28/04/07

LE INTUIZIONI DELL'ANIMA (su alcune poesie di Lucetta Frisa)


[Glass Shadow (1). Foto di Elizabeth Hutcheson]

















Le poesie di Lucetta Frisa sono le intuizioni di un'anima: di un'anima che cerca la sua identità negli specchi impietosi del labirinto degli uomini:

"Quando scopersi l'acqua mi specchiai.
Quella forma chi era? Cosa voleva?
Poi l'occhio s'ingrandì
mi vidi con altre creature.
Cominciai a parlare a riunire
secoli di emozioni nella voce"
(S, L'AFFETTO) [1];

e non ha ancora trovato se stessa, neanche dopo trecento milioni di anni di vita: "ma questa terra / sembra sempre appena smossa / mi guardo in giro commossa e sgomenta" (ibidem).

E come tutte le anime, viaggia: dalla luce al buio e dal buio alla luce. Esplora un mondo diurno forse un po' cinico e dal ritmo concitato, per poi abbandonarsi finalmente ai "viaggi soffici della notturna sapienza" [1].

C'è una riflessione molto profonda sull'esistenza, che mette in discussione il concetto di vita inteso come puramente riferito allo stato di veglia, nel quale i parametri di giudizio della realtà tentano invano di essere ridotti all'esperienza visiva che accomuna tutti gli uomini. Lucetta Frisa dà alla condizione del dormiente e del sognatore la stessa "dignità di vita" che viene comunemente concessa solo alla vita quotidiana. E anzi la eleva ad esperienza più importante ai fini della conoscenza.

Nella serie degli AUTORITRATTI (in SE FOSSIMO IMMORTALI), in particolare, viene in evidenza come la poesia conduca attraverso questo eterno viaggio alla ricerca dell'identità, in cui gli specchi simbolizzano allo stesso tempo la presa di coscienza della nostra persona quale è, e l'impossibilità di vederla e conoscerla a tutto tondo.

È curioso notare che soltanto nello stato onirico ci venga concesso di osservare il nostro corpo agire, da un punto di vista esterno. Gli autoritratti notturni non mancano di sottolineare questo punto, che complica ulteriormente il gioco di specchi della vita diurna.

"[…] so che in fondo al corridoio lo specchio al buio
continua a raddoppiarmi sdoppiarmi e fa di me
ciò che vuole ma io non lo guardo mi vedo mentre
non lo guardo guardandomi muovere i piedi"
(S, TERZO AUTORITRATTO NOTTURNO).

Nel mondo notturno si possono ascoltare "i suoni degli dei" [3], e si può persino avere una comunione di pensiero con i morti: "I morti mi ascoltano pensare spiandomi / […] / poi rimescolano i miei pensieri / […] / e ci spartiamo - da complici - l'intruglio", ma l'altra faccia del reale, la parte per così dire "sensibile" del mondo, non viene bandita e di tanto in tanto irrompe prepotente, come per affermare la sua presenza [4].

Forse la vita acquista un senso non in relazione alla morte come suo confine chiuso o limitante ma in relazione alla morte come esperienza "in osmosi" con la vita terrena e quotidiana. Come esperienza complementare alla vita. Questa osmosi avviene con la stessa naturalezza con cui il sonno segue alla veglia e la notte al giorno. È come se nell'arte di Frisa si risolvesse ogni contrasto in un'unica esperienza di chiaroscuri:

"Se non potessimo morire….
Il suono non avrebbe eco
le cose l'ombra
l'amore non sarebbe amore.
L'idea dell'assoluto non mi piace:
è folle
e crudele"
(S, SE FOSSIMO IMMORTALI).

La sua poesia traduce questa comunicazione con il piano più profondo dell'essenza delle cose, nel quale anche i morti sono visti come riflesso ancora vivo di ciò che furono:

"[...]
può ancora respirare chi continua a scrivere
lettere agli annegati
e chiedere eternamente quale fessura
fine di sasso separi
chi fugge da chi resiste"
(S, LETTERA AGLI ANNEGATI).

Nel mondo notturno di Lucetta Frisa anche gli oggetti hanno e sono poesia, in virtù di questa doppia natura - fisica ed extrafisica - che appartiene alla vita e a tutti i suoi esseri.

"Meditare davanti a oggetti chiusi
l'apertura del mondo:
uno specchio, un teschio, il mio corpo
in mezzo alla notte della stanza.
[…] e lentamente smemorando i nomi
le cose allusero ad altro"
(N, FIAMMA).

In questi versi c'è forse una coerenza tra gli oggetti e il corpo, sentiti come oggetti finiti che contengono l'infinito.

Mi sembra di trovare un carattere tipicamente femminile in questa percezione di realtà differenti come simultanee e compresenti. Come il frutto di una energia femminile che tende a unificare, fondere, comporre. Al contrario del pensiero razionale che intellettualmente separa le esperienze, distanziandole come incompatibili e non integrabili.

La poesia è una forma d'arte che coniuga l'immediatezza del pensiero con il suono della parola. In questo piccolo miracolo si trovano letture del mondo e i minuscoli sentieri che percorrono gli uomini in cerca di risposte alle antichissime domande. Uomini da sempre "esonerati dal pensare / quello che per la mente non è pensabile / e comprendere ciò che non si può" (S, PORTO FRANCO).

La poesia di Lucetta Frisa ripropone queste domande, senza pretendere di risolverle; offrendo invece una risposta artistica semplice e profonda.


[1] Abbreviazioni: N: NOTTE ALTA, Castel Maggiore (Bologna), Book, 1997; S: SE FOSSIMO IMMORTALI, Novi Ligure (Aessandria), 2006.
[2] "Tutto si addensa in questo groviglio di chiodi / che accoglie il mio corpo ritornato / dai viaggi soffici della notturna sapienza" (S, p. 47).
[3] "Il suono dell'ambulanza / ha coperto tutti i suoni degli dei / nascosti nei muri nei legni" (S, PRIMO AUTORITRATTO NOTTURNO).
[4] "Perché stanotte il clacson dell'ambulanza / insiste nelle mie orecchie irretite / da un altro suono" (ibidem).


[Lucia Gabbi]