30/04/07

CARTE ALLINEATE. Numero 4, Aprile 2007 / Issue 4, April 2007

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Elizabeth Hutcheson, Mary Keating e Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Elizabeth Hutcheson, Mary Keating and Marzia Poerio:

- ARCHIBUGI, Francesca, LEZIONI DI VOLO. Storie di film di Renato PERSÒLI, 13-4-07
- BAUMAN Zygmunt, HOMO CONSUMENS. LO SCIAME INQUIETO DEI CONSUMATORI E LA MISERIA DEGLI ESCLUSI. Note di lettura, 21-4-07
- BENEDETTI, Carla, LIBRO-INTERVISTA a cura di Mario MACCHERINI. Note di lettura, 13-4-07
- DEDOLA, Rossana, LA VALIGIA DELLE INDIE E ALTRI BAGAGLI. RACCONTI DI VIAGGIATORI ILLUSTRI. Note di lettura, 16-4-07
- DESAI, Kiran, THE INHERITANCE OF LOSS. Note di lettura, 8-4-07
- DURANTI, Riccardo, THE DISMAL VESTALS. Testo e intervista, 6-4-07
- FERRAMOSCA, Annamaria, TRE INEDITI. Testo con commento, 22-4-07
- FERRARI, Fabio, LE CITTÀ. Testo. Con nota sull'autore di Gian Paolo RAGNOLI, 3-4-07
- FRA, Giovanna e ERMINI, Flavio, ALI DEL COLORE. Testo. Con note di lettura di Piera MATTEI, 18-4-07
- FRISA, Lucetta, APPUNTI PER I CARDELLINI (Prima parte). Testo, 10-4-07
- GABBI, Lucia, LE INTUIZIONI DELL'ANIMA (su alcune poesie di Lucetta Frisa). Riflessione, 29-4-07
- ANTONIO GRAMSCI SETTANT'ANNI DOPO. Riflessione, 27-4-07
- HUTCHESON, Mark, A CUP OF COLD WATER. Testo, 15-4-07
- KEATING, Mary, MEDITERRANEAN MEMORY. Fotografia e commento, 30-4-07
- KROGER, Jane, IDENTITY DEVELOPMENT. Note di lettura, 26-4-07
- MATTEI, Piera, FIUME E PAROLE. Testo, 12-4-07
- MUGNAINI, Ivano, PAROLE NELL'ACQUA. Testo, 25-4-07
- NAIR, Mira, THE NAME SAKE (IL DESTINO NEL NOME). Storie di film di Renato PERSÒLI, 4-4-07
- PAVESE, Cesare, INTERPRETAZIONE DELLA POESIA DI WALT WHITMAN. Note di lettura di Piera MATTEI, 5-4-07
- SHAKESPEARE, William, SONNET 122. Testo e traduzione, 24-4-07
- THE MATCH. Fotografia e versi di Marzia Poerio; con commento. 2-4-07
- TONELLI, Angelo, LA TRAGEDIA COME VISIONE INIZIATICA. Testo con commento, 9-4-07
- YIMOU, Zhang, CURSE OF THE GOLDEN FLOWER (LA CITTÀ PROIBITA). Storie di film di Renato PERSÒLI, 20-4-07

Mary Keating, MEDITERRANEAN MEMORY

The following three photographs are by Mary Keating








28/04/07

LE INTUIZIONI DELL'ANIMA (su alcune poesie di Lucetta Frisa)


[Glass Shadow (1). Foto di Elizabeth Hutcheson]

















Le poesie di Lucetta Frisa sono le intuizioni di un'anima: di un'anima che cerca la sua identità negli specchi impietosi del labirinto degli uomini:

"Quando scopersi l'acqua mi specchiai.
Quella forma chi era? Cosa voleva?
Poi l'occhio s'ingrandì
mi vidi con altre creature.
Cominciai a parlare a riunire
secoli di emozioni nella voce"
(S, L'AFFETTO) [1];

e non ha ancora trovato se stessa, neanche dopo trecento milioni di anni di vita: "ma questa terra / sembra sempre appena smossa / mi guardo in giro commossa e sgomenta" (ibidem).

E come tutte le anime, viaggia: dalla luce al buio e dal buio alla luce. Esplora un mondo diurno forse un po' cinico e dal ritmo concitato, per poi abbandonarsi finalmente ai "viaggi soffici della notturna sapienza" [1].

C'è una riflessione molto profonda sull'esistenza, che mette in discussione il concetto di vita inteso come puramente riferito allo stato di veglia, nel quale i parametri di giudizio della realtà tentano invano di essere ridotti all'esperienza visiva che accomuna tutti gli uomini. Lucetta Frisa dà alla condizione del dormiente e del sognatore la stessa "dignità di vita" che viene comunemente concessa solo alla vita quotidiana. E anzi la eleva ad esperienza più importante ai fini della conoscenza.

Nella serie degli AUTORITRATTI (in SE FOSSIMO IMMORTALI), in particolare, viene in evidenza come la poesia conduca attraverso questo eterno viaggio alla ricerca dell'identità, in cui gli specchi simbolizzano allo stesso tempo la presa di coscienza della nostra persona quale è, e l'impossibilità di vederla e conoscerla a tutto tondo.

È curioso notare che soltanto nello stato onirico ci venga concesso di osservare il nostro corpo agire, da un punto di vista esterno. Gli autoritratti notturni non mancano di sottolineare questo punto, che complica ulteriormente il gioco di specchi della vita diurna.

"[…] so che in fondo al corridoio lo specchio al buio
continua a raddoppiarmi sdoppiarmi e fa di me
ciò che vuole ma io non lo guardo mi vedo mentre
non lo guardo guardandomi muovere i piedi"
(S, TERZO AUTORITRATTO NOTTURNO).

Nel mondo notturno si possono ascoltare "i suoni degli dei" [3], e si può persino avere una comunione di pensiero con i morti: "I morti mi ascoltano pensare spiandomi / […] / poi rimescolano i miei pensieri / […] / e ci spartiamo - da complici - l'intruglio", ma l'altra faccia del reale, la parte per così dire "sensibile" del mondo, non viene bandita e di tanto in tanto irrompe prepotente, come per affermare la sua presenza [4].

Forse la vita acquista un senso non in relazione alla morte come suo confine chiuso o limitante ma in relazione alla morte come esperienza "in osmosi" con la vita terrena e quotidiana. Come esperienza complementare alla vita. Questa osmosi avviene con la stessa naturalezza con cui il sonno segue alla veglia e la notte al giorno. È come se nell'arte di Frisa si risolvesse ogni contrasto in un'unica esperienza di chiaroscuri:

"Se non potessimo morire….
Il suono non avrebbe eco
le cose l'ombra
l'amore non sarebbe amore.
L'idea dell'assoluto non mi piace:
è folle
e crudele"
(S, SE FOSSIMO IMMORTALI).

La sua poesia traduce questa comunicazione con il piano più profondo dell'essenza delle cose, nel quale anche i morti sono visti come riflesso ancora vivo di ciò che furono:

"[...]
può ancora respirare chi continua a scrivere
lettere agli annegati
e chiedere eternamente quale fessura
fine di sasso separi
chi fugge da chi resiste"
(S, LETTERA AGLI ANNEGATI).

Nel mondo notturno di Lucetta Frisa anche gli oggetti hanno e sono poesia, in virtù di questa doppia natura - fisica ed extrafisica - che appartiene alla vita e a tutti i suoi esseri.

"Meditare davanti a oggetti chiusi
l'apertura del mondo:
uno specchio, un teschio, il mio corpo
in mezzo alla notte della stanza.
[…] e lentamente smemorando i nomi
le cose allusero ad altro"
(N, FIAMMA).

In questi versi c'è forse una coerenza tra gli oggetti e il corpo, sentiti come oggetti finiti che contengono l'infinito.

Mi sembra di trovare un carattere tipicamente femminile in questa percezione di realtà differenti come simultanee e compresenti. Come il frutto di una energia femminile che tende a unificare, fondere, comporre. Al contrario del pensiero razionale che intellettualmente separa le esperienze, distanziandole come incompatibili e non integrabili.

La poesia è una forma d'arte che coniuga l'immediatezza del pensiero con il suono della parola. In questo piccolo miracolo si trovano letture del mondo e i minuscoli sentieri che percorrono gli uomini in cerca di risposte alle antichissime domande. Uomini da sempre "esonerati dal pensare / quello che per la mente non è pensabile / e comprendere ciò che non si può" (S, PORTO FRANCO).

La poesia di Lucetta Frisa ripropone queste domande, senza pretendere di risolverle; offrendo invece una risposta artistica semplice e profonda.


[1] Abbreviazioni: N: NOTTE ALTA, Castel Maggiore (Bologna), Book, 1997; S: SE FOSSIMO IMMORTALI, Novi Ligure (Aessandria), 2006.
[2] "Tutto si addensa in questo groviglio di chiodi / che accoglie il mio corpo ritornato / dai viaggi soffici della notturna sapienza" (S, p. 47).
[3] "Il suono dell'ambulanza / ha coperto tutti i suoni degli dei / nascosti nei muri nei legni" (S, PRIMO AUTORITRATTO NOTTURNO).
[4] "Perché stanotte il clacson dell'ambulanza / insiste nelle mie orecchie irretite / da un altro suono" (ibidem).


[Lucia Gabbi]

ANTONIO GRAMSCI SETTANT'ANNI DOPO

Il 27 marzo 1937 moriva Antonio Gramsci.

Ci pare che di lui restino, nel pensiero politico, soprattutto la concezione dell'egemonia nelle varie accezioni e interpretazioni a cui è stata sottoposta nei decenni; la centralità del ruolo del partito nell'organizzazione delle strategie degli strati meno privilegiati della popolazione; la lucida previsione, quasi isolata negli anni Venti in Italia, che il fascismo sarebbe stata una dittatura; le posizioni antistaliniste; l'analisi del fordismo.

Se ancora Togliatti e Berlinguer, promuovendone lo studio, ma al contempo leggendone le posizioni in modo consono alle politiche che si proponevano, potevano ispirarsi alla sua lezione, come pure in parte i successori del PCI degli anni Novanta, oggi, forse, resta un'eredità di ordine più sociologico: l'analisi degli intellettuali (si ricorda l'interpretazione gramsciana degli intellettuali, da parte di Said, come mediatori e professionisti, in particolare nel campo dei mass media) [1]; la concezione dell'organizzazione delle attività culturali come campo di scontro di ideologie e di istituzioni; gli scritti sul Meridione; la visione del Risorgimento come rivoluzione passiva. Meno attuali le idee sul nazional-popolare, ma ancora interessanti le notazioni sulla letteratura di massa, su Manzoni, su Pirandello.

Alcuni titoli gramsciani degli ultimi anni: Bartolo Anglani, EGEMONIA E POESIA. GRAMSCI, L'ARTE, LA LETTERATURA, Lecce, Manni, 1999; Kate Crehan, GRAMSCI, CULTURE AND ANTHROPOLOGY, London, Pluto, 2002; Guido Liguori, GRAMSCI: GUIDA ALLA LETTURA, Milano, Unicopli, 2005; Massimiliano Melilli, PUNTA GALERA: IL ROMANZO DI ANTONIO GRAMSCI A USTICA, Firenze, Giunti, 2001; Anne Showstack Sassoon, GRAMSCI AND CONTEMPORARY POLITICS: BEYOND PESSIMISM OF THE INTELLECT, London, Routledge, 2000.

Tra i siti, due si distinguono:

Fondazione Gramsci: http: //www. fondazionegramsci. org/

Aggiornamento Bibliografia gramsciana Italia: //www. gramscitalia. it/.


[1] Edward Said, REPRESENTATIONS OF THE INTELLECTUAL: THE 1993 REITH LECTURES, London, Vintage, 1994.


[Roberto Bertoni]

26/04/07

Jane Kroger, IDENTITY DEVELOPMENT: ADULESCENCE THROUGH ADULTHOOD

London, Sage, 2007


Kroger defines identity in its complex dimensions based on biological and psychological change, and in a developmental fashion which considers early formation in childhood, then progress towards the crucial age of differentiation which is adulescence, and on to early, middle and late adulthood.

With regard to individuation, important components of identity are both what remains and what changes from adulescence to adulthood.

The social context has consequences on identity creation - influential are in particular family, work, class and different historical eras.

The main theoretical reference is E.H. Erikson with his concept of the life cycle [1], and his view that identity is shaped by three major aspects: "one's biological characteristics; one's own unique psychologycal needs, interests and defenses; and the cultural milieu in which one resides" (p. 8).

The book ends with a statement by a nineteen year old:

"I guess my first identity problem is just knowing who I am, and the second, becoming who I am, wherever and however that will change across my own lifetime" (p. 247).

[1] E.H. Erikson, THE LYFE CYCLE COMPLETED, New York, Norton, 1982 (revised 1997).

[Roberto Bertoni]

25/04/07

Ivano Mugnaini, PAROLE NELL'ACQUA

"Here lies one whose name / was writ in water". (Frase tratta dall'epitaffio riportato sulla lapide di John Keats).


Lo sconosciuto guardava gli oggetti lasciati nelle macchine parcheggiate. Camminava lento, la mattina presto, sempre e solo con la pioggia. "Cosa posso fare per ognuno?", si chiedeva. "Quale biglietto lasciare? Quali parole? Un consiglio, un apprezzamento per la sensibilità, un aiuto per la vita?".

La mia è un'ipotesi. Follia. Come la sua. Forse peggiore. Ma non posso fare a meno di chiedermi in che direzione si muove, verso quale senso. Per avere una risposta devo sperare nella pioggia giusta, nel ritmo, nelle frequenze adeguate. Lo incontro. Lui trova me. È capace di morbidi agguati.

I suoi vestiti sfuggono agli occhi, vi rientrano in un secondo momento: colori soffici, fuori tono, in armonia solo con loro stessi. Sembra parlare tutte le lingue e nessuna, la sua cantilena oscilla su cadenze che spaziano dallo slavo allo spagnolo. In una mano tiene una vecchia mappa della città, nell'altra stringe con timidezza una cassa di plastica utilizzata per trasportare le bottiglie d'acqua minerale. Il contenitore, vuoto, diventa una sedia, solida, leggera. Fluida e mobile, come l'acqua che gli dava uno scopo, una funzione. Acqua lui stesso, nella pioggia, con in mano un guscio di plastica che un tempo racchiudeva acqua. Un circolo perfetto, perenne.

Ho bisogno di dargli un nome. La mente adora il superfluo. Potrei chiederlo direttamente a lui, come si chiama. Ma non sarebbe la stessa cosa. Mi mentirebbe, o risulterebbe banale, magari. Mi arrogo il diritto di battezzarlo io. Un appellativo bizzarro e solenne, su misura per lui, ecco cosa mi serve. Nuvolario, voilà. Perfetto. Almeno per me. Lui non è necessario che lo conosca. Nuvolario, miscuglio di assonanze fascinose: un capo indiano, un pilota di auto da corsa, un imperatore persiano. Tutto e niente. Lui soltanto.

Mi si avvicina di un altro passo, cerca con gli occhi il mio sguardo, e mi chiede informazioni su una strada. Mi porge la mappa della città e mi invita a indicargli il punto esatto. Mentre la apro mi sembra di cogliere un sorriso sarcastico. Ma forse mi sbaglio. Probabilmente è un riflesso, uno sprazzo di luce nel grigio del cielo. Ci sono tre vie che portano il nome che mi ha chiesto. Incredibile ma vero. Dislocate in punti estremamente distanti l'uno dall'altro. Glielo faccio notare, e lui allarga le braccia, serafico. Gli chiedo cosa deve fare di preciso, cosa cerca, una casa, un monumento, un ufficio, un palazzo... Sorride, senza aprire bocca.

Mi viene il sospetto che la richiesta di informazioni sia una scusa per parlare con persone che, per qualche sua personale ragione, o assenza di ragione, trova interessanti. Porre un quesito che presuppone tre possibili risposte, tutte ugualmente valide, e tutte identicamente errate, gli consente di non avere alcun obbligo. Né una meta precisa. Può girare continuamente con la consapevolezza del limite e delle potenzialità: dirigersi volta per volta verso un luogo che è sempre, allo stesso tempo, giusto e sbagliato. La schiavitù e la libertà.

Mi piace. Lo trovo affine. Non lo comprendo appieno, ma lo apprezzo. È un dubbio vivente che mi attrae. Sento di dover fare qualcosa per lui.

Qualche giorno dopo gli lascio un biglietto appiccicato con lo scotch sul contenitore di plastica posato sul suo marciapiede preferito.

"Viene la siccità e viene la piena / sugli occhi e nella bocca, / acqua morta e sabbia morta / in gara di dominio. / Acqua e fuoco deridono / il sacrificio che negammo. / Acqua e fuoco roderanno / le fondamenta in rovina da noi dimenticate ./ Questa è la morte dell'acqua e del fuoco".

Parole per scuoterlo, per incitarlo al mutamento. Versi di Eliot, dalla poesia "Morte degli elementi". Ma di questi particolari non ritengo necessario metterlo al corrente.

Mi risponde il mattino dopo. Noto un foglietto bianco sul parabrezza della mia macchina. Penso lì per lì a un divieto di sosta. Invece si tratta di qualcosa di molto più articolato.

"Il mio centro è tempo-presente / e ovunque i miei rami s'allungano / pendono nel buio /. Non so discernere cosa da cosa / luogo da luogo / né se l'io appartenga all'io, o non esista".

Lui è più generoso di me. Mi rende nota la fonte, l'autore dei versi, Nat Scammacca. Quasi un implicito invito a informarmi, a scoprirne di più.

Il giorno seguente, contro ogni attesa, è lui a rilanciare. Un altro foglietto, colorato stavolta, sotto il medesimo tergicristalli.

"Non invano è passato il non-amore / la fatica, il digiuno, la sazietà, / del desiderio mai toccato".

Mi rendo conto che non è più un gioco. O, almeno, non solo. Ho il dovere di rispondere.

"La città, con te, è diventata / una città di mare. / Ma l'arsura della verità / è un gelo senza fine".

Tutto tace, per molti giorni. Sconfitti, entrambi, dall'inverno del silenzio. Poi, una sera, sotto le luci gialle dei lampioni, un nuovo rettangolo di carta e parole sul vetro della macchina.

"Sono unito al mondo da tutti i miei gesti, agli uomini da tutta la mia pietà e la mia riconoscenza. Fra questo diritto e questo rovescio del mondo, non voglio scegliere, non mi piace che si scelga".

Ancora lui, tornato a me. Tramite le parole di Albert Camus. Splendide, come il suo coraggio di scriverle ed affidarmele. L'uomo dell'acqua è sulla strada giusta. Ce l'ho fatta. Il mio impegno è servito a qualcosa. Sta diventando fertile, la sua pioggia, vitale. Ora voglio, anzi devo salvarlo del tutto. Posso riuscirci, so come operare la metamorfosi definitiva.

Gli lascio un biglietto con dei numeri, stavolta: il cellulare di Carmela. È grande, lei. Io lo so bene, è stata la mia donna per anni. È possente, Carmela, e il suo amore è sempre totalizzante. Sa inglobare il mondo e chi le sta accanto. Rendendolo identico a sé.

Passano varie settimane, e nessuno più cammina per le strade guardando gli oggetti lasciati nelle macchine. Ho vinto. La trasformazione ha avuto luogo secondo le più rosee aspettative. L'uomo dell'acqua è sfociato nel mare ampio di Carmela. Ora posso dimenticarlo. Lo archivio con gioia e legittima soddisfazione nella memoria.

Questa mattina però, a sorpresa, un nuovo segno della sua presenza. Lui non ha dimenticato me. Un altro biglietto. Azzurro, stavolta.

"Ti ringrazio", mi scrive. "Il tuo dono è stato immenso. Più grande di me, e di quanto meritassi. Ti ringrazio di cuore, e, come ricompensa, prendo da te la sola cosa che non ti serve".

Non capisco. È normale, comunque. Sono abile, certo, ma per i miracoli non sono ancora attrezzato. L'amico della pioggia resta sostanzialmente un folle. Civilizzato e fidanzato, adesso, ma pur sempre tale. Un folle felice, grazie a me.

Comincio a capire qualcosa, di colpo, nel momento in cui, lanciato a tutta velocità lungo una discesa, premo il pedale del freno. È morbido, docile, inservibile. Piove, chiaramente. Il fiume è gonfio, rabbioso, al di là dell'esile parapetto posto ai bordi della curva al termine del rettilineo. Corre come il vento la mia macchina. Fluida, leggera. Stretta in un abbraccio solido e poderoso di aria ed acqua. Volo, inarrestabile, verso il mare. Lassù, nel cielo, ridono le nuvole.



NOTA BIOGRAFICA

Ivano Mugnaini ha pubblicato opere di narrativa: LA CASA GIALLA (Milano, Italia letteraria, 1997), LIMBO MINORE (Lecce, Manni, 2000); e una silloge poetica: CONTROTEMPO (Milano, Otma, 1997). Collabora con diverse riviste letterarie: "Alla Bottega", "La Nuova Tribuna Letteraria", "Punto di Vista", "L'Immaginazione", "Il Filorosso", "La Clessidra".

24/04/07

William Shakespeare, SONNET 122



[An unusual date. Foto di Marzia Poerio]









Thy gift, thy tables, are within my brain
Full character'd with lasting memory,
Which shall above that idle rank remain
Beyond all date, even to eternity;
Or at the least, so long as brain and heart
Have faculty by nature to subsist;
Till each to razed oblivion yield his part
Of thee, thy record never can be miss'd.
That poor retention could not so much hold,
Nor need I tallies thy dear love to score;
Therefore to give them from me was I bold,
To trust those tables that receive thee more:
To keep an adjunct to remember thee
Were to import forgetfulness in me.


SONETTO 122

Il tuo regalo, il taccuino, compilato integralmente
con memoria durevole, rimarrà
al di là di ogni scritto futile, oltre il calendario
e dopo un tempo eterno, nella mente.
Per lo meno, finché cervello e cuore
avranno facoltà, dalla natura, di sussistere;
fino al momento in cui rinunceranno, tramite
l'oblio, a te, mai una traccia di te sarà perduta.
Lo spazio limitato del quaderno non conterrebbe tanto,
né è necessario contrassegnare nella testa il tuo amore caro:
disfarsi del taccuino era coerente,
mi affido, per accoglierti, a pagine interiori;
tenerne delle altre con le quali ricordare
sarebbe solo, per me, dimenticare.


[Traduzione di Roberto Bertoni]

23/04/07

Florian Henckel von Donnersmarck, LE VITE DEGLI ALTRI

2006. Sceneggiatura di Florian Henckel von Donnersmarck. Con Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Martina Gedeck, Ulrich Tukur and Thomas Thieme.

LE VITE DEGLI ALTRI è l'opera prima del giovane regista trentatreenne FLORIAN HENCKEL VON DONNERSMARCK, il quale ne ha anche scritto la sceneggiatura. È uno di quei film che vorremmo non finissero mai; il senso di partecipazione e le emozioni che ci lascia sono così forti che restiamo lì a guardare i titoli di coda riuscendo a fatica ad andar via solo quando si riaccendono le luci. Deve essere stato così anche per la giuria che gli ha dato l'Oscar 2006 come miglior film straniero e mai come questa volta la critica europea si è trovata d'accordo con l'assegnazione del premio hollywoodiano tanto che si è parlato di rinascita della cinematografia tedesca, grazie anche a recenti film come GOODBYE LENIN! e DOWNFALL (LA CADUTA).

La storia è ambientata a Berlino Est nel 1984. Il ministro della cultura si è invaghito di una sensuale attrice teatrale di successo Christa-Maria Sieland (MARTINA GEDECK) che è la compagna di un famoso drammaturgo, Georg Dreyman (SEBASTIAN KOCH), libero pensatore interessato più all'arte che alla politica, dalla quale intende restare fuori: infatti fino a quel momento non aveva subito alcuna censura o alcun controllo.

Ma il ministro della cultura decide di trovare una qualche pecca nella vita di Georg in modo da avere campo libero con la donna e per questo chiede al colonnello Grubitz (ULRICH TUKUR) di spiarlo. Grubitz a sua volta dà l'incarico ad un suo vecchio compagno di scuola, suo sottoposto, che è un integerrimo ispettore della Stasi, la polizia segreta che operava nella Germania dell'Est. Questi è il capitano Gerd Wiesler (ULRICH MÜHE), il primo personaggio ad apparire sullo schermo: freddo, senza emozioni, esegue i suoi compiti con diligenza e convinzione. Insieme alla squadra di tecnici istalla un sofisticato macchinario nel sottotetto del palazzo dove abita il drammaturgo per spiarlo 24 ore su 24.

Wiesler entra così nella vita degli altri, in un mondo che lui non conosceva dove Christa-Maria, Georg e i loro amici vivono di arte, sentimenti e passioni che contrastano con la sua vita, fatta di gesti quotidiani sempre uguali, grigia, vuota e senza affetti, che si svolge in un asettico e impersonale appartamento. In televisione c'è solo propaganda politica mentre la "sua" radio nascosta gli trasmette la musica di Beethoven che lo commuove, le parole di una poesia di Brecht di cui ruberà il libro, i dialoghi tra Georg e il suo più caro amico che lo turberanno e infine la storia di Christa-Maria, della quale diventa una specie di angelo custode. La sua intrusione nella vita degli altri porterà ad un profondo cambiamento della sua anima.

Oltre alla sceneggiatura e alla regia hanno sicuramente contribuito al successo del film la splendida recitazione degli attori, soprattutto di Ulrich Mühe, ma anche di Sebastian Koch e Martina Gedeck, la colonna sonora e le immagini. Dialoghi e immagini si sovrappongono a livelli paralleli creando spesso una sottile ironia rivolta in particolar modo al periodo storico. Contrariamente ad altri pareri, io non credo che Wiesler si innamori di Christa-Maria. Per lui l'attrice rappresenta tutto quello che l'arte alla massima espressione può suscitare, mentre sarà la scoperta delle emozioni e della compassione nel senso latino del termine, che agirà profondamente su di lui fino a fargli fare cose fino a quel momento impensate.

La scena conclusiva, che ovviamente non rivelo, si svolge negli anni subito dopo la caduta del muro di Berlino e noi spettatori, ancora scossi dal momento più drammatico del film, raggiungiamo la catarsi finale: Georg, il drammaturgo, viene a sapere dall'ormai ex ministro della cultura di essere stato controllato, quindi ricostruisce tutto quanto gli era successo in quel novembre del 1984, e scopre l'identità dell'uomo che aveva agito nell'ombra e che lo aveva salvato. Così, ora che è diventato anche autore di un best seller, trova il modo di esprimergli la sua riconoscenza e le immagini che accompagnano questo momento chiudono il film con un originale quasi-lieto fine.


[Paola Benchi]

22/04/07

Annamaria Ferramosca, TRE INEDITI



[Oh the furze, or gorse, or broom. That most poetical of flowers... Foto di Marzia Poerio]















Qui di seguito, col consenso dell'autrice, tre inediti depositati.


1

SARAI FAMOSA

accende la stanza intera, dal video
frenetica
la tua pelle in moto, giovane e inerme
aggredisce
invaso da suoni lucidi il corpo
inconsapevole trasmuta
sintetico

Come hanno potuto dileguarsi
tutte le fiabe che ti avevano nutrita
arretrare tutte le leggende
addensarti Nausicaa iperflessuosa
nel moto convulso che ti svela
occhismarrita efémera di una notte
fragile di troppa attesa

Poi ti sembra di udirlo, dal buio
oltre l'ultima fila, il fruscio
qualcosa-qualcuno
che s'allontana

Raccolgo da terra braccia, gambe
ti riassemblo a fatica
per un altro palco


2

La figlia del suicida è invincibile
giovane quercia di un giuramento
ha una collana d'occhi sul petto
la voce chiara
Il passo nel buio è vendicato
poiché il seme ha dato un frutto prodigio
felice inversione del cigno nero in bianco
(il lago apre un cuneo d’onde al suo passaggio)

La figlia del suicida non permette
ad alcuno di perdere d'equilibrio
prevede le oscillazioni, annulla
in voce ogni tremito direzionale:
figlia, madre, barra terrestre
(terra dove vibra l’inconsistenza del commiato)

Si innalzi pure il livello delle acque
è qui una regione percorsa dalla grazia
inaccessibile al furore


3

Avessi avuto figlie
le avrei chiamate con nomi di fiori
Amarilli Artemisia Ninfea risvegliate dal mito
Salvia Veronica Eufrasia benedictae

Nel giardino dei giorni, un fiore quotidiano
con cui ridere del mondo e cantare riordinando la casa
- ragnatele smagliate dall'urto dolce del canto -
mi sarebbe bastato, anche se
i fiori mai rivelano il loro breve segreto
solo a sera raccontano
aromistupori del giorno
e il più giovane in boccio può interrogarti
sul senso ambiguo del fuoco
e tu non puoi che rispondere
serve alla civiltà

Petali fuori posto avrei sistemato
aerei ikebana avrei insegnato
ceduto a nuove geometrie-autonomie
sofferto pure dello sconfinare
di profumi ribelli
Fior di progetti avremmo ideato
perché i fiori sanno di simmetrie e fantasticano
di volatile rugiada e foreste imbattibili
le nostre asimmetrie e dismisure
trasferite sui rami, ingoiate dai venti
I fiori accettano
la brevità del colore, lo spegnersi
del fruscio vitale al tramonto

Lasciarmi sfiorire
appoggiata a uno stelo filiale
attendere
sull'orlo dei calici la fioritura



Il reale e il simbolico, il linguaggio e i suoi contenuti si integrano in queste poesie.

Nel testo 1, il corpo femminile e la consapevolezza della fine delle illusioni si trasformano in allegoria di una teatralità, dell'allestimento che è la poesia nel suo proporsi alla lettura; il corpo "trasmuta" come fa la letteratura nell'avvicendarsi da una rappresentazione alla prossima; la fragilità sembra dominare la scena; il tono è leopardianamente notturno.

Nel testo 2, l'esperienza pare inizialmente psicologica (la "figlia del suicida"), ma nell'avanzare dell'argomentazione e per scie di immagini si prospetta come complessa allegoria della metamorfosi del femminile dal nero in bianco, da morte a rinascita, in una regione che è frattanto metaletterariamente di "grazia" e irraggiungibile dal "furore". Quasi l'arte redimesse il vissuto anche più negativo. Il sogno pare la cifra di queste figurazioni.

Nel testo 3, è esplicito il riferimento ai miti, si riflette sul "senso ambiguo del fuoco", che è fonte di civiltà, ma anche, precisa l'autrice in una lettera allo scrivente, "persistere del fuoco delle guerre". Il contesto, si aggiunge qui, potrebbe rappresentare al contempo qualcosa del profondo, forse l'archetipo della luce interiore, il raccoglimento illuminato del sé. I fiori vengono citati in varie loro accezioni di "aromistupori", vitalità, ribellione, progettualità. Fiorire e sfiorire, osservandosi farlo dai margini della scena, ecco il destino della vicenda terrestre.

Annamaria Ferramosca ha vinto recentemente il Premio Astrolabio (conferito dall'Accademia Galileiana di Pisa). Altri suoi testi sono stati pubblicati su CARTE ALLINEATE, 1, in data 22-1-2007.


[Roberto Bertoni]

21/04/07

Zygmunt Bauman, HOMO CONSUMENS. LO SCIAME INQUIETO DEI CONSUMATORI E LA MISERIA DEGLI ESCLUSI



[To what extent is buying due to need? Foto di Marzia Poerio]









HOMO CONSUMENS (Gardolo - Trento -, Erikson, 2007), un'altra tessera del mosaico di Bauman sull'analisi della modernità liquida [1], nasce da conferenze tenute in alcune città italiane.

Oltre a un'analisi degli abiti di consumo e a un'esame di alcune ragioni della povertà, lo studioso si propone lo scopo etico di rilanciare, in un presente caratterizzato dall'egoismo, il valore illuminista della fratellanza, della responsabilitrà degli uni verso gli altri, della solidarietà e della fiducia. È una sfida giusta, questa di Bauman: se si potessero esprimere tali valori, in effetti gli esseri umani saprebbero ritrovare la possibilità di operare collettivamente nell'ambito di un umanesimo concreto e pratico. Quel che c'è domandarsi, purtroppo, è se i meccanismi della tarda modernità (la competizione economica sfrenata, l'imitazione dei modelli narcisisti proposti dalle fonti di consenso, la frammentazione e la rottura dei rapporti di cooperazione tra individui e comunità), lo consentano. In breve: siamo spacciati, relativamente alla socialità? A chi stanno a cuore questioni siffatte, sembrerà utile leggere i libri di Bauman. Qui di seguito alcune riflessioni del sociologo.

Il consumo è visto, sulla scia anche di altri (tra cui Michel Maffesoli e Mary Douglas), come moda della moderna tribù, comportamento del "branco" (p. 16); e chi si sottrae prova un "penoso senso di solitudine" (p. 17). La sovrabbondanza delle possibilità a disposizione crea stati d'ansia; e il timore dell'inadeguatezza (di non essere come gli altri, di non poter partecipare appropriatamente nella corsa al consumo) produce anche depressione, forse ha anzi sostituito il senso di colpa della prima modernità (p. 21). La felicità non è affatto garantita, in quanto l'insoddisfazione, nel consumismo, deve prevalere perché si rinnovino il bisogno di acquistare e la dipendenza dal mercato; si nota inoltre "il diffuso bisogno di fare shopping per trovare sollievo contro l'angoscia e il dolore" (p. 50).

Dal consumo è influenzata la sfera mnestica, in quanto un "continuo apprendimento" si accompagna a un "rapido oblio", entrambi necessari per procedere ad ulteriori consumi (p. 22). La ricerca di nuovi beni di consumo propone un rinnovamento ripetuto dell'identità (p. 26). Chi si accontenta di ciò che ha ed è soddisfatto dell'identità che gli pertiene è relegato ai margini (p. 28).

Anche la "logica sentimentale", come la designa Pascal Lardellier, "tende ad assumere una sempre più evidente configurazione consumista", consistente nella ricerca di una persona adeguata, composta a tavolino, in un "marketing dell'amore" (p. 31), mentre sempre meno si sopporta il conflitto nato dalla convivenza (p. 33). Scompare il concetto di eternità in quanto valore (p. 32).

Ad altri livelli, le pratiche di partecipazione democratica alla vita civica si indeboliscono. Il concetto di dovere verso la collettività viene meno; e ad esso si sostituiscono forme di identificazione di massa fondate "sul piacere e sul divertimento" (lo sport, ad esempio) (p. 47). Si fruisce così il "grande tutto" del "carnevale", ovvero il rito collettivo nel senso in cui lo intende Michail Bachtin e che si presenta, nell'interpretazione di Bauman, come simulacro della "defunta comunità" (P. 48).

La povertà non è stata sconfitta, viene anzi incrementata dal consumismo, perché, come osserva N.R. Shreshtha, "i poveri sono obbligati a impiegare i loro pochi soldi e risorse nell'acquisto dissennato di oggetti di consumo, invece che di beni necessari, per proteggersi dalla derisione e dall'umiliazione sociale" (pp. 55-56). Pertanto, commenta Bauman, "quel che definisce la povertà, cioè l'anormalità, al giorno d'oggi non è l'occupazione, ma la capacità di consumare" (pp. 56-57). L'esclusione emargina e viene imputata agli individui che ne sono vittime più spesso che a ragioni sociali.

Tra le reazioni negative dei consumatori c'è il risentimento. L'amore per il prossimo, un principio necessario alla convivenza umana (p. 70), collegato all'amor proprio, è difficile da praticare in situazioni in cui l'altro, come già indicava Freud, non ha considerazione per noi, anzi ci calunnia e ci ingiuria. Se non ci vengono date rassicurazioni sull'accettazione da parte degli altri, l'amor propio si dissipa e l'odio si diffonde. Quanto spesso oggi si rispetta davvero "l'unicità dell'altro", apprezzando "la sua differenza" e pensando che "le differenze rendono il mondo più ricco e affascinante" (p. 71)?

Uno dei meriti di Bauman è individuare il portato emotivo dei mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, con quanto di esistenziale si riflette nei comportamenti personali, nelle sensazioni di angoscia e felicità provate da ciascuno.

Le conseguenze, si vuole qui aggiungere, sono anche nel campo della letteratura: questa è la realtà in cui si scrive oggi e sarebbe strano non vederne le manifestazioni nei romanzi e nella poesia. Se uno dei grandi temi della narrativa odierna è l'identità nei suoi vari aspetti personali e collettivi, locali e globali, senza dubbio è importante notare l'emergere anche dell'ansia, del senso di inadeguatezza rispetto ai modelli sociali dominanti, del sopravvivere in condizioni di povertà economica e psicologica.

Bauman è uno dei sociologi che ci parlano.


[1] Una recensione di un altro libro di Bauman, INTERVISTA SULL'IDENTITÀ, è in CARTE ALLINEATE, 3, in data 30-3-2007.


[Roberto Bertoni]

20/04/07

Zhang Yimou, CURSE OF THE GOLDEN FLOWER (LA CITTÀ PROIBITA)


[The Dragon. From the walls of Shangai. Foto di Marzia Poerio]






2006. Sceneggiatura di Zhang Yimou, basata su un'opera teatrale di Cao Yu. Con Chow Yun-Fat, Gong Li, Jay Chou, Liu Ye, Qin Junjie


Durante il dominio della dinastia Tang, nel X secolo, si dipana un dramma familiare: l'imperatrice Phoenix (Gong Li), avvelenata con lentezza sadica dal marito Ping (Chow Yun-Fat) affinché impazzisca a causa del tradimento perpetrato con il figlio di primo letto dell'imperatore; un altro figlio la difende; un colpo di stato fallito; una serie di rivalità per il trono; la morte dei giovani; la sopravvivenza del regnante che proseguirà nell'opera di progressivo avvelenamento della consorte.

Il film è in parte basato, come recita un titolo di coda, su fatti realmente accaduti, e in parte costruito tramite la finzione. In un'intervista col regista si legge:

"Based loosely on LEI YU (THUNDERSTORM), a 1934 play written by famed Chinese playwright Cao Yu ("China's Shakespeare") which dramatizes the spiraling fall of a wealthy industrialist's family in 24 hours, Zhang's opulent adaptation shares the modern Chinese play's borrowings from Greek tragedy (namely the Oedipus complex and the Medea figure) and probes into the suppression of Chinese women in patriarchal, feudal society - a thread common to many of Zhang's films such as RAISE THE RED LANTERN, TO LIVE, and JU DOU" [1].

CURSE OF THE GOLDEN FLOWER è un film di cospirazioni da parte di individui in lotta per il potere. Sono solo trame private? Come sostiene il figlio che cerca di salvare l'imperatrice: "Non l'ho fatto per usurpare il trono", afferma, "ma per salvare mia madre". Cosa vuole dirci il regista? Che oggi ogni potere si sostiene sul tradimento, sulle passioni e sull'ambizione più che sul denaro? Certamente si regge sul potere e sulla forza, come parrebbe provare la schiacciante superiorità militare dell'imperatore, il quale ha facile gioco dei ribelli... Siamo cioè più in là della dichiarazione esplicita di Zhang Yimou: "power breeds evil and greed" [2].

Una storia come ai tempi di King Lear, o a quelli di Kurosawa, o in verità in sintonia con la produzione di Zhang Yimou: anche nei manifesti pubblicitari sono citati i suoi precedenti film di ambientazione storica HERO e HOUSE OF FLYING DAGGERS. Questa volta è una storia di minore intrattenimento avventuroso; ed è, in parte, volutamente soffocante nel suo svolgersi quasi tutta all'interno della Città Proibita e del Tempio del Cielo, con scenografico dominio del rosso, del celeste, del viola, quasi iperreale.

La ricostruzione di costumi e ambienti, meticolosa e soddisfacente per l'occhio, facilita l'immersione immedesimante da parte dello spettatore.

Quanti crisantemi gialli sono stati usati per ricoprire i vasti cortili imperiali? Quante sono le ancelle e le comparse? Quanto autentica storicamente è la barriera di mura mobili a scudo che proteggono le truppe?

Il personaggio interpretato da Gong Li è passionale d'istinto e compassato per ragioni di corte. Attrice splendida anche in questa pellicola, recita le pulsioni nevrotiche che aveva assunto già in STORIA DI UNA GEISHA. Bellissima nel trucco curato, nei momenti di ritegno in pubblico e in quelli più liberi in privato. Mai sopra le righe, ma sempre a mordere l'emozione: l'amore, l'odio, la vendetta, il risentimento, il dolore; anzi, dichiara che è importante essere "in touch with your emotions and put them in the service of acting" [3].

Naturale e posato, ben recitante, Chow Yun Fat.

Melodrammatiche alcune scene, soprattutto durante la reale punizione. Epica la battaglia. Picaresco l'agguato notturno tra le gole. Le azioni di massa risultano credibili. Le ninja sono al limite positivo della verosimiglianza: potrebbero fare dal vero, forse, quanto avviene sullo schermo.

È un film che va visto anche se non mancherà chi, in qualche punto, si annoierà. Ciò che riesce a conseguire questo regista intelligente è intrattenere come in un'opera cinese, commuovere come in un romanzo d'appendice, far pensare come in un testo impegnato, suscitare dubbi, ombre, indignazione.


[1] THE BOMBASTIC AND THE BEAUTIFUL: AN INTERVIEW WITH ZHANG YIMOU (Ucla International Institute - http:// www. international. ucla. edu/).

[2] Ibidem.

[3] Brian Hu, AN ACCENT ON ACTING: AN INTERVIEW WITH GONG LI (Ucla Asia Institute - http:// www. asiaarts. ucla. edu/).


[Renato Persòli]

18/04/07

Giovanna Fra e Flavio Ermini, ALI DEL COLORE

Immagine di Fra e, ad essa sottostanti, parole di Ermini da ALI DEL COLORE, Verona, Anterem, 2007, pp. 26-27.




"1. Raggiunto da un vento terribile, il corpo si affida ancora una volta al colore per difendere la propria interiorità. Grazie al colore il corpo mostra più di un'identità. Puoi seguire nell'immagine riflessa nella fonte la tua trasformazione. I piani emotivi formano aree contigue, apparentemente prive di una vita di relazione. Il corpo e il colore rimangono nella loro intima classe di isole sperse. Il disegno che formano non ha compiuta chiarezza e segnala un'interruzione del passaggio verso la speranza.

2. La stanza ha lati ampliabili e il mio respiro ha una direzione verso l'alto.

3. Riconosco il punto del corpo dal quale la misurazione può avere inizio. Non riesco invece a trovare il punto dove essa potrà terminare" [1].


[1] La numerazione dei tre brani nell'originale è 2, 2.1, 2.2.


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Piera Mattei, IL FOGLIO NON È ESSO STESSO IL COSMO?

Non è facile parlare di un libro come ALI DEL COLORE, bello, elegante, enigmatico. Una pittrice, Giovanna Fra e un poeta, Flavio Ermini, si mettono a fronte, ma non si pongono in traduzione dalla pittura (segno, colore) alle parole.

Sappiamo, dalle RIFLESSIONI di Silvia Ferrari, che le immagini (segni, pennellate, colori) preesistono al testo. Non ne sono però il pretesto, perchè si tratterebbe in quel caso solo di un avvicinamento, a posteriori, formale, o inversamente illustrativo, un testo cioè che dà l'interpretazione alle immagini. Sarebbe il tradimento di un'arte che è tutta nella misura del peso e della durata della mano e dello sguardo sul pennello e sul supporto cartaceo.

Le immagini sono quindi stimolo a una narrazione, che si dipana in capitoli, scanditi da una loro interna logica. Il libro coincide con una proposta a fruire di quanto di misterioso e vero è scritto in brevi paragrafi, insieme o accanto a quel colore e a quel gesto, in cui nessuna figurazione, nessun racconto è alluso né lontanamente intuibile.

Sappiamo che Flavio Ermini si fa in altra sede ispiratore di una poesia totale, "dal foglio al cosmo". Ma il foglio non è esso stesso il cosmo? Non è qui su questa materia preziosa e umile, sulla carta, che due sensibilità si confrontano per produrre un solo oggetto-opera?

Silvia Ferrari compie il lavoro del critico. Non si propone come guida obbligata, per turisti dell'arte: fissa in una congruità critica, logica - all'interno di un discorso in cui le parole hanno saldi riferimenti - un incontro che senza il suo discorrere, senza le sue riflessioni, si scompone in una serie di stimoli, frasi, immagini e colori. E ciascuno resta libero di ricomporli in combinazioni diverse come in un personale caleidoscopio.

Schegge. Frecce. Ecco quelle che hanno raggiunto il bersaglio: "l'interminabilità della nascita", come concetto universale che ha a che vedere con la sfera esistenziale e creativa, con l'apparire del colore sulla carta. Le tracce che lasciamo sull'acqua, qualcun altro pronunciò queste parole. Ma qui è dolorosamente richiamato anche lo specchio d'acqua di Narciso, mito eterno del vergine padre di tutti gli artisti. La narrazione prosegue coinvolgendo la stanza, le case, la coppia, l'altro corpo come "luogo dove cercare salvezza".

"Aspetto che la voce metta in evidenza una bocca": il costruirsi del corpo con pazienza e per progressivi segmenti, intorno alla voce, alla bocca, lì dove risiedono i primi occhi, la prima capacità di riconoscere. Recupero della dimensione infantile.

Flavio Ermini ha ribadito più volte l'essenza della poesia come antipensiero, la pluralità espressiva come promotrice di una situazione precaria ma esaltante, la proposta della frantumazione dello sguardo. Si staccano i frammenti del discorso, si moltiplicano i lampeggiamenti poetici. Le immagini tracciate dal sapiente pennello di Giovanna Fra, più che da testo dal quale fare partire una narrazione, hanno l'andamento di un canto, di un controcanto ben armonizzato. Che dire, siamo rimandati a filosofia, poesia, arte e loro ineludibili legami. Abbiamo assaggiato un libro col quale restare in contatto, non da leggere e sfogliare una volta per tutte.

17/04/07

Rossana Dedola, LA VALIGIA DELLE INDIE E ALTRI BAGAGLI. RACCONTI DI VIAGGIATORI ILLUSTRI

Milano, Bruno Mondadori, 2006


Nel riferire e interpretare gli scritti di alcuni viaggiatori in India, Rossana Dedola ne delinea l'esperienza conoscitiva, che può avere come conseguenza un rinnovamento interiore, i riscontri relativi all'osservazione del mondo esterno, la scoperta di dimensioni molteplici.

Il saggio spazia, nei testi composti da intellettuali indiani, dall'umanesimo e confronto tra Oriente e Occidente del poeta e filosofo Rabindranath Tagore, alla valutazione positiva del vissuto locale raffigurato senza idealizzazioni e con apertura verso valori universali da parte del regista Satyajit Ray, alla progressiva comprensione di un ambiente antropologico, economico e geografico lasciato alle spalle, per emigrazione della famiglia d'origine, da parte dello scrittore Vidiabhar Surajprasad Naipaul.

Molti autori occidentali si sono misurati con l'alterità e la somiglianza dell'India: Dedola ricorda Günter Grass e, ancor più dall'interno, per la propria attività di Ambasciatore messicano in quel paese, Octavio Paz. Orientato invece in senso spiritualista Allen Ginsberg.

Alcuni resoconti italiani vengono esaminati dall'autrice. Di Roberto Rosselini spiccano un lungometraggio, nonché dei documentari per la televisione, rivelatori tanto della realtà oggettiva e materiale del paese visitato, quanto di una rinnovata e personale visione del mondo. Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, pur avendo compiuto un itinerario indiano insieme (accompagnati da un certo punto del viaggio in poi da Elsa Morante), e pur trovandosi fisicamente nella stessa dimensione temporale e spaziale, esperirono dimensioni diverse della coscienza: Pasolini ricavò dall'esperienza indiana un ossimoro dell'istintualità e la scelta della verità rispetto all'ideologia, mentre in Moravia prevalse la centralità della dimensione psicologica di ciò che si può definire come esperienza. Si ricordano ancora il soggiorno breve (di un solo giorno), ma pieno di riflessioni, di Ennio Flaiano; il tentativo di interpretare l'India senza parametri eurocentrici da parte di Giorgio Manganelli; il "legame tra relativo e assoluto, tra caduco e eterno, tra individuo e totalità" di Antonio Tabucchi (p. 179); la presenza del mito e al contempo della modernità individuata da Giuseppe Conte; la realtà descritta e raccontata da Sandra Petrignani senza illusioni ma con simpatia umana negli anni Novanta con la modernizzazione ormai in corso.

L'india rappresentata dagli autori citati, tramite le dettagliate e intelligenti analisi di Dedola, è un mondo complesso e variegato, che fluisce con agilità davanti al lettore anche per la scorrevolezza con cui è composto questo serio saggio, in parte orientato su parametri junghiani, in parte sull'esame testuale, in parte sulla conoscenza di prima mano della cultura, della società e dei luoghi citati.


[Roberto Bertoni]

15/04/07

Mark Hutcheson, A CUP OF COLD WATER


[A cup of cold Irish sea water at dusk. Foto di Marzia Poerio]


Remember your Creator
in the days of your youth,
before the days of trouble come
and the years approach when you will say,
"I find no pleasure in them"
.

ECCLESIASTES 12:1


Most mornings, Susan, when I come to class,
You're here already, writing, studying hard,
Labouring to break beyond each stern impasse
Of English. So for you this birthday card.

"My mood is bad"‚ you tell me every day:
No job, strange culture, family and friends
In China. Arduous your chosen way,
I hope this cup of water courage lends.

You are a lily of the valley, grace
And loveliness are yours, add faith to them.
Now like your namesake with the Lord set face
And start to walk towards Jerusalem,

The end of all our walking. Carpe diem
As you go, as well respice finem.


[Mark Hutcheson]

14/04/07

Francesca Archibugi, LEZIONI DI VOLO

Sceneggiatura di Doriana Leondeff e Francesca Archibugi. Con Flavio Bucci, Roberto Citran, Angela Finocchiaro, Anna Galiena, Giovanna Mezzogiorno, Maria Paiato, Mariano Rigillo, Andrea Miglio Risi, Riccardo Zinna

"Sei un moralista!", ha escamato la persona con cui siamo andati a vedere questo film durante una scena in cui una pressione inconscia, insopprimibile, aveva spinto a prendere a voce alta (contro il consueto bon ton da adottarsi al cinema) le parti di un personaggio a scapito di un altro. Qualcuno ci ha ingiunto, a ragione, di star zitti; e il resto del film lo abbiamo guardato disciplinatamente in silenzio. La tendenza spontanea a commentare guardando la pellicola, pur se irriguardosa verso gli altri spettatori, è un buon segno: il film ci ha fatto partecipare alla vicenda come nella vita e ha posto dei problemi che possono essere affrontati con due reazioni opposte, li ha dunque presentati in maniera problematica e aperta. Brava Archibugi.

La storia è quella di due adolescenti, uno romano, l'altro originario del Kerala e adottato da una famiglia italiana, che si recano in India. L'esperienza è inizialmente quella del primo viaggio: i due amici vengono derubati, seguono percorsi un po' inesperti, si ritrovano in un villaggio-ospedale con Chiara (Giovanna Mezzogiorno), una medico italiana che li ospita. Uno dei due ha una storia con lei. C'è un marito. Il film si conclude anni dopo, mostrando la vita attuale dei protagonisti.

Le località indiane (Delhi, Mumbai, Kerala, Kocin, Jodhpur e altre zone del Rajasthan) sono state scelte con riuscita non turistica e chiarezza documentaria, senza peraltro cadere nell'opposto eccesso di iperrealtà. I colori che volgono in certi momenti al celeste accrescono l'impatto emotivo e danno un tono leggermente fiabesco. Viene citata la luna. C'è una storia toccante di una ragazza in stato di gravidanza all'interno del racconto principale.

Tra i temi esplitici e impliciti: cooperazione, stress, tenerezza, famiglia, rapporti di coppia, amicizia, mondo globalizzato, solidarietà e altro.

Se una certa artificiosità in alcuni dialoghi non manca, essi si svolgono per lo più con verosimiglianza. I nomignoli dei due giovani lasciano a desiderare (Pollo, interpretato da Andrea Miglio Risi, e Curry, ruolo di Angel Tom Karumathy). Positivamente naturale la recitazione di Giovanna Mezzogiorno, la quale (su "Whipart", 26-3-2007) spiega che il titolo è LEZIONI DI VOLO perché "[...] tutti i protagonisti [...] desiderano qualcosa che li faccia andare avanti. Se sarà un piccolo o un grande volo non importa, il film non ci dice come andranno le loro vite. L'importante è che siano cambiate e che il viaggio sia stato una esperienza indimenticabile".

Un'intervista con Archibugi è a http://www.italica.rai.it/. Tra le recensioni, se ne segnala una di Silvana Silvestri sul "Manifesto" del 23-3-2007.

La co-spettatrice, alla domanda su che punteggio avrebbe assegnato su cinque stelle, ha risposto senza esitare: "Tre, perché il film mi è piaciuto". Alziamo magari a tre e mezzo.

[Renato Persòli]

13/04/07

CARLA BENEDETTI: UN LIBRO-INTERVISTA



[Are human beings just authors of their own shadows? Foto di Marzia Poerio]


CARLA BENEDETTI, a cura di Mario Maccherini. Roma, Coniglio, 2007

Il volume comprende un'introduzione, una lunga intervista, alcuni brani tratti da articoli, una bibliografia e un corredo fotografico.

Emergono con chiarezza alcune aree cruciali che si erano riscontrate negli anni negli scritti di Carla Benedetti, soprattutto in PASOLINI CONTRO CALVINO (Torino, Bollati Boringhieri, 1998), L'OMBRA LUNGA DELL'AUTORE (Milano, Feltrinelli, 1999) e il TRADIMENO DEI CHIERICI (Torino, Bollati Boringhieri, 2002): opere militanti seppure al contempo orientate verso la discussione della teoria letteraria e della filosofia, due campi dello scibile integrati dalla saggista e docente universitaria di Letteratura italiana a Pisa, la quale cita come suoi primi autori importanti proprio Leopardi e Gadda, che tali discipline intrecciarono. Del resto, a una domanda sull'idea di letteratura, risponde: "Mi piace tutto ciò che non separa [...] pensiero, poesia e racconto" (p. 55).

Maccherini utilizza la parola "impegno" in un'altra domanda, come in effetti verrebbe spontaneo fare, pensando alle polemiche e agli interventi di Benedetti orientati contro l'establishment culturale, massmediale e commerciale. L'intervistata precisa: "L'impegno, se proprio dobbiamo usare questa parola che non mi piace, consiste nell'andare fino in fondo nelle cose che uno fa, nel non fare sconti sulla possibilità di esprimere una verità" (p. 46).

C'è una chiara presa di posizione sulla moda postmoderna di assegnare una fine alla letteratura e sulla classificazione del presente come era postuma, perché in tal modo, e le si dà ragione, la vitalità e il nuovo scompaiono:

"Gli ultimi trent'anni del Novecento sono stati tutto un ratificare fini e morti. C'è stato un interminabile lavoro del lutto da parte di un'intera cultura che si autocondannava a una condizione terminale. Niente più creazione e invenzione! D'ora in avanti si potrà solo avere un rapporto ironico con l'arte della parola, e con la sua grandezza ormai tutta passata. Tutto questo ci ha lasciato in retaggio un'ideologia terminale, di chiusura del tutto" (p. 27).

Al contrario, per Benedetti, la morte dell'arte e della letteratura non si è data, occorre riscontrare quanto esiste di vivo nella produzione attuale.

In tale ambito, "la critica è semplicemente questo: una ri-attivazione del pensiero" (p. 24); ed è "creativa nella misura in cui distrugge. Rompendo i cliché, le ideologie, le finzioni mentali che impediscono di interrogare di nuovo il mondo e la storia, essa può rimettere in moto l'euresi" (p. 29).

Rivendicando l'emergenza dei problemi sociopolitici, l'intervistata contesta l'ipotesi della virtualità prevalente dell'esperienza del mondo, proposta da Scurati, il quale sottotitola un suo saggio "SCRIVERE ROMANZI AL TEMPO DELLA TELEVISIONE" [1]. Invece, per Benedetti, si dovrebbe discutere della scrittura al tempo "della proliferazione nucleare, della schiavizzazione del lavoro, oppure della prima mappatura del genoma umano, o delle nuove possibilità che la scienza oggi ci aprirebbe per muoverci in una direzione diversa" (p. 36).

Tra gli autori preferiti, compaiono Pasolini e Moresco.

Tra i romanzi attuali, Benedetti difende GOMORRA di Roberto Saviano, in quanto ritiene che vada

"[...] oltre quelle misere distinzioni tra fiction e faction. [Saviano] non parla semplicemente della criminalità organizzata. Parla dell'economia. Ti fa vedere come i pilastri dell'economia siano criminali [...]. Te lo racconta non con lo sguardo distaccato del reporter, ma spinto da una necessità. Si sente che chi vede è qualcuno che deve raccontare ciò che ha visto. E questo dà al libro una forza di verità che nessun reportage e nessuna fiction potrebbe avere" (p. 39) [2].

L'intervista affronta una varietà di altri temi, sfuggendo alle definizioni banalizzanti, ad esempio quella di identità culturale o d'altro tipo, oggi usata talora in maniera "stilizzata" come semplice "moneta di scambio dentro il circuito comunicativo" (p. 48).

Si potrà o meno concordare con le opinioni espresse nel volume, ma indubbiamente si tratta di riflessioni serie e ben motivate su aspetti cruciali, con risvolti anche concreti e pragmatici e con un invito a responsabilizzarsi rispetto alle emergenze attuali, così pressanti, del pianeta Terra; ed è proprio su questo che concludiamo, citando:

"Secondo me ogni discorso sulla cultura (critica, letteratura, arte) dovrebbe prendere dentro tutta questa situazione in cui ci troviamo oggi. Che ha questi e anche altri aspetti: oligarchie, potentati, sopraffazione, impoverimento di vasti strati della popolazione mondiale, schiavitù, guerra, estendersi di forme di potere mafioso in tutto il mondo che convivono con un'apparenza di democrazia, le sorti di tante specie viventi sul pianeta, compreso l'uomo che per la prima volta si trova così vicino a un suicidio di specie" (p. 34).


[1] Una recensione di Roberto Bertoni al libro di Antonio Scurati, LA LETTERATURA DELL'INESPERIENZA, è in "CARTE ALLINEATE", 3, 4-3-2007.
[2] Una recensione di Paola Benchi al libro di Roberto Saviano, GOMORRA, è in "CARTE ALLINEATE", 3, 13-3-2007.


[Roberto Bertoni]

12/04/07

Piera Mattei, FIUME E PAROLE / RIVER AND WORDS



[The story of the stones: five from the sea and one for destiny. Foto di Marzia Poerio]


Da: TRILOGIA DEL FIUME

1. E ALLORA IL FIUME

E allora il fiume,
potrebbe arrossire di vergogna
per quel suo corpo
senza trasparenza, per la sua
perduta purezza.
Dove comincia un fiume
a raccontare la storia
delle pietre che ha sgretolato
del mare già incontrato
dove comincia a pronunciare
il suo nome a carezzarsi
i lunghi capelli
e si solleva le vesti sotto i ponti
– e poi brucia l'amore
o una corrente furiosa d'odio.

Questo fiume è
un fiume anche se
nessuno lo nomina?


From: TRILOGY OF THE RIVER

1. AND THEN THE RIVER

And then the river -
might blush with shame
for its opaque body, for its
lost purity.
Where does a river start
telling the story
of the stones it has crumbled,
of the sea it has met before
where does it start speaking
its own name, caressing
its long hair,
and it takes off its clothes
under the bridges
– and then love starts burning
or a furious current of hate.

Is this river
a river, even if
nobody names it?


Da: EPIGRAMMI LIRICI

LE PAROLE

3.

Le parole come gli amanti
si trattengono nell'ombra
finché le snida la passione
in piena luce rotolano
come lacrime
trasparenti

13.

Tutta la vita
un francescano esercizio
una litania profetica
pomeriggi interi di prove
e pronunciare infine
nella giusta misura
quella sola parola.


From: LYRICAL EPIGRAMS

WORDS

3.

Words like lovers
keep themself in the shade
till passion drives them
into full light they roll then
like tears
transparent.

13.

All through life
a Franciscan exercise
a prophetic litany
whole afternoons of rehearsals
to finally pronounce
with the right measure
that single word.


L'autrice avverte che le poesie sopra riprodotte sono "comparse nella duplice versione italiana e inglese nel primo volume di INVERSE, ITALIAN POETS IN TRANSLATION, antologia a cura della Cabot University of Rome; e raccolte poi (nella sola versione italiana) nel libro LA MATERIA INVISIBILE".

Una recensione di Lucetta Frisa a LA MATERIA INVISIBILE è in CARTE ALLINEATE, 3, 16-3-2007.

10/04/07

Lucetta Frisa, APPUNTI PER I CARDELLINI (Prima parte)



[Are these little ones feeding from the tree of life? (Detail - Amalfi Cathedral) Foto di Marzia Poerio]







Nella primavera del 2006, il canale CULT di SKY, trasmise un cortometraggio che trovai sconvolgente: CARDILLI ADDOLORATI, diretto da Carlo Luglio e Romano Montesarchio: raccontava la cattura e il commercio dei cardellini nella borgata di Secondigliano di Napoli. Decido di non trascurare questa emozione. Perché il cardellino attira tanto gli uomini? È il suo corpicino palpitante, indifeso e sfuggente, a eccitare desiderio di possesso? Intorno alla sua voce, potente e melodiosa, si svolge un commercio convulso. Il documentario alterna le scene assordanti del mercato a scene di un silenzioso appostamento da parte di un bracconiere illegale,in un campo selvatico, alle prime ore dell'alba. La cattura dei cardellini non è solo un lavoro ma una insopprimibile passione. Un intervistato dice, serissimo, che, se dovesse scegliere tra sua moglie, i suoi figli, e i cardellini, sceglierebbe senza esitazione questi ultimi. Altri che, se privati dei cardellini, arriverebbero al suicidio.

Il più richiesto e il più caro è il cardellino accecato. La privazione della vista lo fa cantare con tutte le forze della disperazione, e pare che anche quelli che vanno in muta fuori stagione cantino meglio degli altri. Non sapevo nulla di cardellini fino a questo momento.

Subito mi viene in mente IL CARDILLO ADDOLORATO di Anna Maria Ortese (Milano, Adelphi, 1999): libro confuso e complesso, ambientato a Napoli, che non ho letto e non leggerò. So che il motore della trama è la soffocazione di un cardellino ucciso per gelosia. Per la Ortese il cardillo è una bestia-angelo, simbolo di un'innocenza la cui soppressione genera un ossessivo senso di colpa e un dolore cupo, senza fine.

"Sto' criscenno no bello cardillo
Quante cose ca ll'aggi'a imparà
Ha da ire da chisto e da chillo
Li'mmasciate isso m'ha da portà".

Sono i versi di una famosa canzone napoletana.

Ambasciatore d'amore? Vittima sacrificale degli intrighi umani? Tutto quanto è volatile, porta notizie e messaggi. Spiritelli buoni e maligni, strumentali agli uomini, però talvolta anche vendicativi. Uccelli di cieli bassi che si muovono nello stato mediano dell'aria, combattuti fra due desideri: volare e posarsi. Ma posarsi li espone alla cattura. Poi, una volta dietro le sbarre, vengono ammirati e ipocritamente compatiti.

Tra i prigionieri è facile si crei un'alleanza. I carcerati allevano cardellini, o i più comuni canarini. Certi manuali affermano che un tempo gli allevatori-carcerieri tagliavano loro il becco periodicamente - un cono perfetto che cresce in continuazione - insieme alla unghie. Celebre esempio di tale alleanza prigioniero-cardellino è nel film L'UOMO DI ALCATRAZ, dove un possente Burt Lancaster, incarcerato per omicidio, si dedica amorosamente all'allevamento di questi uccelli - inconsapevole autoterapia della propria violenza criminale. Ma, se il carcerato è presumibilmente colpevole, il canarino non lo è. L'attrazione tra colpevoli e innocenti farebbe parte, quindi, di una regola naturale. Un ex ladro intervistato nel documentario, mostra con orgoglio sul suo torace il tatuaggio di un cardellino, ricordando di averne allevati ben sette nella sua cella, e tutti canterini. "Per sopravvivere l'uomo deve farsi animale e l'animale uomo" - scrive Max Ernst.

È il cardellino il nostro piccolo albàtro domestico? Tante le figure mercuriali, dal mito alla letteratura, che assumono le valenze del "diverso" e dell'alieno e sono vulnerabili più degli altri. Anche il Cherubino mozartiano è, in fondo, un cardellino. Forse anche il Monaciello napoletano, spiritello malaticcio e dispettoso, solitario e malinconico (come può esserlo un giovane monaco) molto temuto e onorato da chi non ha fortuna. Rappresenta in modo conturbante il desiderio frustrato di una vita pienamente vissuta. Forse il cardillo attira le voglie di chi vede in lui quello che in lui non c'è più o mai c'è stato: l'aria dell'infanzia, il suo respiro, il suo canto.

Che differenza c'è tra cardellino e canarino? Bisogna che vinca la pigrizia e apra il vocabolario:

CANARINO: "Uccello dei Fringillidi, originario delle Canarie, di Madera e delle Azzorre, ove tutt'ora si trova allo stato selvatico, con un piumaggio di color verde variegato di grigio e giallo oro. Importato in Europa, per la soavità del suo canto, fin dal secolo XVI ed allevato su larga scala, se ne sono ottenute numerose varietà dai colori più diversi (giallo, rosa, arancione, salmone ecc)".

CARDELLINO: "Uccello dei Fringillidi, con testa nera e bianca e, in corrispondenza della faccia, rossa, dorso nocciola, ali di color nero, attraversate da una banda gialla,coda nera. Ha un canto grazioso e vive facilmente in cattività. Ama la pianta di cardo".

Nell'iconografia, il cardellino è simbolo della passione e resurrezione di Cristo. Esiste una produzione sterminata di dipinti antichi e moderni (da Bosch a Raffaello, al Ghirlandaio a Crivelli fino a Picasso e a Mirò) che riporta la figura del cardellino. Nella MAESTÀ di Lorenzetti a Siena, Gesù Bambino arretra spaventato davanti al cardellino che gli evoca la sua futura passione. Un quadro tutto laico è il commovente DON MANUEL OSORIO DE ZUÑIGA di Goya, uno dei miei quadri preferiti, dove un bambino di nobile casato è ritratto nella sua stanza assieme ai suoi animali, compagni di cattività, tra cui dei cardellini dentro una gabbia. Se cantano o no, non lo possiamo sapere. Il quadro è muto.

Ma dipingerli non è - ancora una volta - imprigionarli per sempre dentro la gabbia del quadro?

Una risposta può darcela Roberto Longhi, che nel suo RITRATTO DI DAMA dipinge un canarino che scappa dalla gabbia…C'è allusione all'inconscio libertino della dama?

Ecco che mi tornano in mente le strofe di un'altra celebre canzone napoletana (REGINELLA) in cui, a un certo punto, l'innamorato tradito, si rivolge al cardellino:

"O cardillo, a chi aspetta stasera?
Nun ‘o vide, aggiu aperta ‘a caiola
Reginella è vulata, e tu vola!
Vola e canta, ma nun chiagnere ccà!
T'è à truvà ‘na patrona sincera
Ca' e cchiù degna ‘e sentirte e cantà".

Da dove viene il cardellino? Paliurus spina Christiè un arbusto diffuso in tutto il Mediterraneo meridionale. Dove nascono i cardi e gli arbusti spinosi, l'acqua scarseggia. L'ambiente è di privazione. Il cardellino soffrirà la sete. Perlustra siepi e arbusti spinosi, in cerca dell'acqua. Si nutre di trafitture. Forse conosce il segreto di non feririsi o per lo meno di non avvertire le punture dei cardi. Con il Paliarus spina Christi si costruivano corone di tortura, da infliggere ai malfattori e ai rivoluzionari di Galilea. E poi Gesù sulla Croce, oltre al dolore della corona spinosa, non ha patito la sete? La sete è spina conficcata in gola.

Per saperne di più dovrei consultare un libro di ornitologia. Ma in fondo, cosa me ne importa? Non mi piace approfondire troppo certe cose che mi suggestionano. Temo di deludere la mia immaginazione, anche se non sempre è così. Preferisco mantenere un mistero, un'ignoranza, una domanda in sospeso. Comunque ora so che canarino e cardellino abitano luoghi caldi: anche Cristo è nato nel sud. Adesso la figura sacrificale del cardellino mi è un po' più chiara.

A Bergamo Alta visito a giugno OLTRE LA RAGIONE, bellissima mostra di alienati artisti o artisti alienati. Subito mi colpiscono i disegni di uccellini gialli di Tarcisio Merati. Una sequenza di uccellini gialli posati su dei cardi (o cactus). Per Merati l'uccello si ferisce se si posa a terra, eppure resta aggrappato al proprio luogo di dolore. E spinoso è anche il sesso femminile a cui allude, non molto diverso dall'immagine freudiana della vagina dentata. Ma dei canarini Merati ha disegnato anche il canto: un pentagramma fatto di brevi linee inclinate e sottili e sotto, numeri e sillabe di due o tre lettere. Tra un gruppo di note e l'altro si allarga o si restringe lo spazio bianco del silenzio, secondo le sue irregolari battute. Anche Merati è prigioniero, non solo come lo siamo noi tutti del nostro destino, ma della propria alienazione. È ovvio che si identifichi in quei canarini sacrificati.

Qualche giorno dopo l'amico Francesco Denini, violinista e musicologo, ci ricorda Olivier Messiaen, che si dedicò al canto degli uccelli tentando, in fascinosi brani pianistici, di imprigionare le forme del loro canto. Non a caso ha scritto anche il poema sinfonico SAN FRANCESCO dove a "stonare" sembra sia solo il canto umano. Credo fosse ossessionato dal canto degli uccelli. Come Charlie Parker, soprannominato Bird perché - così narra la leggenda - rincorreva gli uccelli nei parchi con il suo sax tentando di imitarne la melodia. In quanto a me, aspetto con ansia la primavera per riascoltarli. Spalanco il balcone e mi sdraio sul divano, facendo finta che sia un prato: solista e coro, i loro cambiamenti di registro, le riprese prepotenti, il tintinnare delle note che si spargono in lontananza fino ad ammutolirsi pian piano, mi mandano in estasi. Gioia di esistere che si gira in una domanda, una insistente, tenace interrogazione che non ha bisogno di risposta. "Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo" - scrive Leopardi. Almeno così sembrano.

Mi piacciono i libri che parlano di animali. In estate, visito a Celle Ligure una mostra di piccoli editori sotto la squallida volta di una galleria di cemento e adocchio l'ultimo libro di Stefano Lanuzza, originale scrittore "notturno", fiero flâneur di argomenti eretici. Si intitola BESTIA SAPIENS (Roma, Stampa Alternativa, 2006) e un capitolo intero è dedicato agli uccelli e al loro linguaggio. La cosa divertente è che anche Lanuzza, come Merati, descrive in ben 7 righe di suoni onomatopeici - il canto degli uccelli. Cip cip, trrr, tin tin, ploeploeploe, icio ciù ciù, fill, vhiu krrr, uit tenten, zip zip, chiu trrr, glo cro que, szu, igne, chio cociù,rrrr, klo klu kluo... Nel documentario su CULT si diceva che, per essere più apprezzato, il canto del cardellino, deve fare zizzi zizzi e ble ble ble...
Chi mi ha parlato di un certo Zora Kecaari, poeta visionario, che recita il Padre nostro emettendo suoni gutturali, dolci e profondi come un gorgoglio di oche? Fonemi impossibili da ripetere. Sono i versi degli uccelli di cui solo gli Udini (popolo nomade dell'Azerbaigian) riescono a ricordare l'alfabeto.

In libreria cerco BIRDY di William Wharton - citato proprio dallo stesso Lanuzza che la definisce "una storia di un'assimilazione ornitologica coniugata con le metamorfosi e le simulazioni della schizofrenia". Pubblicato nel 1978, questo libro è introvabile. Invece vedo il film tratto dal libro, regia di Alain Parker, con un giovane Nicolas Cage, insolitamente bravo, e l'intenso Matthew Modine. La trama, in breve: è tanto grande la passione per gli uccelli che un giovane compie un definitivo transfert col suo canarino. Ricoverato in manicomio, il corpo retratto e accovacciato in un angolo della cella, il giovane mima l'atteggiamento dell'uccello e ha il viso sempre rivolto a un pezzetto di cielo che il finestrino incornicia. Se la follia è una fuga dal reale, la sua è una fuga "immobilizzata" in una figura di libertà e di volo, assolutamente muta…

Dentro una magnifica gabbia in ferro battuto, appesa all'arco della porta della suggestiva Taberna El Patio andaluz, c'è un canario. Lo vedo, anche se è nascosto e immobile. Forse dorme, ormai abituato ai rumori e alle voci del ristorante. Non so se è canterino o no, se sia quindi maschio o femmina. Troppo difficile chiederlo ai camerieri indaffaratissimi, per lo più non sapendo una parola di spagnolo. Forse dovrei agitargli un fazzoletto bianco sotto gli occhi per stimolarlo a cantare come ho sentito dire nel documentario. Siamo a Cordoba. Ho cominciato dai cardilli napoletani - più o meno addolorati - e sono approdata a un canario andaluso. Tutti in gabbia. Ma ci fu mai un tempo che i cardellini si aggiravano più tra cielo e alberi che tra le sbarre?

"Cardellino mattutino
sovrano delle cime
guarda in che modo tanto triste
hanno ucciso Emiliano.

Ruscelletto impetuoso,
che ti disse quel garofano?
dice che il comandante non è morto
che Zapata tornerà".

È una canzone popolare messicana e ogni commento è superfluo.

E ancora questa, di Vitorino Nemésio, poeta portoghese delle Azzorre:

"O CANÀRIO DE ORO

Se lascio entrare questo canarino d'oro
che mi spia e becchetta
(io che sono le ossa, la gabbia
- debole canarino giallo!
Io, maestro come uno scolaretto…)
Allora sì: Canta. Resta.
[…]
Ah, è magari il mio sangue il canarino!"

Perché ne LO CUNTO DE LI CUNTI, Giovanbattista Basile, tra i tanti animali che popolano i suoi racconti, non accenna mai al cardillo? Un uccello non ancora approdato a Napoli? Eppure, nell'iconografia del XVII secolo, la sua immagine è ricorrente. Anche Hans Christian Andersen, due secoli dopo, non scrive fiabe di cardellini o canarini, ma di usignoli. E Andersen soffriva di umiliazioni, di complessi d'inferiorità, ritenendosi vittima della società del suo tempo. Viaggiò nel Sud - in Italia e Spagna - ma i cardellini o i canarini nulla hanno suggerito alla sua immaginazione. Forse perché gli usignoli cantano meglio? Di Andersen, a Malaga, esiste una piccola statua di bronzo nero seduta su una panchina e con l'aria di un corvo appollaiato. Perché il bronzo, per scolpire gli scrittori? Perché la scultura? Un altro esempio è Fernando Pessoa accomodato davanti al suo Caffè Brasileira a Lisbona e James Joyce a Dublino che però è in piedi. Un altro ancora è il nostro Leonardo Sciascia, a Recalmuto. Dentro al bronzo, anche gli scrittori sembrano uccelli in gabbia.

09/04/07

Angelo Tonelli, LA TRAGEDIA COME VISIONE INIZIATICA


[A. Trifoglio, 1969, china su carta. Collezione privata]















Secondo alcune fonti antiche [1], Eschilo, con le sue tragedie, profanò i Misteri Eleusini, e per questo fu processato: ciò significa che la tragedia eschilea rappresenta una divulgazione dei Misteri, e comunica un indicibile árreton. In quale senso?

Le rappresentazioni tragiche facevano parte delle feste in onore di Dioniso, e venivano considerate rito, azione sacra, proprio perché realizzavano una condizione dionisiaca collettiva, una trance condivisa.

Il drãma greco mirava a condurre i theómenoi (i nostri "spettatori", ma nel termine greco si allude a un "guardare a bocca aperta", estasiati), a una condizione di coscienza particolare, voleva iniziarli a una sapienza mistica: questo è evidente soprattutto nell'ORESTEA di Eschilo, che è iniziazione al máthos attraverso la compartecipazione con il páthos che i protagonisti della tragedia vivono di fronte agli occhi dei theómenoi, sotto i raggi abbacinanti del sole ellenico [2].

Analogamente Eraclito folgorava: "a tutti gli uomini tocca in sorte di conoscere se stessi e cogliere la sapienza suprema" (22B116DK).

In quale senso dunque la tragedia eschilea - e la tragedia greca in generale - rappresenta una profanazione, ovvero una comunicazione essoterica dei Misteri Eleusini? In che cosa consiste, al di là della lezione ormai desueta di Nietzsche, la dimensione iniziatica della tragedia greca?

Certamente nella comunicazione di una sapienza (il máthos eschileo) che scaturisce dalla visione di un dráma carico di significato e pervaso da una tensione che conduce il theómenos a una illuminazione conoscitiva attraverso la partecipazione emotiva a un tragitto di katábasis e anábasis, dal caos all'armonia.

Ma soprattutto nella contemplazione vivente del mistero di vita e morte.

Certo, si tratta di un' operazione essoterica, di una divulgazione dei misteri eleusini la cui epoptéia era costellata da ben più mistiche e metafisiche visioni dell'assoluto. Ma a chi sappia guardare ad essa con occhi da iniziato la tragedia greca si rivela paradigma fondamentale di ogni teatro che voglia aiutare l'umano a trascendere se stesso e recuperare, orfeodionisiacamente, la propria scintilla divina.

[1] Cfr. Eschilo, LE TRAGEDIE, traduzione e a cura di A. Tonelli, Venezia, Marsilio, 2000, p. 8 e 32 ss.
[2] Cfr. qui sotto AGAMENNONE, vv. 174 ss., da "Ma raggiungerà il culmine della sapienza".

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Eschilo, AGAMENNONE, vv. 160-247

Parodos (canto di ingresso) del Coro formato da anziani di Argo

STROFE II

Zeus, quale mai egli sia,
se con questo nome ama essere invocato,
con questo nome io invoco: soppesando ogni cosa
non trovo confronti con Zeus,
se veramente devo cacciare dal pensiero
questa cieca oppressione.

ANTISTROFE II

Chi un tempo fu grande,
ricolmo di ardire guerriero,
di costui non si dirà neanche che sia esistito.
E chi nacque dopo di lui
scomparve a sua volta,
imbattendosi in Colui che lo sconfisse tre volte.
Ma raggiungerà il culmine della sapienza
chi gioiosamente celebri la vittoria di Zeus,

STROFE III

di Zeus che conduce i mortali
sulla strada della saggezza
e decretò il principio sovrano:
"patendo
conoscere".
Invece del sonno stilla dinnanzi al cuore
il tormento memore del dolore,
e la saggezza raggiunge
persino coloro che la respingono.
È questa la grazia violenta dei divini
che siedono sui sacri scranni.

ANTISTROFE III

E allora il comandante più anziano delle navi acaiche, che non biasimava i veggenti,
assecondò quel vento di sventura, mentre il popolo acheo,
affamato perché non poteva muovere le navi, spossato,
stava fermo di fronte a Calcide,
nella costa di Aulide, dov'è fragore di opposte correnti.

STROFE IV

E i venti che venivano dallo Strimone, venti
di indugio funesto, di fame, di sosta forzata agli ormeggi, rovina
di uomini che non risparmia navi e cordami,
dilatando continuamente il tempo,
estenuavano, logorandolo, il fiore degli Argivi.
E il profeta proclamò ai capi un altro rimedio,
più grave ancora di quella tempesta amara,
rivelando l'ira di Artemide. E gli Atridi
percossero la terra con gli scettri,
e non tennero più a freno le lacrime.

ANTISTROFE IV

E il più anziano dei capi,
così parlando, disse: "Grave sventura
non obbedire, ma anche grave sventura
uccidere la figlia, splendore della casa,
contaminando nei rivoli di sangue della vergine sgozzata
queste mani di padre, presso l'altare. Quale
di questi due atti è senza sciagura? Come potrei
abbandonare le navi e tradire i miei alleati? Furiosamente
è necessario desiderare sacrificio e sangue virginale
che faccia cessare i venti. E così sia!"

STROFE V

E sprofondò sotto il giogo della necessità,
e spirando rivolgimento empio dell'animo
sacrilego e impuro, con mutato pensiero
fu pronto a osare ogni cosa. Turpe,
miserabile follia, fonte prima di sciagura,
ricolma i mortali di audacia temeraria. E sopportò, il padre,
di farsi sacrificante della figlia, per aiutare la guerra
che vendicava il rapimento di una donna,
celebrazione propizia al viaggio delle navi.

ANTISTROFE V

Suppliche, il nome del padre invocato, l'età virginale,
non valsero a nulla presso i condottieri
avidi di guerra. Lo ordinò ai servi il padre, dopo i voti agli dei,
di sollevare alla stregua di una capra sull'altare,
con cuore deciso, la fanciulla avvolta nei pepli, capo reclino,
e di trattenere il grido della sua bocca, bella prora del volto,
perché non maledicesse la casa

STROFE VI

con violenza e forza muta di bavagli; ed essa,
lasciando cadere al suolo le vesti color del croco,
dagli occhi feriva i sacrificanti,
a uno a uno, con dardo di pietà, stagliandosi bella
come in un'immagine dipinta, e voleva
parlare,
perché già tante volte
nelle sale ben allestite del padre
aveva cantato, e con voce pura di vergine,
amorevolmente, per l'amato padre,
aveva intonato alla terza libagione
il peana di buon augurio.

08/04/07

Kiran Desai, THE INHERITANCE OF LOSS








["I returned to that mountainous country which had been lost due to exile". Foto di Marzia Poerio]


Kiran Desai, THE INHERITANCE OF LOSS, London, Hamish Hamilton, 2006

EREDI DELLA SCONFITTA, traduzione italiana di Giuseppina Oneto, Milano, Adelphi, 2007


Sai, di lingua inglese, orfana di genitori indiani (il padre astronauta nell'Unione Sovietica), cresciuta in un convento, è "an enstranged Indian living in India" (p. 210) e risiede nel 1986, adolescente, col nonno Jemubhai nella proprietà di Cho Oyu a Kalimpong (nel Bengala Occidentale), presso il confine dell'India col Nepal e il Bhutan.

Il Kanchenjunga, una montagna di più di ottomila metri di altezza, la terza più elevata della Terra, con cui si apre e si chiude il romanzo, si pone come connotazione ambientale ombrosa all'inizio ("mountains possessed of ocean shadows and depths", p. 1) e come fonte di luce alla fine di un percorso di svelamento intermittente della verità: "The five peaks of Kanchenjunga turned golden with the kind of luminous light that made you feel, if briefly, that truth was apparent. All you needed to do was to reach out and pluck it" (p. 324). La natura, quindi, è testimone di un itinerario di consapevolezza: come dire che la letteratura può ancora insegnare qualcosa raccontando delle storie e senza trasformarsi in prodotto didascalico pedante; tale notazione implicita dell'autrice pare opportuna nella tarda modernità a correzione di correnti interpretazioni della narrativa come percorso di prevalente intrattenimento.

Il nonno di Sai è un ex giudice di buoni mezzi economici, educato all'inglese nel periodo coloniale; ha studiato in Gran Bretagna; è tornato in India; ha respinto parte del suo passato di povertà e manifesta disamore per gli aspetti tradizionali del proprio paese. Ha sottoposto a vessazioni e violenze, e umiliato con la restituzione alla famiglia d'origine, la moglie Nimi, la quale, in conseguenza di ciò, verrà forse uccisa o forse morirà suicida, come si viene a sapere in due dei flashbacks che costituiscono un aspetto della tecnica narrativa di Desai oltre a essere momenti di rappresentazione documentaria sulla condizione femminile.

A parte un unico amico, è compagno della vita attuale del giudice un cane, Mutt; gli è fedele il cuoco; la nipote lo tratta con deferenza e affetto. Jemubhai, restato solo per il carattere arrogante, dogmatico, brutale, ripensa a ritroso agli errori commessi: pare questo un altro dei percorsi di consapevolezza proposti da Desai.

Sai è innamorata di Gyan, giovane insegnante di matematica, il quale ha nei confronti di lei un atteggiamento contraddittorio; a differenza della ragazza, proviene da una famiglia non benestante ed è politicizzato nell'ambito del movimento nepalese, esistito nella realtà, per la creazione di un territorio indipendente (il Gorkhaland). Spiega WIKIPEDIA:

"Between 1986 and 1988, the demand for a separate state of Gorkhaland and Kamtapur based on ethnic lines grew strong. Riots between the Gorkha National Liberation Front (GNLF), led by C.K. Pradhan, and the West Bengal government reached a standoff after a forty-day strike. The town was virtually under a siege, leading the state government to call in the Indian army to maintain law and order. This led to the formation of the Darjeeling Gorkha Hill Council, a body that was given semi-autonomous powers to govern the district".

Lo sciopero è descritto nel romanzo, come pure le azioni degli insorti e di polizia ed esercito. Ciò che Desai pare deprecare è la degenerazione in violenza, tale da pervadere negativamente il tessuto della società e da influenzare in profondità la vita delle persone. L'autrice dichiara in un'intervista:

"The book doesn't take an ethical position [about the movement]. I think they [the Nepali-speaking population] had a point. And I think it also turned violent, pretty bad at moments. And this is true of most such movements. I wanted to see how people deal with it, how they survive, who goes under, who comes out alive, who pays the price for what is happening. Of course, there is no question of anything being fair, simple or easy in these situations" [1].

Esistono inoltre rappresentazioni della stratificazione sociale tramite personaggi che, pur in un quadro di difficoltà del vivere e di dolore personale, hanno toni da commedia che alleggeriscono il flusso narrativo: signore della buona società, un missionario espulso in mancanza del permesso di soggiorno.

Frequenti i riferimenti culinari, in accordo con un interesse dell'autrice rivelato in un'altra intervista [2]. Uno dei protagonisti è Biju (figlio del cuoco impiegato presso il giudice), emigrato e impiegato in vari ristoranti newyorkesi: ci sono, nei brani che lo riguardano, riferimenti alla comunità indiana negli Stati Uniti e aspetti di inventiva linguistica.

La funzione ideologica di Bijou in quanto personaggio è di esprimere disadattamento. La sua storia, narrata dagli USA (a capitoli alterni a quelli che, svolgendosi a Kalimpong, coinvolgono gli altri interpreti), costituisce un racconto parallelo e delinea un mondo di identità globalizzate e ibridate; con ricongiungimento dei due assi narrativi negli ultimi capitoli, in cui il rientro di Biju in India si risolve non nella realizzazione dei desideri bensì in un anticlimax.

Kiran Desai, che con questo libro ha vinto il premio Booker del 2006, scrive in un inglese meditato, con un realismo in parte magico, o, come lei stessa dichiara:

"We are in strange times. It seems like literature is not literature anymore. Magic realism has become a dirty word. I am sure Marquez would be published no matter what but anyone less could be attacked quite severely. In many ways, this makes me sad because literature should be anything - imagined or otherwise" [3].

THE INHERITANCE OF LOSS è un bel romanzo in cui gli ambienti mondializzati e quelli di una delimitata zona geografica locale vengono integrati e descritti con partecipazione. "Sconfitta" (o meglio perdita, loss), sul piano collettivo, è quella degli ideali nati dalla liberazione dal dominio inglese. Sul piano psicologico si tratta di un "gap between desire and fulfilment" (p. 2). Disadattamento, riflessione sull'essere individuale e sul divenire storico, immedesimazione nei personaggi e descrizione oggettiva sono tratti che si intrecciano e si rispecchiano l'uno nell'altro con un effetto complessivo di riflessione multiforme e di plurale armonia stilistica.


NOTE

[1] "Writing can be a dangerous activity", intervista a cura di M. Padmanabhan, "The Hindu", 12-10-2006.
[2] Kiran Desai talks about her first novel, HULLABALOO IN THE GUAVA ORCHARD, intervista a cura di C. McWeeney, "Bold Type", Random House, 2000 (http://www.bookbrowse.com/).
[3] "Writing can be a dangerous activity", cit.

[Roberto Bertoni]

06/04/07

Riccardo Duranti, THE DISMAL VESTALS



[One of the memory posts was locked. Nevertheless, the river of memory flowed on. Foto di Marzia Poerio]














THE DISMAL VESTALS


Luminous they stand, wrapped in wonder,
as you seek in awe through their image
the Goddess you need to believe in.

Yet they are but faithless votaries of that ghost,
devout only to their maternal demons.

They might admit you briefly inside
their desecrated temples
and let you stoke the holy fire, a little.
They take gingerly your offerings and sacrifices.

Occasionally they let themselves go
and reward you with demure reservations.

Later, intoxicated with fear, reeling in self-slander,
they'll backlabel them as warnings
and blame you for not heeding them,
in your retrospective blindness,
for bleeding tears out of your poked in eyes,
for hurting as they kick you off their shrine.

When silence settles at last among the ruins
and only dry memories drip inside your head
you'll keep wondering at the source of all that light
collating it with the patterns in your current gloom…


LE FOSCHE VESTALI


S'ergono luminose, di meraviglia avvolte,
mentre tremebondo cerchi nella loro immagine
la Dea in cui hai bisogno di credere.

Eppure non sono che infedeli seguaci di quell'ombra,
devote solo ai loro demoni materni.

Magari ti ammetteranno brevemente all'interno
dei loro templi sconsacrati
e ti lasceranno attizzare un po' il sacro fuoco.
Con circospezione accetteranno offerte e sacrifici.

Ogni tanto si lasceranno andare
e ti compenseranno con ritrose riserve.

Poi, ebbre di timori e voltolandosi nell'auto-calunnia,
le retro-etichetteranno come avvertimenti
e t'incolperanno perché, nella tua cecità retrospettiva,
non te ne sei neanche reso conto,
perché piangi sangue dagli occhi che t'hanno cavato,
perché senti dolore mentre a calci ti cacciano dal santuario.

Quando infine sui ruderi sarà calato il silenzio
e in testa ti riecheggerà solo un secco gocciolio di ricordi,
t'arrovellerai sull'origine di tutta quella luce
confrontandola coi segni delle tenebre attuali…



A RICCARDO DURANTI ABBIAMO CHIESTO:


Hai tradotto spesso poesia, in particolare irlandese. Che rapporto c'è tra questa tua modalità creativa in inglese e italiano e la traduzione? Cosa significa per te scrivere in due lingue?

Ho cominciato a tradurre poesia ai tempi della laurea: prima le poesie di Robert Bly e poi quelle di Thomas Kinsella. Quindi si può dire che abbia cominciato dalla parte più difficile della traduzione e, come si vede, gli irlandesi sono comparsi quasi subito (e ci sono rimasti a lungo: Heaney, Muldoon, Longley, Ní Chuillaneáin, Kennelly, Crowe Serrano). Inoltre la traduzione ha giocato un ruolo importante nella mia evoluzione poetica: naturalmente ho cominciato a scrivere in italiano, ma avvertendo un certo disagio per i condizionamenti, inevitabili, della tradizione letteraria nazionale. Dopo un soggiorno di studi negli Stati Uniti ho cominciato a tradurmi e poi a scrivere direttamente in inglese, scoprendo una libertà espressiva inaspettata. In seguito ho tradotto poesia americana in italiano e mi sono reso conto che quella libertà si poteva raggiungere anche in italiano. Così ho ripreso a scrivere in italiano, liberandomi della soggezione che provavo in precedenza. Ho continuato ad alternare le due lingue (la lingua-madre e la lingua-amante: quella che si riceve e quella che si sceglie), tant'è vero che la mia prima raccolta si intitola BIVIO DI VOCE, proprio a indicare la scelta che mi si presenta all'inizio di ogni ispirazione.


BIVIO DI VOCE è anche il titolo di una tua poesia, oltre che della raccolta. Vuoi proporci il testo?

Il vento spinge la voce al bivio:

snidate dallo scuro delta
in mezzo alle due strade
parole frullano improvvise.

In brevi stormi fanno la spola
da un bordo all'altro del silenzio
inventando nell'aria sentieri segreti.

Se le tracce sospese bruciano
come sferzate
sull'abbagliante sfondo d'attesa
s'incide a volte una mappa d'ombra:

frastagliato reticolo di cicatrici
da seguire con l'occhio
per sentire in gola
il fantasma dell'ultima folata...


Che riferimenti ci sono nelle FOSCHE VESTALI alla tragedia classica?

Inaspettatamente, di recente elementi classici sono cominciati a riaffiorare nella mia poesia. La cosa ha sorpreso anche me. I ricordi del Liceo Classico e vivere a stretto contatto con le vestigia di Roma antica evidentemente esercitano i loro effetti a livello subconscio. Specie quando avvengono "collegamenti" esistenziali profondi con il proprio vissuto. Allora gli elementi si dispongono naturalmente come sulla scena della tragedia antica.


Ha importanza Jung nel tuo discorso poetico?

Credo proprio di sì, come in altri campi, del resto. Ma non ho mai sistematicamente esplorato le connessioni.


Cos'è a tuo parere la memoria? Come ci condiziona?

Forse è l'unica scia di consapevolezza che ci lasciamo dietro nella nostra fugace esistenza. Credo sia importante voltarci spesso a contemplarla, anche per capire la direzione in cui stiamo andando. E la poesia (insieme alla fotografia) mi pare lo strumento più efficace per fissarla, selezionandone gli elementi più significativi, anche per trarne auspici per il futuro.


[Intervista a cura di Roberto Bertoni]



Riccardo Duranti insegna Letteratura inglese e Traduzione letteraria presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne nella Facoltà di Scienze Umanistiche de' "La Sapienza". Oltre a svolgere un'intensa opera di traduttore letterario (ha tradotto l'opera omnia di Raymond Carver), scrive anche poesie e racconti. Tra i suoi libri segnaliamo: BIVIO DI VOCE, Roma, Empirìa, 1987; THE ARCHER'S PARADOX. POEMS, London, The Many Press, 1993; MOMPEO E DINTORNI. HAIKU 1986-1991, Pro-loco e Comune di Mompeo, 1991; L'AFFETTUOSA FANTASIA. POESIE 1987-1997, Roma, Aracne, 1998; Riccardo Duranti e Rino Bianchi, MADE IN MOMPEO. HAIKU E IMMAGINI, Roma, Corbù Libri, 2007.