che si estendeva dalla riscossione delle rendite sugli appezzamenti coltivati dai contadini, alla mediazione degli aspetti legali alla gestione dei beni, per arrivare anche allo sfratto e fino all’appropriazione feudale delle donne.

È su quest’ultimo aspetto che è incentrato il film. Vishwam, uno dei fratelli nella famiglia dei proprietari terrieri, quello che inizialmente sembrava morigerato, non dedito all’alcol né violento, si invaghisce di Sushila, la moglie del maestro del villaggio, di recente nomina, e la rapisce con l’aiuto dei fratelli. Da quel momento Sushila è proprietà della famiglia dei possidenti. Il marito tenta di liberarla, dapprima trovando la porta della masseria degli zamindar sbarrata, quindi ricorrendo inutilmente alle polizia e al sistema legale, che non osano mettersi contro i potenti. Ingenerando equivoci addirittura presso la moglie che lo accusa di non riscattarla in un incontro casuale e clandestino in un tempio, in realtà il marito agisce secondo uno schema politico. Coinvolge il villaggio, che ha in un primo momento assistito senza reagire al rapimento, facendo capire ai contadini, con l’aiuto di un religioso induista, che “non ribellarsi all’ingiustizia è peccaminoso”. La popolazione dunque si ribella, ma la situazione sfugge al controllo razionale e la famiglia degli oppressori viene trucidata: muoiono anche la moglie totalmente innocente di Vishwam e Sushila.

Il film adotta un’angolazione neorealista, che rende i particolari quotidiani nel dettaglio naturalistico dei muri scrostati, degli abiti dimessi, dei focolari a terra e così di seguito. La stessa magione dei signori ha qualcosa di maltenuto e il tutto è davvero lontano dalle idealizzazioni del cinema commerciale.

Shabana Azmi nella parte di Sushila conferisce a questo personaggio dignità e sicurezza interiore, mentre al contempo ne mette in rilievo le complicanze quando, ormai divenuta un dato di fatto la sua nuova vita presso i possidenti, cerca di ottenere un suo spazio per lo meno di rispetto esteriore.

Il marito ha un atteggiamento non conformista e non maschilista: contrariamente alle aspettative di alcuni nel paese riprenderebbe presso di sé la moglie, ma una ferita gli impedisce di salvarla dalla furia del popolo.

Anche il religioso che alla fine si ribella ai soprusi agisce secondo schemi anticonformisti, mettendo in crisi lo statu quo e l’immobilismo basato sulle caste e sulle differenziazioni sociali. Nondimeno resta prevaricato dall’esplosione di rabbia popolare, incapacitato a impedire la violenza.

Quale nazione dunque si faceva in quegli anni e di quale futuro si fa anticipatore questo film? Che ottenne premi in India e a livello internazionale.

[Renato Persòli]

29/11/10

CARTE ALLINEATE. Numero 45, Novembre 2010 / Issue 45, November 2010

Per gli articoli del mese, vai a "novembre 2010" in ARCHIVIO BLOG, o consulta l'INDICE ALFABETICO qui sotto. Per gli arretrati vai a ARCHIVIO BLOG e a "Di cosa si parla su 'Carte allineate': Indici". Cerca nomi e titoli specifici con il SEARCH BLOG / Find the entries in the current month at "novembre 2010" in ARCHIVIO BLOG or in the INDEX below. Find past issues in ARCHIVIO BLOG and in 'Di cosa si parla su Carte allineate: Indici'. Look for specific names and titles by using the SEARCH BLOG.

INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Marzia Poerio.

- AITA, Paolo, SULLA PERPLESSITÀ. Note di lettura di Rosa PIERNO, 5-11-10.
- CARLUCCI, Alessandro, GRAMSCI AND THE USSR: A SURVEY OF RECENT PUBLICATIONS. Note di lettura, 21-11-2010
- CHATTERJEE, Basu, SWAMI. Storie di film di Renato PERSÒLI, 23-11-2010.
- DASGUPTA, S.N., IL MISTICISMO INDIANO. Note di lettura di Aurelio Devanagari, 19-11-10.
- FERRAMOSCA, Annamaria, NOMI PER UN’ISOLA (Traduzione di Anamaría CROWE SERRANO). Testo, 13-11-2010
- JANG, Haiyang, 高考 (GAO KAO) 1977: EXAMINATION 1977. Storie di film di Renato PERSÒLI, 9-11-2010.
- LEE, Hae-Jun, 김씨표류기 (KIMSSI PYORYUGI). Storie di film di Renato PERSÒLI, 3-11-2010.
- MIGNANI, Gabriella, RADIOATTIVITÀ. Testo, 7-11-2010.
- NATHOMB, Amelie, LE VOYAGE D'HIVER. Note di lettura, 25-11-2010.
- PANARARI, Massimo, L'EGEMONIA SOTTOCULTURALE. Note di lettura, 15-11-2010.
- PIZZI, Marina, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [1-10]. Testo, 27-11-10
- RAVELLO, Giacomo, CANZONI PER OLIVIA. Testo, 17-11-2010.

27/11/10

Marina Pizzi, VIGILIA DI SORPASSO, 2009-2010 [1-10]


["The snow changing into sunset red". Foto di Marzia Poerio]


1.

ultimo cuore contare i morti
le giacche appese degli operai
esclusi dalle spade degli angeli.
in preda alle reclusioni delle gemme
fiacca il mattino in un rondinino
morto. le vedove mendaci della tara
dileggiano sul peso di morire. nessuna
giara ti darà più l’olio per rendere
felici i manicaretti da porre sulle tombe.
in faccia al muro elettrico del sale
venga l’attrice che finga di morire
così per verdetto di ristoro.


2.

la neve sporca si fa d’occaso
una spendacciona ciocca di fratello
per rendere la vita un poco sazia
nonostante il criterio dello spettacolo
morente.
tu mi sei amico per alamari e ciocche
quelle sciocchezze innocue che fan fratello
il morente ingenuo fatto della vita.
questo scompiglio d’epica la sorte
chiama la resina dell’eclisse
illuminato bavero partigiano.
così domenica incontrerò nell’inguine
la giara dell’alunno conservato
stante il criterio della luna piena.


3.

in penitenza sulla riva dell’ultimo
ruscelletto non ingoiato del caos.
è perno ancora il musico ribelle
padre di sé per un ricciolo di mora.
in penitenza sulla costa del furto
s’impari il panorama di chi perde
al gioco o al simbolo di credere
seppure evanescente il tuo bel viso.
in mano alla cipolla che fa piangere
il gerundio dell’escluso il sorso breve
contro un’arsura somma. e invece piange
il padre della sposa astemio sulla cenere
del volatile. in tanto mare spadroneggia
l’orco del cimelio di voltarsi indietro
indietro senza tramutarsi anzi invecchiando
con la stazza ossea.


4.

nel ghiaccio cocciuto ho visto la costanza
della stanza del vedovo. tutto come prima
anche se l’uovo non viene più cucinato bene.
la maretta del dolore è solo un remo in meno.
qui i cadavere accatastati si immaginano.
la gavetta del sonno marcio
fa malati i superstiti.
in gola le miriadi degli scempi
prosperano le girandole di fango.
le mie fiaccole sono il tornaconto del fato.
nulla si adempie per tenerezza.
l’angelo elementare gioca al ciclope
dimentica la protezione di essere chiamato.
in mano a una rondine parlante
la cimasa si fa castello ampio per entrambi.


5.

si gira il passo per cambiare vita
ma è solo un vuoto che rattoppa
un altro vuoto, bisbiglio disperato
sotto la cimasa del ciglio che piange.
in casa un almanacco rende pigro
perfino il monaco delle messe
la rivoltella pronta contro il sudario.
bello poter trovare un libro ad uso
di onestà elettrica. la noia respinta
dal giro della carica di ridere
la filastrocca e il cosmo come fazzoletti.
qui si accatta la nenia del verdetto
l’ultima catastrofe appesa alla soffitta.


6.

in coda alla partecipazione del divieto
la galera ronfava presa dall’attesa.
l’orto botanico non riusciva proprio a consolare nessuno.
il muro alto della prigione concludeva la giornata.
le monetine lanciate sul presepe non invalidavano niente.
si restava cretini come l’eremita sacrestano.
le stimmate erano di un pendolare ultradolorante.
in mano al calendario non accadeva che la cancellazione
il diverbio di cercare il giorno da biffare.
dette da un miliardario le parole buone fanno ridere
lasciano sgomento il patrimonio ben serrato.
il tema dell’addio è solo un motto che non arriva
mai al momento giusto. stare in attesa di te è solo
un bavero slavato dal sudore della nuca.
ora mi chiedo la ruggine e il complotto
dove andranno a divulgarsi. volta addolorata la tempia
dell’ultimo della classe un po’ sordo.


7.

donna d’amore dar di remo il mondo
conoscerlo sotto il peso della ruggine.
gioielli lacrimosi questi laghetti
sparpagliati nel giro delle fosse.
unguenti lacrimevoli caviglie
questo spostarsi in acqua per guardare
se finalmente terra è la memoria.
in mano alla raucedine del disco
sto col condono al collo per poter vivere
da finanziere finalmente. nulla si inventa
in questo acuto fato uncinato nel brevetto.
tu domani uscirai di galera
per sistemare le violette di stagione
lungo l’argine del palato aperto
del neonato in petalo. in coda una nenia
paesana spartirà la lezione della calma.


8.

un rullio di rantoli il muretto
dove staziona il rotolo dell’ombra
il cruciverba di badare il baro
che vento insegue chi maestro sia
dell’abaco scortese che giammai perdona.
in mano alla regia della penombra
balbetta lepre il presagio d’ascia
la barca che traballa presaga alla balìa.
tu lasciami un lustrino di favola alla nuca
dove marea si consuma il breve
festino della rema stretta.


9.

la linea di fuga sta sottosopra
nel cammino minore delle serpi
in fuga la forza del sogno
il miramare che recita a teatro.
così nella resina di funi
imballo chi sono per un container
senza pietà nerastro di fumi.
tra pericoli corsari e robivecchi
ho la cresima del crudo senza pace
la crepa del sisma che si avvera.


10.

adatta la saggezza in un’onda brada:
qualunque germoglio avrà la forza
di ungersi all’unguento del primordio.

25/11/10

Amelie Nothomb, LE VOYAGE D'HIVER


[The voyage was prevented by the winter weather. Foto di Marzia Poerio]

Amelie Nothomb, LE VOYAGE D'HIVER. Parigi, Albin Michel, 2009

Il narratore in prima persona spiega all'inizio che sta per compiere un attentato terroristico: farà precipitare un aereo sulla Torre Eiffel. L'atto è motivato non da ragioni politiche, ma da risentimento, da rifiuto del mondo e rifugio nella follia mascherata da solitudine sorda al richiamo altruista. Il racconto si dipana infatti nel resoconto di un accaduto personale che spiega la decisione: il narratore è innamorato di Astrolabe, compagna di appartamento e custode di una scrittrice diversamente aabile, Aliénor, cui l'amica si dedica completamente. Per questa ragione ella non può avere una relazione col narratore secondo le consuetudini di frequentazione quotidiana e di contatto fisico oltre che spirituale. La torre Eiffel viene scelta come obiettivo dell'attentato in quanto monumento parigino preferito di Astrolabe e anche perché formulata come l'iniziale del suo nome, una A (forma, si apprende nel corso della storia, insita come dedica a un'amata dall'autore della progettazione del monumento). Il racconto si conclude con l'ingresso del narratore nell'aereo: non ci viene detto se l'attentato avrà luogo. Le ultime parole del libro rispondono invece al titolo: "Le printemps va pouvoir commencer" (p. 133).

La situazione estrema, con qualche richiamo implicito al romanzo dell'assurdo di ascendenza novecentista, mette a nudo il deserto delle convinzioni ideologiche contemporanee e la caduta dell'individuo anche nel deserto del nichilismo. Un piano di suicidio che è al contempo un atto di sprezzo verso il simbolo identitario della torre parigina; la non considerazione per la vita degli altri; il risentimento per un amore morboso. Come se non restasse niente per cui vivere alla persona sbattuta tra le onde silenziose e apparentemente cullanti, in realtà devastanti, della contemporaneità. Infine una sproporzione reattiva rispetto ai fatti personali effettivamente verificatisi.

Il nome completo della scrittrice fittizia di questo racconto è Aliénor Malèze, nome allegorico. Nel cognome, scritto come la pronuncia della parola francese malaise, il malessere sociale e personale. Nel prefisso alien, oltre a un riferimento a un'opera popolare della tarda modernità, il film ALIEN, c'è una raffigurazione dell'angoscia: "elle ressemblait à la chose du film, Ce devait être pour cette raison qu'elle m'inspirait tant d'angoisse" (p. 44).

La storia è narrata come un lungo monologo interiore che riferisce però anche i dialoghi. La situazione paradossale risulta in qualche modo spiegata da alcuni riferimenti metatestuali. Si veda la definizione di Aliénor come scrittrice: "en écrivant, elle parvient à formuler ce qu'elle ne voit pas dans le quotidien" (p. 49).

Uno degli elementi metaforici è, fin dal titolo, l'inverno, che si qualifica come stagione del gelo, fuori nel paesaggio urbano e dentro nell'appartamento delle due donne non riscaldato. La freddezza è anch'essa allegoria della condizione tardo moderna: la distanza dal vissuto dei sentimenti, la distanza gelida tra le persone.

Difficoltà di comunicare, inoltre: lettere mal arrivate, o meglio giunte al momento sbagliato, messaggi poco chiari tra interlocutori, fraintendimenti.

Scritta in una lingua semplice quando connotativa, questa novella paradossale suscita domande perplesse.

[Roberto Bertoni]

23/11/10

Basu Chatterjee, SWAMI

India, 1977. Con Shabana Azmi, Dharmendra, Utpal Dutt, Girish Karnad, Hema Malini, Vikram. Musica di Rajesh Rosham

Saudamini, il cui nome significa “scintilla luminosa” riflette sul passato recente a partire proprio da questo nome che gli eventi in cui si è trovata non sembrerebbero confermare, avendo anzi, almeno per qualche tempo, spento la scintilla della prima giovinezza. “La sorte”, dice, “non mi ha mai favorito”: orfana di padre, è cresciuta nella casa dello zio vedovo quando sua madre è tornata a vivere lì alla morte del marito. Lo zio ha una predilezione per questa nipote e la educa alla lettura dei romanzi occidentali, la spinge a studiare. La madre vorrebbe che si sposasse appena possibile; e prima che consegua la laurea, ottiene che lo zio le trovi un marito, come avviene nella persona di Ghanshyam (il nome significa avatar di Vishnu), un vedovo ancora giovane, pio, rispettoso delle tradizioni, benestante e di buon cuore. Il problema è che Saudamini si era innamorata di un vicino, Narendra, figlio del signore della zona, che le promette ma non mantiene. Il giorno del matrimonio non la salva dal matrimonio combinato, così la giovane si sposa, ma rifiuta di consumare il matrimonio e non si integra nella famiglia dello sposo, il quale manifesta tolleranza e pazienza non pari a quelli di sua madre, che tratta Saudamini con malanimo. Ricompare Narendra sotto il pretesto di una visita a uno dei cognati di Saudamini, suo compagno di università, e le propone di fuggire con lui. Proprio mentre il treno, tra lo scandalo dei parenti, sta per partire, Saudamini, che nei mesi trascorsi con Ghanshyam ha avuto modo di apprezzarne le buone qualità, decide di tornare a casa col marito, ilo quale, cercatala alla stazione, le rivela che sapeva tutto della sua storia d’amore precedente. Da un lato Saudamini comprende che i suoi concetti di amore per il prossimo e pazienza erano libreschi mentre quelli del marito erano sentiti profondamente e praticai; dall’altra resta in uno stato di perplessità nel finale che, ricongiungendosi con l’inizio la coglie seduta sul letto nuziale con un volto inespressivo a riflettere sui suoi casi.

Ci colpisce sempre come i film in lingua hindi meno commerciali attivino interrogativi sociali ed etici, sebbene siano rivolti a un pubblico vasto, come in questo caso, sia per gli argomenti toccati, sia per l’interpretazione, affidata in certa misura all’espressività non melodrammatica del viso e soprattutto degli occhi e alla signorilità del portamento, nel ruolo della protagonista, di Shabana Azmi, un’attrice che raramente si è concessa alle storie più superficiali, anzi, più ancora negli anni della maturità che da giovane, ha svolto parti impegnate.

Questo film, vista anche la datazione, sembrerebbe confermare la sospensione dei film hindi tra rispetto dei valori tradizionali, da un lato, in questo caso la famiglia, la pazienza, la capacità di persuadere senza violenza e aspettando il cambiamento spontaneo dell’altro, valori alla fine accettati e scelti anche da una Saudamini inizialmente ribelle, per formazione intellettuale, tanto al conformismo quanto persino al concetto di preghiera e di Dio; e, dall’altro lato, una tendenza verso la modernità, qui rappresentata dal rispetto da parte di Ghanshyam delle decisioni di Saudamini, dalla preferenza per l’autenticità rispetto al formalismo e dalla contestazione dell’amore puramente romantico ma fondamentalmente insincero rispetto a quello più profondo seppure più lento a manifestarsi e meno passionale.

Ben rappresentati il paesaggio, i rituali del mattino e della sera, la cerimonia di nozze descritta nei vari atti e dettagli.

Notevoli alcune delle canzoni, in particolare YAADON MEIN WOH SAPNON MEIN HAI, cantata da Kishore Kumar, e PAL BHAR MEIN YEH KYA HO GAYA, cantata da Lata Mangeshkar.

[Renato Persòli]

21/11/10

Alessandro Carlucci, GRAMSCI AND THE USSR: A SURVEY OF RECENT PUBLICATIONS

Antonio Gramsci currently stands out as one of the very few Marxists whose influence has not declined since 1989. According to the online GRAMSCI BIBLIOGRAPHY (which can be accessed through the website of the Fondazione Istituto Gramsci) about 7,000 publications on Gramsci have appeared worldwide since 1989, including new editions and translations of his writings. This figure approximately corresponds to one third of all the works published on Gramsci since 1922, the total number now nearing 20,000. Statistically speaking, this means that every day, somewhere in the world, somebody publishes something on Gramsci. His influence ranges from literary criticism to social sciences, from international relations to language studies, not to mention disciplinary fields where his legacy has traditionally played a central role, such as political theory, philosophy and historiography.

Recent publications of special importance include historical research into Gramsci’s life, as well as philological and interpretative work on his writings [1]. It is vital that the results of this research circulate widely, if the current international trend to use and apply Gramsci’s legacy is to be based on sufficient awareness, and a full appreciation, of new documents and interpretations. New editions of Gramsci’s writings have been published during the last two decades, including new editions of his letters [2]. These include previously unpublished material, which in many cases has not yet been translated into English. The letters which Gramsci’s correspondents wrote to each other have also been published [3], making it possible to reconstruct the immediate context of Gramsci’s LETTERS FROM PRISON. A new edition of Gramsci’s PRISON NOTEBOOKS began to appear in 2007 with the publication of the translations that Gramsci carried out while in prison [4]. Finally, as a companion to Gramsci’s writings, and also as the culmination of the most advanced, specialised analyses of those writings, the Italian section of the International Gramsci Society has recently published the DIZIONARIO GRAMSCIANO [5]. A collective work by scholars of different nationalities and areas of expertise, this Gramsci dictionary reconstructs the meaning of the most important terms that appear in his writings. Through its over 600 entries, it illustrates in great detail the richness and internal development of Gramsci’s thought.

Though many more could be mentioned, I shall not continue with a mere list of publications. Instead, I would like to focus on the periods that Gramsci spent in Soviet Russia, where he lived from June 1922 up until the end of November 1923, and again in March-April 1925 [6]. For quite a long time, it was generally believed that Gramsci had spent most of his time in Russia recovering from physical and mental exhaustion. Indeed he was for a while in a sanatorium near Moscow, where he met Eugenia Schucht and her sister, Giulia, who would become his wife. But later research has provided new information, presenting Gramsci as being more active and more in contact with Soviet political and cultural life than was previously thought [7]. Gramsci participated in the activities of the Communist International. He travelled to a number of Russian cities and gave public speeches and lectures. He also learnt Russian, as is confirmed by the fact that at the end of 1923 he was able to undertake an Italian translation of a Russian commentary to THE COMMUNIST MANIFESTO [8].

In 1922 the Communist International decided to take part in the trial of the Socialist Revolutionaries, and on June 8 Gramsci was “appointed as political defender of L.V. Konopleva” [9] – a prominent SR, whose name has been linked to the 1918 attempted assassination of Lenin [10]. Moreover, archive research by the Italian historian Gabriele Nissim has revealed that, while in Russia, Gramsci tried to help Gino De Marchi – an Italian communist who had lost the esteem of Italian comrades in the party, and was being persecuted by the Soviet authorities. Nissim discusses this episode at length in a recent book [11], thus adding relevant information to our knowledge of such a key topic as Gramsci’s experience of – and stance on – the Soviet regime.

Concerning this phase of Gramsci’s life, other documents have become available thanks to the work that Gramsci’s Russian grandson has been conducting on his own family archive. Antonio Gramsci Jr. is the son of Giuliano, the second of the two sons of Giulia Schucht and Antonio Gramsci. A well-educated multilingual family, the Schuchts actively participated in the cultural and political life of early Soviet Russia, and were personally acquainted with leading Bolsheviks. Eugenia Schucht worked as secretary to Lenin’s wife, Nadezhda K. Krupskaia. Apollon Schucht – Gramsci’s father-in-law – and Lenin were very close friends, and had gone through similar experiences as political activists and opponents of the Tsarist regime, including years of residence abroad as political émigrés (in Switzerland, France and Italy, in the Schuchts’ case).

Among the documents that have recently been published by Gramsci’s grandson, it is worth mentioning the transcription that Gramsci’s wife made of one of the speeches he gave in Russia. This is the most salient passage: “Young, mature and old [in terms of political views, not of their age] elements live in society at the same time. In accordance with this coexistence, we see that radical, liberal, conservative and absolutist parties also coexist. The parties which prevail are those which are closest to the people’s personality and temperament. The existence of all these different political parties is inevitable. In its life, the State should adjust to the balance of forces created by these parties. Sensible politicians, even when fighting against them, should not try completely to annihilate any of these parties, because such a goal is impenetrable and its accomplishment would only push the disease back inside the system” [12].

Gramsci probably gave this speech in 1922. At the time he felt the need to limit the validity of his statements. That is, he confined their pertinence to the life and workings of the bourgeois State, before the working class made its revolution. In this phase of his life, Gramsci was still firmly convinced that the transfer of the means of economic production and distribution from the hands of Russian capitalists to those of the Russian proletariat had created the conditions for the disappearance of class conflicts, and therefore of different political parties. Nonetheless, in this speech we find expressed a typically Gramscian concept, which would appear again in the PRISON NOTEBOOKS: imposed political unity is often an exterior form of integration, which does not bring about the progressive potential of real unification; real unification, instead, will only be achieved once historical developments and political action have created the necessary conditions for its achievement. Years later, when this concept appeared again in Gramsci’s prison notes, it acquired a much more universal value, and was then used by Gramsci to criticise the results of the Russian Revolution itself.

While in a fascist prison, Gramsci would still present parliamentary democracy as a formal arrangement that does not necessarily guarantee the effective mobility of citizens “from the led groups to the leading group” [13]. As a communist, he was willing to move beyond bourgeois parliamentarism and create a new society, including new forms of political representation, with which to replace capitalist societies. Yet, as Gramsci observed in NOTEBOOK 14, “it is impossible to abolish […] parliamentarism, without radically abolishing its content, individualism, and this in its precise meaning of ‘individual appropriation’ of profit and of economic initiative for capitalist and individual profit” [14]. Evidently, Stalin’s regime was far from accomplishing this epochal goal. Rather than sanctioning the composition of conflicts and ultimate unification of society, an event such as the exclusion of Trotsky from power was in fact a “symptom (or prediction) of the intensification of struggles” [15]. With reference to Stalin’s ruthless repression of opponents, Gramsci went on to conclude that when “a struggle can be resolved legally, it is certainly not dangerous; it becomes so precisely when the legal equilibrium is recognised to be impossible. (Which does not mean that by abolishing the barometer one can abolish bad weather)” [16].

The overall importance of the scholarship I have summarised in the previous paragraphs should be almost self-evident. Research into the links, similarities, and differences between Gramsci and Soviet communism can greatly contribute to delineating the originality of the former. Going back to what I said at the beginning, this research can also help to explain why Gramsci’s legacy has remained considerably more influential than that of most other Marxists of his time.


NOTES

[1] See, e.g., D. Boothman, THE SOURCES FOR GRAMSCI’S CONCEPT OF HEGEMONY, “Rethinking Marxism”, 20, 2, 2008, pp. 201-15; F. Frosini, LA RELIGIONE DELL’UOMO MODERNO: POLITICA E VERITÀ NEI QUADERNI DEL CARCERE DI ANTONIO GRAMSCI, Rome, Carocci, 2010; GRAMSCI NEL SUO TEMPO, ed. F. Giasi, Rome, Carocci, 2008; A. Rossi and G. Vacca, GRAMSCI TRA MUSSOLINI E STALIN, Rome, Fazi, 2007; P. Thomas, THE GRAMSCIAN MOMENT: PHILOSOPHY, HEGEMONY AND MARXISM, Leiden-Boston, Brill, 2009.

[2] LETTERE 1908-1926, ed. A.A. Santucci, Turin, Einaudi, 1992; LETTERE DAL CARCERE, ed. A.A. Santucci, Palermo, Sellerio, 1996; A. Gramsci and T. Schucht, LETTERE 1926-1935, Turin, Einaudi, 1997; A. Gramsci, EPISTOLARIO, Volume 1: GENNAIO 1906-DICEMBRE 1922, ed. D. Bidussa et al., Rome, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010.

[3] T. Schucht, LETTERE AI FAMILIARI, Rome, Editori Riuniti, 1991; P. Sraffa, LETTERE A TANIA PER GRAMSCI, Rome, Editori Riuniti, 1991.

[4] A. Gramsci, QUADERNI DEL CARCERE, Volume 1: QUADERNI DI TRADUZIONI (1929-1932), ed. G. Cospito and G. Francioni, Rome, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2007.

[5] DIZIONARIO GRAMSCIANO 1926-1937, ed. G. Liguori and P. Voza, Rome, Carocci, 2009.

[6] This part of Gramsci’s life was not only significant for the development of his strictly-defined political views, but also for the development of many of his cultural interests – including his ideas on language, as I have argued in GRAMSCI AND SAUSSURE: SIMILARITIES AND POSSIBLE LINKS, “Isonomia”, 2010.

[7] I.V. Grigor’eva, ROSSIISKIE STRANITSY BIOGRAFII ANTONIO GRAMSHI (1922-1926 GG.) PO DOKUMENTAM ARKHIVA KOMINTERNA, “Rossiia i Italiia”, vypusk 3: XX vek, 1998, pp. 96-123; A. Gramsci Jr., LA FAMIGLIA SCHUCHT, “Italianieuropei”, 7, 2, 2007, pp. 200-12.

[8] See A. Gramsci, IL RIVOLUZIONARIO QUALIFICATO. SCRITTI 1916-1925, ed. C. Morgia, Rome, Delotti, 1988, pp. 61-208 (cf. LETTERE 1908-1926, p. 148 ff).

[9] CRONOLOGIA, in EPISTOLARIO, Vol. 1: GENNAIO 1906-DICEMBRE 1922, p. 433. Translation mine. Cf. G. Somai, SUL RAPPORTO TRA TROCKIJ, GRAMSCI E BORDIGA, “Storia contemporanea”, 13, 1, 1982, pp. 73-98 (p. 88).

[10] See V. Serge, YEAR ONE OF THE RUSSIAN REVOLUTION, trans. and ed. P. Sedgwick, London, Allen Lane, 1972 (but written in the late 1920s, and first published in 1930), pp. 285-88; A. Vaksberg, LE LABORATOIRE DES POISONS, trans. L. Jurgenson, Paris, Gallimard, 2008, pp. 22-24. In fact, in the 1922 trial Lydia V. Konopleva was not part of the group that “included the real accused”: she was in a second group, whose “task now was to confess their crimes and to incriminate the accused of the first group” (M. Jansen, A SHOW TRIAL UNDER LENIN: THE TRIAL OF THE SOCIALIST REVOLUTIONARIES, MOSCOW 1922, The Hague-Boston-London, Nijhoff, 1982, pp. 53-54).

[11] UNA BAMBINA CONTRO STALIN, Milan, Mondadori, 2007.

[12] In A. Gramsci Jr., LA RUSSIA DI MIO NONNO, Rome, L’Unità-Fondazione Istituto Gramsci, 2008, pp. 70-71. Translation mine. A revised and enlarged edition of Gramsci Jr’s book has recently appeared: I MIEI NONNI NELLA RIVOLUZIONE, Rome, Edizioni Riformiste, 2010, pp. 59-60.

[13] A. Gramsci, QUADERNI DEL CARCERE, ed. V. Gerratana, Turin, Einaudi, 1975, p. 1056. Translation mine.

[14] QUADERNI DEL CARCERE, p. 1742. English translation in SELECTIONS FROM THE PRISON NOTEBOOKS, ed. and trans. Q. Hoare and G. Nowell Smith, London, Lawrence and Wishart, 1971, p. 255.

[15] QUADERNI DEL CARCERE, p. 1744. English trans. in SELECTIONS FROM THE PRISON NOTEBOOKS, p. 256.

[16] QUADERNI DEL CARCERE, p. 1744. English trans. in SELECTIONS FROM THE PRISON NOTEBOOKS, p. 257.

19/11/10

S.N. Dasgupta, IL MISTICISMO INDIANO


[Buddha defeats Mara. (From the windows of Brussels). Foto di Marzia Poerio]


S.N. Dasgupta, IL MISTICISMO INDIANO. Titolo originale: HINDU MYSTICISM, 1926. Traduzione di Bruno Romano. Roma, Edizioni Mediterranee, 1995

Dasgupta ha il merito di scrivere con chiarezza e di rivolgersi a un pubblico di formazione anche occidentale, per cui i suoi libri sono sempre accessibili oltre che qualificati, da docente universitario quale egli fu a Cambridge, Calcutta e in altre sedi.

Da un lato, in questo volume, vengono messi in rilievo i temi del misticismo in generale: l'aspirazione al sacro prima ancora che al divino, la trascendenza, la familiarità con la contemplazione di Dio, il ritiro nel sé spirituale interno all'individuo (l’Atman, l’anima) e il principio universale (il Brahman) riscontrato al contempo nel cosmo.

Dall'altro lato, e più in dettaglio, essendo questo il tema specifico del libro, viene fornito un quadro particolareggiato e allo stesso tempo riassuntivo di varie scuole mistiche indiane, tra le quali si distinguono con più evidenza di altre l'Induismo delle origini con la dinamica del sacrificio; l'Induismo successivo e la trasformazione degli dei originari in quelli classici; le UPANISHAD; il Jainismo; il Buddhismo.

Tra i brani che per me sono stati più significativi, ricordo qui la teoria della trasformazione del sacrificio in simbolo. Scrive Dasgupta che "il potere trascendente, misterioso e segreto del sacrificio rimpiazza le forze della natura personificate dagli dei" (p. 40). Se qui si pone una "mediazione sostitutiva", per cui ad esempio la testa del cavallo sacrificale può essere equiparata all'alba, il cielo alla carne, le stelle alle ossa, tale mediazione si accresce in astrazione col passare del tempo fino a che si arriva alla meditazione sostitutiva sulle "lettere dell'alfabeto, come se rappresentassero il Brahman o qualche altra divinità" (p. 40).

Infine, con le UPANISHAD(i VEDANTA o parte conclusiva dei VEDA), l'astrazione si amplia ulteriormente; ed ecco la meditazione mistica sulle parole "magiche" e che racchiudono in sé le leggi dell'universo, parole come la sillaba Om o i termini Bhuh, Bhuvah, Svah del mantra Gayatri, ognuno dei quali equivale a significati multipli e cosmici: Bhu, terra, materia spessa, mattino, passato; Bhuvah, atmosfera, materia sottile, mezzodì, presente, azione incisiva; Svah, etere, futuro, sera, spiritualità.

Le UPANISHAD, o, come ne definisce uno degli aspetti Dasgupta, la "scienza del Brahman", a differenza del misticismo più arcaico e sacrificale:

"[...] non comporta alcuna ricerca dei vantaggi ordinari della vita. Essa scaturisce da una necessità spirituale della nostra anima, la quale può essere soddisfatta solamente col raggiungimento dello scopo più alto. Tutto ciò che è mortale, tutto ciò che è transitorio ed evanescente, conferisce all'uomo le gioie ordinarie della vita, come la ricchezza e la fama, le quali non sono altro che piaceri e soddisfazioni rudimentali in grado di procurare gioia solo fino a quando l'uomo permette a se stesso di essere sviato dalle richieste dei propri sensi" (p. 53).

La privazione è dunque la ricerca dell'autenticità interiore e per il mistico del contatto con la divinità, con la dinamica di Atman e Brahman delle UPANISHAD. Una dinamica che lo yoga porta avanti con l'"elevazione della vita morale, compreso il controllo assoluto di tutte le passioni e di tutti i desideri, l'abbandono delle ambizioni e delle speranze mondane, il raggiungimento di uno stato imperturbabile di pace della mente" (p. 73). Il fine dello yoga, tramite la tecnica di "fermare completamente e assolutamente sia il flusso mentale che quello inconscio" (p. 81), è "dissociarci dalle nostre sensazioni, pensieri, idee, emozioni" e apprendere che esse sono "solo associazioni estranee, sconosciute alla natura del sé, ma che aderiscono a questo, diventandone quasi sempre così inseparabili da impedirci la scoperta del vero sé come un'entità separata e indipendente" (p. 77). Gli yogi che conseguirono questo risultato nell'antichità non erano animati da pessimismo, al contrario: se queste persone non provavano attaccamento per il mondo non era perché il mondo fosse privo di gioie e di piaceri da offrire, ma piuttosto perché il loro desiderio di ottenere il bene più grande, il loro vero sé, era talmente forte da non tollerare alcun compromesso con nessun altro desiderio" (p. 79).

Proseguendo cronologicamente in avanti per questa strada, emerge con chiarezza in Dasgupta come il Buddhismo rappresenti una specie di protestantismo dell'Induismo e una variante dello yoga di Patanjali, con cui coincide per principi etici e finalità di liberazione, compresi i concetti di amicizia universale e di altruismo. Tra queste due scuole, secondo Dasgupta, c'è un unico punto di differenziazione: "per il Buddha, il fine ultimo di tutta la concentrazione e della sua più alta perfezione è l'estinzione assoluta, mentre per Patanjali è la liberazione dello spirito per mezzo dell'autoilluminazione" (p. 96).

Mondi e percorsi di conoscenza interiore e panica profondi e irti di difficoltà. A volte mi domando quanto siano a essi corrispondenti le varianti contemporanee e occidentalizzate di queste scuole di pensiero; ma è un fatto che la tarda modernità, nella sua ibridazione costante di elementi, ha bisogno di adattamenti. La questione è quale sia il confine tra il mutamento geo-filosofico-esistenziale dell'importazione dello spiritualismo orientale in Occidente, e il travisamento, la secolarizzazione, l'uso per scopi diversi da quelli della ricerca interiore?

[Aurelio Devanagari]

17/11/10

Giacomo Ravello, CANZONI PER OLIVIA

1.

QUI BRANGANIA LA FEDELE

Olivia
ha tenuto
anche per me
un quadratino di memoria
al riparo dalla risacca
e così, all’appuntamento del tempo,
eravamo pur nuovi e intonsi
stasera.

Si chiudeva l’ovale
si sfarinava il nitrato
del fotogramma or ora intatto
che, fedele, Brangania custodiva.
Era tutto allora già registrato
i nomi le cose i fatti
e tutto daccapo
daccapo si riavvolgeva
stasera.

Olivia guardava fisso,
per non perdersi
durante la cena,
oltre la mia spalla destra
appena in alto,
io
temevo una caduta di forfora
fuori luogo
stasera.

Poi,
fosse la cartolina dei lungarni
o fosse il dente
che all’ultimo secondo
riagganciava la pellicola,
sotto l’altana
del linguista defunto
che festeggia, di certo, rapito,
ci fu l’agnizione perfetta
di lingue e carezze
nella sera [1].


2.

LA TRATTORIA "DA PIETRO"

Il frigorifero
vuoto
mi ha gridato, risentito,
e mi ha cacciato fuori di casa
– mentre l’eco di me
rimbombava
nei suoi ripiani desertificati;
stasera
nemmeno Michele, il ristoratore,
sazio di clienti
ne voleva sapere di me;
alla fine, con l’occhio interno,
mi ha visto brucare l’aiuola
e ha avuto pietà
– purché in un passaggio veloce
che non alterasse
l’entrare e l’uscire
dei prenotati.
Abusivo come sempre
mi sono nutrito
da solo
sprecando ipotesi di conversazione
e il tovagliolo rosso pompeiano.
Dopo, a casa,
mi aspettava paziente
un pullover
che sapeva di te.
Un po’ geloso di sé
tratteneva
con rigorosa parità
gli abbracci morbidi
e gli abbracci più forti
– la giacca invece
perdeva
a secco
per soli sei euro
le tracce del trucco,
assai contenta del calembour
che aveva contenuto.
Io, cioè lui, cioè io
lasciava affiorare
la sua – di lei, s’intenda –
la sua…
non sapeva bene che cosa
ma lui – dico lui, cioè io –
sorrideva
con la faccia un po’ stupida,
pensandola,
come fosse una cosa nuova.


3.

“URANIA” 1950

Olivia
a suo modo
è timida
o forse prudente
e ha ragione
- lo sarei anche io
se non fossi
per l’appunto
io.

Io
che dico “io”
ho perduto i comandi
dell’astronave,
stringo il quaderno di bordo
e mantengo il passo elastico
del comandante
- perché “io” sono
il comandante.

Ma oggi Olivia
svuota i polmoni
e torna umana
si rilassa – dice
e cerca la schiena
del comandante in frantumi
che assapora l’esserci
nonostante il tracollo dell’universo
in questo libro anni 50
che sorride
nella copertina
un po’ ruvida
di inchiostri campiti
gialli e blu e rossi.


4.

PASO DOBLE

Il paso doble
danzano e ridanzano
le lancette
sui numeri del quadrante
dorato;
per complicare la coreografia del tempo
si raddoppiano le battute,
per affiancare il passo al passo
la mano alla mano che trova.

Il dubbio resta - già!
se sia tutto un effetto
di suggestione,
se si mostrerà
presto il cartone
al piovere scolorato
del dicembre.

Olivia trema
nello scarto
ellittico
della grammatica a lei ignota;
così nell’orbita
il proietto vitale
si disegna a tratti,
come nel manuale
delle antiche
speranze scientifiche.
Vi sia lì dentro
la cagnetta Laika
o la gattina smarrita
chiamata Minou,
dispersa nello spazio
senz’aria
nell’agonia stirata
di un respiro piano piano mozzo,
io resto a terra
con lo sguardo
dell’attesa
dell’asfissia
della sorpresa.


NOTE

[1] Si allude al saggio di Giovanni Nencioni (1911-2008) AGNIZIONI DI LETTURA, pubblicato nel 1967 in “Strumenti critici”.

15/11/10

Massimo Panarari, L’EGEMONIA SOTTOCULTURALE


[Unreality in a window shop (Lausanne 2009). Foto di Marzia Poerio]

Sottotitolo: L'ITALIA DA GRAMSCI AL GOSSIP. Torino, Einaudi, 2010

Pur se scritto in uno stile di discorso roboante e simile al sensazionalismo neogiornalistico, linguaggio non consono a chi scrive queste note, sul piano tematico il volume di Panarari affronta nondimeno un tema importante della società tardo moderna e mette a fuoco giustamente alcuni aspetti dell’egemonia sottoculturale determinata dalla fase economica del neoliberismo e da quella culturale del postmoderno, puntando soprattutto sulla televisione per esemplificare.

Una delle tesi di fondo è che si è appropriata della concezione dell’egemonia, ovvero della conquista del consenso con strumenti prevalentemente ideologici e culturali, già gramsciana, nonché insita nella togliattiana “battaglia delle idee”, la destra, che con la formulazione di novità televisive, fin dagli anni Ottanta, quali il chat show (per esempio quelli di Maria de Filippi) e i programmi che orientano i comportamenti giovanili, il reality show inteso come rappresentazione iperreale o (cfr. L’ISOLA) come infrazione della norma della quotidianità e più in generale la commercializzazione dell’offerta culturale, ha svilito la cultura e ha riformulato un progetto di diffusione delle idee che affianca i progetti della classe dominante.

Anche la politica viene sottostimata da programmi come STRISCIA LA NOTIZIA, che sembrerebbero irridere con funzioni carnevalesche bachtiniane, ma operano in realtà al fine di sminuire con lo sberleffo costante la politica in quanto impegno e partecipazione.

Il libro si conclude con un invito alla sinistra a ricreare forme di egemonia culturale adatte ai tempi.

[Roberto Bertoni]

13/11/10

Annamaria Ferramosca, NOMI PER UN’ISOLA


[Temporary island at Glendalough. Foto di Marzia Poerio]


NOMI PER UN’ISOLA

Non chiamatemi isola
Chiamatemi quiete inquieta
a pochi passi dal rogo
dove la cadenza di luce
ha pure lacrime
Chiamatemi terra di nascite
desiderio di tregua
illimite speranza tra le spine
Chiamatemi vista sul cielo
ipnotica
occhio d’oliva
castano contro azzurro
a notte ubriaco di stelle
di grida

Non chiamatemi isola
Chiamatemi nodo di rete
dove s’impiglia il poeta
a rubare bellezza al buio
Questo mare di rose
rosmarino
ape febbrile ronza
di spruzzi alle finestre
Questo mare timo-re
sovrano che s’infoglia
al centro del mio abbandono
Chiamatemi seme di mare sull’abisso
Da ingenui arrembaggi mi salva
una muta di mandorli e delfini
(il tempo non ha che lame di schiuma)
Chiamatemi messaggio pietrificato
bottiglia dei giganti di Pasqua
tangente d’amore attraverso l’oceano
magmatico canto sotterraneo

Non chiamatemi isola
Chiamatemi schianto d’un ricordo
casa ritrovata, corrosa, ma salva dall’oblio
tana larvale
riposo su pietre levigate, mai vinte
Chiamatemi favola in sogno
quindi doppio sogno
trama del tempo, dove
il destino fiorisce nella grande
domanda della notte

Non so se inganno o ritrosia
questo accerchiarmi d’onde di speranza
E poi lasciarmi
ad asciugare il diluvio
Della mappa del pianto
solo un’orma di saudade
Così insegno
la geografia del limite
e a varcarlo
Ci sarà sempre un’isola
aspra, guado di rabbia e festa
alle parole



NAMES FOR AN ISLAND

Do not call me island
Call me restless rest
a few paces from the pyre
where the lilting light
sheds pure tears
Call me land of births
desire for truce
boundless hope through the thorns
Call me hypnotic
view of the sky
olive eye
brown against blue
drunk at night on stars
on shouts

Do not call me island
Call me knot in a net
where the poet gets enmeshed
stealing beauty out of darkness
This rosemary sea
of marine roses
a feverish bee buzzes
sea-spray on windows
This mari-thyme sha-king
a sovereign sprouting leaves
at the centre of my abandonment
Call me sea seed on the abyss
I am saved from naive boardings
by a team of almonds and dolphins
(time only has foam blades)
Call me message turned to stone
a bottle from the Easter giants
love’s tangent across the ocean
magmatic subterranean song

Do not call me island
Call me crashing memory
recovered house, corroded, but saved from oblivion
a lair for larva
repose on smooth, unvanquished stones
Call me fairytale in a dream
therefore double dream
time’s plot, where
fate flowers in the great
question of the night

I don’t know whether this girdling myself
with waves of hope is deceit or coyness
Leaving me later
to dry out the flood
From the map of tears
there’s only a trace of saudade
This is how I teach
the geography of limit
to cross it
there will always be a rugged
island, a ford of rage and feasts
leading to words

[Traduzione di Anamaría Crowe Serrano]


Nota: La poesia è tratta da Annamaria Ferramosca, OTHER SIGNS, OTHER CIRCLES: A SELECTION OF POEMS: 1990-2009 (Translation and Introduction by Anamaría Crowe Serrano), New York, Chelsea Editions, 2009. Altre poesie di questa raccolta sono state pubblicate, per cortesia dell'autrice e della traduttrice, su numeri precedenti di "Carte allineate".

09/11/10

Jiang Haiyang, 高考 (GAO KAO) 1977

Cina 2009. Titolo in inglese: EXAMINATION 1977. Con Sun Haiying, Wang Xuebing, Zhou Xianxin, Zhao Youliang. [1]


Un gruppo di giovani è in corso di rieducazione tra le rigidezze impressionanti dell'inverno in una comune agricola nell'ultima fase della rivoluzione culturale, quando nel 1977 si avvicenda al potere Den Xiaoping e vengono reistituiti gli esami di ammissione all'università, che erano stati aboliti in precedenza per motivi politici in modo da consentire ai quadri di partito affidabili di partecipare ai corsi universitari, e sono invece basati nel nuovo corso sul merito. Il gruppo decide di parteciparvi, scontrandosi dapprima con il responsabile politico della Comune, intento a realizzare gli obiettivi produttivi e ancora orientato sul vecchio corso. Sarà proprio lui, però, alla fine a consentire a questi giovani di andare all'esame accompagnandoli, dato che hanno perso il treno, nella scuola di città con un trattore.

Una Cina ancora immersa nella natura difficile da controllare; una storia d'amore complicata dall'interferenza delle responsabilità politiche e dal background, poco politicamente corretto per quei tempi, di una ragazza il cui padre è stato mandato in rieducazione in quanto intellettuale scomodo. Anche la falsificazione di un documento, che proverebbe senza fondamento reale la riabilitazione del padre per permettere alla figlia di partecipare all'esame, trova alla fine una soluzione sensata. Sembra in effetti che la razionalità accompagnata dalla simpatia umana riescano a coniugarsi con la fedeltà alle istituzioni e il contributo degli individui alla collettività.

Se la povertà dei giovani protagonisti, il lavoro agricolo duro e la patente stranezza della condanna del padre di cui sopra sono rappresentati con crudezza, nella cifra stilistica prevale una semplicità di resa degli avvenimenti che cerca di non emettere giudizi aprioristici, ma mostra come quanto noi in Occidente abbiamo spesso visto col diaframma della condanna per questa o quella versione degli anni Settanta in Cina, venga invece rivisitato da questo film interessante e ben recitato, oltre che ben fotografato, con l'occhio più flessibile e più rivelatore dell'umanità oltre che dell'ideologia.

Da vedere senz'altro.


NOTE

[1] Tra le recensioni, cfr. CHINA.ORG.


[Renato Persòli]

07/11/10

Gabriella Mignani, RADIOATTIVITÀ


[The rain did actually fall. (From the parks of Brussels). Foto di Marzia Poerio]


Distesa in fondo a un dolore
attendo
che il mondo mi segua
- la nebbia sarà letale
la pioggia non bagnerà -
e, con membra pesanti,
sprofondo
nella terra stanca
niente
per cui sperare attenuerà la noia
di giorni che minacciano piogge
e distruzioni e inganni
soffiano
i venti dell' Est
e tutto sembra normale
anche le mie parole
vagano senza peso
sospese nell'Universo
impregnate di odio
fissate dalla pioggia
che, finalmente, cade.

05/11/10

Paolo Aita, SULLA PERPLESSITÀ


[The eye of the observed. (From the parks of Brussels). Foto di Marzia Poerio]


Paolo Aita, SULLA PERPLESSITÀ. Roma, Volume edizioni, 2009

Il libro di Paolo Aita SULLA PERPLESSITÀ, se è il luogo dove passato e contemporaneo sono messi a confronto attraverso esempi specifici, in una continua spola tra le diverse arti (Paolo, infatti, si accampa fra di esse in quanto studioso di letteratura, filosofia, arti e musica), è soprattutto il luogo in cui si mostra che la strada del loro dialogo è interrotta, che “la percezione dell’uguaglianza di passato e futuro quando manca un prospettiva positiva” diviene angosciosa, essendo di fatto il passato “irraggiungibile, perché inconoscibile e incomprensibile”.

L’analisi di Paolo Aita sulle modalità in cui si è attuata la revisione dell’agire estetico si snoda attraverso l’abolizione della storia, fino a giungere all’abolizione dell’oggetto, attuata dai movimenti avanguardistici di fine Novecento che hanno abolito il confine linguistico tra ciò che è arte e ciò che non lo è e la distanza tra i procedimenti e le pratiche. Aita effettua un distinguo tra l’attività istantanea che dà origine all’opera, e in cui si abolisce il concetto di progettazione dell’opera, e quella che necessita di una durata, nella quale si mina il concetto di realizzazione manuale, denunciando che, in generale, si assiste a uno sconfessamento dell’idealità e all’incoronazione di un nuovo re: la tecnica vista come procedimento e processo. Ma segnala che si verifica anche un’altra gravissima perdita: lo smarrimento del canone e della bellezza.

D’altronde, perdere il passato, la capacità di usarlo in vista del futuro, è perdere il futuro. Paolo Aita rende evidente uno scenario in cui siamo senza-storia e senza-tempo. Se, dunque, “oggi a mancare è la percezione stessa della cultura come problema e come lingua comune” è perché manca una nuova visione del tempo: unica dimensione che può legare il passato al futuro, incuneandolo in un solco comune. Ma Aita non si fa portavoce del solo riconoscimento del problema, egli individua e tira le fila delle grandi idee culturali che hanno consentito la formalizzazione di opere d’arte di valore universale e con grande generosità prende sulle spalle la responsabilità di indicare una via d’uscita. Il tempo diviene così strumento e collettore di ipotesi di lavoro future, acquistando un ruolo centrale nell’analisi.

Pur non perdendo occasione di sbarazzarsi di tanti luoghi comuni che ostruiscono la strada di una nuova visione (dall’ipertrofia dell’insignificante all’utilizzo del corpo nella body-art), Aita enuclea i concetti costruttivi della sua edificazione: tempo come processo, tempo valutato non in sé ma solo in quanto registrato attraverso i suoi eventi. Tempo in cui il prelievo non deve essere indifferente e immotivato, poiché è ineludibile che il prelievo porti a una revisione del senso, a un giudizio - nonostante proprio la carenza di giudizio, l’imperturbabilità estetica, l’oltraggio, la perdita dei criteri di giudizio siano le tare della contemporaneità. E, naturalmente, le critiche di Aita sono, insieme alla proposte da lui effettuate, i mattoni che costruiscono la sua visione che è genericamente riassumibile anche “nell’uso critico e creativo del passato, senza sudditanza nei confronti degli autori da tramandare”. Il suo viaggio nella cultura prosegue individuando le opere in cui a suo avviso sono condensate le idee che possono essere recuperate per una propulsiva rielaborazione contemporanea che voglia raggiungere, attraverso un ritrovato senso il dialogo con il fruitore, dove ci sia ascolto e accoglienza dell’altro e in cui contenuto ed espressione non vengano più forzosamente e innaturalmente separati.

In ogni caso, che il viaggio e l’analisi siano problematiche – da qui il titolo sulla perplessità tra la scelta delle diverse soluzioni a disposizione non avendo più a disposizione un soggetto privilegiato d’identità, ma molteplici, allo stesso modo in cui un’opera è sempre diversamente interpretabile – non vuol dire che sia impossibile effettuare una scelta, avere una richiesta e una necessità. Interrogare le opere allora sarà proprio il metodo attraverso il quale esse potranno venire comprese, “colte in uno sguardo e fatte vivere”. E, dunque, quello che si è configurato all’inizio come un dialogo fra passato e futuro viene, durante il prosieguo della lettura, sostituito dal dialogo fra un oggetto e un soggetto, dal desiderio della loro coincidenza. “L’arte è solo nella bellezza di chi guarda: occorre creare bellezza in noi per intendere l’arte”. È questo il nuovo senso che dobbiamo chiedere all’arte.

Naturalmente questo discorso, complesso e labirintico, poiché innervato dall’esemplificazione prelevata da pressoché tutti gli ambiti delle opere culturali, il quale rende il libro mossissimo e inevitabilmente frammentato, merita una lettura paziente e appassionata essendo svolto non con un discorso lineare e cronologicamente disteso, ma sincronico, dove le opere sono fatte precipitare in un crogiuolo in cui il corto-circuito temporale non azzera il loro valore emblematico: di soluzioni ravvisate e maturate nel relativo contesto storico e di cui Aita ci mostra un esemplare modalità di lettura critica.

[Rosa Pierno]

03/11/10

Lee Hae-Jun, 김씨표류기 (KIMSSI PYORYUGI)

Corea del Sud, 2009. Titolo inglese: OUTCASTS ON THE MOON. Con Jeong Jae-Yeong e Jeong Rieo-Won

Come nella vita reale l'attore e l'attrice protagonisti (Jeong Jae-Yeong e Jeong Rieo-Won), così nella finzione filmica i due personaggi (Kim Seung-Geun e Kim Jung-Yeon) hanno lo stesso cognome. Questa non è che una delle sottigliezze ironiche con cui questa pellicola rappresenta l'alienazione dalla società opulenta emblematizzata dal personaggio maschile, e dalla psiche raffigurata nel personaggio femminile.

L'intreccio è esile quanto ben costruito. Seung-Geun, un uomo d'affari con una situazione disastrata finanziariamente e per ragioni personali, cerca di suicidarsi gettandosi da un ponte, ma, finito nel fiume, la corrente lo trascina su un'isola in cui rinviene, dapprima cercando vanamente soccorso dato che non sa nuotare, infine decidendo di vivere in quel luogo. Sopravvive nutrendosi di pesci e volatili che riesce a catturare, di pianticine nate da semi trovati in buste arrivate anch'esse alla deriva e di rifiuti. Qui già si profilano una denuncia degli sprechi della società dei consumi e la rinascita dell'individuo alienato tramite una rinuncia agli allettamenti della compagine commerciale.

Jung-Yeon, una giovane che da lungo tempo si è rinserrata in casa perché, causa scatenante della crisi di agorafobia, un segno sul viso la fa sentire inadeguata ad affrontare gli altri, esplora il mondo esterno dalla finestra col teleobiettivo di una macchina fotografica, in cui un giorno inquadra il segnale "Help me" scritto in inglese da Seung-Geun sulla sabbia dell'isola.

Forse immedesimandosi fin dall'inizio con quell'uomo che, come lei, pare naufrago dalla vita, trova il coraggio di uscire, le prime volte solo di notte e mascherandosi col casco della moto. Lancia a Seung-Jeung dal ponte dei messaggi in bottiglia, in principio senza nulla di scritto sopra, quindi instaurando un vero e proprio dialogo al quale lui risponde con scritte sulla sabbia. Un giorno gli invia un vero pasto ordinato da una ditta di consegne alimentari a domicilio, ma il neo-abitante dell'isola lo rifiuta, avendo ormai respinto la civiltà comune ai più.

Questi due cuori solitari sono persone adombrate dalla sofferenza, descritta dal regista con commovente simpatia umana e delicatezza, sottolineata dal minimalismo divertente ma sempre rispettoso della diversità dei due personaggi principali e dalle riprese lente, lunghe, accurate e dettagliate della natura e dei volti.

I due infine, quando il naufrago viene rimpatriato a forza sula terraferma da una brigata di addetti ecologici approdati sull'isola, riescono a trovarsi. Lei esce di casa correndo in pieno giorno e lo insegue su un autobus, in cui si presentano, parlando come se appartenessero a un'altra cultura da quella della maggioranza, ma anche usando la lingua in comune fin lì utilizzata per i messaggi, l'inglese: "My name is Kim Jung-Yeon". Lui esita a lungo mentre la telecamera studia il volto ora barbuto, l'aspetto sciatto a causa del periodo di isolamento e di stenti, infine instaura la comunicazione sorridendo e rivelando anche lui il suo nome così in parte coincidente con quello di lei: Kim Seung-Geun.

Con questi gesti di umanità avviene il superamento dell’alienazione iniziale, che non comporta un reinserimento indolore nella società che ha provocato le crisi e le esclusioni, bensì una risoluzione basata sulla scoperta del simile solidale nella diversità.

Non ha niente di superficiale questo film godibile anche come commedia per il suo gradevole minimalismo stilistico.

[Renato Persòli]

31/10/10

CARTE ALLINEATE. Numero 44, Ottobre 2010 / Issue 44, October 2010

ìPer gli articoli del mese, vai a "ottobre 2010" in ARCHIVIO BLOG, o consulta l'INDICE ALFABETICO qui sotto. Per gli arretrati vai a ARCHIVIO BLOG e a "Di cosa si parla su 'Carte allineate': Indici". Cerca nomi e titoli specifici con il SEARCH BLOG / Find the entries in the current month at "ottobre 2010" in ARCHIVIO BLOG or in the INDEX below. Find past issues in ARCHIVIO BLOG and in 'Di cosa si parla su Carte allineate: Indici'. Look for specific names and titles by using the SEARCH BLOG.

INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Marzia Poerio.

- ACCERBONI, Laura, FORMA GEOMETRICA E SILENZIO SICURO. Testi, 17-10-10.
- CHO, Chong-Rae, THE LAND OF THE BANISHED. Note di lettura, 21-10-10.
- FENG, Xiaogang, JÍ JIÉ HÀO (ASSEMBLY). Storie di film di Renato Persòli, 15-10-10.
- FERRAMOSCA, Annamaria, STRUTTURE. Testi (con traduzioni di Anamaría CROWE SERRANO), 13-10-10.
- KWOK, Jean, GIRL IN TRANSLATION. Note di lettura, 11-10-10.
- L’ESPACE INTELLECTUEL EN EUROPE. DE LA FORMATION DES ÉTATS-NATIONS À LA MONDIALISATION XIXe-XXe SIÈCLE, ed. Gisèle SAPIRO. Note di lettura, 1-10-10.
- MONTOBBIO, Santiago, ORTOGRAFIE, EROSIONI (TRE TESTI). Testi con traduzione di Valerio NARDONI, 5-10-10.
- PIZZI, Marina, L’INVADENZA DEL RELITTO, 2009 [91-100]. Testi, 9-10-10.
- SARKAR, Pradeep, PARINEETA. Storie di film di Renato Persòli, 21-10-10.
- SARTRE, Jean-Paul, PLAIDOYER POUR LES INTELLECTUELS. Rilettura, 25-10-10.
- SHIN, Dong-Il, 반두비 (BANDOBI). Storie di film di Renato Persòli, 29-10-10.
- TONELLI, Angelo, DUE POESIE DA CANTI DEL PIÙ VASTO FIUME. Testi, 23-10-10.
- XUĚ SHĀN FĒI HÚ. Titolo in inglese: FLYING FOX OF THE SNOWY MOUNTAIN. Storie di film di Renato Persòli, 7-10-10.
- YOSHIMOTO, Banana, LA PICCOLA OMBRA. Note di lettura, 27-10-10.

29/10/10

Shin Dong-Il, 반두비 (BANDUBI)

Corea del Sud, 2009.Sceneggiatura: Shin Dong-Il e Lee Chang-Won. Con Baek Jin-Hee e Mahbub Alam.

Si tratta di un film sulla comunicazione difficile tra culture diverse, sul rapporto tra la modernizzazione e la tradizione e sulla trasformazione sociale e l'emarginazione in tempi di opulenza economica; ma potremo ancora citare il ribellismo giovanile e la difficoltà di comunicazione tra le generazioni, l'ipocrisia del perbenismo e altro ancora.

I protagonisti di questa storia sono la diciassettenne coreana Min Seo, proveniente da una famiglia povera di madre single, avversa a colui che è destinato a diventare suo padre, disposta a lavori improbabili pur di pagarsi le lezioni di inglese durante l'estate; e Karim, un emigrante del Bangla Desh, in Corea da tre anni, consapevole tanto della lingua quanto delle sfumature sociali, esposto a pregiudizi provenienti dalla sua povertà come pure in parte dal colore della pelle.

Dapprima alieni l'uno all'altra, diventano poi buoni amici. Sull'orlo di avviare una vera e propria relazione, la madre di lei denuncia il ragazzo che, scaduto il permesso di soggiorno, viene arrestato e presumibilmente rinviato nel paese d'origine. L'ultima scena mostra Min Seo in un ristorante bengalese di Seoul, tempo dopo gli eventi, in procinto di ordinare con competenza non certo turistica piatti di quella cucina, come se avesse assorbito la cultura dell'amico e l'avesse fatta propria, integrandola alla propria identità.

I dialoghi sono scritti con semplicità e chiarezza; e con umorismo anche in alcuni punti scabrosi. La cinepresa inquandra le scene talora a lunghezza naturale, entra negli ambienti della miseria con occhio umano ma anche documentario, registra i rumori della strada come in un 35 millimetri.

Un film dallo stile lieve e minimalista che mette in rilievo problemi seri e importanti.

[Renato Persòli]

27/10/10

Banana Yoshimoto, LA PICCOLA OMBRA

Titolo originale FURIN TO NANBEI. Trad. di Alessandro Giovanni Gerevini. Milano, Feltrinelli, 2002.

Ciascuna delle protagoniste di questi racconti parla in prima persona e racconta un episodio, un tranche de vie, un elemento del flusso dell'esistenza, con dettagli significativi quanto apparentemente insignificanti come la televisione accesa o spenta, le foglie di un albero, o corrispettivi alimentari che suscitano ricordi o associazioni, un piatto di sandwich, una confezione di onigiri.

Sono storie ambientate in Argentina, luogo in parte della conferma di quanto ne è più noto, dal tango alla Casa Rosada al "Submarino", ma in gran parte invece area dell'anonimità, della grande città in assoluto di cui Buenos Aires non è che un esempio relativo: viali, alberghi, case, negozi, smarrimenti, incomunicabilità.

La difficoltà di rapportarsi tra partner in coppia si accompagna alla deviazione dalla norma, ambientata in setting realistici, eppure attuata con dinamiche oniriche di sviluppo narrativo. Così nel primo racconto, LA TELEFONATA, in cui la moglie dell'amante della protagonista le telefona annunciandole, falsamente, la morte dell'uomo amato da entrambe. Un commento della scrittrice rivela che i sogni "are the seeds of my work. When I do not know what to write, sometimes I find my next story in a dream" [1].

Anche in questo libro, dunque, come spesso in Yoshimoto, compare quello che Giorgio Amitrano designa "il tema della crisi familiare e del lutto" [2]. L'autrice chiarisce:

"Sono molto interessata a due cose: all’ambiente familiare che costruisce una persona e ai fattori innati nella persona stessa. Questi sono i due elementi che ci formano, e se uno pensa a queste cose viene gioco forza pensare sia al destino che alla morte che sono i fattori chiave dei miei romanzi. E quando dico morte non parlo della mia morte personale ma di quella delle persone che ci sono care, che ci sono vicine e in questo senso c’è la morte nei miei romanzi ma non il timore" [3].

Tramite il confronto, si determinano anche livelli di comunicazione e maturazione dei personaggi narranti, come in HONEY MIELE, in cui la protagonista dialoga con una delle madri della Plaza de Mayo sugli orrori della dittatura militare e annuncia con semplicità e in quanto dato di fatto: "È così che sono sparite più di trentamila persone" (p. 71).

Dal correlativo oggettivo costituito dai dettagli di cui sopra, dalla natura, dagli alimenti, dal paesaggio urbano, si innestano le sensazioni, vissute, anche quelle, prevalenti, di malinconia, in parte come constatazione dell'esistenza del malessere e in parte come presa di coscienza. Ancora in HONEY MIELE, "la tristezza è un male incurabile" e "una tristezza superiore a un'altra" (p. 71), ma c'è l'enormità degli eventi che incrementa la consapevolezza della storia (la tragedia argentina), mentre su un altro piano, quello del fatto di provare sentimenti, l'incontro casuale con la donna che ha perso il figlio si associa al ricordo, da parte della protagonista, di sua madre, all'accudimento, per contrasto, che prestava verso la figlia da bambina versandole la bevanda che chiamava stranamente, come nel titolo del racconto, "honey miele" (p. 73). Così il passaggio dalle madri della Plaza de Mayo alla dimensione personale della narratrice non risulta irrispettoso o superficiale, al contrario è legato dalla tela di un'umanità che nella sofferenza ricorda anche il nodo di tenerezze dell'infanzia e della cura.

È vero quanto dice di sé l’autrice: "Mostly I write about people who live remote and distant lives" [4]. Ed è questo sentimento di distanza che crea lo straniamento tale da rendere esemplari le vicende proposte.


NOTE

[1] An Interview with Banana Yoshimoto.
[2] Un'intervista a Banana Yoshimoto.
[3] Banana Yoshimoto.
[4] An Interview with Banana Yoshimoto.


[Roberto Bertoni]

25/10/10

Jean-Paul Sartre, PLAIDOYER POUR LES INTELLECTUELS

In SARTRE E L'IMPEGNO ("Carte allineate", 19-12-2009), the French philosopher's views on commitment were reappreciated with reference to some of his essays from the 1940s.

Another work by Sartre, PLAIDOYER POUR LES INTELLECTUELS, insisted on the same topic three decades later in 1972. In this volume, intellectuals on the economic level are seen as non-producers and yet earners of salaries, and on the level of their subjectivity they are affected by the ill of considering themselves as a social "elite", hence their "moralizing attitudes, idealism and dogmatism" (pp. 10-11).

They have a relevant social function, though, if Sartre defines them as "those who interfere with what does not concern them and question established truths as a whole finding inspiration in a global conception of human beings and society" (p. 12). For Sartre the intellectual is not the scientist who researches nuclear energy, but the thinker who warns about nuclear bombs. The intellectual's social function is based on his "praxis" (p. 14), or practice, and in this respect there are a number of "specialists in the field of practical knowledge" (p. 17), much like Gramsci's "organic intellectuals" (p. 23) who act, willingly or unwillingly, on behalf of the ruling classes and are "supposed to convey their values" (p. 27), but the task of the true intellectual goes beyond this and coincides with a constant quest.

The main function of Sartrean intellectuals is to search both into themselves (p. 45) and their social consciousness. According to Sartre, those who can properly define themselves as intellectuals have acquired the awareness that they are "under the influence" of the dominant classes (p. 49) and take good causes to heart. Other than the "false intellectuals" (p. 54), the true intellectuals tell the truth (the main truth being "liberté", or freedom, p. 83) and they naturally side by the oppressed (the "défavourisés", p. 61).

It is their own free choice that constructs intellectuals and their commitment, given that they do not receive a "mandate" by anyone else except themselves (p. 59).

In brief, the task of intellectuals is to "get to know the world in order to change it" (p. 68), “fight ceaselessly against ideology”, and “expose themselves to self-criticism” (p. 70).

Some of the above, though partly outdated and idealistic, is still valid today for those intellectuals who, as inheritors of humanistic stances, still wish to give scope to their existence by embracing social relevance and intervening in a variety of cultural, social and political fields.


NOTE

[1] J.-P. Sartre, PLAIDOYER POUR LES INTELLECTUELS, Paris, Gallimard, 1972.


[Roberto Bertoni]

23/10/10

Angelo Tonelli, DUE POESIE DA CANTI DEL PIÙ VASTO FIUME


[Corrected stele (Lunigiana 2009). Foto di Marzia Poerio]


1.

scintillano dal mare sempre calmo
riverberi di mille e mille vite
lanciate contro il cielo nell’agosto
del fuoco culminante, fino al cuore
dell’inverno che pietrifica il sentire
e scava longitudini di tempi
ascosi, rinascenti,
quando saetta la folgore citrina
dell’attimo. Rifulge
per un istante il palpito più intenso
di tutta la catena di esistenze
accese, arse, infine spente
allo schiocco di dita degli dei
di quarzo e di corallo, i rimiranti
le trame variopinte della phýsis,
la morsa di metallo dell’anánke


2.

“che cosa tiene il mondo?”– chiede
ridendo il pescatore dal sorriso
ellenico – “perché non franano
l’Artide nell’Antartide, il Pacifico
nell’Atlantico? che cosa regge
la compagine infinita del pianeta
blu, la pista sterminata delle stelle?”
Intanto il fiume
si fa lago qui sotto le colline
verdi del Carpione, lambisce
come al solito la riva, mentre il vento
porta rumori lontani: la risposta
è scritta nelle trame delle cose
nella bellezza intrisa di dolore…o forse
tra le dita dell’arciere bianco
che compare al centro dell’azzurro, mentre pullulano
a pelo d’acqua i pesci più curiosi
di luce, e il sole riaccende
le acque verdiscure ed è un trionfo
di giallo, di silenzio, di radure
segrete. La risposta
risuona nel mistero che compone
ogni corpo, ogni pensiero, labirinto
o icona del perpetuo, bilanciato
cuore delle cose, occhio invisibile
di un dio senza nome e senza voce
che si guarda nello specchio e vede il mondo

21/10/10

Pradeep Sarkar, PARINEETA

India 2005. Sceneggiatura di Sarat Chandra Chattopadhyay, Vidhu Vinod Chopra, Rekha Nigam e Pradeep Sarkar. Con Vidya Balan, Sanjay Dutt, Saif Ali Khan, Diya Mirza, Raima Sen.

Siamo un po' delusi dalla maggioranza dei film di Bollywood del ventunesimo secolo che siamo riusciti a vedere in qualche sala soprattutto londinese di quando in quando e in parte online. Se la rappresentazione sociale stimola sempre qualche riflessione, le estetiche luccicanti e le musiche modernizzanti, con una certa perdita delle abilità anche di danza e canto, che vengono piuttosto, ci pare, semplificate, nonché una, si direbbe, più ampia globalizzazione e commercializazione, ci lasciano un che perplessi, o quanto meno, soggettivamente, meno interessati rispetto ai prodotti degli anni Ottanta e Novanta, in cui si raffigurava un mondo in transizione tra tradizione e postmodernità con la conseguente proposta di conflittualità più accentuate, drammi umani che si annidavano nel pur presente sfondo di commedia e nella cornice destinata alla larga circolazione. Parliamo, non sarebbe forse nemmeno il caso di chiarirlo, del cinema di diffusione prevalentemente commerciale, non del notevole cinema indiano d'autore, ormai più visibile anche in Europa. Varie eccezioni, e ce ne sono di numerose in una produzione così copiosa ogni anno, tra quanto siamo riusciti a vedere, le abbiamo recensite su "Carte". Precisiamo infine che noi siamo piuttosto inclini verso un certo Bollywood, la cui forma popolare e per questo spesso criticata da alcuni negativamente, non ci rende anzi ostili, al contrario ci pare un'enfatizzazione del melodramma, uno spettacolo della vivacità; e nascondeva, almeno fino a tempi recenti, un conglomerato di scelte personali ed etiche che cedono forse oggi il passo non troppo raramente alla pura e semplice spettacolarizzazione.

Abbiamo visto con un certo interesse, dunque, PARINEETA, tratto da un romanzo del 1914 di Chattopadhyay e riedizione di una pellicola del 1953 che si era imposta con una sua fama. La storia è quella di un amore contrastato tra due giovani provenienti da due famiglie di conoscenti, una ricca e una povera; e forse per questo la versione del 2005 è retrodatata agli anni Settanta, come se avesse meno significato di attualità nell'India odierna in termini di difficoltà di scelte relative al matrimonio, pregiudizi di classe sociale e comportamenti affettivi.

I protagonisti, il benestante Shekhar e la misera Lalita, vicini di casa, si conoscono fin da bambini e sembrerebbero destinati al matrimonio, dato l'accordo e i sentimenti che esistono tra di loro. Tuttavia il padre di Shekhar, un avido speculatore, tramite un prestito al padre di Lalita, lo indebita e tenta di appropriarsi del palazzo in cui la famiglia abita, ereditato prima del tracollo economico che l'ha condotta all'indigenza, per trasformarlo in un albergo. Un cugino che ha fatto fortuna in Inghilterra riesce a salvare la situazione, ma l'ira del vicino potente provoca un infarto al padre di Lalita, mentre Shekhar, pur avendo "sposato" la ragazza con un rito simbolico e privato, ritenendo che lei si sia invece promessa al cugino, per gelosia la respinge. La famiglia di Lalita viaggia verso il Regno Unito per cercare di salvare il malato, che tuttavia muore. Quando tornano in India, finalmente, non senza un'attesa di forse mezz'ora (com'è proprio della lunghezza dei film popolari indiani), con vari avvenimenti da dramma degli errori, finalmente gli equivoci si chiariscono: Lalita non si era affatto sposata col cugino, che aveva preso in sposa la sorella di lei, anzi era rimasta fedele alla promessa fatta a Shakhar, che insomma, ed era ora, prende l'iniziativa, si ribella all'autorità paterna il giorno del suo matrimonio combinato con l'esponente di una famiglia doviziosa, col consenso, notevole per emancipazionismo, della madre, infine riconquista Lalita, che sposerà questa volta ufficialmente. Sipario.

Alleggerito dalla recitazione lieve della protagonista femminile (l'attrice Vidya Balan), mentre il protagonista maschile (Saif Ali Khan) recita la parte del mucisista sensibile e impulsivo, sordo ai richiami della razionalità e impaziente secondo un copione assegnato non troppo duttile, e il cugino è l'attore protagonista spesso di commedie Sanjay Dutt, qui invece investito di un'autorità di neocapofamiglia un che moraleggiante, il film si dipana con una certa agilità e mette in discussione il patriarcato, l'avidità eccessiva, la disparità tra poveri e ricchi, che ora a ripensarci, pur catapultate una quarantina di anni addietro, si direbbe siano problematiche piuttosto attuali dell'India contemporanea. Lo sfondo geografico è Kalkata (Calcutta), ripresa con quadri d'epoca ed esterni ed interni di interesse.

[Renato Persòli]

19/10/10

Cho Chong-Rae, THE LAND OF THE BANISHED


[The past visible just as a (bottom-left) detail (Seoul 2010). Foto di Marzia Poerio]


Cho Chong-Rae, THE LAND OF THE BANISHED. Traduzione di Chun Kyung-Ja. Seùl, Korean Literature Translation Institute, 2001.

Nato nel 1943, Cho Chong-Rae è autore noto di romanzi e racconti. In questa narrazione di poco più di 86 pagine, costruita con la corposità e i dettagli di un racconto, ma sospinta sull'arco temporale di un romanzo storico, lo scrittore torna su uno dei suoi nuclei, la guerra di Corea, tragedia di perdite umane, conflitto arduo tra Nord e del Sud del paese e tra opposte ideologie, come è vissuto attraverso le vicende del protagonista del racconto; e meno, invece, orientato sulla partecipazione degli eserciti stranieri.

Il punto d'inizio, che guida il lettore all'interno del flusso di memorie ed emotività, oltre che di azioni, del protagonista Mahn-Seok, è la sua seconda vita, un ulteriore fallimento: si è risposato con una donna che, scoperta l'entità della povertà e l'infelicità completa del marito, è fuggita con un altro; Mahn-Seok consegna il figlioletto a un orfanotrofio.

Da varie pergerinazioni si scopre gradualmente che è sotto identità falsa e non può che dedicarsi a professioni umili che non richiedano indagini anagrafiche. Era infatti, da giovane, un rappresentante comunista in un villaggio del Nord, istigatore di processi sommari contro i dissidenti. Uccisa la prima moglie e l'amante di lei per gelosia, era fuggito nel Sud.

Sapendosi ora malato, decide di andare a morire nel paese natìo, in cui scopre, alla vigilia del decesso, di essere stato dimenticato. I compaesani lo credono morto da molto tempo; e non lo riconoscono più, tanto è cambiato anche fisicamente. Frattanto la famiglia dei feudatari che aveva perseguitato in gioventù ha ripreso in forme diverse peso e potere nella società ricostituita; perciò, se Mahn-Seok uscisse allo scoperto, verrebbe punito.

Questo nóstos è percorso da densità di riferimenti storici, esposti tramite i pensieri del personaggio principale e da descrizione degli ambienti e rivelazione sobria, lenta dei fatti.

L'errore commesso si intreccia con la tragedia della Corea e con l'universo atroce della guerra e della perdita di vite umane: "[...] the bad fortune, even once, of witnessing people killing and being killed is more than anyone should bear in a lifetime" (p. 84).

Lo spessore umano di Mahn-Seok consiste soprattutto nel fatto che l'autore fornisce i dati delle sue mancanze dall'angolazione del protagonista; le motivazioni e l'indagine sui perché e i come sembrano dominare sul giudizio. La vita che Mahn-Seok ha condotto dopo la fuga è stata come un contrappasso; il passato lo perseguita per sempre.

Il caso di Mahn-Seok, quindi, si presenta con la secchezza e l'enigmaticità che presuppongono le "questioni private", per dirla alla Fenoglio (cui questo racconto ha mentalmente ricondotto durante la lettura), nel centro complesso delle difficoltà storiche, sociali, politiche.


NOTA

Tra le recensioni in lingua inglese, cfr. quella di C. Montgomery.


[Roberto Bertoni]

17/10/10

Laura Accerboni, FORMA GEOMETRICA E SILENZIO SICURO (TRE TESTI)


[Smoothed down geometries. Foto di Marzia Poerio]


1.

Dice
riempi la stanza
come se fosse
una casa.
Portala nei cortili vicini
e presentala
alla distanza
che più si misura
col tuo corpo.
E
io rimango
forma geometrica
limata ai lati per entrare
immobile all’uscita.


2.

Osservando il dipinto
“la morte di Socrate” di G. Diotti

"Se io volessi un riparatore di scarpe
chi impiegherei? un calzolaio, oh Socrate”



Se servisse un riparatore di scarpe
chi impiegherei?
Un calzolaio,
o chi conosce il passo
e la strada che conduce il piede
agendo ai limiti del mezzo.
Ma nell’agire comune
si affida il percorso
a chi possiede
le mani dei suoi padri
o il favore divino
affinché non la scarpa si adatti
alla terra
ma affinché il passo e la strada
vengano allungate e levigate
dalle labbra degli uomini e dei loro dèi.


3.

Rivolgo le mani al giudizio
di chi pone domande
al silenzio sicuro.
Non nego alle mie labbra
un corpo di parole sopra la terra,
non rifiuto un nome
che indaga al di là dei cieli.
Scivolerà in un momento
la soddisfazione dell’uomo
che guarda la fine
delle mie scomode tempie.

15/10/10

Feng Xiaogang, JÍ JIÉ HÀO (ASSEMBLY)


[The field of fallen leaves. Foto di Marzia Poerio]

Feng Xiaogang, JÍ JIÉ HÀO (ASSEMBLY). Cina 2007. Sceneggiatura di Liu Heng. Con Deng Chao, Hu Jun, Li Naiwen, Liao Fan, Ren Quan, Tang Yan, Wang Baoqiang, Yuan Wenkang

Si tratta di una storia commovente, umana, critica delle distorsioni del potere, che inizia ai tempi dell'offensiva dello Huahai, nel 1948-49, in cui si confrontarono su campi avversi i nazionalisti e i comunisti cinesi con eserciti di più di mezzo milione di soldati ciascuno.

Il capitano protagonista, Gu Zidi, ha il compito di difendere un guado strategico con il numero irrisorio di 47 commilitoni. L'ordine è di ritirarsi quando sentiranno il trombettiere del battaglione a poca distanza suonare il segnale dell'adunata (da cui il titolo in inglese, "assembly"). Alcuni soldati, sul punto di essere massacrati dal nemico che, in quella circostanza specifica (nonostante la vittoria finale dei comunisti), era preponderante numericamente, dicono al capitano, che ha un difetto di udito, di avere sentito la tromba. Non essendo chiaro se questa sia o meno la verità e non avendo udito il segnale egli stesso, Gu Zidi ordina di continuare il combattimento fino all'annientamento dei suoi uomini.

Gu Zidi sopravvive, unico, miracolosamente; indossa per salvarsi una divisa del Kuomintang; ritrovato privo di sensi, viene ricoverato in un ospedale comunista per prigionieri di guerra, sospettato oltretutto di tradimento. Pervaso da sensi di colpa perché forse quel segnale c'era stato, e sentendosi responsabile della morte dei compagni, inizia di lì il tentativo di restaurare l'onore del plotone e la verità dei fatti. Rifugiatisi in una cava fatta salvare proprio per preservare i cadaveri dal depredamento, i corpi non vengono ritrovati, il capitano viene infine riabilitato e ammesso a partecipare alla guerra di Corea, in cui salva un giovane ufficiale da una mina, legandosi a lui da amicizia e facendolo sposare con la vedova di un maestro giovane e mite che aveva fatto eleggere ai tempi della battaglia commissario politico per salvarlo dall'orrore della fucilazione (il maestro era stato imprigionato per condotta timorosa durante un'azione di guerra, ma nella battaglia del fiume morirà da eroe).

Divenuto colonnello, l'amico di Gu Zidi lo aiuta a far riaprire il caso, ma i funzionari del partito comunista continuano a domandargli se avesse o meno tradito con sua continua frustrazione; il cunicolo in cui dovrebbero trovarsi i cadaveri è stato frattanto coperto da un deposito di carbone. Gu Zidi viene per lo meno sollevato dal rimorso quando scopre dal trombettiere sopravvissuto che l'ufficiale al comando del reggimento, ormai anch'egli decedduto, non aveva mai ordinato di suonare l'adunata, al contrario era chiaro fin dall'inizio della battaglia che le truppe al comando di Gu Zidi sarebbero state annientate, era questa la loro missione al fine di facilitare la ritirata del resto del reggimento. Siamo ormai nel 1956: è evidente che se da un lato la dedizione di Gu Zidi alla retta causa preserva la fiducia per lo meno nel giusto agire, tuttavia le strutture ufficiali sono in torto, sembrano sviate dai fatti politici e non riescono a vedere la verità, senza contare la critica nei condotti della crudeltà e del cinismo che sacrifica gli esseri umani per ottenere uno scopo militare.

Un fatto imprevisto, l'allagamento della miniera, porterà infine alla luce i resti dei militari scomparsi, dal che conseguono la riabilitazione di Gu Zidi e le medaglie al valore assegnate ai caduti.

Abbiamo guardato con partecipazione questo film sulla tragedia di una delle guerre di cui in Occidente si parla tuttora poco nel dettaglio. Si ha la proiezione sul quadro eterno della guerra come fenomeno di per sé efferato e insensato. Viene messa in rilievo la testardaggine del giusto che infine riesce a ottenere lo scopo di onorare coloro ai quali ogni postumo tributo è dovuto.

Ottima la recitazione. Il colore è quasi tutto nella neve tra sfumature fredde e grigiastre. Credibile risulta la ricostruzione dell'indigenza estrema: i militari degli anni Quaranta che mangiano solo patate bollite; le divise che scarseggiano; i cannoni improvvisati con bidoni di catrame pieni di esplosivo azionato da una miccia. Scarse appaiono le consolazioni di una seconda vita per coloro per cui essa può esistere; mentre la memoria sembra l'unica salvezza per gli altri, primo tra di loro Gu Zidi.

[Renato Persòli]