28/02/10

CARTE ALLINEATE. Numero 37, Febbraio 2010 / Issue 37, February 2010

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Marzia Poerio.

- ACCERBONI, Laura, TRE POESIE. Testi con commento, 23-2-10.
- CHEUNG, Jacob, A BATTLE OF WITS. Storie di film di Renato Persòli, 9-2-10.
- CONA, Cristina, DOV'È NATA L'AMERICA. Riflessione, 1-2-10.
- ELIADE, Mircea, LO YOGA. Note di lettura, 11-2-10.
- JUNG, Carl Gustav, ANSWER TO JOB. Note di lettura, 7-2-10.
- KUSTURICA, Emir, IL TEMPO DEI GITANI. Storie di film di Renato Persòli, 27-2-10.
- LETTERATURA FLUIDA, a cura di Alberto ABRUZZESE e Giovanni RAGONE. Note di lettura, 25-2-10.
- MADECCIA, Bianca, ALLA LUNA. Testo con commento, 13-2-2010.
- MELE, Vincenzo, PARADOSSI DELLO STILE NELLA LETTURA GLOBALE. Note di lettura, 25-2-10.
- MONTOBBIO, Santiago, LE THÉOLOGIEN DISSIDENT. Note di lettura di Orazio TANELLI, 19-2-2010.
- PIZZI, Marina, L'INVADENZA DEL RELITTO [30-39]. Testo, 3-2-10.
- RAMA, BALLENTINE, AJAJA, YOGA PSYCHOTHERAPY. Note di lettura di Aurelio Devanagari, 15-2-10.
- SERVAIS, Raoul, TAXANDRIA. Storie di film di Renato Persòli, 17-2-2010.

27/02/10

Emir Kusturica, IL TEMPO DEI GITANI

1989. DVD LE TEMPS DES GITANES, Nouveau Master Restauré, 2007. Con Ljubica Adzovic, Davor Dujmovic, Husnija Hasimovic, Zabit Memedov, Bora Todorovic, Sinolicka Trpkova

Il giovane protagonista Rom, Perhan, lascia la casa della nonna materna per seguire un conoscente ricco che promette di farlo arricchire permettendogli si sposare la ragazza di cui è innamorato, Azra, e di curare la sorella in un ospedale di Lubiana. Finiscono a Milano, dove Perhan, in seguito a una lite della famiglia che svolge varie attività illegali, riesce a far fortuna, tornare al luogo natale, sposare Azra e vendicarsi infine dei capi che lo hanno ingannato mandando la sorella a mendicare invece di pagarle l'operazione. Si salvano i più giovani, perisce il protagonista.

Il film ebbe a suo tempo notevole successo in Europa. Fornisce un quadro non sentimentale, nondimeno empatico, delle comunità Rom pur senza evitare di mettere in luce la tratta dei bambini e delle persone.

Lo sguardo disincantato, la miscela di reale e fiabesco ( per esempio Perhan è in grado di spostare telepaticamente gli oggetti), la visionarietà che combina sogno e vita quotidiana, magia e funzionalità razionalistiche contribuiscono a fare di questa pellicola un'opera che si distingue nettamente da trattamenti iperrealistici e di rappresentazione della violenza di altri registi.

La vita è un susseguirsi di vicende dettate dalle condizioni sociali come da quelle psicologiche. L'ostinazione nelle avversità salva l'orgoglio e la dignità.

Il caos, come in altri film di Kusturica, prevale: si miscelano animali e umani convivendo; musiche gitane e dichiarazioni sussurrate; colori forti e cieli scuri.

Milano è la zona duomo e Roma i quartieri del centro entro cui si aggira un'automobile improbabile di grande cilindrata a tre colori, dalla quale vengono emessi ordini e fuoriescono falsi mendicanti.

La sera ci sono gli accampamenti: la violenza e l'amore materno; i tradimenti e le amicizie; i miraggi e la coscienza della difficoltà di vivere.


[Renato Persòli]

25/02/10

Vincenzo Mele, PARADOSSI DELLO STILE NELLA LETTURA GLOBALE


["Style was as simple as time ago on those mannequins just outside a clothes shop in Nice of all places". Foto di Marzia Poerio]


Vincenzo Mele, PARADOSSI DELLO STILE NELLA LETTURA GLOBALE. Sottotitolo: LETTURA SIMMELIANA, “La società degli individui”, IX.32, 2009, pp. 135-49

Applicando alcuni concetti di Simmel provenienti dalla FILOSOFIA DEL DENARO, Mele esamina la società globalizzata contemporanea che deprime in generale, nella costruzione dello stile, l’individualità: “lo stile […] è ciò che è contrario all’individualità e alla particolarità, situandosi dalla parte di ciò che è generale e sovra individuale”. In tal senso, per esempio, “una rosa stilizzata rappresenta il ‘tipo’ della rosa, deve rappresentare ciò che è comune a tutte le rose”. Al contempo, però, parliamo anche di stile unico e irripetibile come quello di Michelangelo, Goethe, Beethoven. Esiste quindi anche uno “stile individuale contrapposto allo stile ‘generale’ che le altre persone sono costrette a importare dall’esterno” (p. 137). Secondo Simmel, dunque lo stile individuale è uno dei momenti di riappropriazione dell’identità messa in pericolo della modernità e dalla cultura del denaro.

Se applicata alla situazione globalizzata attuale, nel “capitalismo globale” (p. 141) ed entro la cornice della culturalizzazione della vita quotidiana in relazione con le ideologie dell’economia dominante, infine in presenza di una pubblicità martellante, si è imposto lo “stile delle marche globali” (p. 143) che segnala un processo di stilizzazione estrema (la “paninità”, per esempio, rappresentata dal panino di McDonald). Allo stesso tempo si notano comportamenti individualizzati in modo critico, soprattutto tra strati giovanili che respingono i consumi più diffusi e adottano strategie di “consumo critico” e selettivo (p. 145).

In conclusione, sostiene Mele, “la cultura della globalizzazione è […] caratterizzata da una ambivalenza difficilmente risolvibile in maniera univoca: narcisismo consumistico […], o ricerca di nuove forme di individualità critiche dotate di forte spirito di autonomia e in grado di resistere al conformismo e all’omologazione” (p. 149).


[Roberto Bertoni]

23/02/10

Laura Accerboni, TRE POESIE

1.

In questa stanza
di mani rigide
pronte alla stretta
so che non sarà
il mio volto
a esser scelto:
è il calcolo programmato dei nomi
la distinzione netta
tra chi può sedere sicuro
e chi dovrà alzarsi
prima del tempo.


2.

Sono nubi scure
a fermarsi
davanti al volto
così mi preparo
a piovere
e batto
batto sul tavolo
di casa
e tutto intorno.


3.

Senza treni
ad aspettarmi,
mi dico
che questa gente
è solo riflesso
dell’orario stabilito.
Sarà perché non ho nulla
di cui lamentarmi,
nulla,
neanche di questo vuoto
che a fatica
si ingoia
e mi rigetta
intera e senza aspetto.


L'anonimato, lo scambio tra soggetto e cosa, tra io e terza persona, il diaframma tra chi enuncia e gli altri, la perdita di "aspetto". Una dizione ferma e chiara. Il lessico di alta leggibilità. La poesia come immagine del quotidiano e pensiero esistenziale. Laura Accerboni vive a Genova. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su "Poesia".

21/02/10

LETTERATURA FLUIDA, a cura di Alberto Abruzzese e Giovanni Ragone

Napoli, Liguori, 2007


L’idea prevalente, forse, di questo volume con contributi di vari autori, è che nella società contemporanea, del XXI secolo, la letteratura modifica il proprio status a contatto col mondo multimediale che ci circonda.

Secondo Giovanni Ragone, è la rete a segnare il futuro dopo la televisione, tramite “nuovi archivi di informazioni e oggetti testuali, trascinando l’editoria (e in un certo senso la letteratura) verso una ‘quarta dimensione’ in cui gli oggetti si smaterializzano si rimaterializzano di continuo, e dove assume importanza soprattutto l’attore sociale. […] Con i media digitali, la creazione dei racconti con e per l’altro si moltiplica; […] dovrebbe saltare la continuità della funzione autoriale […] attraverso un’evoluzione significativamente ibrida, che non esclude […] notorietà [..] dei singoli e dei gruppi, perfino memoria delle opere” (p. 26). Più precisamente, su questo punto, secondo Paolo Fabbri, si dà “nell’utilizzazione delle nuove tecnologie oggi la continuazione dello svuotamento della nozione di autore che era già iniziata con le avanguardie e una nuova possibilità e rilettura del contatto col lettore” (p. 67).

A parere di Alberto Abruzzese, umano e non umano si combinano e si determina un significativo “rapporto tra romanzo e tecnologia” (p. 34) che condurrà probabilmente ad “abbandonare lo ‘specifico storico’ della letteratura” per andare verso un “nuovo marketing della letteratura” (p. 37) e che presuppone una “nuova politica della creatività” (p. 38).

Nella ridefinizione del concetto di letteratura si inseriscono “nuovi modi di scrivere”, quali “letterature combinatorie, poesie cinetiche, letture partecipative, letterature spettacolari, letterature ipertestuali”, che costituiscono la letteratura com’è e come sarà se è vero che “chiamiamo letteratura tutto quello che un periodo storico chiama letteratura” (p. 75).

In breve, nell’universo multimediale contemporaneo, e soprattutto sotto l’effetto delle tecnologie computerizzate, la letteratura può trovare un proprio scopo e un rinnovamento. Forse ha ragione Filippo La Porta quando scrive che, quanto alle sorti della letteratura, credo che il suo nemico non sia la tecnologia o i new media ma la pervasiva culturalizzazione della vita quotidiana. ovvero un’ennesima versione dell’attacco all’‘individuo’, alla sua autonomia critica, alla sua capacità di formarsi da sé i propri giudizi” (p. 87).

Parecchi gli interventi, che riflettono su un tema utile e attuale; non è lo scopo di questa breve nota citarli tutti, bensì apprezzare nel complesso l’esistenza del volume e la scelta dell’argomento che si richiama nel titolo a Bauman.


[Roberto Bertoni]

19/02/10

Santiago Montobbio, LE THÉOLOGIEN DISSIDENT

Santiago Montobbio, LE THÉOLOGIEN DISSIDENT, Paris, Éditions Atelier La Feugraie, 2008. (Traduzione francese dallo spagnolo di J.-L. Breton)


Quest’antologia in francese del poeta catalano Santiago Montobbio (nato a Barcellona nel 1966 e ivi residente) contiene molte poesie tratte dalle sue cinque sillogi: HOSPITAL DE INOCENTES (1989), ÉTICA CONFIRMADA (1990), TIERRAS (1996), LOS VERSOS DEL FANTASMA (2003), EL ANARQUISTA DE LAS BENGALAS (2005); contiene inoltre sei poesie inedite e tre prose poetiche.

Ad una attenta lettura di queste liriche originalissime ed autentiche, senza reminiscenze letterarie, ci si rende conto che il discorso poetico di Santiago Montobbio, sostenuto da una semantica di versi piuttosto lunghi, musicali e liberi da ogni laccio della prosodia tradizionale, è ricco di immagini, simboli, metafore ed analogie. Al ritmo musicale dei versi non va disgiunta una certa tendenza esistenziale che induce ad esaminare la propria conscienza e l’inutilità degli sforzi umani per sopravvivere in un mondo assurdo e alogico.

Montobbio è il poeta del dissenso, il teologo che razionalizza il nostro destino in seno ad una società ipocrita e mediocre, dedita al consumismo, ma priva di ideali patriottici, spirituali ed escatologici. Da qui il titolo della raccolta: IL TEOLOGO DISSIDENTE. Per il poeta catalano, scrivere è una forma di suicidio, ma è anche una maniera catartica per superare in qualche modo le condizioni assurde, precarie, provvisorie e contingenti dell'esistenza.

Il cinismo ideologico sfocia nell’umorismo e nell’ironia che prevalgono, nella sua poetica, sulle emozioni esotiche e sensuali, persino sui tristi fantasmi dell’adolescenza. I meandri oscuri e assurdi della memoria alogica indicano che “l’intelligenza non è altro che una reliquia”, un mondo sepolto nelle forre dell’anima meditabonda e vagabonda. Nel mito dell’infanzia, decantato da altri poeti, Montobbio cerca di dimenticare l'innocenza infantile e la tenerezza giovanile sul monte della pietà e, meditando come un’asceta eremita sulla compassione emotiva dell'esistenza, la propria e su quella degli altri, continua a vivere fra difetti in un compromesso ideologico che egli stesso ritiene non accettabile.

In questa forma mentis il poeta si rifugia in un regno onirico ed utopico, nella terra arcana e misteriosa dei sogni dove l’uomo si può amare e detestare allo stesso tempo nella visione di città e paessaggi che non sfuggono alla fantasia e alla preziosa immaginazione: “Non sono mai andato a Praga, ma sogno i suoi giardini, / le sue vetrine piene di misteri tremanti”. Tra sogno e realtà, il poeta ha seguito due carriere: quella della letteratura in generale e quella più specifica della poesia. Nella Barcellona polverosa degli anni Cinquanta, rinviene i furori che precedettero la sua nascita e recupera “il rito tacito che si è imposto”, quello della divina poesia che comprende una liturgia senza altari e senza statue.

In quest’ottica, la terra per lui diventa un vero esilio nel quale si cercano sempre lidi nuovi a cui approdare, ma si finisce per incorrere nel naufragio jaspersiano in cui si sente solo il lamento favoloso della chitarra lorchiana nel mito di Orfeo. In tale abbandono, il poeta perde o disconosce la propria fisonomía (“Je n’ai pas de visage”) e cerca spesso di definire ontologicamente se stesso: sono un fanciullo che qualcuno ha perduto; sono un fanciullo che canta ma non esiste. Nella negazione della propria esistenza, sta al poeta lasciare una poesia incompleta nelle “dita dell’aria” per affrontare una fuga ostinata verso il mistero dell’ignoto.

Nonostante tutto, alla fine si abbandona a se stesso e finisce con l’abituarsi all’avarizia smisurata che caratterizza l’orchestra cieca del nulla e del vuoto, con un colore giallastro: "la letteratura è adolescenza; ho paura di scrivere, questo mestiere di bastardo; ho paura di scrivere e fuggo i suoni che mi assalgono". Ed ecco una dichiarazione pessimista, anarchica, dissidente, rinunciataria: “Io non voglio vedere quelle strade e quei tramonti morti. / (…) Non voglio niente, / non c’è nulla da sapere, nulla da scoprire, / e nel precipizio dei colpi secchi / non scopro niente, mi ci sprofondo e taccio”.

Nel testo di certi versi di Montobbio è facile riscontrare il pessimismo cosmico di Leopardi (“la noia che proviene da noi stessi / mi obbliga a navigare contro il silenzio”), ma è il silenzio dei defunti foscoliani ad essere più eloquente di ogni altra sinfonia. I concetti esistenziali della noia di vivere e dell’inutilità delle illusioni vengono proiettati ed estesi nell’ambito dell’assurdità alogica delle azioni umane in una società refrattaria e retriva a un’analisi razionale del destino, precario e arcano allo stesso tempo, per cui anche l’egoismo del poeta si rivela una menzogna.

La poesia di Santiago Montobbio a volte fa venire i brividi al lettore attento, ma più spesso spinge alla meditazione sulla diaspora escatologica della vita e sul suo significato intrinseco alla luce dell’epistemologia del destino umano, che non si può spiegare né nelle sue connotazioni teologiche, nè con l’aiuto della filosofia.


[Orazio Tanelli]


NOTA

Articolo inviato dall’autore e precedentemente pubblicato su “Il Ponte Italo-Americano”, XX.1, 2009.

17/02/10

Raoul Servais, TAXANDRIA


[What strange world surrounded the light on that evening of snow in Brussels? Foto di Marzia Poerio]

1994. DVD Cinéart, Bruxelles, 2008. Testo di F. Daniel, A. Robbe-Grillet e R. Servais. Con Armhin Mueller-Stahl, Elliot Spiers, Katja Studt


Tra fiaba e distopia, TAXANDRIA è la storia di un principe bambino che, costretto a trascorrere qualche giorno in una località marina per studiare assieme all’istitutore, si sottrae ai libri e conosce un guardiano di faro che aiuta gli extracomunitari ed è sottoposto ai pregiudizi di gruppi di persone intenti a forgiare prove di sue presunte e false violenze contro i gabbiani. Per mezzo di un procedimento ipnotico, consistente nell’osservazione della luce rossa del faro, o al momento di liberare i gabbiani feriti, il principe viene magicamente trasportato nella città di Taxandria, luogo di apparente tranquillità e armonia che nasconde invece l’usurpazione del potere da parte del reggente e si risolve infine con la fuga di due ragazzi, Aimé e Ailé, in mogolfiera, presumibilmente verso il mondo esterno e la realtà.

Quella di Taxandria è una società in cui una dittatura apparentemente bonaria ha abolito il senso del tempo, conservando soltanto il presente; esiste un unico giornale quotidiano; le donne hanno funzioni riproduttive e sono confinate in un luogo appartato come vestali. L’idea dell’eterno presente è in parte metafora della società attuale, che sembra avere esorcizzato le dimensioni della cronologia nel bombardamento di immagini frammentarie tramite la pubblicità, internet e altri media che propongono collage di dimensioni temporali non diacroniche e situate fuori contesto, fino a teorizzare, come accadde anni fa, da parte di Fukuyama, la “fine della storia”. Servais, da parte sua, chiarisce:

“Presupponendo che il passato e il futuro non esistano, il regime di Taxandria punisce ogni rappresentazione grafica, disegno o foto..., per non parlare del cinema, in quanto si tratta di testimonianze del passato. È una delle caratteristiche di questa dittatura: si teme il passato quanto il futuro. È un mondo irrigidito nel presente. L’argomentazione è qui fondata sul fatto che un sentimento di nostalgia si impadronisce di coloro che pensano al passato. Nell’altra direzione, evitare di pensare al futuro impedisce di proiettarsi sull’inevitabile scomparsa nostra e degli altri. Bisogna essere felici nell’istante presente, non riflettere né sul passato né sul futuro, vivere come gli animali” [3].

Il film si svolge in “forma ibrida”, come la definisce il regista, tra animazione e imitazione della vita reale [1]. Notevole il mondo nato dall’animazione, con rovine che rammentano la pittura metafisica di De Chirico e alcune scene collegabili a Magritte nonché elementi originali di colori definiti ma tenui e movimenti di tipo realistico con qualche elemento di iconografia ottocentesca, forse vittoriana [2].

Ci era sfuggito quando uscì. Siamo lieti di avere avuto la possibilità di notarlo, in versione dvd in occasione di una visita a Bruxelles, alla libreria e videoteca di Bozar.

È un bel film.


NOTE

[1] Cfr. Entrevue avec Raoul Servais, par D. Bouras et J.-M. Vlaeminckx.
[2] Alcune scene del film sono a The city.
[3] Cfr. Entrevue avec Raoul Servais, par D. Bouras et J.-M. Vlaeminckx.


[Renato Persòli]

15/02/10

Swami Rama, Rudolph Ballentine e Swami Ajaja, YOGA PSYCHOTHERAPY

Sottotitolo: THE EVOLUTION OF CONSCIOUSNESS. Prima edizione: 1976. Honesdale, Hymalayan Institute Press, 2007

Il libro, opera di un maestro yoga e due praticanti dello yoga e studiosi nel campo medico e psichiatrico, è in parte teorico, e in parte riferisce di esperienze attuate tramite una terapia che mette in atto vari principi derivati dalla filosofia indiana, in particolare quelli del distacco, ovvero la capacità di non venire coinvolti emotivamente dalle situazioni al punto da esserne travolti fino, in casi estremi, a cadere del deliquio psicotico; il rapporto tra karma (o azione, o prassi di quanto accade nella vita umana) e responsabilità, teso a riflettere su questo legame e ad acquisire coscienza degli eventi e delle loro conseguenze; identità, intesa come indagine sulle identità assunte e l'identità profonda (che nella psicanalisi junghiana sarebbe il "self" e in quella indù più ampiamente e in buona misura diversamente, l'"Atman"; l'equanimità; la sostituzione di abitudini inveterate che rendono infelici con altri atteggiamenti non dannosi per sé e per gli altri.

Viene ricercato nel corso del volume il parallelo tra i concetti dello yoga e quelli della psicoanalisi, per esempio la libido in sintonia con le modalità del secondo chakra, svadhistana, o la tendenza tanto dello yoga quanto della psicoanalaisi ad essere momenti evolutivi.

È certo che, come osserva Eliade (cfr. il post di questo numero al giorno 11-2-2010), c'è una differenza fondamentale tra la ricerca del profondo e la sua manifestazione e gestione in psicoanalisi e nello yoga, per cui pare interessante invece la conciliazione che tentano gli autori di questo volume in termini di evoluzione dagli stati inferiori a quelli superiori, com'è proprio dello yoga, senza reprimere le pulsioni inconsce, ma utilizzandole nella ricerca personale e modificandole, facendo come evaporare le negatività emergenti nella meditazione/autocoscienza col trasportarle dai settori oscuri a quelli chiari e intellettivi della mente.


[Aurelio Devanagari]

13/02/10

Bianca Madeccia, ALLA LUNA


[Moonlight on the borders of morn. (Wicklow 2010). Foto di Marzia Poerio]


Dal 1990 al 2002 Bianca Madeccia è stata redattrice di “Avvenimenti” (ora "Left"). Tra le sue opere recenti: L'ACQUA E LA PIETRA, Faloppio (CO), Lietocolle, 2007; TEMPO (plaquette d'arte a tiratura limitata con foto di Carlo Porrini) e DEI TRE MODI DEL CAMMINARTI, Napoli, Il filo di Partenope, 2009. Qui sotto, riprodotto da Bya1608, un suo testo scritto: ALLA LUNA. Da un lato interessa di per sé questa poesia in quanto documento in versi da leggersi, una rimitizzazione del rapporto con la luna (con titolo leopardiano) e al contempo un suo ridimensionamento moderno; con lo scambio tra farsa e tragedia, due facce dello stesso meccanismo affabulativo e reale; e un'invocazione all'astro frenata dalla consapevolezza dell'"adolescenziale" e del "ripetuto". Dall'altro lato, qui la si propone anche perché il testo acquisisce la propria pienezza estetica solo in contatto con gli altri due media utilizzati: la sonorità, ovvero le musiche originali e la voce recitante di Alberto Napolitano, e il video di Marcantonio Lunardi. Per una fruizione complessiva si rimanda dunque alla URL indicata in questo capoverso [RB].


ALLA LUNA

Un guerriero zen
innamorato della morte
parla parla parla
mentre mostra le cicatrici alla luna
per farla invaghire di sé'
- Vedi? Vedi?
Potrei morire domani se solo volessi -

L'astro non risponde
e osserva dall'altro
questa eternamente mimata
vicenda adolescenziale
- Agli umani piace recitare.
Che ne sanno loro
di una vita infinita?
Che ne sanno loro
della morte eterna?
Ci sono state altre ere glaciali
né migliori né peggiori di questa
Tutto il resto è teatro.

- Una tragedia
quando si ripete due volte
diventa
farsa

11/02/10

Mircea Eliade, LO YOGA

Sottotitolo: IMMORTALITÀ E LIBERTÀ (1954). Traduzione italiana di Giorgio Pagliaro. Firenze, Sansoni, 1990


Libro denso e ormai classico, derivato in parte dalle esperienze indiane dello stesso Eliade, ha il merito, tra l'altro, di guardare non solo allo yoga di Patanjali e della tradizione indù, bensì anche alle pratiche buddhiste nonché al tantrismo in relazione all'alchimia e inserisce l'argomento generale nell'ambito della filosofia indiana, individuandone le quattro idee centrali nei concetti di karma, maya, nirvana, yoga (p. 19), partendo in ogni caso dal presupposto che se al principio c'è "l'equazione dolore-esistenza", essa non conduce però al pessimismo, bensì al distacco dal mondo per liberarsi della sofferenza (pp. 26-27).

Ben delineati elementi delle UPANISHAD come l'Atman "principio trascendente e autonomo" che pervade la coscienza individuale mentre si espande nell'universo (talora tradoto con il termine e concetto di anima) e la sua coincidenza col Brahman, ovvero il principio divino e cosmico (pp. 30-32).

La liberazione dai tormenti interiori, dalle passioni, dai "tumulti" e dalle negatività che ostacolano la pace interiore, avviene solo dopo averli pienamente sperimentati (p. 51), come già si legge nelle UPANISHAD. Interessante la maniera in cui Eliade traccia un parallelo tra yoga e psicologia. La liberazione consiste nello scardinare e infine abolire i tumulti dentro di sé (p. 52), provocando l'arresto delle latenze psicomentali, come afferma già il secondo sutra di Patanjali, sistematizzatore della filosofia yoga: "Yogah cittavrtti nirodhah", ovvero, con una delle possibili traduzioni, "lo yoga è l'arresto delle oscillazioni della mente". Come spiega Eliade, per lo yoga è "inutile cercare di modificare gli stati di coscienza fino al momento in cui le latenze psicomentali non sono state anch'esse controllate e dominate [...]. Le latenze - come se uno strano impulso le spingesse all'autoestinzione - vogliono uscire in piena luce e divenire, attualizzandosi, stati di coscienza. La resistenza che il subcosciente oppone a ogni atto di rinuncia e di ascesi, ad ogni atto che potrebbe avere per effetto la liberazione del sé, è quasi il segno della paura avvertita dal subcosciente alla sola idea che la massa delle latenze ancora non manifeste possa fallire il suo destino e essere annientata prima di avere avuto il tempo di manifestarsi e di attualizzarsi" (p. 55). Preferendo, si direbbe, lo yoga alla psicanalisi, secono Eliade, "a differenza della psicanalisi, lo yoga ritiene che il subcosciente possa essere dominato dall'ascesi", o meglio "conosciuto, padroneggiato e conquistato" (p. 56). L'inconscio non va negato, ma conquistato: "Bisogna sì risvegliare le forze interiori, ma conservando sempre una perfetta lucidità e il dominio di se stessi" (p. 199).

In un passo, Eliade riferisce il seguente testo buddhista, simile allo yoga: "Allontanando la sete del mondo, egli resta con il cuore libero da desideri e purifica il proprio spirito dalla cupidigia. Allontanando la maliziosa invidia, resta con il cuore libero da inimicizie, benevolo e pieno di compasione per tutti gli esseri, e purifica il suo spirito dalla malevolenza. Allontanando l'ozio ed il torpore, egli resta libero da entrambi; cosciente della luce, lucido e padrone di sé egli purifica il suo spirito dall'ozio del torpore. Allontanando il dubbio, egli resta come chi è giunto al di là della perplessità; non essendo più nell'incertezza su ciò che è buono, egli purifica il suo spirito dal dubbio" (pp. 163-64). Un'ottica di liberazione di non facile pratica, un'ideale utopico.


[Roberto Bertoni]

09/02/10

Jacob Cheung, A BATTLE OF WITS


["Oh the time of peacefulness when we contemplated that Zen landscape just before the war destroyed all harmony". Foto di Marzia Poerio]


Jacob Cheung, A BATTLE OF WITS. Hong Kong, 2006. Con Fan Bingbing, Andy Lau, Choi Siwon, Ahn Sung-ki, Nicky Wu, Wang Zhiwen

Basato su un romanzo di Ken'ichi Sakemi e su un fumetto manga di Hideki Mori, con un intreccio di media ormai non più raro, questo film punta più sull'eroico di stampo umano che sugli effetti speciali cui si è assistito in realizzazioni storico-epiche di provenienza cinese in cui si impone il meraviglioso, si vedano le battaglie tra individui che eccedono le normali capacità umane volando spada in pugno o a corpo libero su muri e tra bambù flessibili in alcune pellicole, peraltro di ottimo livello estetico e culturale e di registi notevoli, tra cui anche Zhang Yimou.

Jacob Cheung dirige battaglie con scene di massa e movimenti di truppe dinamici, l'assedio di una città (Liang) e le risposte degli assediati con tecniche come la pece e l'allontanamento dei rampini, in modi che investono le armi, soprattutto gli archi e le macchine belliche, come pure il corpo a corpo, ove l'abilità resta sulla terra, creando un’interessante variazione rispetto ai fantasy più diffusi, trasportando inoltre il linguaggio del fumetto in quello del cinema con un certo realismo che intende conferire credibilità a una storia che è in parte, però, improbabile e fantastica in quanto si incentra sull'assedio di una roccaforte con poche migliaia di soldati da parte di un esercito di centomila che viene sconfitto per le tecniche di difesa intelligenti adottate. Se viene in questo modo rivalutata la guerriglia di popolo, è difficile non notare l’implausibilità storica, sebbene sia fruibile e godibile la dinamica delle azioni riprese di fianco con effetto di immediatezza e dall'alto con risultati di prospettiva.

I dialoghi sono quotidiani e chiari e si svolgono sulle due bande dell'emotività e della razionalità.

La prima è collegata a una storia d'amore tra il salvatore della città, Ge Li (l'attore Andy Lau), un saggio seguace di Mozi [1], e un'eroina guerriera, Yi Yue (l'attrice Fan Bingbing), che per la sua dedizione all'inviato avrà la lingua strappata, per cui non potrà rispondere agli appelli di Ge Li quando egli cerca di salvarla dall’affogamento nelle prigioni invase dall'acqua che lo stesso moista ha scatenato come una delle strategie di difesa di Liang. Melodramma in questo caso e tendenza al coinvolgimento emotivo dello spettatore.

La parte razionale, o meglio anche iperrazionale, è la logica machiavellica della politica, impersonata dal re di Liang che, una volta che il pericolo è stato sventato per merito di Ge Li, essendo quest'ultimo diventato troppo popolare tra gli abitanti, decide di detronizzarlo nonostante sia stato colui che lo ha salvato. Si contrappongono questa ideologia e quella del disinteresse e della lealtà, del pacifismo e dell'uso della guerra solo come autodifesa. Il finale è al contempo di disperazione e tensione verso un futuro: il seguace di Mozi si allontana con pochi disperati, lasciando alle spalle Liang liberata e andando senza eroismi verso altre imprese.

Ora al raccontarlo su questa rivista, si osserva che (così opera l’inconscio?) ci è piaciuto a dire il vero più di quanto si fosse ritenuto al momento della visione.


[Renato Persòli]

07/02/10

Carl Gustav Jung, ANSWER TO JOB

Edizione in lingua tedesca: 1952. Traduzione inglese di R.F.C. Hull. Edizione pocket: London, Routledge, 2002


Interessa per varie ragioni questo testo di Jung, soprattutto forse per la storicità degli archetipi che vi si ipotizza, ovvero il loro mutamento nel tempo da forme arcaiche a forme più moderne; ma andando con ordine, e rinunciando a render conto di tutte le idee esposte nel saggio, si enucleano cinque nuclei qui di seguito.

1. Yahweh mette alla prova Giobbe senza pietà, come se dubitasse del proprio vincolo di fedeltà con Israele, in modo tale che "if Job gains knowledge of God, then God must also learn to know himself" e con la conseguenza che il tentativo di Yahweh di corrompere Giobbe modifica la natura dello stesso Yahweh (34). Nello sviluppo storico dell'archetipo, l'incarnazione di Cristo è dovuta al "curious change which comes over Yahweh's behaviour after the Job episode", cioè della sconfitta morale inflitta da Giobbe a Dio (51): "Yahweh must become man precisely because he has done man a wrong. He, the guardian of justice, knows that every wrong must be expiated, and Wisdom knows that moral law is above even him. Because his creature has surpassed him he must regenerate himself" (52).

2. Le riflessioni sull'Apocalissi di San Giovanni sono anche riflessioni sull'integrazione degli opposti della personalità: Giovanni esagera la visione apocalittica e le immagini dell'Ombra che quasi sembrano non avere niente in comune con Dio, in ogni caso non col Dio della pietà, come se la ricerca assoluta della luce nella vita cosciente poi provocasse l'emergenza eccessiva dell'Ombra dall'inconscio. Sul piano psicologico generale, "as a totality, the self is by definition always a complexio, and the more consciousness insists on its light nature and lays claim to moral authority, the more the self will appear as something dark and menacing" (103).

3. Il mito non è finzione, ma una forma particolare di realtà: "myth is not fiction: it consists of facts that are continually repeated and can be observed over and over again. It is something that happens to man, and men have mythical fates just as much as the Greek heroes do" (57).

4. Distingue tra visioni archetipiche e visioni patologiche, commentando le visioni di Ezechiele, che non sono distorte in senso patologico; sono bensì archetipiche e testimoniano di un momento storico: "they are a symptom of the split which already existed at that time between conscious and unconscious" (74).

5. Cos'è psicologicamente la religione: "religious statements are psychic confessions which in the last resort are based on unconscious, i.e. on trascendental, processes. These processes are not accessible to physical perception but demonstrate their existence through the confessions of the psyche. The resultant statements are filtered through the medium of human consciousness" (xii-xiii).


[Roberto Bertoni]

05/02/10

SPOTS



[Never will I paint in the snow again. Foto di Marzia Poerio]

03/02/10

Marina Pizzi, L’INVADENZA DEL RELITTO, 2009 [30-39]

30.

scompare nella canicola il morso
di staccare come intonaco il coma.
è un peccato davvero che il rimario
sia rimasto accordato al tonfo.
così finisce la parola
nell’ebete che consuma
somme incredibili di bava
dietro alla ragazza.
in un eremo di scompiglio
ha valutato dio
un centesimo per il tombino.
altri s’incorniciano la mente
con il successo dell’obiettivo.
attivo sempre attivo comunque
farcela. in uno scantinato di ventagli
è salito sul veliero che valorizza
ieri e domani, adesso. è vincitore
dalla cruna di un ago, dal mare
in tempesta.


31.

sono più infelice di un cane
abbandonato sull’autostrada.
la frittata di me è prossima
nel tatuaggio dell’elemosina.
le varie madonne e i vari dèi
simpatizzano con l’avversario.
in pace non avrò che teschi
di prim’ordine. tu togli dal termosifone
la merenda del mattino, non importa
che sia calda al momento del consumo.
le fiaccole dei protestanti sono un’eresia
non calmeranno l’ingiustizia. passa da me
la scopa che non serve. le vene sono
esauste nello sterminio di una donna
presa nel petto dalla stanza tragica.
inverno sotto il mitra della spesa
ucciderà i passeri cantori.


32.

oggi me ne vado in uno stradone
infinito, rettore di sé per i sassi
alti e la tonaca di prati.
nei venti chiassosi dell’autunno
sono le foglie nel grembo di ieri.
ha una sicurezza che disarma
la bibliotecaria addetta alla coltivazione
degl’inservienti. il turno delle funi
è stato posto per dar morte alla storia
della cometa. così divampa l’ariosità
del vento plurimo e perfido. dove
il dolore ricava ritmi di bassa lega.
la calamite giunonica vuole la sabbia
per bisacce di aureole e calvari
di riso sulla ruggine per sempre.
il pessimo crociato che ci annulla
sfama le botole del nero pece
questi cacciatori di misfatti al rasoterra.


33.

in mano alla palla quadra di morire
so lo zoppo quaderno degli appunti
i dividendi che non furono giusti
con le fole che inzupparono lo sguardo.
di panico stravince l’erba-tana
il noviziato grazioso dell’ultimo bambino
preda al sorriso.
attorno alla scalata della fossa
s’urge un mattino che fa da bambino
i detriti della luna che non dorme.


34.

la cassetta della posta come oblio
abituro costante di lacrime
dove la cresima del muro
è un anfiteatro di sterpi
spettri di amori che non tornano.
di te il dispendio dentro
la mascella della notte
io che ti amai senza spensieratezza
né virtù. l’alone della morte
ha chiavistelli di visi uno sull’altro
tu l’unico chiaro amatissimo baule.
le isole ventose con echi di pazzie
ire sulle punte degli scogli. in anni-
darsena imparai le cose che servono
al passato. tu che te la ridi pagliaccio
paglia che t’infuocò l’anima del senza
risveglio. pensiero, sei
una sfinge d’occhi moltiplicati per il fulcro
della sabbia. nebbia blasfema l’arsura
del ricordo, l’aureola del dondolo quando
felicità la cicala dell’agosto non agognava
l’ombra in braccio alla riva
della clemenza d’aria. l’altero crepuscolo
è divieto alla meridiana del tempo alla misura.


35.

non è fortunato l’equilibrio
del sale. tutto si contrae in una reliquia
amanuense di sé senza dio. il pietrame
delle confische aggregano dolore.
qui si dice che morì l’idioma
del bel nascere. l’umidità materna
volpe di sole per le vie innamorate
che la baciano. ciarla di nuca voler
bene al mondo quando ciascuno dondola
l’abisso. l’ospedale dei bambini
con la misericordia dell’aquilone.
con la cernita delle olive è stato visto
lo spartiacque giusto, la cerimonia
del vuoto con l’origine.


36.

non sono la figlia del macellaio
eppure mi sento macellata
lastricata di pece
ghigliottinata senza santità.
il mare al mio cospetto
è un’unghia vuota
un costato che ringhia
vendetta. in mano alla domenica
del ghiro nulla imparo se non
dormire per attutire disperazione.
tu nel cuore delle tegole del cuore
offri bravure che non sanno arrendersi
se non dentro il costato della ruggine.
con questo stato con la nuca che sanguina
vago lo stato che mi trarrà bambina
nel nome del ciliegio sovraccarico.
dammi un’attesa di privilegio
un gioco in tasca che mi faccia vincere!


37.

amami con la cesura di perdermi
con lo spavaldo consenso dell’afa
che fa fanciulla la smorfia di soffrire.
invia l’alt all’orco di presenza
invoglia la stazione a farmi tornare
dove l’arrivo voglia la mia gioia.
sacrosanto indovino la voglia suicida
dove si spoglia l’arsione dell’arringa
mutismo atavico in preda alla tortura.
scaturigine di me questa risacca
parente con la morsa dell’acciaio
con la mestizia della crepa sulla nuca.
la trappola connessa con la paglia
ha il potere di crollo sul grattacielo.


38.

amo la leggiadria del fosso
la rondine che passa premurosa
sorella della rosa che si spoglia.
in verità includimi in uno stipetto
per sonnecchiare una vita docile
il proverbio che mi sembri più appropriato.
in fin dei conti non ho un sentiero
né una voce stabili dentro un reame
che cade a pezzi. per dirti lo sfacelo
che mi azzanna pensa al sapere di una nuvola
reclusa dai tetti che la forano.
in mano alla stampella del silenzio
vago da sola in maniche di camicia
avendo il freddo che non avvalora.
la crudezza della risma è tutta chiusa
nel magazzino che la contiene.
il ragazzino che tacita le finestre
sa raggiungere il volo senza tonfo.


39.

includimi nel riverbero del sale
nell’alunno miope e sordo che sei
senza pietà sì raro! confondimi col suolo
dell’orto con il papavero accanto
al semaforo. al fianco della zattera
ritorno col nome che mi persi
quando naufrago nella resistenza
stetti avvoltoio di me stesso senza
scialuppa. in breve sotto l’erta della sabbia
imparai l’abicì dell’altare. da qui al gelo
del pontile sparai la rotta per non
sentirla in bocca. nessun alfabeto
mi seppe parlare con la carica del bacio.
ora mi taccio col l’elemosina nel palmo
e il miliardo di lacrime nel feto dell’occhio.
l’assedio è molto prìncipe fa da impero
alla giraffa corta del cielo. interpellato
dal fato di fine voglio la tunica dell’angelo
con le ali farcite di coccole mai giammai
vanesie. tu cingimi il lavacro con le rose!



Le sezioni 1-10, 11-20, 21-29 dell'INVADENZA DEL RELITTO sono state pubblicate su "Carte allineate" in data 3-11-2009, 15-12-2009, 19-1-2010.

01/02/10

Cristina Cona, DOV'È NATA L'AMERICA

La storia di questa traduzione (o, per essere più esatti, la sua ultima puntata) risale al 1974: fu in quell’anno che, durante un congresso di studi, Peter Christoph, curatore dei manoscritti storici nella New York State Library, fece la conoscenza di Charles Gehring, giovane laureato in germanistica con una specializzazione in studi neerlandesi, e si sentì chiedere da quest’ultimo se, a sua conoscenza, qualcuno fra i suoi colleghi aveva bisogno di un collaboratore per ricerche su documenti olandesi del Seicento. “Altro che!”, fu la risposta di Christoph, cui non pareva vero di essere piombato sulla persona giusta.

Proprio in quel periodo, infatti, stava ripartendo praticamente da zero il lavoro sulla documentazione riguardante l’insediamento seicentesco della Nieuw Nederland (che aveva coperto un territorio corrispondente oggi, grosso modo, agli stati di New York, New Jersey, Connecticut, Pennsylvania e Delaware), e in particolare Nieuw Amsterdam, antenata di Manhattan. Gli olandesi erano stati infatti i primi ad esplorare ed occupare questa parte del Nuovo Mondo, e dal 1626 al 1664, anno in cui venne estromessa dagli inglesi, la Westindische Compagnie (WIC), la potentissima società commerciale detentrice del monopolio della colonizzazione nei possedimenti americani, aveva dato vita ad una comunità fiorente e dinamica, caratterizzata da una tolleranza civile e religiosa poco comune all’epoca.

Gli archivi di questo periodo conservati in Olanda erano andati distrutti nel 1821, quando il governo aveva venduto come carta straccia tutti i documenti riguardanti le Compagnie delle Indie sia orientali che occidentali di data anteriore al 1700; quelli rimasti oltreoceano, già andati in parte smarriti nel corso di un secolo particolarmente movimentato e immagazzinati dalla fine del Settecento nella New York State Library di Albany, furono sporadicamente oggetto di attenzione da parte degli studiosi nel corso dell’Ottocento, ma le poche traduzioni fatte riguardavano soltanto i documenti più significativi di carattere amministrativo e politico, ignorando del tutto gli aspetti rappresentati dalla storia sociale e dalla cultura materiale della colonia (che occupavano circa 6000 pagine). A cimentarsi per primo con la traduzione, nel 1818, fu F.A. van der Kemp, un anziano religioso olandese che, oltre ad essere affetto da una forma di cecità andata vieppiù aggravandosi nel corso del lavoro, non aveva una conoscenza sufficientemente approfondita dell’inglese; prevedibilmente lacunoso, il risultato delle sue fatiche venne purtroppo utilizzato per molto tempo dagli storici, che in buona fede lo credettero una fonte adeguata. Quasi un secolo dopo un traduttore esperto e coscienzioso, A.J.F. van Laer, si era impegnato a rendere in inglese l’intero corpus per vedere poi il frutto di due anni di lavoro svanire nel nulla (assieme all’opera di van der Kemp) in un incendio che distrusse la biblioteca nel 1911 e causò la perdita di oltre due milioni di documenti relativi alla storia di New York. Per fortuna gli archivi olandesi sfuggirono all’annientamento totale grazie al fatto che, essendo considerati meno importanti di quelli in lingua inglese, erano stati collocati ai piani inferiori degli scaffali, cosicché vennero protetti dalla caduta di altri volumi. Parecchi documenti andarono comunque distrutti e quasi tutti furono danneggiati dal fuoco, dal fumo e dall’acqua utilizzata per spegnere l’incendio. Van Laer ricominciò a tradurre, ma dopo qualche tempo cadde in preda ad un ben comprensibile esaurimento nervoso e abbandonò l’opera intrapresa.

Verso la fine degli anni Sessanta Peter Christoph si era così imbattuto in una massa di documenti bruciacchiati, affumicati e mezzo ammuffiti immagazzinata negli archivi; messosi alla ricerca di un traduttore, si rese ben presto conto della difficoltà di trovare qualcuno che non solo conoscesse l’olandese del Seicento, diverso dalla lingua odierna quanto lo è Shakespeare dall’inglese contemporaneo, ma che fosse anche in grado di decifrare la scrittura (la grafia olandese si è profondamente modificata a partire dal Settecento, così che i testi anteriori a tale periodo risultano incomprensibili ad un lettore moderno). Un altro problema, costituito dalla mancanza di fondi, venne risolto grazie all’intervento di facoltosi americani di origine olandese che, sollecitati, accettarono di fornire i finanziamenti necessari.

Quando Gehring iniziò il lavoro, nel settembre 1974, si trovò di fronte a dodicimila pagine di carta grossolana coperta di una scrittura spesso sbiadita, estremamente difficile da decifrare, che stando alle descrizioni sembrava un incrocio fra l’alfabeto romano e quello arabo o tailandese : si trattava di lettere, atti giudiziari e notarili, testamenti, verbali, diari, una documentazione vastissima che copriva praticamente ogni aspetto delle vicissitudini storiche e della vita quotidiana in quella che sarebbe diventata Manhattan, dalle liti fra vicini, alla compravendita di terreni, all’architettura locale, agli usi e costumi, alla flora e fauna dell’isola. Nel 2000 erano stati pubblicati sedici volumi di traduzioni e restano ancora da tradurre alcune migliaia di pagine. A complicare ulteriormente il lavoro di Gehring è stata fra l’altro la qualità decisamente carente delle traduzioni fatte in passato, che, con l’avanzare del lavoro, l’ha convinto della necessità di procedere, in moltissimi casi, ad un rifacimento completo.

Gehring dirige attualmente il New Netherland Project, un’organizzazione fondata per promuovere la ricerca sul periodo coloniale olandese e completare il lavoro di trascrizione degli archivi, sponsorizzata dalla New York State Library e dalla Holland Society of New York. Il suo lavoro ha permesso a poco a poco di risvegliare l’interesse per questo capitolo finora dimenticato della storia americana e ha ispirato non solo numerosi lavori di approfondimento e tesi universitarie, ma anche libri, come il suo A JOURNEY INTO MOHAWK AND ONEIDA COUNTY, 1634-1635, traduzione del resoconto di una missione effettuata per proteggere gli interessi olandesi nel commercio delle pellicce; come BEVERWIJK, A DUTCH VILLAGE ON THE AMERICAN FRONTIER 1652-1664 della sua assistente Janny Venema, e come THE ISLAND AT THE CENTER OF THE WORLD di Russell Shorto, il più noto fra tutti, recentemente pubblicato in Gran Bretagna (dove “center “ è ovviamente diventato “centre”). La tesi di fondo di quest’ultimo autore, che è anche quella di Gehring, è decisamente ambiziosa, poiché si tratterebbe niente meno che di cambiare radicalmente i presupposti alla base della storiografia americana: secondo quanto sostengono Shorto e Gehring, finora le origini degli Stati Uniti sono state identificate (a torto) pressoché esclusivamente nelle “tredici colonie” del New England fondate dai puritani inglesi, e per un vizio anglocentrico (nonché il fatto che per lungo tempo le fonti disponibili sono state quasi soltanto in inglese) si è ignorato o sottovalutato il ruolo svolto dalla Nieuw Nederland, e più particolarmente da Nieuw Amsterdam, nel plasmare la società americana; la traduzione degli archivi della Nieuw Nederland dovrebbe invece permettere di riequilibrare questa prospettiva, rivalutare l’importanza del periodo olandese per il futuro degli Stati Uniti e chiarire che, lungi dal costituire una congerie pittoresca, ma disordinata e storicamente di poco peso, la colonia era prospera e dotata di un’amministrazione piuttosto efficiente, e che le rivendicazioni presentate dai suoi abitanti alla Westindische Compagnie testimoniano di un’esigenza di rappresentanza e di partecipazione democratica insoliti per quell’epoca. Con il suo carattere multietnico, aperto e pragmatico e la sua libertà commerciale (dovuti anche, e proprio, al fatto di trovarsi sotto il controllo dell’Olanda, che in quel secolo era la società politicamente e socialmente più avanzata d’Europa) quella minuscola, variegata comunità avrebbe rappresentato il nucleo prefigurante della società americana. Secondo la formulazione di Shorto: “Manhattan is where America began”.


FONTI:

- Russell Shorto, THE ISLAND AT THE CENTRE OF THE WORLD, Doubleday, London 2004 (specialmente introduzione e ultimo capitolo).

- Steve Wick, THE DUTCH PAPER CHASE, www.newsday.com/extras/lihistory/2/hs218a.htm.

- THE TRANSLATOR OF MANUSCRIPTS AND AN ERA: CHARLES GEHRING OF THE NEW NETHERLAND PROJECT, www.thenaf.org/NAFNEWSfall2003.pdf e http://www.thenaf.org/NAFNEWSfall2003.pdf.