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INDICE ALFABETICO / INDEX
Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Marzia Poerio.
- CASTLES. Fotografia e versi di Marzia Poerio, con commento, 5-1-09.
- CONA, Cristina, PIERRE DANINOS, OVVERO: COME SI PUÒ ESSERE FRANCESI? Riflessione, 3-1-10.
- DE MARCHI, Cesare, LA VOCAZIONE. Note di lettura, 29-1-10.
- ELLIOT, Anthony e LEMERT, Charles, THE NEW INDIVIDUALISM. Note di lettura, 9-1-10.
- GUO, Xiaolu, TWENTY FRAGMENTS OF A RAVENOUS YOUTH. Note di lettura, 1-1-10.
- GUO ZHAO, Jin, LA LEGGENDA E l'EROE. Storie di film di Renato Persòli, 27-1-10.
- KAIGE, Chen, LE TENTAZIONI DELLA LUNA. Storie di film di Renato Persòli, 23-1-10.
- MARINO, Mattia, CONCHIGLIE . Testo, 25-1-10.
- MIYAZAKI, Hayao, LA PRINCIPESSA MONONOKE. Storie di film di Renato Persòli, 7-1-10.
- MOÏSI, Dominique, THE GEOPOLITICS OF EMOTION . Note di lettura, 21-1-10.
- PINI, Angelo, IL TEMPIO DEL MARE. Testo con commento, 11-1-10.
- PIZZI, Marina, L’INVADENZA DEL RELITTO, 2009 [20-29]. Testo, 23-1-10.
- PREDELLI, Maria, SHAKESPEARE: È IL NOME D’ARTE DI JOHN FLORIO?. Note di lettura sulle ipotesi di Lamberto TASSINARI, 13-1-2010.
- TIANMING, Wu, BIAN LIAN. Storie di film di Renato Persòli, 15-1-10.
- YOUNG, Augustus, ULYSSES O’NEILL’S ROMAN HOLIDAY. Testo, 17-1-10.
Rivista in rete di scritti sotto le 2.200 parole: recensioni, testi narrativi, poesie, saggi. Invia commenti e contributi a cartallineate@gmail.com. / This on-line journal includes texts below 2,200 words: reviews, narrative texts, poems and essays. Send comments and contributions to cartallineate@gmail.com.
A cura di / Ed. Roberto Bertoni.
Address (place of publication): Italian Dept, Trinity College, Dublin 2, Ireland. Tel. 087 719 8225.
ISSN 2009-7123
31/01/10
29/01/10
Cesare De Marchi, LA VOCAZIONE
Luigi Martinotti, mancato il padre e unitasi la madre a un altro uomo, non ha potuto continuare gli studi fino all’università; si è così trovato a svolgere vari lavori non qualificati e al momento in cui inizia il romanzo, a trentasei anni, lavora presso un fast food di Milano, è fidanzato con una collega, Antonella, che ha un figlio piccolo, forse nato da padre sconosciuto se in un brano Luigi sospetta che tempo prima arrotondasse lo stipendio facendosi pagare da uomini che frequentava. Antonella risulta senz’altro innamorata di Luigi e vorrebbe portare la loro relazione verso la convivenza, una scelta che il protagonista procrastina. Luigi ha un amico, Giuseppe, affetto da paralisi progressiva, insegnate in una scuola superiore e coinvolto in storie d’amore con ragazze giovanissime. La passione di Luigi è la storia, un interesse che persegue con ostinazione, recandosi in biblioteca tutti i giorni, anche di sabato e domenica. Il suo argomentto principale è l’invasione degli Unni, tuttavia, su consiglio di Giuseppe, inizia a occuparsi di Luigi XII di Svezia: scrive in proposito un saggio e lo fa leggere (almeno così sostiene) allo storico Ruggiero Romano, che lo invita a casa sua, lo incoraggia a proseguire, ma muore poco dopo. La vita di Luigi sembra incagliarsi a questo punto. Per uscire dalla povertà decide di compiere un atto disperato. Mentre Antonella va in ferie col figlio, Luigi si reca a Genova, segue una domestica filippina che conduce una carrozzella, rapisce in un momento di distrazione di lei il bambino che ella cura e chiede il riscatto. Il giorno in cui deve riscuoterlo, invece di lui lo incassa un altro e i giornali confermano che era quest’ultimo il colpevole. Luigi si costituisce, ma risulta dall’interrogatorio che ha inventato tutta questa storia anche se crede che sia vera, basandosi sulla lettura di articoli su fatti realmente accaduti sul “Corriere della sera”. Viene ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Cogoleto, il cui primario lo spinge a tenere un diario, gli prescrive sonniferi e tranquillanti e gli presta dei libri di storia. Luigi fa amicizia con Paolo, un infermiere dal lato umano. Antonella lo va a trovare e gli lascia un cellulare, ma Luigi sembra sempre più indifferente al mondo esterno. Giuseppe si suicida e quando Antonella dà la notizia al fidanzato e questi ne parla col primario, la crisi mentale precipita, si rifugia nella pazzia, dimentica nomi e fisionomie.
Il romanzo delinea la precarietà giovanile sul lavoro insieme al tentativo di condurre una vita che preveda la possibilità del sentimento e di livelli di normalità in una situazione anomala come quella delineata in questa storia, eppure tanto comune da fare dei due protagonisti dei personaggi lukacsianamente tipici.
L’alienazione conduce al ritiro in sé e alla follia: qui si apre la seconda finestra sociale del romanzo, quella sul mondo dell’alienazione mentale, decenni dopo Basaglia, superata da tempo, come indica De Marchi, la fase della reclusione forzata e in condizioni disumane che era propria degli istituti di cura di questo tipo prima degli anni Settanta, prima cioè che venissero aperti e la reclusione si facesse volontaria e riservata solo a certi casi. La presentazione della Casa di Cogoleto nei nostri anni è nel complesso abbastanza positiva, con un infermiere animato da buoni sentimenti, un primario non troppo satirizzato, gli altri degenti (dodici e non più duemila come nel periodo di massima espansione) delineati con abilità descrittiva dei loro mali senza sminuirne le qualità umane.
Nel mondo globalizzato e alienato attuale, la pazzia è un elemento tra gli altri. Come spiega uno dei pazienti, può accadere da un momento all’altro ed essere poi di nuovo sostituita da periodi lunghi di lucidità.
Nel caso di Luigi, si direbbero responsabili della sua caduta nell’alienazione mentale due fattori: la disgregazione della famiglia, che ha provocato il disamore della madre e altre carenze affettive, la difficoltà anche ad amare la fidanzata; e la mancanza di prospettive di evoluzione intellettuale tramite la scolarizzazione terziaria e di evoluzione tramite un lavoro più interessante.
Il libro è scritto in terza persona, ma adotta il punto di vista del personaggio. I flussi di pensiero si alternano alla narrazione delle vicende. Efficace la naturalezza con cui viene reso il passaggio da una condizione mentale non affetta da problematiche psichiatriche alla caduta nella malattia.
[Roberto Bertoni]
Il romanzo delinea la precarietà giovanile sul lavoro insieme al tentativo di condurre una vita che preveda la possibilità del sentimento e di livelli di normalità in una situazione anomala come quella delineata in questa storia, eppure tanto comune da fare dei due protagonisti dei personaggi lukacsianamente tipici.
L’alienazione conduce al ritiro in sé e alla follia: qui si apre la seconda finestra sociale del romanzo, quella sul mondo dell’alienazione mentale, decenni dopo Basaglia, superata da tempo, come indica De Marchi, la fase della reclusione forzata e in condizioni disumane che era propria degli istituti di cura di questo tipo prima degli anni Settanta, prima cioè che venissero aperti e la reclusione si facesse volontaria e riservata solo a certi casi. La presentazione della Casa di Cogoleto nei nostri anni è nel complesso abbastanza positiva, con un infermiere animato da buoni sentimenti, un primario non troppo satirizzato, gli altri degenti (dodici e non più duemila come nel periodo di massima espansione) delineati con abilità descrittiva dei loro mali senza sminuirne le qualità umane.
Nel mondo globalizzato e alienato attuale, la pazzia è un elemento tra gli altri. Come spiega uno dei pazienti, può accadere da un momento all’altro ed essere poi di nuovo sostituita da periodi lunghi di lucidità.
Nel caso di Luigi, si direbbero responsabili della sua caduta nell’alienazione mentale due fattori: la disgregazione della famiglia, che ha provocato il disamore della madre e altre carenze affettive, la difficoltà anche ad amare la fidanzata; e la mancanza di prospettive di evoluzione intellettuale tramite la scolarizzazione terziaria e di evoluzione tramite un lavoro più interessante.
Il libro è scritto in terza persona, ma adotta il punto di vista del personaggio. I flussi di pensiero si alternano alla narrazione delle vicende. Efficace la naturalezza con cui viene reso il passaggio da una condizione mentale non affetta da problematiche psichiatriche alla caduta nella malattia.
[Roberto Bertoni]
27/01/10
Jin Guo Zhao, LA LEGGENDA E l'EROE
Il romanzo FENGSHEN YANYI, o FENGSHEN BANG (L'INVESTITURA DEGLI DÈI, o LA CREAZIONE DEGLI DÈI), è uno dei classici cinesi del XVII secolo. Ne sarebbe autore o Xu Zhong Lin, o Lu Xi Xing. Si tratta di una narrazione epica in una lunga serie di episodi. La storia principale è quella del conflitto tra l'imperatore Zhòu della dinastia Shang e il re Wu del reame di Zhou, che si risolve con la vittoria di quest'ultimo dopo una serie ampia di complotti, vicende principali e secondarie, interventi divini e magici, amori sfortunati ed eroismi, atti leali e tradimenti.
È disponibile online e in dvd la versione televisiva a puntate, che in inglese ha per titolo THE LEGEND AND THE HERO, in lingua cinese con sottotitoli, regia di Jin Guo Zhao: 38 episodi nella prima serie, del 2007, cui ha fatto seguito una seconda serie del 2009 [1].
Abbiamo visto la prima serie. Ascrivibile al genere fantasy, combina ricostruzione di interni d'epoca e costumi ben disegnati, tecniche teatrali di dialogo e di taglio degli avvenimenti per le scene di palazzo, rappresentazioni di battaglia dinamiche, effetti speciali per le imprese dei semidèi, lo spostamento rapido dei monaci taoisti più evoluti e degli esseri celesti che sono anche in grado di dominare la materia plasmandola, le magie di ordine alchemico e d'altro genere.
È un'opera di scenografie vaste e impostazione umana variegata, sullo sfondo di una competizione tra giustizia e ingiustizia e tra il bene e il male. Quanto dall'Oriente si è trasferito in Occidente in opere di successo dome STAR WARS, per esempio, e dall'Occidente prende a prestito espedienti visivi che si combinano tanto con la tradizione letteraria quanto con la cinematografia dell'Asia? L'occhio ne risulta gratificato, il gradiente di intrattenimento è notevole, si ritiene che ne tragga interesse oltre che piacere un pubblico composito in un modulo tardomoderno che rilancia il mondo antico mentre lo attualizza.
La storia di legame è quella dell'imperatore Zhòu (l'attore Zhou Jie), che all'inizio della narrazione offende la dèa Nu Wah, provocandone la reazione con l'invio di uno spirito di Volpe, malvagio e astuto, che prende possesso del corpo di Da Ji (interpretata da Fan Bing Bing), una ragazza di Wu dolce e di principi morali fermi, promessa in sposa a Bo Yi Kao (l'attore Eddie Kwan). Costretta a recarsi a corte, posseduta dalla Volpe, il ruolo di Da Ji diventa perfido: acquisisce influenza presso l'imperatore, lo istiga a delitti efferati, torture, punizioni di cortigiani, fino al punto che la maggioranza dei vassalli gli si ribella contro e Zhòu viene condotto alla rovina. Lo spirito della Volpe verrà infine estratto dal corpo di Da Ji con uno specchio magico. Tuttavia la ragazza, a questo punto, consapevole in qualche modo di avere suo malgrado agito male, si suiciderà e sarà nella morte che il suo spirito si unirà con quello Bo Yi Kao dentro la Luna.
Memorabili sono molti aspetti di questa serie, non solo il fatto che, pur incrudelito e manipolato dalla bella Da Ji, l'imperatore la ama e ne lamenta la perdita con sincerità, ma anche certi momenti come la creazione della tortura dei serpenti velenosi, la richiesta a un cortigiano fedele di strapparsi il cuore: efferatezze attuate con reticenza e senza truci spargimenti di violenza esplicita.
Tra le figure che troneggiano c'è quella del monaco e mago Zhang Zi Ya (l'attore Liu De Kai), volto al bene, ma anche convinto dell'importanza della guerra giusta. La morale dei buoni è in effetti ben marcata, ma ci sono aspetti di negatività e positività che convivono, come gli eroi fanciulli e adolescenti che commettono omicidi per ira o incoscienza e devono essere perdonati e riscattarsi, imparando dal malfatto invece di venire gravemente puniti. Si tratta quindi anche di una palestra di moralità e di principi di buon governo, spesso ribaditi in conversazioni non prone alla monotonia.
A noi, va detto, è veramente piaciuto.
NOTE
[1] Cfr. THE LEGEND AND THE HERO, FIRST SERIES (Streaming). Per le versioni in dvd (2008), cfr., tra gli altri, il sito di Amazon.
[Renato Persòli]
È disponibile online e in dvd la versione televisiva a puntate, che in inglese ha per titolo THE LEGEND AND THE HERO, in lingua cinese con sottotitoli, regia di Jin Guo Zhao: 38 episodi nella prima serie, del 2007, cui ha fatto seguito una seconda serie del 2009 [1].
Abbiamo visto la prima serie. Ascrivibile al genere fantasy, combina ricostruzione di interni d'epoca e costumi ben disegnati, tecniche teatrali di dialogo e di taglio degli avvenimenti per le scene di palazzo, rappresentazioni di battaglia dinamiche, effetti speciali per le imprese dei semidèi, lo spostamento rapido dei monaci taoisti più evoluti e degli esseri celesti che sono anche in grado di dominare la materia plasmandola, le magie di ordine alchemico e d'altro genere.
È un'opera di scenografie vaste e impostazione umana variegata, sullo sfondo di una competizione tra giustizia e ingiustizia e tra il bene e il male. Quanto dall'Oriente si è trasferito in Occidente in opere di successo dome STAR WARS, per esempio, e dall'Occidente prende a prestito espedienti visivi che si combinano tanto con la tradizione letteraria quanto con la cinematografia dell'Asia? L'occhio ne risulta gratificato, il gradiente di intrattenimento è notevole, si ritiene che ne tragga interesse oltre che piacere un pubblico composito in un modulo tardomoderno che rilancia il mondo antico mentre lo attualizza.
La storia di legame è quella dell'imperatore Zhòu (l'attore Zhou Jie), che all'inizio della narrazione offende la dèa Nu Wah, provocandone la reazione con l'invio di uno spirito di Volpe, malvagio e astuto, che prende possesso del corpo di Da Ji (interpretata da Fan Bing Bing), una ragazza di Wu dolce e di principi morali fermi, promessa in sposa a Bo Yi Kao (l'attore Eddie Kwan). Costretta a recarsi a corte, posseduta dalla Volpe, il ruolo di Da Ji diventa perfido: acquisisce influenza presso l'imperatore, lo istiga a delitti efferati, torture, punizioni di cortigiani, fino al punto che la maggioranza dei vassalli gli si ribella contro e Zhòu viene condotto alla rovina. Lo spirito della Volpe verrà infine estratto dal corpo di Da Ji con uno specchio magico. Tuttavia la ragazza, a questo punto, consapevole in qualche modo di avere suo malgrado agito male, si suiciderà e sarà nella morte che il suo spirito si unirà con quello Bo Yi Kao dentro la Luna.
Memorabili sono molti aspetti di questa serie, non solo il fatto che, pur incrudelito e manipolato dalla bella Da Ji, l'imperatore la ama e ne lamenta la perdita con sincerità, ma anche certi momenti come la creazione della tortura dei serpenti velenosi, la richiesta a un cortigiano fedele di strapparsi il cuore: efferatezze attuate con reticenza e senza truci spargimenti di violenza esplicita.
Tra le figure che troneggiano c'è quella del monaco e mago Zhang Zi Ya (l'attore Liu De Kai), volto al bene, ma anche convinto dell'importanza della guerra giusta. La morale dei buoni è in effetti ben marcata, ma ci sono aspetti di negatività e positività che convivono, come gli eroi fanciulli e adolescenti che commettono omicidi per ira o incoscienza e devono essere perdonati e riscattarsi, imparando dal malfatto invece di venire gravemente puniti. Si tratta quindi anche di una palestra di moralità e di principi di buon governo, spesso ribaditi in conversazioni non prone alla monotonia.
A noi, va detto, è veramente piaciuto.
NOTE
[1] Cfr. THE LEGEND AND THE HERO, FIRST SERIES (Streaming). Per le versioni in dvd (2008), cfr., tra gli altri, il sito di Amazon.
[Renato Persòli]
25/01/10
Mattia Marino, CONCHIGLIE
[Fragments of shells and other components of a framed landscape. Foto di Marzia Poerio]
Strepita,
Boato sottilissimo, scivola
Echeggiando nel vasto che mormora
Di formule quei soffusi bisbigli.
Rimbombo sommesso, scricchiola
Un fischio tra conchiglie di soffi.
Un gemito o
Soffocata una risatina.
Perdersi nell’inestricabile frusciante confondersi
Di brulicanti giacigli tiepidi di distese di
Granelli in catene e anelli
Stretti nella morsa
Di una conca
Di precarie
Immagini.
23/01/10
Chen Kaige, LE TENTAZIONI DELLA LUNA
Titolo originale FÊNG YOUÉ. 1996. Con He Caifei, Leslie Cheung, Gong Li. Kevin Lin, David Wu
Siamo tra coloro che non sono d'accordo nel considerare questa pellicola di minore importanza o riuscita che le altre di Chen Kaige [1], anzi vi troviamo un'ottica in parte sperimentale nella storia narrata in economia e per spezzoni che compongono gradualmente il quadro d'insieme, delineando un enigma che lascia alcuni dettagli fondamentali non rivelati fino all'ultimo, mentre si riconferma, come già in ADDIO MIA CONCUBINA, un destino segnato dalla tristezza e finalizzato verso la tragedia per tre dei personaggi principali. Senza contare la straordinaria rappresentazione degli interni come pure dei canali di Suzhou e della città di Shanghai, restituita con dettagli significativi in brevi excursus di treni affollati nella Cina in crisi e della presenza inglese. Tuttavia qui le vicende storiche, che sono così presenti in ADDIO MIA CONCUBINA, vengono trattenute sullo sfondo, che è quello dell'abdicazione dell'imperatore Pu Yi nel 1912 e degli anni successivi.
Il fulcro della vicenda è la casa ancestrale della famiglia Pang. Presentati nell'infanzia i protagonisti, Ruyi (Gong Li), la figlia del capofamiglia; il suo parente di più povere origini Duanwu; e l'amico Zhongliang, fratello della cognata Xiuyi. Solo alla fine del film sapremo la ragione principale per cui Zhongliang abbandona la casa e per dieci anni non si fa più vedere: ha avvelenato, per vendicarsi delle sue vessazioni, Zhengda, il marito di Xiuyi, rendendolo paralizzato. Anche in reazione a esperienze erotiche infantili debordanti nell'incesto, Zhongliang diviene uno gigoló intento a sedurre per rubare per conto di un'organizzazione criminosa, che a un certo punto, avvicendatasi Ruyi alla guida della famiglia Pang, affida proprio a Zhongliang il compito di abbordarla per appropriarsi della sua ricchezza. Tale compito è al di là delle possibilità di Zhongliang, perché Ruyi è innamorata di lui che la abbandona per due volte, anzi si rivela per il malvivente che è, ma sarebbe perdonato da lei se le rivelasse di amarla, cosa che è incapace di fare sino a quanto, troppo tardi, Ruyi decide di sposarsi; e per vendetta, pentendosi con troppo ritardo, Zhongliang la avvelena tre giorni prima delle nozze, rendendola incapacitata come il fratello. Le era stato sempre vicino Duanwu, non riamato da Ruyi; e sarà lui a prendere le redini della famiglia, mentre Zhongliang, la cui passione ha condotto alla rovina, verrà ucciso dai suoi stessi complici.
La casa imprigiona e avvolge nei suoi segreti questi personaggi come pure Xiuyi.
Uno degli spunti sociali è, oltre all'indipendenza di Ruyi in quanto donna in una società tradizionale, la possibilità di scegliere accompagnata alla dedizione di chi ama veramente, rendendosi dunque capace di agire in una prospettiva più ampia dei pregiudizi. Così, si direbbe, per Ruyi e il promesso sposo Jingwu, la cui famiglia aveva annullato il matrimonio a suo tempo in seguito alla scoperta che Ruyi faceva uso di oppio ("she uses opium, she's poison", dice un sottotitolo in inglese): non si erano mai incontrati, ma quando da adulto la conosce, Jingwu decide di sposarla, ricambiato; e non si lascia dissuadere neanche quando Duanwu gli rivela che Ruyi è stata l'amante tanto sua quanto di Zhongliang.
L'interpretazione di Gong Li, come in tutti i film in cui compare, è straordinaria per espressività e capacità di rendere l'appartenenza della protagonista al vecchio mondo oltre alla chiarezza di sentimenti e di impostazione che la guida verso la modernità; infine alla paralisi in quanto vittima di circostanze che l'hanno coinvolta senza sue responsabilità negative.
Il colore, la presenza degli elementi (soprattutto l’acqua), la cura dei dettagli, la lentezza, la capacità di gestire il melodramma senza scadere nella banalità: tutto è accurato, artistico, commovente, da ricordarsi.
NOTE
[1] Su "Carte allineate" sono state recensiti WARLORDS, 25-5-09 e THE PROMISE, 7-7-09.
[Renato Persòli]
Siamo tra coloro che non sono d'accordo nel considerare questa pellicola di minore importanza o riuscita che le altre di Chen Kaige [1], anzi vi troviamo un'ottica in parte sperimentale nella storia narrata in economia e per spezzoni che compongono gradualmente il quadro d'insieme, delineando un enigma che lascia alcuni dettagli fondamentali non rivelati fino all'ultimo, mentre si riconferma, come già in ADDIO MIA CONCUBINA, un destino segnato dalla tristezza e finalizzato verso la tragedia per tre dei personaggi principali. Senza contare la straordinaria rappresentazione degli interni come pure dei canali di Suzhou e della città di Shanghai, restituita con dettagli significativi in brevi excursus di treni affollati nella Cina in crisi e della presenza inglese. Tuttavia qui le vicende storiche, che sono così presenti in ADDIO MIA CONCUBINA, vengono trattenute sullo sfondo, che è quello dell'abdicazione dell'imperatore Pu Yi nel 1912 e degli anni successivi.
Il fulcro della vicenda è la casa ancestrale della famiglia Pang. Presentati nell'infanzia i protagonisti, Ruyi (Gong Li), la figlia del capofamiglia; il suo parente di più povere origini Duanwu; e l'amico Zhongliang, fratello della cognata Xiuyi. Solo alla fine del film sapremo la ragione principale per cui Zhongliang abbandona la casa e per dieci anni non si fa più vedere: ha avvelenato, per vendicarsi delle sue vessazioni, Zhengda, il marito di Xiuyi, rendendolo paralizzato. Anche in reazione a esperienze erotiche infantili debordanti nell'incesto, Zhongliang diviene uno gigoló intento a sedurre per rubare per conto di un'organizzazione criminosa, che a un certo punto, avvicendatasi Ruyi alla guida della famiglia Pang, affida proprio a Zhongliang il compito di abbordarla per appropriarsi della sua ricchezza. Tale compito è al di là delle possibilità di Zhongliang, perché Ruyi è innamorata di lui che la abbandona per due volte, anzi si rivela per il malvivente che è, ma sarebbe perdonato da lei se le rivelasse di amarla, cosa che è incapace di fare sino a quanto, troppo tardi, Ruyi decide di sposarsi; e per vendetta, pentendosi con troppo ritardo, Zhongliang la avvelena tre giorni prima delle nozze, rendendola incapacitata come il fratello. Le era stato sempre vicino Duanwu, non riamato da Ruyi; e sarà lui a prendere le redini della famiglia, mentre Zhongliang, la cui passione ha condotto alla rovina, verrà ucciso dai suoi stessi complici.
La casa imprigiona e avvolge nei suoi segreti questi personaggi come pure Xiuyi.
Uno degli spunti sociali è, oltre all'indipendenza di Ruyi in quanto donna in una società tradizionale, la possibilità di scegliere accompagnata alla dedizione di chi ama veramente, rendendosi dunque capace di agire in una prospettiva più ampia dei pregiudizi. Così, si direbbe, per Ruyi e il promesso sposo Jingwu, la cui famiglia aveva annullato il matrimonio a suo tempo in seguito alla scoperta che Ruyi faceva uso di oppio ("she uses opium, she's poison", dice un sottotitolo in inglese): non si erano mai incontrati, ma quando da adulto la conosce, Jingwu decide di sposarla, ricambiato; e non si lascia dissuadere neanche quando Duanwu gli rivela che Ruyi è stata l'amante tanto sua quanto di Zhongliang.
L'interpretazione di Gong Li, come in tutti i film in cui compare, è straordinaria per espressività e capacità di rendere l'appartenenza della protagonista al vecchio mondo oltre alla chiarezza di sentimenti e di impostazione che la guida verso la modernità; infine alla paralisi in quanto vittima di circostanze che l'hanno coinvolta senza sue responsabilità negative.
Il colore, la presenza degli elementi (soprattutto l’acqua), la cura dei dettagli, la lentezza, la capacità di gestire il melodramma senza scadere nella banalità: tutto è accurato, artistico, commovente, da ricordarsi.
NOTE
[1] Su "Carte allineate" sono state recensiti WARLORDS, 25-5-09 e THE PROMISE, 7-7-09.
[Renato Persòli]
21/01/10
Dominique Moïsi, THE GEOPOLITICS OF EMOTION
Londra, Bodley Head, 2009
La ricerca sociologica e storica recente sempre più spesso dà spazio all'analisi emotiva e psicologica. Tra le iniziative relative all'area dell'italianistica, per esempio, un convegno recente, organizzato a Londra dall'ASMI (Association for the Study of Modern Italy) ha avuto per titolo proprio ITALY AND EMOTIONS: PERSPECTIVES FROM THE 18TH CENTURY TO THE PRESENT [1].
Nel libro di cui ci si occupa in queste note, in ambito storico-sociale e spaziando su una scala planetaria, mentre da un lato individua un'importanza da sempre delle emozioni, senza le quali "è semplicemente impossibile comprendere il corso della storia" (p. 5), Moïsi enuclea l'agglomerato di tre aspetti: globalizzazione, identità, emozioni [2]. La globalizzazione provoca insicurezza, da qui l’emergenza della questione dell'identità (p. 12) con le sue proiezioni emotive.
La ricerca di identità pare aver sostituito la presenza forte delle ideologie a partire dalla fine della guerra fredda, con la conseguenza che "le emozioni hanno più importanza che mai in un mondo in cui i media svolgono il ruolo di cassa di risonanza e di lente di ingrandimento" (p. 4) sul piano religioso, nazionale, ideologico, personale.
Le emozioni principali che Moïsi prende in considerazione, fondandosi su una "mappatura" collegata a indicatori quali inchieste, dichiarazioni di dirigenti politici e prodotti culturali, sono tre: la paura, l'umiliazione e la speranza.
L'analisi della paura è condotta soprattutto in relazione al mondo occidentale dopo l'11 settembre e per le reazioni che ha prodotto nei confronti dell'immigrazione. Nel caso della presenza degli stranieri, si tratta di un timore dell'altro nato tanto dai movimenti geografici di popolazioni quanto dalla demografia e che ha portato in tanti casi a vedere la diversità non tanto come "portatrice di creatività e arricchimento reciproci, ma piuttosto quale fonte di destabilizzazione interna" (p. 102). Non del tutto dissimile la paura del terrorismo, non in quanto problema reale ("sarebbe suicida non tener conto dell'esistenza di una minaccia", p. 104), ma nei casi in cui diventa demonizzazione anche laddove non ci sia un nemico.
Corrispettivi alla paura sono da un lato l'umiliazione (il caso esaminato è quello palestinese) e dall'altro la speranza (le cui manifestazioni Moïsi osserva sul campo economico dei paesi asiatici che sono stati negli ultimi decenni in espansione.
Libro utile e di agile lettura, pur sempre restando di buon livello culturale.
NOTE
[1] Il programma del convegno (27-28 novembre 2009 ) è a PROGRAMMA ASMI 2009.
[2] Traduzioni dall'edizione inglese a cura dello scrivente.
[Roberto Bertoni]
La ricerca sociologica e storica recente sempre più spesso dà spazio all'analisi emotiva e psicologica. Tra le iniziative relative all'area dell'italianistica, per esempio, un convegno recente, organizzato a Londra dall'ASMI (Association for the Study of Modern Italy) ha avuto per titolo proprio ITALY AND EMOTIONS: PERSPECTIVES FROM THE 18TH CENTURY TO THE PRESENT [1].
Nel libro di cui ci si occupa in queste note, in ambito storico-sociale e spaziando su una scala planetaria, mentre da un lato individua un'importanza da sempre delle emozioni, senza le quali "è semplicemente impossibile comprendere il corso della storia" (p. 5), Moïsi enuclea l'agglomerato di tre aspetti: globalizzazione, identità, emozioni [2]. La globalizzazione provoca insicurezza, da qui l’emergenza della questione dell'identità (p. 12) con le sue proiezioni emotive.
La ricerca di identità pare aver sostituito la presenza forte delle ideologie a partire dalla fine della guerra fredda, con la conseguenza che "le emozioni hanno più importanza che mai in un mondo in cui i media svolgono il ruolo di cassa di risonanza e di lente di ingrandimento" (p. 4) sul piano religioso, nazionale, ideologico, personale.
Le emozioni principali che Moïsi prende in considerazione, fondandosi su una "mappatura" collegata a indicatori quali inchieste, dichiarazioni di dirigenti politici e prodotti culturali, sono tre: la paura, l'umiliazione e la speranza.
L'analisi della paura è condotta soprattutto in relazione al mondo occidentale dopo l'11 settembre e per le reazioni che ha prodotto nei confronti dell'immigrazione. Nel caso della presenza degli stranieri, si tratta di un timore dell'altro nato tanto dai movimenti geografici di popolazioni quanto dalla demografia e che ha portato in tanti casi a vedere la diversità non tanto come "portatrice di creatività e arricchimento reciproci, ma piuttosto quale fonte di destabilizzazione interna" (p. 102). Non del tutto dissimile la paura del terrorismo, non in quanto problema reale ("sarebbe suicida non tener conto dell'esistenza di una minaccia", p. 104), ma nei casi in cui diventa demonizzazione anche laddove non ci sia un nemico.
Corrispettivi alla paura sono da un lato l'umiliazione (il caso esaminato è quello palestinese) e dall'altro la speranza (le cui manifestazioni Moïsi osserva sul campo economico dei paesi asiatici che sono stati negli ultimi decenni in espansione.
Libro utile e di agile lettura, pur sempre restando di buon livello culturale.
NOTE
[1] Il programma del convegno (27-28 novembre 2009 ) è a PROGRAMMA ASMI 2009.
[2] Traduzioni dall'edizione inglese a cura dello scrivente.
[Roberto Bertoni]
19/01/10
Marina Pizzi, L’INVADENZA DEL RELITTO, 2009 [20-29]
20.
sul suolo delle ceneri sarà scaduto
il panico. sì sì di dirà per una crosta
da ricominciare. di te sparuto incomincio
a piangere e dico no alla staffetta d’anima
che finge la presenza.
così vicino al tono della fronte
in mare c’è la salma del verdetto
l’autunno tonico che festeggia sé.
in tutto il mare chiuso dell’espianto
tutta la carriera di una foglia
al soldo delle scienze senza cuore.
alunno nella pelle il tuo ristoro
sempre ad imparare un nome
un estro di aggettivo. vola la giostra
un indice di vetro tanto per non trattenere
nulla. in pace sulla raffica del vento
sono canuto-caduto e non mi rialzo
più. ridi di me nudità dell’aria.
21.
la rondine che stacca le reliquie
ci fa il nido. la muffa sull’ananas
fa la colpa della casa vuota. nessun
menu è appeso in cucina.
si rantola dappresso nella polvere
del torto. qui le belve dell’aria
sono molte in lite costante.
dapprima il grembo consolava
la lava della scuola la lavagna
col battito del cuore di scudiscio.
ora la vena è immobile e la scienza
un arato di ruggine. quale gelo
chiami nel sonno? quale gerundio
vuoi che non sa darti? eppure muore
l’almanacco e si fa sfinge il fuoco.
22.
era un volto audace
peripezia d’amore
incauto alamaro
apolide di divisa anarchico.
23.
gli occhiali che celano lo sguardo
sono un atto di riparazione
una clausura libera e imposta.
nel buio androne della cornucopia
si paga la copia della gioia per il dolore
l’arena fiacca di perdere conchiglia.
tu che stai in ernia di distacco
appisola di me questo verdetto
in apice di stallo.
consola l’erba chiara della gemma
la frottola scura di perdere la vita.
l’anonima balbuzie di quel rigagnolo
è tutto ciò che può restare
alla stazione credula del fato.
di me combatti l’indice blasfemo
il torcicollo con nemico al seguito.
24.
butto il sangue al collo della ruota
e me la rido con la faccia corta
storta qualora ne piangessi un poco.
nessuna scuola equivale al vero
del frate giovane nudo sotto il saio
a dondolo di elemosina a via Chiabrera.
il sogno di darti l’armistizio
da quando mieti la calvizie
nessun fantasma eviti.
qui da adesso in fatto di risaia
opponi la radura della fame
insaziabile prodezza di se stessa.
e viene autunno a sconsolarti un poco
breccia per i rantoli che arrivano
in pece al sacco della città intera.
25.
un orlo di mestizia mi riguarda
loquacità del sale erba satanica.
con te non ebbi che gerle di stellacce
intorno al mare che si fa di stagno
dentro la darsena che lo estingue.
se per davvero il varo discutesse
di servi della gleba e bambole di carne
le bombole del gas avrebbero fretta
di scoppiare. appianato risparmio
questa passeggiata sterile. tu non ricordi
la resina del tarlo la malvagità del giro.
qui in fondo si sta come medesime
ripetenze al fango. il grido d’ascia
è la simbiosi del davanzale che tonfa
tonfa l’avventura stabilita. in bilico
ti vedo attore afono per la gogna del golfo
mistico. quale faccenda succederà
al futuro della frana? quale intoppo
per una scatola di cerini umidi?
le gole smilze dei poeti
tacciano per sempre.
26.
una clessidra a forma di piramide
non è possibile. eppure è bello
sfamare le grotte-darsena solo
con la voce. il cielo in fretta si frantuma
un poco quasi per rispettare infanti.
alunni della noia sempre più perfidi
sfidano la fede del cuore in battito.
stramorto quale un indice d’inedia
il fido dio all’orlo della specie.
tu di domenica guardi l’orologio
con gioco liberato. la meridiana
tragica sul muro ha perno d’osso
che non sa d’umano. i pugni
alle saracinesche di notte
sanno amarsi con il vicolo cieco.
27.
entità di strazio
le rose rosse sul feretro
tu compagno di meraviglie
nelle veglie di trovare
acerbi barlumi di gatti.
padre del sonno che viene dal farmaco
prendimi la mano per gettarmi via
oltre il capostipite del perno
che trattiene la vita nonostante
questa stangata sia una malevola
libertaria trappola. indice blasfemo
il mio gerundio tramutato in dio
senza saperlo. mendicante il tatto
della nuvola di pioggia dove si arrende
la novità del fare e del disfare.
qui l’anonimo dubbio che fa farfalla
la falla del ben certo rantolo
senza rimedio il tuono che plasma
la fanciulla senza mai domarla.
l’eredità del prospero non coincide
con la cornice a vanvera del bello.
28.
qui si piange d’avarizia e rantolo
lezione strenua, eremo e condanna.
in base alla faccenda della finestra
volare è possibile per la bile
di un attimo
col tonfo che straccia nella pozza
il sangue. gendarmeria di Ulisse
questo imperfetto sale.
legàti dalle gabbie delle spose
questi malfidi resti giovanili
vanissimi camposanti ora di fati.
fino all’aureola di credere negli angeli
vive la bettola degli alunni oscuri
bacati dalla rendita dei morsi
verso la noia morsi. tu non trattieni
che logiche del tedio verso le onde
che non sanno Venere né sanno
il remo di arcuare bene
le schiene innamorate.
29.
mio padre morì con i calzini da tennis
aveva freddo ai piedi
glieli infilai che pareva un Cristo
che deglutiva paura.
Filippo morì dopo l’alba
chissà come avvenne
io non c’ero, ero a disperarmi
nella normalità dell’attendere.
ora che restano le ceneri murate
gli anni sono passati sopra i miei
capelli bianchi. indenne non è nessuno
e la chimera atavica del sogno
è lì che se la ride immortale.
con le geometrie dell’acqua
vado a piangere convulse elemosine
di resistenza.
Le sezioni 1-10 e 11-20 dell'INVADENZA DEL RELITTO sono state pubblicate su "Carte allineate" in data 3-11-2009 e 15-12-2009.
sul suolo delle ceneri sarà scaduto
il panico. sì sì di dirà per una crosta
da ricominciare. di te sparuto incomincio
a piangere e dico no alla staffetta d’anima
che finge la presenza.
così vicino al tono della fronte
in mare c’è la salma del verdetto
l’autunno tonico che festeggia sé.
in tutto il mare chiuso dell’espianto
tutta la carriera di una foglia
al soldo delle scienze senza cuore.
alunno nella pelle il tuo ristoro
sempre ad imparare un nome
un estro di aggettivo. vola la giostra
un indice di vetro tanto per non trattenere
nulla. in pace sulla raffica del vento
sono canuto-caduto e non mi rialzo
più. ridi di me nudità dell’aria.
21.
la rondine che stacca le reliquie
ci fa il nido. la muffa sull’ananas
fa la colpa della casa vuota. nessun
menu è appeso in cucina.
si rantola dappresso nella polvere
del torto. qui le belve dell’aria
sono molte in lite costante.
dapprima il grembo consolava
la lava della scuola la lavagna
col battito del cuore di scudiscio.
ora la vena è immobile e la scienza
un arato di ruggine. quale gelo
chiami nel sonno? quale gerundio
vuoi che non sa darti? eppure muore
l’almanacco e si fa sfinge il fuoco.
22.
era un volto audace
peripezia d’amore
incauto alamaro
apolide di divisa anarchico.
23.
gli occhiali che celano lo sguardo
sono un atto di riparazione
una clausura libera e imposta.
nel buio androne della cornucopia
si paga la copia della gioia per il dolore
l’arena fiacca di perdere conchiglia.
tu che stai in ernia di distacco
appisola di me questo verdetto
in apice di stallo.
consola l’erba chiara della gemma
la frottola scura di perdere la vita.
l’anonima balbuzie di quel rigagnolo
è tutto ciò che può restare
alla stazione credula del fato.
di me combatti l’indice blasfemo
il torcicollo con nemico al seguito.
24.
butto il sangue al collo della ruota
e me la rido con la faccia corta
storta qualora ne piangessi un poco.
nessuna scuola equivale al vero
del frate giovane nudo sotto il saio
a dondolo di elemosina a via Chiabrera.
il sogno di darti l’armistizio
da quando mieti la calvizie
nessun fantasma eviti.
qui da adesso in fatto di risaia
opponi la radura della fame
insaziabile prodezza di se stessa.
e viene autunno a sconsolarti un poco
breccia per i rantoli che arrivano
in pece al sacco della città intera.
25.
un orlo di mestizia mi riguarda
loquacità del sale erba satanica.
con te non ebbi che gerle di stellacce
intorno al mare che si fa di stagno
dentro la darsena che lo estingue.
se per davvero il varo discutesse
di servi della gleba e bambole di carne
le bombole del gas avrebbero fretta
di scoppiare. appianato risparmio
questa passeggiata sterile. tu non ricordi
la resina del tarlo la malvagità del giro.
qui in fondo si sta come medesime
ripetenze al fango. il grido d’ascia
è la simbiosi del davanzale che tonfa
tonfa l’avventura stabilita. in bilico
ti vedo attore afono per la gogna del golfo
mistico. quale faccenda succederà
al futuro della frana? quale intoppo
per una scatola di cerini umidi?
le gole smilze dei poeti
tacciano per sempre.
26.
una clessidra a forma di piramide
non è possibile. eppure è bello
sfamare le grotte-darsena solo
con la voce. il cielo in fretta si frantuma
un poco quasi per rispettare infanti.
alunni della noia sempre più perfidi
sfidano la fede del cuore in battito.
stramorto quale un indice d’inedia
il fido dio all’orlo della specie.
tu di domenica guardi l’orologio
con gioco liberato. la meridiana
tragica sul muro ha perno d’osso
che non sa d’umano. i pugni
alle saracinesche di notte
sanno amarsi con il vicolo cieco.
27.
entità di strazio
le rose rosse sul feretro
tu compagno di meraviglie
nelle veglie di trovare
acerbi barlumi di gatti.
padre del sonno che viene dal farmaco
prendimi la mano per gettarmi via
oltre il capostipite del perno
che trattiene la vita nonostante
questa stangata sia una malevola
libertaria trappola. indice blasfemo
il mio gerundio tramutato in dio
senza saperlo. mendicante il tatto
della nuvola di pioggia dove si arrende
la novità del fare e del disfare.
qui l’anonimo dubbio che fa farfalla
la falla del ben certo rantolo
senza rimedio il tuono che plasma
la fanciulla senza mai domarla.
l’eredità del prospero non coincide
con la cornice a vanvera del bello.
28.
qui si piange d’avarizia e rantolo
lezione strenua, eremo e condanna.
in base alla faccenda della finestra
volare è possibile per la bile
di un attimo
col tonfo che straccia nella pozza
il sangue. gendarmeria di Ulisse
questo imperfetto sale.
legàti dalle gabbie delle spose
questi malfidi resti giovanili
vanissimi camposanti ora di fati.
fino all’aureola di credere negli angeli
vive la bettola degli alunni oscuri
bacati dalla rendita dei morsi
verso la noia morsi. tu non trattieni
che logiche del tedio verso le onde
che non sanno Venere né sanno
il remo di arcuare bene
le schiene innamorate.
29.
mio padre morì con i calzini da tennis
aveva freddo ai piedi
glieli infilai che pareva un Cristo
che deglutiva paura.
Filippo morì dopo l’alba
chissà come avvenne
io non c’ero, ero a disperarmi
nella normalità dell’attendere.
ora che restano le ceneri murate
gli anni sono passati sopra i miei
capelli bianchi. indenne non è nessuno
e la chimera atavica del sogno
è lì che se la ride immortale.
con le geometrie dell’acqua
vado a piangere convulse elemosine
di resistenza.
Le sezioni 1-10 e 11-20 dell'INVADENZA DEL RELITTO sono state pubblicate su "Carte allineate" in data 3-11-2009 e 15-12-2009.
17/01/10
Augustus Young, ULYSSES O’NEILL’S ROMAN HOLIDAY
1.
The sea at the end of the road welcomes me back.
with a wave of spray from beyond the jetty wall.
I have got to where I was going anyway -
around in circles. My journey home seems to lack
a certain point of departure and arrival.
Wandering is the only place where I can stay.
‘That’s poetry for you.’ The wave recoils. ‘A port
of call to re-provision yourself, and to sport.’
Reality is my home, a continuum that wears
me out, drip by drop, till I drown in a puddle
of my own making, and hardly notice it. Cares
come and go, and in between the daily muddle.
‘You need a break’, says the wave. ‘Give yourself poem.’
So I transport myself by Homer Tours to Rome.
2.
It started badly. Rome wasn’t ruined in a day [1].
Built in the reflected glory of laying waste,
with monumental works and pomps deifying man,
marble is riven rock. The limestone it overlays
strains off the marsh until it cracks. I saw sliced pan,
the cut-price manna, go with the Tiber’s slow flow.
And it was snowing on the Via Veneto -
the flakes less real than special effects, or the moult
of Da Vinci’s beard. I didn’t recognise any-
one from Cinecittà, or sin city of old,
save a living-statue of Marcello Mastroianni,
and a bag woman as Sophia Loren in Hades,
scarlet lipstick smeared behind her luminous shades.
The Gucci world is counterfeit. I try Trastevere.
Only the young about, tourists in the travails
that I once thought were life. Now all the same to me:
blind dates in tawdry bars, loud music and cocktails.
Where are all the backpackers gone? And real Romans?
Have the ragazzi been re-housed in the catacombs?
A blank screen in St Peter’s Square. Papa, they claim,
gone home to play Holy Father Weihnachten. Thus it’s
Caravaggio and Francis Bacon reign profane
in Museo Borghese. The cold hand of Judith
draws blood from the Babylonian’s neck. The ketchup ooze
on Berlusconi’s mugged mug is the latest news.
I see the coy frescos of Sodoma Bazzi
through the eyes of Vasari. ‘His beastliness tamed
in the Barberini is a shame. Alas he
had to pay his taxes’. Old Masters can’t be blamed -
anymore than those who stuff their ears and faces
with mobiles and tortas. It’s just the way it is.
But Benedict is in town. He blesses a crib.
Speaks of God at Natale making Himself a child [2].
Midnight Mass was early. A woman in red skipped
over Swiss Guards to knock him down, and he smiled.
Now pressing the flesh will be a thing of the past.
He’ll only be touched by the Almighty. Peace at last.
I haven’t the heart to bus out to the outskirts
to gawp at the life Pasolini loved to death.
‘Our Neo-fascism must abort all hope at birth,
homogenising what it assimilates.’ Yet
Mussolini knew his people. ‘Faith moves mountains
as it gives the illusion mountains move.’ Fountains
freeze in the air. The Eternal City’s dying
before my eyes. All hell-fire traffic and neon signs
for goods you get anywhere. No longer the shrine
my mother came to for a pre-nuptial blessing.
Basta! Jump the sightseeing bus for a last gape
at the Second Vittorio Emanuele’s marble cake.
All roads lead to Rome, and there’s only one exit -
see it and die. But Homer Tours gives me the nod.
‘Pilgrims to Santiago de Compostela leg it.
We’ll conjure you up a flight by a winged god
to where you came from, on condition you submit
to staying put. You’ll have to learn to live with it.’
3.
Experience is the name we give to our mistakes,
or our mistaking others. It goes with the flow
like a meandering river, till the dam breaks
with memories flooding back, as you grow
to regret what you are not, and what might have been.
In the dark night of the soul it’s your waking dream.
Glad to be back. Catching up with what I didn’t know
happened in my absence. Home truths. What Zeus ruled
for his playthings, ‘Mankind is taught wisdom through woe’
may suit the powers that be. But I’m no longer fooled.
The left behind made do, and were well without me.
I end up where I began, breathing easily,
though the breath of life is nearing its last gasp
as the subterranean beckons. There’s no more
past imperfect, future tense. Here I am. I bask,
salaaming the sea, and hearing its inner roar
at the futility of voyaging anywhere,
save in the poetry of what’s neither here nor there.
Mooring ropes rattle their corsetry in the wind.
and sailors, knowing they’re going nowhere, compose
shanties about their lives, not what others imagined.
I’ll sing life out too. And the revenants of those
I lived with, and left somewhere between right and wrong,
return as the chorus to my valedictory song [3].
Sing to the belated triumph of the human
over the ignoble in man. I hear myself
answering to what is around me. I tune in-
to the down to earth. What has been left on the shelf -
the pots and pans of living life against the grain,
and going down to the pub. ‘What will you have?’ ‘The same.’
FOOTNOTES
[1] ‘How can you, Palladio, give this building the noblest form possible?
Because of contradictory demands, you are bound to bungle things,
here and there, and it may well happen that there will be some
incongruities. But the building as a whole will be in the noble style
of the Roman ruins, and you will enjoy doing the work.’ Goethe’s ITALIAN JOURNEY (1816).
[2] ‘At Christmas, the Almighty becomes a child and asks for our help and protection. It is His way of challenging our way of being human […] God’s sign to us is that He makes himself all small. He lets us touch him. And He asks for our love.’ (Pope Benedict’s ‘Christmas Message’, 2010).
[3] ‘In Ovid, love speaks as though it were a human being […] The Latin poets did not write in this manner without good reason, nor should those who compose in rhyme, if they cannot justify what they say; for it would be a disgrace if someone composing in rhyme introduced a figure of speech or rhetorical ornament, and then on being asked could not divest his words of such covering so as to reveal a true meaning. My most intimate friends and I know quite a number who compose poems in this stupid manner.’ Dante Alighieri, LA VITA NUOVA, xxv.
The sea at the end of the road welcomes me back.
with a wave of spray from beyond the jetty wall.
I have got to where I was going anyway -
around in circles. My journey home seems to lack
a certain point of departure and arrival.
Wandering is the only place where I can stay.
‘That’s poetry for you.’ The wave recoils. ‘A port
of call to re-provision yourself, and to sport.’
Reality is my home, a continuum that wears
me out, drip by drop, till I drown in a puddle
of my own making, and hardly notice it. Cares
come and go, and in between the daily muddle.
‘You need a break’, says the wave. ‘Give yourself poem.’
So I transport myself by Homer Tours to Rome.
2.
It started badly. Rome wasn’t ruined in a day [1].
Built in the reflected glory of laying waste,
with monumental works and pomps deifying man,
marble is riven rock. The limestone it overlays
strains off the marsh until it cracks. I saw sliced pan,
the cut-price manna, go with the Tiber’s slow flow.
And it was snowing on the Via Veneto -
the flakes less real than special effects, or the moult
of Da Vinci’s beard. I didn’t recognise any-
one from Cinecittà, or sin city of old,
save a living-statue of Marcello Mastroianni,
and a bag woman as Sophia Loren in Hades,
scarlet lipstick smeared behind her luminous shades.
The Gucci world is counterfeit. I try Trastevere.
Only the young about, tourists in the travails
that I once thought were life. Now all the same to me:
blind dates in tawdry bars, loud music and cocktails.
Where are all the backpackers gone? And real Romans?
Have the ragazzi been re-housed in the catacombs?
A blank screen in St Peter’s Square. Papa, they claim,
gone home to play Holy Father Weihnachten. Thus it’s
Caravaggio and Francis Bacon reign profane
in Museo Borghese. The cold hand of Judith
draws blood from the Babylonian’s neck. The ketchup ooze
on Berlusconi’s mugged mug is the latest news.
I see the coy frescos of Sodoma Bazzi
through the eyes of Vasari. ‘His beastliness tamed
in the Barberini is a shame. Alas he
had to pay his taxes’. Old Masters can’t be blamed -
anymore than those who stuff their ears and faces
with mobiles and tortas. It’s just the way it is.
But Benedict is in town. He blesses a crib.
Speaks of God at Natale making Himself a child [2].
Midnight Mass was early. A woman in red skipped
over Swiss Guards to knock him down, and he smiled.
Now pressing the flesh will be a thing of the past.
He’ll only be touched by the Almighty. Peace at last.
I haven’t the heart to bus out to the outskirts
to gawp at the life Pasolini loved to death.
‘Our Neo-fascism must abort all hope at birth,
homogenising what it assimilates.’ Yet
Mussolini knew his people. ‘Faith moves mountains
as it gives the illusion mountains move.’ Fountains
freeze in the air. The Eternal City’s dying
before my eyes. All hell-fire traffic and neon signs
for goods you get anywhere. No longer the shrine
my mother came to for a pre-nuptial blessing.
Basta! Jump the sightseeing bus for a last gape
at the Second Vittorio Emanuele’s marble cake.
All roads lead to Rome, and there’s only one exit -
see it and die. But Homer Tours gives me the nod.
‘Pilgrims to Santiago de Compostela leg it.
We’ll conjure you up a flight by a winged god
to where you came from, on condition you submit
to staying put. You’ll have to learn to live with it.’
3.
Experience is the name we give to our mistakes,
or our mistaking others. It goes with the flow
like a meandering river, till the dam breaks
with memories flooding back, as you grow
to regret what you are not, and what might have been.
In the dark night of the soul it’s your waking dream.
Glad to be back. Catching up with what I didn’t know
happened in my absence. Home truths. What Zeus ruled
for his playthings, ‘Mankind is taught wisdom through woe’
may suit the powers that be. But I’m no longer fooled.
The left behind made do, and were well without me.
I end up where I began, breathing easily,
though the breath of life is nearing its last gasp
as the subterranean beckons. There’s no more
past imperfect, future tense. Here I am. I bask,
salaaming the sea, and hearing its inner roar
at the futility of voyaging anywhere,
save in the poetry of what’s neither here nor there.
Mooring ropes rattle their corsetry in the wind.
and sailors, knowing they’re going nowhere, compose
shanties about their lives, not what others imagined.
I’ll sing life out too. And the revenants of those
I lived with, and left somewhere between right and wrong,
return as the chorus to my valedictory song [3].
Sing to the belated triumph of the human
over the ignoble in man. I hear myself
answering to what is around me. I tune in-
to the down to earth. What has been left on the shelf -
the pots and pans of living life against the grain,
and going down to the pub. ‘What will you have?’ ‘The same.’
FOOTNOTES
[1] ‘How can you, Palladio, give this building the noblest form possible?
Because of contradictory demands, you are bound to bungle things,
here and there, and it may well happen that there will be some
incongruities. But the building as a whole will be in the noble style
of the Roman ruins, and you will enjoy doing the work.’ Goethe’s ITALIAN JOURNEY (1816).
[2] ‘At Christmas, the Almighty becomes a child and asks for our help and protection. It is His way of challenging our way of being human […] God’s sign to us is that He makes himself all small. He lets us touch him. And He asks for our love.’ (Pope Benedict’s ‘Christmas Message’, 2010).
[3] ‘In Ovid, love speaks as though it were a human being […] The Latin poets did not write in this manner without good reason, nor should those who compose in rhyme, if they cannot justify what they say; for it would be a disgrace if someone composing in rhyme introduced a figure of speech or rhetorical ornament, and then on being asked could not divest his words of such covering so as to reveal a true meaning. My most intimate friends and I know quite a number who compose poems in this stupid manner.’ Dante Alighieri, LA VITA NUOVA, xxv.
15/01/10
Wu Tianming, BIAN LIAN
1996. Titolo inglese THE KING OF MASKS. Con Zhou Renying, Zhu Xu, Zhao Zhigang
Bian lian è l'arte cinese di cambiare maschere senza che si noti minimamente il passaggio da una all'altra. Viene esercitata soprattutto nel Sichuan. Oltre che nel film, se ne possono vedere alcune rappresentazioni in rete [1]. È un'arte tenuta segreta e trasmessa per via di lignaggio: o a un altro discepolo non imparentato in casi eccezionali.
Nel film, l'anziano Wang, che rappresenta il suo spettacolo di maschere per strada, restato senza eredi a causa della morte del figlio e con una difficile storia familiare alle spalle anche per l'abbandono da parte della moglie, cerca un orfano da adottare per poter continuare la professione. Ne trova uno in un luogo della città in cui i bambini vengono venduti da parenti poveri o da individui avidi (e questo, anche, pare uno degli elementi di denuncia di questa pellicola). Quando Wang scopre che chi ha adottato è una bambina, tuttavia, non può insegnarle il bian lian, perché esso, secondo la tradizone, si eredita solo per via maschile. Insegna alla ragazzina a fare l'equilibrista e la tratta ormai un po' burberamente, anche se si vede fin dall'inizio che Wang è una persona di buon cuore, si prevede dunque un lieto fine... Che non arriva, però, se non dopo varie traversie: la bambina viene rapita da un procacciatore di orfani, riesce a fuggire con un bambino anch'egli prigioniero, porta il bambino a casa di Wang e si allontana sconsolata. Wang crede che il destino gli abbia fatto ritrovare quel che cercava. Non trova la bambina, frattanto la polizia lo arresta per il rapimento del maschietto. Solo quando la bambina, il cui nome è un soprannome, "Cagnolino", minaccia di uccidersi sul palcoscenico dell'opera (come ha visto fare per finta in una rappresentazione) per convincere l'amico influente di Wang, un attore, ad aiutarlo, le cose prendono un nuovo corso, l'equivoco di chiarisce, Wang torna libero e insegnerà la sua arte proprio alla fanciulla.
Si tratta di un ottimo film, poetico e umano, che non perde mai, però, il contatto con la realtà rappresentata, con la vita materiale e col paesaggio, mentre al contempo propone aspetti di intelligente metanarrazione, coll'opera rappresentata en abyme come sineddoche del cambiamento di maschere, ma diversa da quello se il protagonista respinge l'offerta vantaggiosa del cantante di unirsi alla compagnia d'opera che gli faciliterebbe economicamente la vita, rivendicando l’autonomia del suo mestiere.
Il film è centrato anche su altri temi: il rapporto tra l’età anziana e la fanciullezza, vissuto con difficoltà e risolto infine per il meglio; l'esclusione delle donne dalle arti tradizionali, un tabù che la persistenza umana della piccola protagonista convincerà il maestro di bian lian a mutare. Un passaggio, quindi, nella modernità, intriso di conoscimento e consapevolezza dell'antico e della tradizione.
Il film è girato in parte sull'acqua, dato che la casa di Wang è una barca, e in parte tra le zone diroccate e povere di una città cinese. Gli attori, compresi i piccoli, sono eccezionalmente capaci ed espressivi. Viene evitata ogni melensaggine: la commozione è sollecitata con mezzi comuni ed eufemizzati.
Sembra prevalere l'idea che in un destino di difficoltà i rapporti umani possano salvare. Come non aderire a questo messaggio etico?
[1] Cfr. FACE CHANGING.
[Renato Persòli]
Bian lian è l'arte cinese di cambiare maschere senza che si noti minimamente il passaggio da una all'altra. Viene esercitata soprattutto nel Sichuan. Oltre che nel film, se ne possono vedere alcune rappresentazioni in rete [1]. È un'arte tenuta segreta e trasmessa per via di lignaggio: o a un altro discepolo non imparentato in casi eccezionali.
Nel film, l'anziano Wang, che rappresenta il suo spettacolo di maschere per strada, restato senza eredi a causa della morte del figlio e con una difficile storia familiare alle spalle anche per l'abbandono da parte della moglie, cerca un orfano da adottare per poter continuare la professione. Ne trova uno in un luogo della città in cui i bambini vengono venduti da parenti poveri o da individui avidi (e questo, anche, pare uno degli elementi di denuncia di questa pellicola). Quando Wang scopre che chi ha adottato è una bambina, tuttavia, non può insegnarle il bian lian, perché esso, secondo la tradizone, si eredita solo per via maschile. Insegna alla ragazzina a fare l'equilibrista e la tratta ormai un po' burberamente, anche se si vede fin dall'inizio che Wang è una persona di buon cuore, si prevede dunque un lieto fine... Che non arriva, però, se non dopo varie traversie: la bambina viene rapita da un procacciatore di orfani, riesce a fuggire con un bambino anch'egli prigioniero, porta il bambino a casa di Wang e si allontana sconsolata. Wang crede che il destino gli abbia fatto ritrovare quel che cercava. Non trova la bambina, frattanto la polizia lo arresta per il rapimento del maschietto. Solo quando la bambina, il cui nome è un soprannome, "Cagnolino", minaccia di uccidersi sul palcoscenico dell'opera (come ha visto fare per finta in una rappresentazione) per convincere l'amico influente di Wang, un attore, ad aiutarlo, le cose prendono un nuovo corso, l'equivoco di chiarisce, Wang torna libero e insegnerà la sua arte proprio alla fanciulla.
Si tratta di un ottimo film, poetico e umano, che non perde mai, però, il contatto con la realtà rappresentata, con la vita materiale e col paesaggio, mentre al contempo propone aspetti di intelligente metanarrazione, coll'opera rappresentata en abyme come sineddoche del cambiamento di maschere, ma diversa da quello se il protagonista respinge l'offerta vantaggiosa del cantante di unirsi alla compagnia d'opera che gli faciliterebbe economicamente la vita, rivendicando l’autonomia del suo mestiere.
Il film è centrato anche su altri temi: il rapporto tra l’età anziana e la fanciullezza, vissuto con difficoltà e risolto infine per il meglio; l'esclusione delle donne dalle arti tradizionali, un tabù che la persistenza umana della piccola protagonista convincerà il maestro di bian lian a mutare. Un passaggio, quindi, nella modernità, intriso di conoscimento e consapevolezza dell'antico e della tradizione.
Il film è girato in parte sull'acqua, dato che la casa di Wang è una barca, e in parte tra le zone diroccate e povere di una città cinese. Gli attori, compresi i piccoli, sono eccezionalmente capaci ed espressivi. Viene evitata ogni melensaggine: la commozione è sollecitata con mezzi comuni ed eufemizzati.
Sembra prevalere l'idea che in un destino di difficoltà i rapporti umani possano salvare. Come non aderire a questo messaggio etico?
[1] Cfr. FACE CHANGING.
[Renato Persòli]
13/01/10
Maria Predelli, SHAKESPEARE: È IL NOME D’ARTE DI JOHN FLORIO?
E se fosse vero? La notizia ha incominciato a circolare dapprima in una cerchia ristrettissima di amici e persone interessate, poi è stata comunicata ad un pubblico più o meno accademico nell’estate del 2009, durante la Settimana Italiana di Montreal, e il 9 dicembre al Centro Leonardo da Vinci; nella primavera del 2010 sarà presentata ad un convegno di professori universitari italianisti… a un certo punto bisognerà prendere il toro per le corna e presentarla ad un pubblico di accademici “inglesi” e soprattutto ai conoscitori di Shakespeare. La tesi è che al nome di Shakespeare corrisponda non il piccolo possidente di provincia e impresario teatrale Shakspere, come si crede da sempre, ma il grande linguista e umanista poliglotta di origine italiana, John Florio.
Quest’identificazione risolverebbe non pochi dei puzzles che da sempre circondano lo studio dei drammi di Shakespeare. E infatti è un luogo comune della critica la perplessità davanti all’evidente discrepanza fra quello che si sa della biografia di un certo Shakspere e la figura gigantesca dell’autore dei drammi. Per esempio, Mario Praz, illustre professore di letteratura inglese, riconosce la nostra totale mancanza di informazioni sulla formazione culturale di Shakespeare: “Resta dunque nella cronologia della vita di Shakespeare una lacuna di parecchi anni, gli anni più importanti della formazione d’un artista, quelli che sono intorno al venticinquesimo [anno d’età]. … Questo periodo, che dovette essere denso di avventure materiali e spirituali, non può ricostruirsi con le spesso ingegnose ma immancabilmente insignificanti ipotesi di biografi e dilettanti, di cui il campo abbonda” [1].
Questa insoddisfazione dei critici nel far coincidere la biografia storica di Shakspere con l’autore dei drammi ha già dato luogo a diverse ipotesi (dietro il nome di Shakespeare si celerebbe in raltà Francis Bacon, o Roger of Rutland, o Edward de Vere, o Guglielmo Crollalanza…) nessuna delle quali ha trovato il consenso unanime degli studiosi. Ma la tesi che l’autore dei drammi di “Shakespeare” sia John Florio è stata presentata dallo scrittore, giornalista e saggista Lamberto Tassinari, con argomenti molto pertinenti e scientificamente solidi. L’identificazione con John Florio darebbe ragione infatti di moltissimi degli aspetti problematici che i critici più acuti additano nei drammi di Shakespeare senza riuscire a trovare una spiegazione soddisfacente. Per esempio: la profonda cultura biblica che pervade i drammi di Shakespeare trova ragione nel fatto che John Florio proveniva da una famiglia di ebrei (originariamente ebrei spagnoli, si erano trasferiti in Italia quando nel 1492 la regina Isabella scacciò gli ebrei dalla Spagna), e che il padre, Michelangelo Florio, era certamente profondamente impegnato sul versante religioso: era stato infatti frate francescano prima di aderire al protestantesimo e, anzi diventare predicatore e pastore d’anime per molti anni a Soglio, nel cantone dei Grigioni. Una questione fondamentale, e finora misteriosa, è la straordinaria conoscenza della cultura italiana che si ritrova nei drammi di Shakespeare - una conoscenza eccezionale anche se si considera che la cultura inglese si stava aprendo in quegli anni all’influsso del Rinascimento italiano -. La maggior parte dei drammi prendono lo spunto da novelle italiane, e in alcuni drammi si fa allusione a luoghi precisi; e i critici hanno un bel daffare a capire in che modo Shakespeare poteva essere venuto a conoscenza di quelle storie, di alcune delle quali non si conoscono traduzioni, o di quei particolari. Alcuni critici pensano che Shakespeare abbia fatto un viaggio in Italia, ma nella biografia di Shakspere non c’è nessuna testimonianza di questo ipotetico viaggio; la maggior parte dei critici ritengono che Shakespeare non conoscesse l’italiano. Ma John Florio non soltanto era cresciuto in un ambiente di lingua italiana; erudito erede della raffinata cultura umanistica, uomo di cultura formato all’università di Tubinga, dove aveva ascoltato le lezioni dell’umanista Pier Paolo Vergerio, Florio insegnava l’italiano a Londra, e ai più alti livelli: importanti personaggi dell’aristocrazia inglese, e addirittura la regina Anna, avevano imparato da lui lingua e cultura italiana. Per alcuni anni insegnò a Oxford. Si può anzi affermare che John Florio fu uno degli operatori culturali più importanti del suo tempo e fu in gran parte responsabile di quella moda italianizzante che caratterizzò la cultura elisabettiana.
La ricchezza straordinaria del vocabolario di Shakespeare è un altro fenomeno macroscopico delle sue opera; e insieme alla ricchezza del vocabolario lo stile barocco, fiorito, sovrabbondante e anzi, l’espressione spesso vagamente “odd’, un po’ spiazzata, come se la lingua non fosse sgorgata precisamente da una bocca inglese. Anche qui l’opera di John Florio si presenta come perfettamente coerente con quelle caratteristiche culturali: John Florio è di origine italiana ma, “più realista del re”, come spesso sono gli immigrati, ha sposato integralmente e coscientemente la causa dell’aristocrazia nazionalista inglese e si impegna con le sue opere ad arricchire e ad illustrare la lingua e la cultura inglese. Florio è un linguista di statura eccezionale. Una delle sue opere più importanti è il WORLDE OF WORDES (1592), un dizionario inglese-italiano, il primo del suo genere nella storia della cultura europea, e di un’ampiezza e di un peso tali che la sua seconda edizione (1611) supera per numero di parole il primo VOCABOLARIO DELLA CRUSCA (pubblicato nel 1612, un anno dopo il WORLDE OF WORDES). Un’altra è la traduzione in inglese degli Essais di Montaigne, anche questa pietra miliare nella storia della lingua inglese, per le brillanti soluzioni nella traduzione di nozioni poco comprensibili nell’ambiente inglese, e per l’allargamento del vocabolario inglese indotto da questa traduzione.
Nei drammi di Shakespere sono state riconosciute eco linguistiche di opere letterarie italiane, impossibili da realizzare da qualcuno che non fosse in grado di capire bene la lingua letteraria italiana. Cosa ancora più interessante, tutte le volte che si riconoscono espressioni o nozioni riprese da altre opere, siano queste italiane o inglesi, si riscontra che queste altre opere o sono di Florio stesso, o sono opere che certamente Florio conosceva. Così per esempio la traduzione di Montaigne, il BASILIKON DORON (operetta di James I tradotta in italiano da Florio), opere di Ben Jonson, opere di Bruno, opere di Ariosto, opere di Tasso, “et j’en passé”.
Insomma, ragioni storiche, ragioni culturali, ragioni linguistiche rendono davvero molto plausibile la tesi proposta da Tassinari. L’acquisizione a mio parere più interessante di questa scoperta è la definitiva demolizione del mito del genio ignorante, provinciale e sprovveduto che, con la sola forza della sua intuizione riesce a raggiungere le vette del pensiero e della cultura… I drammi di Shakespeare sono molto più comprensibili se se ne intravede un autore coltissimo, oltre che geniale. Questo non per affermare che non vi possano essere geni fra le persone che non sono andate a scuola (me ne guardo bene: “Dio non fa di questi dispetti ai poveri”, diceva Don Milani), ma per riaffermare l’importanza che la formazione culturale riveste nel profilo complessivo di una personalità: il genio può arrivare fino a un certo punto, ma per arrivare alle acquisizioni veramente somme va coltivato. Di qui l’importanza di buone scuole. Non dovremmo mai stancarci di riaffermare che la cultura è importante, di fronte alla volgarità di tante scelte praticate dalla politica e anche, ahimé, da istituzioni che si dichiarano “depositarie di cultura.
Gli argomenti a favore di uno Shakespeare “transculturale” sono naturalmente più numerosi di quelli ai quali qui si è fatto appena un cenno. Per approfondirli, si possono andare a cercare i volumi in cui Tassinari argomenta la sua tesi, in italiano o in inglese [2].
NOTE
[1] M. Praz, Introduzione a William Shakespeare, TUTTE LE OPERE, Firenze, Sansoni, 1964, p. X.
[2] SHAKESPEARE? È IL NOME D’ARTE DI JOHN FLORIO, Montréal, Giano Books 2008; JOHN FLORIO, THE MAN WHO WAS SHAKESPEARE, Montréal, Giano Books 2009.
Quest’identificazione risolverebbe non pochi dei puzzles che da sempre circondano lo studio dei drammi di Shakespeare. E infatti è un luogo comune della critica la perplessità davanti all’evidente discrepanza fra quello che si sa della biografia di un certo Shakspere e la figura gigantesca dell’autore dei drammi. Per esempio, Mario Praz, illustre professore di letteratura inglese, riconosce la nostra totale mancanza di informazioni sulla formazione culturale di Shakespeare: “Resta dunque nella cronologia della vita di Shakespeare una lacuna di parecchi anni, gli anni più importanti della formazione d’un artista, quelli che sono intorno al venticinquesimo [anno d’età]. … Questo periodo, che dovette essere denso di avventure materiali e spirituali, non può ricostruirsi con le spesso ingegnose ma immancabilmente insignificanti ipotesi di biografi e dilettanti, di cui il campo abbonda” [1].
Questa insoddisfazione dei critici nel far coincidere la biografia storica di Shakspere con l’autore dei drammi ha già dato luogo a diverse ipotesi (dietro il nome di Shakespeare si celerebbe in raltà Francis Bacon, o Roger of Rutland, o Edward de Vere, o Guglielmo Crollalanza…) nessuna delle quali ha trovato il consenso unanime degli studiosi. Ma la tesi che l’autore dei drammi di “Shakespeare” sia John Florio è stata presentata dallo scrittore, giornalista e saggista Lamberto Tassinari, con argomenti molto pertinenti e scientificamente solidi. L’identificazione con John Florio darebbe ragione infatti di moltissimi degli aspetti problematici che i critici più acuti additano nei drammi di Shakespeare senza riuscire a trovare una spiegazione soddisfacente. Per esempio: la profonda cultura biblica che pervade i drammi di Shakespeare trova ragione nel fatto che John Florio proveniva da una famiglia di ebrei (originariamente ebrei spagnoli, si erano trasferiti in Italia quando nel 1492 la regina Isabella scacciò gli ebrei dalla Spagna), e che il padre, Michelangelo Florio, era certamente profondamente impegnato sul versante religioso: era stato infatti frate francescano prima di aderire al protestantesimo e, anzi diventare predicatore e pastore d’anime per molti anni a Soglio, nel cantone dei Grigioni. Una questione fondamentale, e finora misteriosa, è la straordinaria conoscenza della cultura italiana che si ritrova nei drammi di Shakespeare - una conoscenza eccezionale anche se si considera che la cultura inglese si stava aprendo in quegli anni all’influsso del Rinascimento italiano -. La maggior parte dei drammi prendono lo spunto da novelle italiane, e in alcuni drammi si fa allusione a luoghi precisi; e i critici hanno un bel daffare a capire in che modo Shakespeare poteva essere venuto a conoscenza di quelle storie, di alcune delle quali non si conoscono traduzioni, o di quei particolari. Alcuni critici pensano che Shakespeare abbia fatto un viaggio in Italia, ma nella biografia di Shakspere non c’è nessuna testimonianza di questo ipotetico viaggio; la maggior parte dei critici ritengono che Shakespeare non conoscesse l’italiano. Ma John Florio non soltanto era cresciuto in un ambiente di lingua italiana; erudito erede della raffinata cultura umanistica, uomo di cultura formato all’università di Tubinga, dove aveva ascoltato le lezioni dell’umanista Pier Paolo Vergerio, Florio insegnava l’italiano a Londra, e ai più alti livelli: importanti personaggi dell’aristocrazia inglese, e addirittura la regina Anna, avevano imparato da lui lingua e cultura italiana. Per alcuni anni insegnò a Oxford. Si può anzi affermare che John Florio fu uno degli operatori culturali più importanti del suo tempo e fu in gran parte responsabile di quella moda italianizzante che caratterizzò la cultura elisabettiana.
La ricchezza straordinaria del vocabolario di Shakespeare è un altro fenomeno macroscopico delle sue opera; e insieme alla ricchezza del vocabolario lo stile barocco, fiorito, sovrabbondante e anzi, l’espressione spesso vagamente “odd’, un po’ spiazzata, come se la lingua non fosse sgorgata precisamente da una bocca inglese. Anche qui l’opera di John Florio si presenta come perfettamente coerente con quelle caratteristiche culturali: John Florio è di origine italiana ma, “più realista del re”, come spesso sono gli immigrati, ha sposato integralmente e coscientemente la causa dell’aristocrazia nazionalista inglese e si impegna con le sue opere ad arricchire e ad illustrare la lingua e la cultura inglese. Florio è un linguista di statura eccezionale. Una delle sue opere più importanti è il WORLDE OF WORDES (1592), un dizionario inglese-italiano, il primo del suo genere nella storia della cultura europea, e di un’ampiezza e di un peso tali che la sua seconda edizione (1611) supera per numero di parole il primo VOCABOLARIO DELLA CRUSCA (pubblicato nel 1612, un anno dopo il WORLDE OF WORDES). Un’altra è la traduzione in inglese degli Essais di Montaigne, anche questa pietra miliare nella storia della lingua inglese, per le brillanti soluzioni nella traduzione di nozioni poco comprensibili nell’ambiente inglese, e per l’allargamento del vocabolario inglese indotto da questa traduzione.
Nei drammi di Shakespere sono state riconosciute eco linguistiche di opere letterarie italiane, impossibili da realizzare da qualcuno che non fosse in grado di capire bene la lingua letteraria italiana. Cosa ancora più interessante, tutte le volte che si riconoscono espressioni o nozioni riprese da altre opere, siano queste italiane o inglesi, si riscontra che queste altre opere o sono di Florio stesso, o sono opere che certamente Florio conosceva. Così per esempio la traduzione di Montaigne, il BASILIKON DORON (operetta di James I tradotta in italiano da Florio), opere di Ben Jonson, opere di Bruno, opere di Ariosto, opere di Tasso, “et j’en passé”.
Insomma, ragioni storiche, ragioni culturali, ragioni linguistiche rendono davvero molto plausibile la tesi proposta da Tassinari. L’acquisizione a mio parere più interessante di questa scoperta è la definitiva demolizione del mito del genio ignorante, provinciale e sprovveduto che, con la sola forza della sua intuizione riesce a raggiungere le vette del pensiero e della cultura… I drammi di Shakespeare sono molto più comprensibili se se ne intravede un autore coltissimo, oltre che geniale. Questo non per affermare che non vi possano essere geni fra le persone che non sono andate a scuola (me ne guardo bene: “Dio non fa di questi dispetti ai poveri”, diceva Don Milani), ma per riaffermare l’importanza che la formazione culturale riveste nel profilo complessivo di una personalità: il genio può arrivare fino a un certo punto, ma per arrivare alle acquisizioni veramente somme va coltivato. Di qui l’importanza di buone scuole. Non dovremmo mai stancarci di riaffermare che la cultura è importante, di fronte alla volgarità di tante scelte praticate dalla politica e anche, ahimé, da istituzioni che si dichiarano “depositarie di cultura.
Gli argomenti a favore di uno Shakespeare “transculturale” sono naturalmente più numerosi di quelli ai quali qui si è fatto appena un cenno. Per approfondirli, si possono andare a cercare i volumi in cui Tassinari argomenta la sua tesi, in italiano o in inglese [2].
NOTE
[1] M. Praz, Introduzione a William Shakespeare, TUTTE LE OPERE, Firenze, Sansoni, 1964, p. X.
[2] SHAKESPEARE? È IL NOME D’ARTE DI JOHN FLORIO, Montréal, Giano Books 2008; JOHN FLORIO, THE MAN WHO WAS SHAKESPEARE, Montréal, Giano Books 2009.
11/01/10
Angelo Pini, IL TEMPIO DEL MARE
[Landmark for a sea temple. Foto di Marzia Poerio]
SE INTANTO ESCO DAL TEMPIO DEL MARE
A DIGIUNO BEVO VINO SALATO
NON TUTTI I CORPI MARCISCONO DI SALSEDINE
NE HO PAURA SULLA SPIAGGIA FUOCO VIVO
E DI SCOTTARMI DEI SUOI INNUMEREVOLI PATEMI
CHE RAGIONANO UGUALE MUNITI DI CAMICE LUNARE
IMBIANCANO LA MIA NATURA DOPPIA
CON LA CORRENTE GHIACCIATA DI STRACCIACERVELLI
E SE AL MARE FREQUENTO CAIMANI CON L'INCONSCIO
SUL FONDO CHE DOVRANNO PUR MANGIARE
ASTROBEVANDE DI QUALSIVOGLIA NOTTE
DI SEGNI ZODIACALI RITMI E COSTELLAZIONI
POSSONO ESSERE GURU E MAESTRI DI VITA
IN OBBEDIENZA DEI LUMINARI
SOLELUNA RAFFORZA IL VERDE IN EQUILIBRIO
FRA MARE PIETRABAGNATA E SPIAGGIA
Un paesaggio descritto con ira, sullo sfondo di un'esistenza alla Osborne, chissà; mentre si invocano olisticamente gli astri, il loro effetto positivo, gli elementi pietra e acqua quasi alchemicamente fusi... [RB]
09/01/10
Anthony Elliot e Charles Lemert, THE NEW INDIVIDUALISM
Sottotitolo: THE EMOTIONAL COST OF GLOBALIZATION (2006). Edizione aggiornata Londra, Routledge, 2009
L'aggiornamento del 2009 di questo saggio sull'individualismo contemporaneo è relativo alla possibilità che qualcosa possa essersi trasformato in seguito alla recente crisi economica, tanto da modificare anche le reazioni personali.
Tuttavia gli autori sembrano in generale ribadire che non sia stato perso di vista il mutamento, ormai da ritenersi epocale, dalle forme della collettività a quella dell'individuo, verificatosi negli ultimi decenni e articolato su: "reinvenzione di sé; un'infinita voracità di cambiamenti istantanei; l'assillo dei tempi abbreviati e dell'episodicità; e il fascino nei confronti del dinamismo" (p. XI) [1].
Tali connotazioni sono appunto quelle proprie della nostra epoca che, se recupera la storia del concetto dai secoli passati, lo spinge poi a evolversi in direzioni motivate dalla globalizzazione e dal narcisismo. Secondo gli autori, entro questo contesto, si sono date possibilità dell'individualismo che si possono ritenere nuove: "lo scalzarsi delle tradizioni", l'allentarsi dei "legami di comunità" dovuto soprattutto alla privatizzazione dell'economia e della vita (p. 8). Analisi, questa simile a quelle di Bauman.
Come già notava Beck, anche qui si ribadisce che le conseguenze sono state di ansia sociale nata dalla globalizzazione nel senso di perdita rischiosa degli ambiti collettivi in cui agire.
Gli strumenti tecnologici contribuiscono a formare abiti individualizzati; gli autori si riferiscono soprattutto alle tecnologie computerizzate che "alterano e trasformano il senso dell'identità" oltre a produrre comportamenti personalizzati e isolati dal rapporto concreto con gli altri, al posto del quale si pongono relazioni virtuali (p. 25).
Tramontata l'idea weberiana di un individualismo etico, al contempo si assiste, come sosteneva Giddens, al "ridirezionamento dei vissuti personali" (p. 53). La cornice di tale feonomeno è quella adorniana della manipolazione sociale e dell'alienazione, come pure quella della "privatizzazione nell'isolamento" (p. 60) che si ripercuote su vari comportamenti, compresi quelli più intimi, finanche la sessualità trasformata in elemento discorsivo e autoreferenziale (p. 114).
NOTE
[1] Le traduzioni in italiano sono a cura dello scrivente.
[Roberto Bertoni]
L'aggiornamento del 2009 di questo saggio sull'individualismo contemporaneo è relativo alla possibilità che qualcosa possa essersi trasformato in seguito alla recente crisi economica, tanto da modificare anche le reazioni personali.
Tuttavia gli autori sembrano in generale ribadire che non sia stato perso di vista il mutamento, ormai da ritenersi epocale, dalle forme della collettività a quella dell'individuo, verificatosi negli ultimi decenni e articolato su: "reinvenzione di sé; un'infinita voracità di cambiamenti istantanei; l'assillo dei tempi abbreviati e dell'episodicità; e il fascino nei confronti del dinamismo" (p. XI) [1].
Tali connotazioni sono appunto quelle proprie della nostra epoca che, se recupera la storia del concetto dai secoli passati, lo spinge poi a evolversi in direzioni motivate dalla globalizzazione e dal narcisismo. Secondo gli autori, entro questo contesto, si sono date possibilità dell'individualismo che si possono ritenere nuove: "lo scalzarsi delle tradizioni", l'allentarsi dei "legami di comunità" dovuto soprattutto alla privatizzazione dell'economia e della vita (p. 8). Analisi, questa simile a quelle di Bauman.
Come già notava Beck, anche qui si ribadisce che le conseguenze sono state di ansia sociale nata dalla globalizzazione nel senso di perdita rischiosa degli ambiti collettivi in cui agire.
Gli strumenti tecnologici contribuiscono a formare abiti individualizzati; gli autori si riferiscono soprattutto alle tecnologie computerizzate che "alterano e trasformano il senso dell'identità" oltre a produrre comportamenti personalizzati e isolati dal rapporto concreto con gli altri, al posto del quale si pongono relazioni virtuali (p. 25).
Tramontata l'idea weberiana di un individualismo etico, al contempo si assiste, come sosteneva Giddens, al "ridirezionamento dei vissuti personali" (p. 53). La cornice di tale feonomeno è quella adorniana della manipolazione sociale e dell'alienazione, come pure quella della "privatizzazione nell'isolamento" (p. 60) che si ripercuote su vari comportamenti, compresi quelli più intimi, finanche la sessualità trasformata in elemento discorsivo e autoreferenziale (p. 114).
NOTE
[1] Le traduzioni in italiano sono a cura dello scrivente.
[Roberto Bertoni]
07/01/10
Hayao Miyazaki, LA PRINCIPESSA MONONOKE
[Magic hand by the sea (From the shores of Ostia). Foto di Marzia Poerio]
LA PRINCIPESSA MONONOKE è una fiaba sotto forma di film di animazione, scritta e diretta da Miyazaki, uscita sugli schermi in Giappone nel 1997 e dal 1999 in Occidente.
Ambientata nel periodo Muromachi, tra il XIV e il XVI secolo, è caratterizzata sociologicamente da una tematica ambientalista. Gli abitanti della Città del Ferro, per scavare miniere, tagliano gli alberi della foresta, i cui guardiani magici, i lupi e una ragazzina che hanno allevato, Mononoke (che significa Vendetta), cercano di salvarla, combattendo, assieme ad altri abitanti della foresta (i cinghiali e le scimmie), gli umani guidati dalla Padrona Eboshi, leader di una comunità in prevalenza matriarcale che costituisce un'interessante rottura dei cliché sulla condizione femminile. Lo Spirito della Foresta, "Colui che cammina di notte" assumendo forme fantastiche e appare durante il giorno sotto forma di un cervo col volto d'uomo, infine sconfigge gli invasori e restaura l'ordine naturale, rigenerando il verde, mentre la comunità dei minatori decide di vivere in maggiore armonia con l'ambiente. Gli inviati dell'Imperatore sono a loro volta sconfitti; gli abitanti della Città del Ferro non si sono piegati alla loro volontà (anche qui c'è un elemento critico: in questo caso contro l'asservimento passivo all'autorità).
La storia presenta un personaggio chiave, Ashitaka, principe del popolo Emishi, una genia che vive da tempo in luoghi reconditi dove per persecuzione si era rifugiata. Per difendere il suo popolo, Ashitaka uccide un cinghiale trasformatosi in demone furioso, dal che consegue una maledizione che lo costringe a viaggiare lontano a cavallo del suo camoscio, nella Foresta incantata, appunto, sperando di riottenere la salute dallo Spirito, come alla fine avviene, dopo che Ashitaka ha funto da intermediario tra i sudditi di Eboshi, i lupi con Mononoke (con la quale nasce una storia d'amore) e gli imperiali.
Mononoke rappresenta la fanciulla selvaggia, un archetipo che compare sotto varie vesti e forme, da Romolo e Remo al Ragazzo dei lupi. I lupi con la loro forza hanno al contempo elementi di saggezza e di controllo sulla violenza che sembrerebbero indicare la possibilità di integrazione dell'Ombra con l'Io.
Ashitaka, da parte sua, è un eroe equanime, persegue la giustizia, combatte l'odio, difende i deboli, non è stereotipato nel ruolo di eroe a tutto tondo, bensì ha momenti di malinconia e di dubbio, mentre però appare il giusto, ma anche chi sa aspettare se alla fine della storia, quando Mononoke decide di continuare a vivere nella foresta per diffidenza verso la violenza degli umani, egli le annuncia che rimarrà nei paraggi per starle vicino: lo straniero, dunque, anche, che si adegua alla vita nel nuovo mondo.
I personaggi negativi, oltre a essere accattivanti per come sono disegnati, non sono totalmente perfidi in questa pellicola che sfugge agli stereotipi senza peraltro rinunciare alle tendenze e alle funzioni della fiaba tradizionale, riproposta in modo impegnato e intelligente, non per questo nemmeno per un istante noiosa (tutt'altro!), al pubblico della tarda modernità in un inseguirsi di colore e movimento.
Magnifica la colonna sonora di Joe Hisaishi.
[Renato Persòli]
03/01/10
Cristina Cona, PIERRE DANINOS, OVVERO: COME SI PUÒ ESSERE FRANCESI?
Pierre Daninos, giornalista e scrittore (1913-2005), è passato alla storia soprattutto come autore di uno dei più grossi successi editoriali degli anni Cinquanta, LES CARNETS DU MAJOR W. MARMADUKE THOMPSON (noto anche, più semplicemente, come LES CARNETS DU MAJOR THOMPSON). Concepito inizialmente come una serie di articoli umoristici pubblicati sul “Figaro” a partire dal 1954, il libro si presentava come la traduzione del diario di un ufficiale britannico in pensione, incarnazione vivente di quello che all’epoca veniva considerato come l’inglese “tipico” con tanto di bombetta e copia del “Times” sotto il braccio, che, sposato con una francese e residente in Francia, raccontava le sue esperienze e metteva a confronto le usanze sociali, culturali e linguistiche del suo paese d’origine e di quello d’adozione. Visto il favore incontrato presso i lettori del quotidiano, Daninos raccolse gli articoli in un volume che diventò un autentico best-seller (un milione e duecentomila copie vendute, di cui trecentpomila nell’edizione tascabile) e venne tradotto in una trentina di lingue (in italiano da Camilla Cederna). La versione in lingua inglese (MAJOR THOMPSON LIVES IN FRANCE AND DISCOVERS THE FRENCH) apparve in Gran Bretagna nel 1955, e nello stesso anno il regista americano Preston Sturges portò il libro sugli schermi; il film, che la critica è concorde nel giudicare un vero disastro, uscì negli Stati Uniti con l’infelice titolo THE FRENCH, THEY ARE A FUNNY RACE. Sulla scia della fortuna incontrata dai CARNETS, Daninos scrisse altri tre libri sullo stesso tema: l’ultimo, nel 2000, LES DERNIERS CARNETS DU MAJOR THOMPSON.
In un’intervista rilasciata al “Daily Mail” Daninos dichiarò di essersi ispirato, per creare il maggiore Thompson, alla figura di un ufficiale dell’esercito britannico da lui incontrato a Dunkerque nel 1939 (“mi ha aiutato a vedere in modo diverso la Francia e i francesi, e mi ha permesso di scrivere cose che non avrei mai immaginato senza di lui”) e di essersi in seguito sforzato di vivere nel suo paese come se fosse stato un visitatore d’Oltremanica, immedesimandosi nelle reazioni di quest’ultimo al punto di chiedersi come avrebbe reagito leggendo le scritte negli ascensori.
È stato osservato che l’idea di raffrontare i costumi e le idiosincrasie caratteristici dei due paesi non era stata una trovata originale di Daninos: ci aveva già pensato André Maurois con LES SILENCES DU COLONEL BRAMBLE, uscito poco dopo la prima guerra mondiale, e a ben vedere il servirsi del « regard étranger » per mettere a nudo i difetti della propria società si inserisce, in Francia, in una tradizione che risale addirittura alle LETTRES PERSANES di Montesquieu. La satira dei CARNETS (che si situa ovviamente a tutt’altro livello filosofico) è amabile e garbata piuttosto che sovversiva e graffiante: sembra anzi che l’autore avesse optato per l’espediente della falsa traduzione proprio per criticare certi aspetti del comportamento e della mentalità nazionale (di fatto ad essere presi in giro nei CARNETS sono i francesi molto più che gli inglesi) senza troppo urtare la suscettibilità dei suoi compatrioti.
Per rendere più convincente la finzione, Daninos si servì di numerose note con le quali il “traduttore” interveniva nel testo a spiegare il perché di certe scelte linguistiche o dire la sua in merito all’intraducibilità di determinati termini inglesi: queste digressioni gli offrivano inoltre lo spunto per altre punzecchiature. Sin dal titolo del capitolo iniziale (MAY I INTRODUCE MYSELF ?) il lettore è rinviato a fine pagina, dove si svolge una discussione, vivace ma inconcludente, fra autore e traduttore sul modo più adeguato di rendere in francese questa espressione. La dimensione linguistica della contrapposizione fra i due paesi viene così sottolineata sin dall’inizio.
La presunta traduzione era in effetti congegnata con notevole astuzia, e molto rapidamente il maggiore Thompson assunse agli occhi del pubblico la consistenza di un personaggio in carne ed ossa. E va detto che ci cascarono proprio in tanti. Sin dalla prima pubblicazione dei CARNETS Daninos ricevette una telefonata da un servizio della Radio Diffusion Française che gli chiese dove ci si poteva mettere in contatto con il maggiore per una trasmissione sugli “étrangers célèbres”. Istruttive poi le reazioni dei lettori, molti dei quali gli scrissero per domandargli presso quale editore era apparso il testo originale. Uno di essi così spiegò il suo desiderio di risalire alle fonti: “[…] ce n’est pas que la traduction ne me plaise pas, mais quel que soit le talent d’un traducteur, un texte perd toujours un peu de son sel lorsqu’il est traduit”. Altri invece reagirono male a quello che consideravano il tradimento perpetrato da Daninos nel farsi complice di una satira diretta « contro » la Francia: come la signora indignata che gli scrisse: “Vous avez dû être payé grassement par l’Angleterre pour accepter de faire une telle traduction”. Perfino l’ambasciatore britannico credette che Thompson esistette davvero e pregò Daninos di trasmettergli le sue felicitazioni.
La popolarità acquisita dal personaggio, non solo in Francia, ma anche in molti altri paesi, contribuì a perpetuare un po’ ovunque una visione stereotipata del carattere (e, ancor più, dell’abbigliamento “classico”) inglese che in certi casi sopravvisse ben al di là degli anni Sessanta, quando nuovi fenomeni come i Beatles e la “swinging London” resero del tutto obsoleti certi clichés. A leggerlo oggi, a cinquant’anni di distanza, questo ritratto di un’Inghilterra dai costumi praticamente invariati rispetto al periodo vittoriano, estremamente rispettabile, compassata ed introversa “En Angleterre, l’art de la conversation consiste à savoir se taire”) sembra un po’ la descrizione di un altro pianeta.
In Gran Bretagna comunque non se la sono presa a male, anzi, sono stati al gioco: nella traduzione inglese delle avventure di Tintin i due investigatori Dupond e Dupont, in baffi e bombetta, sono diventati Thomson e Thompson.
FONTI:
H.R. Boulan, INTRODUZIONE A PIERRE DANINOS, LES CARNETS DU MAJOR W. MARMADUKE THOMPSON, Groningen/Jakarta, J.B. Wolters, 1957
R. Bolton, OBITUARY: PIERRE DANINOS, “The Guardian”, 13-1-2005
J. Kirkup, OBITUARY: PIERRE DANINOS, “The Independent”, 11-1-2005
In un’intervista rilasciata al “Daily Mail” Daninos dichiarò di essersi ispirato, per creare il maggiore Thompson, alla figura di un ufficiale dell’esercito britannico da lui incontrato a Dunkerque nel 1939 (“mi ha aiutato a vedere in modo diverso la Francia e i francesi, e mi ha permesso di scrivere cose che non avrei mai immaginato senza di lui”) e di essersi in seguito sforzato di vivere nel suo paese come se fosse stato un visitatore d’Oltremanica, immedesimandosi nelle reazioni di quest’ultimo al punto di chiedersi come avrebbe reagito leggendo le scritte negli ascensori.
È stato osservato che l’idea di raffrontare i costumi e le idiosincrasie caratteristici dei due paesi non era stata una trovata originale di Daninos: ci aveva già pensato André Maurois con LES SILENCES DU COLONEL BRAMBLE, uscito poco dopo la prima guerra mondiale, e a ben vedere il servirsi del « regard étranger » per mettere a nudo i difetti della propria società si inserisce, in Francia, in una tradizione che risale addirittura alle LETTRES PERSANES di Montesquieu. La satira dei CARNETS (che si situa ovviamente a tutt’altro livello filosofico) è amabile e garbata piuttosto che sovversiva e graffiante: sembra anzi che l’autore avesse optato per l’espediente della falsa traduzione proprio per criticare certi aspetti del comportamento e della mentalità nazionale (di fatto ad essere presi in giro nei CARNETS sono i francesi molto più che gli inglesi) senza troppo urtare la suscettibilità dei suoi compatrioti.
Per rendere più convincente la finzione, Daninos si servì di numerose note con le quali il “traduttore” interveniva nel testo a spiegare il perché di certe scelte linguistiche o dire la sua in merito all’intraducibilità di determinati termini inglesi: queste digressioni gli offrivano inoltre lo spunto per altre punzecchiature. Sin dal titolo del capitolo iniziale (MAY I INTRODUCE MYSELF ?) il lettore è rinviato a fine pagina, dove si svolge una discussione, vivace ma inconcludente, fra autore e traduttore sul modo più adeguato di rendere in francese questa espressione. La dimensione linguistica della contrapposizione fra i due paesi viene così sottolineata sin dall’inizio.
La presunta traduzione era in effetti congegnata con notevole astuzia, e molto rapidamente il maggiore Thompson assunse agli occhi del pubblico la consistenza di un personaggio in carne ed ossa. E va detto che ci cascarono proprio in tanti. Sin dalla prima pubblicazione dei CARNETS Daninos ricevette una telefonata da un servizio della Radio Diffusion Française che gli chiese dove ci si poteva mettere in contatto con il maggiore per una trasmissione sugli “étrangers célèbres”. Istruttive poi le reazioni dei lettori, molti dei quali gli scrissero per domandargli presso quale editore era apparso il testo originale. Uno di essi così spiegò il suo desiderio di risalire alle fonti: “[…] ce n’est pas que la traduction ne me plaise pas, mais quel que soit le talent d’un traducteur, un texte perd toujours un peu de son sel lorsqu’il est traduit”. Altri invece reagirono male a quello che consideravano il tradimento perpetrato da Daninos nel farsi complice di una satira diretta « contro » la Francia: come la signora indignata che gli scrisse: “Vous avez dû être payé grassement par l’Angleterre pour accepter de faire une telle traduction”. Perfino l’ambasciatore britannico credette che Thompson esistette davvero e pregò Daninos di trasmettergli le sue felicitazioni.
La popolarità acquisita dal personaggio, non solo in Francia, ma anche in molti altri paesi, contribuì a perpetuare un po’ ovunque una visione stereotipata del carattere (e, ancor più, dell’abbigliamento “classico”) inglese che in certi casi sopravvisse ben al di là degli anni Sessanta, quando nuovi fenomeni come i Beatles e la “swinging London” resero del tutto obsoleti certi clichés. A leggerlo oggi, a cinquant’anni di distanza, questo ritratto di un’Inghilterra dai costumi praticamente invariati rispetto al periodo vittoriano, estremamente rispettabile, compassata ed introversa “En Angleterre, l’art de la conversation consiste à savoir se taire”) sembra un po’ la descrizione di un altro pianeta.
In Gran Bretagna comunque non se la sono presa a male, anzi, sono stati al gioco: nella traduzione inglese delle avventure di Tintin i due investigatori Dupond e Dupont, in baffi e bombetta, sono diventati Thomson e Thompson.
FONTI:
H.R. Boulan, INTRODUZIONE A PIERRE DANINOS, LES CARNETS DU MAJOR W. MARMADUKE THOMPSON, Groningen/Jakarta, J.B. Wolters, 1957
R. Bolton, OBITUARY: PIERRE DANINOS, “The Guardian”, 13-1-2005
J. Kirkup, OBITUARY: PIERRE DANINOS, “The Independent”, 11-1-2005
01/01/10
Xiaolu Guo, TWENTY FRAGMENTS OF A RAVENOUS YOUTH
["That false castle in Ostia looked like an outpost of the Tartar desert". Foto di Marzia Poerio]
Dell’autrice e cineasta cinese Xiaolu Guo è stato pubblicato in italiano PICCOLO DIZIONARIO CINESE-INGLESE PER INNAMORATI (Milano, Rizzoli, 2007), ambientato a Londra, dove approda la protagonista proveniente dalla CIna. Sono usciti in inglese anche VILLAGE OF STONE (Londra, Chatto & Windus, 2004), storia di un’infanzia difficile in un villaggio di pescatori, e TWENTY FRAGMENTS OF A RAVENOUS YOUTH (Londra, Chatto & Windus, 2008).
Quest’ultimo, come i libri precedenti, rivela una voce narrativa capace di ironia e di leggerezza pur nella narrazione di eventi di solitudine e a tratti anche di disperazione. Fanfeng, la protagonista di questo romanzo agile, emigra dal paese, in una zona remota della Cina meridionale, un villaggio tanto piccolo da non essere nemmeno segnato sulle carte geografiche, per insediarsi all’età di diciassette anni a Pechino, dove vive varie esperienze di sradicamento: lavori salutari, fidanzamenti interrotti, soggiorni in case decrepite a sovraffollate, tentativi di lavorare nel mondo del cinema arrivando al ruolo di comparsa (“ragazza sullo sfondo di passaggio su un ponte”, per esempio), frattanto intenta a scrivere storie e sceneggiature, una delle quali incontrerà alla fine un estimatore, un regista underground che la compra consentendo a Fanfeng di andarsene da Pechino, verso, forse, nuove avventure.
I capitoli sono brevi e introdotti da immagini fotografiche che, come il testo scritto, contribuiscono a costruire l’immagine di una Pechino alienata, urbanizzata oltre il normale, scossa anche da eventi della natura come il vento di uno dei capitoli conclusivi, eppure città in qualche modo desiderata e in parte condivisa da Fanfeng.
L’esperienza esistenziale della giovane protagonista, che si estende su circa dieci anni in meno di duecento pagine, è caratterizzata da un scontro tra la città e l’individuo, tra gli schemi sociali e la tendenza a una vita meno legata a tali schemi. Si veda la relazione con Xiaolin, che si svolge per tre anni in una stanza in cui convivono i due giovani e tutta la sua famiglia nonché un cane, e si risolve in risentimento che si spinge alla distruzione degli oggetti della protagonista, e quella con uno straniero, Ben, con cui continuano telefonate e mail nonostante gli oltre 18.000 chilometri di distanza, fino a quando questa distanza non risulta assurda in un momento di consapevolezza.
Fanfeng non conosce nemmeno il nome del Segretario generale del partito Comunista: se ne informa solo per saperlo il primo giorno di un lavoro che lascerà ben presto. Il vestito rosa che ha indossato quel giorno le pesa come una cappa. L’orario di lavoro e l’inuitilità dei suoi compiti non le consentono una durata di più di un giorno nell’impiego che potrebbe pur essere stabile. come se rappresentase, nella sua (si presume) tipicità una Cina giovane di emarginazione ma non politicizzata.
L’ironia si applica a personaggi danarosi e fatti dal nulla, ma nondimeno l’umanità si estende al desiderio di capirli. Non esistono nemici assoluti.
La quotidianità riposta nelle azioni che non hanno nulla, intenzionalmente, di straordinario, ha una qualità visiva che è sottolineata anche metanarrativamente dal disporre al centro del romanzo una sceneggiatura che racconta la vita di tutti i giorni di un personaggio qualsiasi.
Eppure c’è qualcosa di speciale e diverso nella narratrice-che-dice-io Fanfeng come pure nei personaggi di cui scrive: ed è l’angolazione insolita da cui si esaminano le cose, soprattutto il confine labile tra il sorriso e la tragedia.
Questo libro, composto inizialmente in cinese, è il primo di Xiaolu Guo. Tradotto da Rebecca Morris e Pamela Casey, è stato rielaborato dall’attrice in inglese sul testo della traduzione a causa di un’insoddisfazione relativa alla versione precedente.
Si tratta di una voce narrativa di rilievo, freschezza, originalità e profondità affidata alla descrizione delle superfici.
[Roberto Bertoni]
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