31/07/08

CARTE ALLINEATE. Numero 19, Luglio 2008 / Issue 19, July 2008

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte da Roberto Bertoni. Foto di Marzia Poerio / Entries listed below without the name of the author were written by Roberto Bertoni. Pictures by Marzia Poerio.

- FRISA, Lucetta e ERCOLANI, Marco, NODI DEL CUORE. Testo, 25-7-2008
- GREGSON, Julia, EAST OF THE SUN. Note di lettura, 23-7-2008
- JIN, Ha, IN THE POND. Note di lettura, 11-7-2008
- KATHAK. Storie di musiche di Renato Persòli, 27-7-2008
- LANZA, Letizia, TRE POESIE. Testo, 13-7-2008
- LA PORTA E COSTA. Note di lettura di Piera Mattei, 7-7-2008
- MACCIÒ, Francesco, VERSO GENOVA, SULL’AUTOSTRADA. Testo, 21-7-2008
- MONTOBBIO, Santiago, THREE POEMS. Testo con commento, 3-7-2008
- MUGNAINI, Ivano, CARNE ED OSSA. Testo, 9-7-2008
- NARAYAN, R.K., UN ELEFANTE PER MALGUDI. Note di lettura, 31-8-2008
- SCHEPISI, Fred, CASA RUSSIA (THE RUSSIA HOUSE). Storie di film di Renato PERSÒLI, 19-7-2008
- SHANGHAI Theatre Academy, HEAVENLY KINDNESS AND HAN. Storie di teatro di Renato PERSÒLI, 5-7-2008
- THOMPSON, David, BANGKOK KISS. Note di lettura, 15-7-2008
- UNFOCUSED SUMMER. Fotografia e versi di Marzia POERIO, con commento, 1-7-08
- von FRANZ, Marie-Louise, LA MORTE E I SOGNI. Note di lettura, 29-7-2008
- YOUNG, Augustus, THE IONIAN BACKTRACK

R.K. Narayan, UN ELEFANTE PER MALGUDI


[Detail from Wat Mahaprutaram, Bangkok. Foto di Marzia Poerio]


R.K. Narayan, UN ELEFANTE PER MALGUDI. Titolo originale: THE MAN-EATER OF MALGUDI (1961). Firenze, Giunti, 1999

A volte c'è più tempo per curiosare tra i banchi residui di libri usati e le librerie a metà prezzo, in una delle quali, a Pisa, è emerso questo bel libro di Narayan, uno dei grandi scrittori indiani del Novecento (1906-2001) (Biobibliografia).

La vita quieta di Nataraj, tipografo in proprio con un solo lavorante nella città immaginaria di Malgudi (in cui sono ambientate spesso le storie di Narayan), viene turbata dall'arrivo di Vasu, un ex lottatore divenuto tassodermista e conseguentemente anche cacciatore di frodo di belve, che con metodi intimidatori si insedia in una soffitta appartenente a Nataraj senza pagargli nemmeno l'affitto, vi impianta la propria attività e minaccia nell'ultima parte del libro, dopo aver esercitato varie prepotenze, di uccidere un elefante sacro per lavorarne le zanne e imbalsamarlo. I demoni, osserva lo scrittore, si autodistruggono prima o poi; ed è questa la fine che farà Vasu in una storia che oltre ad essere d'ambiente, rendere la società indiana del tempo in cui fu scritto e costruire un ritratto di vita di quartiere, si trasforma nell'ultima parte in un giallo.

Vasu, scrive l'autore assumendo la prima persona narrativa di Nataraj, era un nemico perfetto. Uno dei sottotesti di UN ELEFANTE PER MALGUDI è proprio il motivo del doppio, inteso, come una volta lo definì Carlo Cassola, in quanto antagonista del personaggio che dice io. Il contrasto tra Nataraj paziente e Vasu sbrigativo, tra il tipografo pacifista ma deciso a far rispettare i propri diritti e la prevaricazione costante da parte di Vasu forniscono lo spunto per dialoghi molto vivaci e che evitano accuratamente l'idealizzazione della realtà, mantenendo l'ironia, la denuncia sociale della corruzione e dell'ipocrisia e la rappresentazione di vari strati economici e di vari tipi umani.

Il meccanismo di ascesa delle situazioni verso risultati sempre più paradossali e inquietanti sembra essere quello individuato da Tzvetan Todorov come iperbolico, ovvero fondato, a somiglianza di certe fiabe, su un innalzamento continuo della posta, per esempio negli animali cacciati da Vasu, che partono da esseri piccoli fino appunto ad arrivare al massimo elefante.

Alla violenza di Vasu si oppone il vegetarianesimo umanista di Nataraj.

Alle spalle vari riferimenti mitici e a storie e figure della religiosità indù.

Un libro vivace, arguto, impegnato e intelligente.


[Roberto Bertoni]

29/07/08

Marie-Louise von Franz, LA MORTE E I SOGNI





[The doors of the hereafter are surrounded by vaults, have plants obstinately gripping life nearby, and their civic number is 8 as in infinity. Foto di Marzia Poerio]


LA MORTE E I SOGNI. Titolo originale TRAUM UND TOD (1984). Torino, Bollati Boringhieri, 1997

Un altro libro di von Franz si aggiunge a quelli di cui si è parlato in precedenza su “Carte allineate”.

Il volume qui presentato si orienta verso la psicoanalisi, ma prende in considerazione anche l’alchimia e in parte la parapsicologia (in una direzione sperimentale e priva di attributi magici).

L’intento dell’autrice è “chiedersi come si esprima l’inconscio umano, il mondo degli istinti, nell’imminenza della morte” (p. 17).

Esaminando sogni di pazienti suoi e di altri, von Franz nota la presenza di sogni premonitori della morte (passaggi per cunicoli, attraversamenti di fiumi, altri simboli) e allusioni alla continuazione della vita dopo la morte, come se l’inconscio prevedesse questa possibilità. I sogni rimandano a simboli archetipici che si ritrovano anche nei testi degli alchimisti e in pratiche quali quella dello spiritismo.

L’anziano in particolare tende a una familiarizzazione con l’idea dell’ultimo distacco; e l’equilibrio verso tale dimensione è importante nella serenità del trapasso, ove si compia la fusione equilibrata, o meglio la convivenza pacificata, degli opposti, che junghianamente porta all’individuazione.

Tra i simboli espressi da von Franz, si distìngue, per la sua ambivalenza transizionale, quello delle vegetazione, che nei sogni e nelle altre fonti studiate, per la sua possibilità di rigenerarsi da sé in botanica e per le icone culturali che nella storia l’hanno designata, “compare spesso come simbolo della morte e della resurrezione insieme” (p. 47). In questo campo, il fiore rappresenta “un’immagine dell’anima liberata dal corpo materiale”, da cui l’abito della deposizione dei fiori presso le lapidi. Il fiore, junghianamente, è anche riferibile “come nella mistica orientale” a una “perfetta intangibilità interiore” (p. 57), dunque all’integrità del Sé rappresentato nei sogni dall’effigie del mandala.

[Roberto Bertoni]

27/07/08

Renato Persòli, KATHAK


[Relief from a temple in Angkor. Foto di Marzia Poerio]


Sia consentito un ricordo personale.

Nel 1978, una collega di Sri Lanka, Jeeva (che letteralmente significa Anima) Pillai, ci invitò a uno spettacolo di Kathak che aveva contribuito a organizzare presso l’Università del New England ad Armidale in Australia.

Putroppo non ricordiamo il nome del danzatore, i cui movimenti, i campanelli ai piedi, le difficili posture, la rapidità, assieme alla musica da noi mai prima ascoltata, la variazione delle modalità emotive, tutto insomma contribuì a una reazione di adesione psicologica che ancora oggi non sappiamo spiegarci più di tanto. Jeeva ci disse che una delle funzioni di quel tipo di musica e di danza era proprio quella di partecipare con la parte emotiva di sé.

Quel ricordo è rimasto presente ma isolato fino a quando l’anno scorso non siamo andati a un Festival di danza indiana al teatro Sadler's Well di Londra. In quell'occasione, la dinamica della danza, il suo inizio con la voce modulata e con strumenti lenti, che a poco a poco si sveltiscono (come nei movimenti poniamo da Adagio a Mosso della musica classica occidentale); la voce che percuote rispondendosi con gli strumenti (come nel jazz, in parte, per proporre un'altra analogia un po' incongrua); e soprattutto i movimenti delle mani (numerosi, spesso svelti e ciascuno con un significato) e dei piedi (ritmici e in accordo con la musica) sono risultati più chiari con spiegazioni che illustravano anche, prima di ogni numero di danza, le storie religiose, mitiche o meno alle quali si riferivano. L’ammirazione per l’abilità va di pari passo con il gusto dell’ascolto. (Questa la nostra reazione personale, che va ammesso non siamo purtroppo riusciti a comunicare a molti degli amici ai quali ne abbiamo parlato con entusiasmo. Eppure è strano some siano spesso immediatamente ritenute compatibili coi gusti dei più in Occidente forme di danza simili al Kathak nello stile in qualche modo, se non negli scopi, per esempio il flamenco e persino il tip tap).

Kathak proviene, secondo un’enciclopedia consultata, dal sanscrito “kathā”, ovvero "storia", "racconto" [Encarta].

Una definizione del Kathak è la seguente:

“The Kathak dance form originated in the north [of India]. The influence of the Mughal tradition is evident in this dance form, and it has a distinct Hindu-Muslim texture. The word 'Kathak', derived from 'kathā', literally means 'storyteller'. Today, the maestros of this dance form include Birju Maharaj and Uma Sharma. Kathak has an exciting and entertaining quality with intricate footwork and rapid pirouettes being the dominant and most endearing features of this style. The costumes and themes of these dances are often similar to those in Mughal miniature paintings” [Dance].

Abbiamo navigato un po’ su U-tube. Per cominciare, forse questi tre video potrebbero interessare: Singh; Tarana; Kali.

Riguardo le riprese di Bollywood, resta insuperato, tra i film a noi noti, MUGHAL-E-AZHAM e in particolare la canzone guida di quella pellicola, PYAR KIYA THO DARNA KYA: Madhubala. Più recente, di buona qualità, la canzone MERE DHOLNA SUN, dal film BHOOLl BHULAIYA: Mere Dholna.

Una lezione di Kathak è a Birju Maharaj.


[Renato Persòli]

25/07/08

Lucetta Frisa e Marco Ercolani, NODI DEL CUORE

CARTEGGIO IMMAGINARIO TRA JONATHAN SWIFT E ESTER JOHNSON


Londra, maggio 1713

Intingo la penna in un inchiostro che, quando sarà visto dai tuoi occhi, avrà già mutato colore. E i caratteri delle mie parole saranno pollini dispersi nella carta, che attendono l'arrivo delle api. Hai mai osservato come le api succhiano il loro nettare proprio dai libri che le giovinette lasciano spalancati nell'ora del tramonto, quando, docili all'autorità severa del padre, restano a leggere frasi interminabili sull'educazione domestica e sul decoro familiare? È allora che le parole cominciano a giocare dentro le frasi, a sciamare dagli occhi alla carta, rapite da un vento turbinoso e profumato; e così, dalla grandi vetrate aperte, entrano le api e cominciano a volare sui libri. Allora nasce il sogno e tutto diventa bizzarro: la casa enorme si fa piccola come un'arnia, i sogni appena pensati grandi come giganti, e passa, per incanto, il male che stringe le tempie. È da giorni che mi reggo la testa e desidero che un'ape curiosa me la svuoti dalla vertigine e poi, come una zucca di cartapesta, la faccia rotolare nel mondo.

Jonathan

***

Oh mio caro, mi piace
l'immagine dell'ape
è regale e feconda
ma non solo di sogni:
l'ape punge e fa male.
Mi piace
rovesciare il gioco:
fra tante api c'è un fuco
così pasciuto
che nel piacere condisce il dispiacere.
Per lui il miele è fiele.
Così questi nostri giochi
di sfrenate parole
sono piccoli fuochi
fatui di cimitero.

Stella


***

C'è un regno, Stella, in cui le persone si chiamano Messaggeri e vestono di rosso o di giallo, quando devono annunciare eventi lieti come nozze o battesimi, e di grigio e di nero, quando devono portare notizie luttuose o messaggi d'addio.
È singolare, in questo regno di cui Missiva è la capitale, il modo con cui i Messaggeri rossi o gialli si comportano durante il cammino: si schiaffeggiano, si azzuffano, rotolano nelle pozzanghere, e quando arrivano a destinazione il messaggio è irrimediabilmente sporco e confuso, come se nozze o battesimi fossero eventi insensati.
Noto, al contrario, con quanta naturalezza i Messaggeri grigi o neri percorrano la strada con andamento diritto e maestoso, senza lasciarsi distrarre da nulla, e arrivino a destinazione con puntualità straordinaria, senza ritardare un minuto.
Il lutto si addice a chi lo riceve, Stella: forse i vivi, che non sanno perché vivono, vogliono essere consolati da un dolore reale, per non piangere dei propri fantasmi.
J.

***

La ragione, mio caro,
è che nel regno di Missiva
non nasce la bella oliva
perché l'aria sa di bara.
C'era una volta un ragazzo
che credendosi a Children Road
si perse nella sabbia
della rabbia.
Tu sai mio dolce amico
come nel regno del Senso
tutto è tetro e melenso.
Nel Nonsenso invece
ciò che non penso dico
ciò che non dico penso:
e la pece
si muta in pace
la pena
in pane
il deserto
in dessert
la rabbia in Arabia
e la bara in birra da bere.

S.


***

Oh Stella piccolina, sappi che, se lo vogliamo, c'è sempre un'isola sospesa in un nembo di cirri, appena poche miglia sopra la crosta della terra, è una macchina asciutta, aguzza, ventosa, che assorbe le passioni umane, prosciuga i sentimenti appiccicosi: è una bocca fresca, una cavità oscura a cui salgono tutte le passioni in eccesso, i fumi di tutte le emozioni e i camini e le cloache della città; e, dall'altra parte, ne escono, purificati, i raggi silenziosi, i freddi raggi lunari. Oh fossimo insieme su quell'isola, Estrella - l'isola che ci toglie dal dolore degli incontri e degli addii, dalle parole inutili, dagli squallidi malintesi - l'oasi in cui il mondo si svuota del mondo e anche la fangosa Londra diventa un'isola senza frastuoni e senza fetori, una felice radura, un'oasi placida e chiara che mi guarisce dalla vertigine...

J.

***

L'isola scioglie i nodi
dalla terra si staccano chiodi:
obblighi regole modi
maniere malanni e sudore.
Caro, perché non snodi
il tuo aggrovigliato cuore
di lilliput col mal di testa?
Gira gira la luna
l’ago non ha più cruna
giro giro tondo
nella mano il mondo:
Gulliver lo frantuma.
Gira gira la terra
ogni nodo è guerra
gira gira la testa
e ago e terra e cruna
danzano in festa.
E volerai sulla tua isola bella
dove tutto è grande e lieve,
ma qui resta
il tuo nodo
a Stella.

S.


***

Sì, Stella, le proporzioni possono cambiare e un bicchiere di quattro centimetri eccolo grande come un lago e la carta con cui ti scrivo eccola prato e questo piatto di roastbeef fumante cratere di vulcano. Se solo, mia cara, fossi alta un metro di più e io uno in meno, si parlerebbe di Jonathan il nano e della gigantessa Stella, che si esibiscono nello strampalato teatro di qualche Isola Volante.
E' il nodo della questione o una questione di nodi? Quanti legano la terra al cielo! Nelle stelle gli astronomi leggono nodi, come nelle orbite dei pianeti e nel moto degli astri. E i matematici dicono che nodo è il punto della curva in cui le tangenti sono reali e distinte (come le nostre vite, mia cara?). E non è forse vero che i nodi dei tessuti e dei nervi attaccano le ossa alla pelle, perché l'illusione della vita resista, e lo stesso cervello è il primo nodo di un labirinto che, nel tempo del suo dipanarsi, chiameremo destino?

J.

***

A chi basta
di sole parole scritte
una missiva?
C'è chi ama
le labbra sulle labbra
e la voce viva.
S.


***

Stellina mia, non temere, non ti lascerò più sola troppo a lungo. Mi snodo da un mondo troppo greve senza di te. Londra certo non brulica di uomini-uccello: sono rari come arabe fenici. Ma esistono, sai?, e io sono uno di loro. Domani - sta' sicura - volerò da te. Sarò aquila o moscerino? Nano o gigante? E tu, sarai cattiva o buona con me?
A domani, dunque.
Tuo J.

***

Domani, domani,
parole o mani
il tuo corpo o i sogni?
Domani,
terra o luna
il cuore senza bisogni?
Sarò cattiva o buona
sarai nano o gigante
quante parole quante.
Domani
ti parlerò di figli
e mi risponderai fogli
ti chiederò mi sposi?
mi parlerai offeso
del peso
del tuo naso.
Ma mi dirai che m'ami
e ti dirò che menti
e devi darmi un segno:
fra nodi e snodi
mi ami o mi odi?
Mi vuoi o non mi vuoi?
Non mi odi ma...
non mi odi.
E dammi questo segno!
Domani?
Sorry, proprio domani
domani ho un impegno.

Ester Johnson



NOTA DEGLI AUTORI

Fra il 1710 e il 1713, dieci anni prima della stesura dei VIAGGI DI GULLIVER, Jonathan Swift scrive un JOURNAL a Stella, famoso per i suoi appunti di vita londinese e l'uso di un linguaggio infantile, composto di calembours e di nonsense. "Stella" è Ester Johnson, conosciuta da Swift quando lavorava a Londra come segretario di un noto politico inglese. Stella amò Swift per tutta la vita, nonostante l'equivoca e tormentosa relazione che lo scrittore intratteneva contemporaneamente con un'altra Ester: Ester Vanhomrigh, detta “Vanessa”.

23/07/08

Julia Gregson, EAST OF THE SUN


[Grown under the Eastern Sun. Foto di Marzia Poerio]


Julia Gregson, EAST OF THE SUN, Londra, Orion, 2008

L'estenstore di queste note non sa da dove partire per scrivere riguardo EAST OF THE SUN.

Si tratta infatti di un bestseller a sfondo sentimentale, non necessariamente dunque il tipo di romanzo che si recensisca sulle pagine di "Carte allineate". Narra la storia di tre giovani donne, Viva, Tor e Rose, che nel 1928, per il matrimonio di una di loro con un ufficiale inglese del servizio coloniale, compiono un viaggio in India, dove incontrano difficoltà e coinvolgimenti amorosi. Tutte e tre si sposano: ed è con un matrimonio che un anno dopo si conclude questo volume di 458 pagine. Le vicissitudini sono da questo lato piuttosto tipiche proprio nel loro sovvertire i cliché: Rose e Jack (l'ufficiale) attraversano una crisi coniugale; Tor cerca marito per liberarsi del peso della famiglia originaria, principalmente, e troverà infine una relazione soddisfacente e sincera; Viva, orfana, con un segreto relativo alla morte dei suoi genitori, sedotta giovanissima dal tutore, aspirante scrittrice, di estrazione povera, lavoratrice, e personaggio ben delineato psicologicamente, ha un nucleo di reticenza e segretezza che la rende interessante per chi legge, è stata ferita dalla vita, dunque si nasconde al sentimento e si concederà all'affetto per Frank dopo avere risolto l'enigma delle sue origini, conoscendo i segreti di famiglia che si sono determinati appunto in India, e pervenendo di qui alla maturazione che la porta alla realizzazione affettiva.

Se di bestseller si tratta, come si spera di aver lasciato intuire dal paragrafo precedente, c'è una delineazione psicologica attenta e per nulla banale, tutt'altro. In tutti e tre i casi la ricerca del sentimento si converte in una ricerca di sé, soprattutto per Viva.

L'India, in quanto ambiente coloniale britannico, è il catalizzatore anche della differenza tra le protagoniste bianche e i loro partner, nonché la cerchia delle amicizie altolocate, e i movimenti per l'indipendenza: quello gandhiano, che resta sullo sfondo, e quello islamico, che interagisce con l'intreccio, provocando un episodio di rapimento di Viva che coinvolge un adolescente inglese infelice e malato psicologicamente. Se la frivolezza di certi personaggi dell'alta società, come CiCi, moglie di un funzionario britannico, che vivono l'India dei club e della chiacchiera, rappresenta i dominanti, è d'altro lato ben presente l'opera di chi, pur europeo, si coinvolge con al società indiana: medici, infermiere, personale di un orfanotrofio. Al contempo il punto di vista degli indiani è dato con imparzialità. L'aspetto storico sembra definito con chiarezza. L'occhio che osserva quella società è, per motivi di ottica narrativa, quello inglese, ma proprio per questo alla fine funziona, mettendo in rilievo i due lati della questione.

Ci sono naturalezza nei dialoghi, ricostruzione di dettagli dell'ambiente, agilità accattivante della scrittura.


[Roberto Bertoni]

21/07/08

Francesco Macciò, VERSO GENOVA, SULL'AUTOSTRADA

La vedi all’improvviso curvando
sul viadotto la città che si allinea
e non finisce e si accende
nella notte da ponente
fino al cielo. La vedi
sui cristalli appannati
oltre la patina di fumo
dei gasdotti che intride l’asfalto
e stringe da levante fino al mare…

La vedi a pezzi rallentando
sulla rampa di un autogrill, nel grigio
sottocosta un taglio, una sutura
corrosa tra Voltri e Sestri fino al centro.
Poi un liquefarsi di sguardi, un ingorgo
di mani sui marciapiedi
quando ti allontani… se ti allontani
e non sai che ci sei dentro…

[Testo tratto da L'OMBRA CHE INTORNO RIUNISCE LA COSE, Lecce, Manni, 2008]

19/07/08

Fred Schepisi, CASA RUSSIA (THE RUSSIA HOUSE)

1989. Tratto dal romanzo omonimo di John Le Carré. Sceneggiatura: Tom Stoppard. Fotografia: Ian Baker. Con Klaus Maria Brandauer, Sean Connery, James Fox, Michelle Pfeiffer, Roy Scheider


Ci capita soprattutto d’esatte di rovistare tra video e dvd e guardare qualcosa che ci era sfuggito o si era sottovalutato, come questo ottimo CASA RUSSIA, che già nel romanzo di Le Carré aveva un pedigree per l’autore e per la storia, oltre a costituire uno dei primi thriller sulla nuova Russia ai suoi inizi. La versione cinematografica non è certo deludente, tutt’altro, e si distinguono anche la sceneggiatura di Tom Stoppard e la fotografia di Ian Baker con belle immagini di architetture oltre che di interni di Leningrado (oggi San Pietroburgo) e Mosca.

Si intrecciano spionaggio e amore attorno alla figura dell’editore Barley (nella notevole interpretazione di Connery) che opera da parecchi anni ed è pervenuto all’età delle disillusioni. Una donna, Katia (bella e complessa emotivamente per merito di Pfeiffer), affida a un agente editoriale a una fiera del libro russa un manoscritto scritto dal fisico Jakov (il bravo attore Brandauer) per Barley, contenente le prove di una presunta debolezza nucleare e difensiva dell’URSS che renderebbe poco produttiva la corsa agli armamenti. Barley assente (in ritiro a Lisbona tra alcool e riflessioni personali), il materiale finisce nella mani dei servizi segreti inglesi della Casa Russia (da cui il titolo del film), che decidono di servirsi delle aderenze e conoscenze di Barley per ottenere maggiori informazioni da Jakov tramite Katia.

L’editore accetta riluttante, dichiarando da subito la propria inaffidabilità e attraverso vicende alterne e complicate alla fine tradisce, barattando l’espatrio in Portogallo di Katia e dei suoi familiari contro informazioni segrete. L’amore per questa donna ha inserito un elemento caotico nell’ordine immaginato dalle istituzioni spionistiche, un momento di irrazionalità nel complotto iperrazionale; e dimostra al contempo come il fattore umanità sconvolga i piani e prevalga alla fine. Questa storia ci è piaciuta anche per questo.

Le perplessità di Barley, il suo ritrovamento di un senso della vita tramite l’innamoramento; la persistenza di movimenti da oltre cortina come la fuga dalla Russia di Katia; la collaborazione con differenziazione di atteggiamento tra servizi britannici e statunitensi; tutti questi sono motivi che si ritrovano in altri romanzi di Le Carré. Nella fase successiva all’89 il suo pessimismo si è acuito e pare che la solidarietà tra persone sia la forma restante rispetto all’egoismo e alla gagliofferia di gruppi privati e pubblici.

CASA RUSSIA è diretto con fermezza e movimento incalzante senza essere frenetico da Fred Schepisi, di cui vogliamo ricordare almeno un altro buon film, THE CHANT OF JIMMY BLACKSMITH (1978), che il regista, prima di trasferirsi negli Stati Uniti, girò in Australia sulla situazione degli aborigeni nell’Ottocento.



[Renato Persòli]

17/07/08

Augustus Young, THE IONIAN BACKTRACK

THE IONIAN BACKTRACK

The Appian Way ends in two broken columns and a passage to Greece.
Stand and bear witness to an impossible journey.
The real traveller establishes a route and does not go back.
He knows that footprints are distorted by loose sandals.

(Pilgrims, nothing on their backs except the sun, a straw mat, and instruments
without strings make for the beach, a rock island where only the future exists).

Going over old ground is not to return home. It is to lose one’s way.
There the blue flowers grow over the ruins, and the wind comes through
the roots of trees. And the leaves talk.


(Brindisi 1984)


A NOTE BY THE AUTHOR

Regarding ‘Ionian Backtrack’

I’ve always been interested in the interface between archeology and mythology. During the early 1980s I spent a summer traveling along the east coast of Italy and Sicily. I was looking for the ancient Greece of my imaginings. Near Crotone I thought I heard it in the air. The Ionian mode is a form of ancient Greek music. Thus the title.
The poem is part of a sequence written while watching backtrackers at Brindisi make their way to the Greek Islands. I though they were going the wrong way. There is a sly nod to Rimbaud’s life after poetry, establishing routes in Africa. I was reading him for the first time.


BRIEF AUTOBIOGRAPHY

Augustus Young was born in Cork, Ireland, in 1943. Forthcoming publications are THE SECRET GLOSS: A FILM PLAY ON THE LIFE AND WORK OF SOREN KIERKEGAARD from Elliott and Thompson, 2008, DIVERSIFICATIONS: POEMS AND TRANSLATIONS (Shearsman), and THE NICOTINE CAT AND OTHER PEOPLE: CHRONICLES OF THE SELF (New Island/ Duras, due in 2009). He has published two volumes of autofiction, LIGHT YEARS (2002), and STORYTIME (2005), and innumerable works of poetry.

15/07/08

David Thompson, BANGKOK KISS


[Bangkok behind the orchid. Foto di Marzia Poerio]

David Thompson, BANGKOK KISS, Bangkok, Book House, 2007

C’è una storia archetipica, le cui funzioni sono queste: lo straniero sposa una donna del luogo in cui è andato in viaggio; si coinvolge nella vita della famiglia e del paese di questa donna; sembra che la coppia abbia ottenuto la felicità, quando lei muore; lui resta a coltivarne la memoria e rimane coinvolto con la terra di adozione.

Tale lo schema sottostante alla fabula di BANGKOK KISS, trasferita nei nostri giorni in uno spazio intercontinentale. David, il protagonista e narratore in prima persona, viaggia in aereo per la Cambogia e in motociclettta all’interno del paese. Wan, la fidanzata e poi moglie, proviene dalla provincia tailandese, ha vissuto a Bangkok intrattenendo i farang (gli stranieri) per mantenere la famiglia contadina dopo la morte del padre; è una donna bella, intelligente, sensibile. David trova in questa esperienza amorosa le finalità verso la vita, che aveva perso divorziando dalla prima moglie. Ogni momento è un momento di formazione, quelli dell’amore come quello del lutto.

L’autore senz’altro presenta una Taliandia non turistica, una comunità rurale con le difficoltà del quotidiano, una lite interfamiliare, solidarietà ancora resistenti. C’è un chiaro distacco dai cliché turistici.

Un po’ troppo “eroe” in alcuni casi: una rissa scenografica per gelosia in un bar; la soluzione della lite di famiglia nonostante David conosca poche parole di lingua tai e la sua permanenza breve in Tailandia non possa consentirgli la conoscenza approfondita della situazione necesaria a un mediatore ed espressa in questo episodio.

Comunque è ben intenzionato questo protagonista e dietro di lui l’autore. Delineata con naturalezza e capacità emotiva la protagonista.

Si tratta di un romanzo di agile lettura, concepito in modo in parte commericiale, nondimeno gradevole e con lo scopo (tra gli altri) di riscattare tanto i farang quanto gli abitanti della Tailandia dalla caduta nell’incomprensione e nell’incomunicabilità.

[Roberto Bertoni]

13/07/08

Letizia Lanza, TRE POESIE


[Consumption of ancient wisdom (Angkor, Cambodia). Foto di Marzia Poerio]


1.

TRILLIONAIRE

Per sempre
Sguardo
limpido-senectus.
Sapienza antica.

Folla reboante
intorno –
carneval-foiosa.
Vociare vano
di grigno.

Lucida imago (in)contro
duro esistere.

Vivente aeternitas.


2.

VAGA SPES

Trapuntio di stelle
in luna calante.

Riflesso frale di speme –
a breve vanito.


3.

ILLUSIONE

Velo dipinto
– chimera di vita –
non fende buiore
d’abisso.

Resta il sogno
in attesa:
ombra finita del
vero.


DUE DOMANDE A LETIZIA LANZA


Qual è la motivazione principale della Sua poesia?

La mia esperienza del fare poetico - solo recente, amichevolmente sollecitata da Cesare Ruffato - nasce dall’esigenza - episodica ma tuttora viva, insistente - di esprimere i moti dell’animo e del pensiero in un linguaggio diverso rispetto alle modalità “rigorose” della ricerca “scientifica” e della critica testuale, nelle quali si spende il grosso della mia attività.


Che rapporto c’è, nella Sua scrittura, tra sperimentazione linguistica e motivi esistenziali e sociali?

Un desiderio di sperimentazione che ricorre a conoscenze multiple e non rifugge da cripticità o azzardi, puntando sempre, come naturale, al massimo di polisemia e condensazione (per me) possibile. Sia nei nuovi brani come già nelle due plaquette POESIE SOFFOCATE (Venezia, Poligrafica, 2005) e LEVIA GRAVIA 2004-2005 (Venezia, Poligrafica. 2006) - si esprime anzi e sopra tutto una condizione di sofferenza, di male di vivere abbastanza profondo. Non latitano momenti di gioia serenità apertura fiducia, ma il nucleo compatto rimane il dolore, germinato a suo tempo da una perdita sotto certi aspetti incolmabile. A contorno - benché di pari se non maggiore necessità e urgenza - moti di insofferenza, ira, sdegno, talora odio nei confronti di questa “umanità” degradata: ovvero, a forte contraltare, accentuati sensi di amore - e di solidarietà dolente (impotente?) - nei confronti della natura animale e vegetale, sempre più orrendamente martirizzata. Il dovere civile della verità (e della denuncia), mutuato dalla più remota civiltà ellenica.



NOTIZIA BIOGRAFICA

Le attività di ricerca e di scrittura - essenzialmente saggistica e critica - di Letizia Lanza si svolgono secondo una prospettiva di filologia storico-femminile (con frequenti incursioni nell’archeologia). Collabora (anche con attività redazionale) a riviste (cartacee e non) o a siti web (tra i quali “Nexus”, “Bollettino dell’Associazione Iasos di Caria”, “Senecio”). Ha pubblicato in rivista e in volume: tra i libri più recenti, MEDUSA. TENTAZIONI E DERIVE, Padova, Studio Editoriale Gordini, 2007; DONNE E SANGUE A VENEZIA. SPIGOLATURE STORICHE DI CRONACA NERA (scritto in collaborazione con G. Distefano), Venezia, Supernova, 2008.

11/07/08

Ha Jin, IN THE POND


[Going to work, and tree (At the Bayon, Angkor). Foto di Marzia Poerio]


IN THE POND (1998), Londra, Vintage, 2001.

Vittima di vessazioni da parte di due funzionari di una Comune nella Cina di qualche decennio fa, Bin ingaggia una battaglia dei manifesti, contando sulle proprie capacità artistiche di autodidatta, e non senza efficacia, vinto inizialmente di continuo da chi lo vuole escludere da promozioni e avanzamenti. Riesce a coinvolgere un giornale locale, poi un altro a livello nazionale, fino a quando si rivela non solo particolarmente abile, ma pericoloso; e chi detiene il potere locale, per non perderlo, e perché tutto continui invariato, propone a Bin una promozione; col che, da un lato ottenuta giustizia e recuperata un’immagine non del tutto negativa della burocrazia di stato, la ribellione di Bin si tacita ed egli acquisisce fedeltà verso le istituzioni che lo premiano, secondo la vecchia massima, riportata nel testo, che laddove non si riesca a sopprimere, si può incamerare con premi.

Si tratta di un romanzo, dunque, sui vizi del potere, ben ambientato nella provincia cinese, in un mondo antropologico chiuso e soffocante nelle sue norme; in cui l’ostinazione e la ricerca della verità vengono remunerate, ma si pagano prezzi in termini di coerenza e di onestà.

C’è un’epigrafe tratta da Gogol, appropriata, dato che la narrazione è percorsa dal senso del grottesco.

Il meccanismo strutturale è cumulativo: da un evento minimo ne scaturiscono conseguenze a ripetizione che si sommano fino alla soluzione finale.

Dialoghi divertenti, citazioni di proverbi, abilità da parte dell’autore di smascherare l’ipocrisia individuale e collettiva sono meriti di questo racconto esteso.

L’autore, nato nel 1956 a Liaoning, dopo sei anni trascorsi nell’Esercito di Liberazione cinese, è emigrato negli Stati Uniti, dove è docente di inglese presso l’Università di Emory in Georgia. Tra le altre sue opere, il romanzo WAITING (1999) (cfr. Ha Jin).


[Roberto Bertoni]

09/07/08

Ivano Mugnaini, CARNE ED OSSA

Questo brandello residuo di periferia non è cambiato. Tutto intorno spuntano i funghi violacei delle insegne di Macdonald’s e Benetton. Qui sussiste ancora l’asfalto ruvido di sabbia e gomma di antiche sgassate. Si sente l’odore del mare come un ricordo scomodo, uno sbadiglio immenso al di là della pineta da cui pare arrivare ancora la voce stridula di Pasolini, il canto, l’urlo interminato. In questa parte del globo, sotto un sole che esplode nella testa come una marmitta spaccata, si estende il litorale di Ostia. Un viale così lungo che, a metà, ti scordi lo scopo del viaggio. Ti viene voglia di tornare indietro, fermarti a bere una limonata o sporcarti per bene addentando una fetta di cocomero fresco nell’unico chiosco che, più tenace e impalpabile di un miraggio, scorgi laggiù, sempre a distanza di un chilometro, dritto davanti a te.

Quando attraverso il viale a tutta manetta sulla mia Vespa modificata a dovere da un amico meccanico, il silenzio sparisce. Si rifugia tra i pini, sotto gli aghi, tra i cespugli e le dune. Le vibrazioni sono così continue che a volte rischio di addormentarmi. Tolgo le mani dal manubrio e mi lascio cullare. Non stamattina però. Oggi so dove andare. È tornato. È di nuovo qui. Non si è lasciato fermare da giganteschi mulini a vento né da schiere di guerrieri feroci e bellicosi, figuriamoci se potevano intimorirlo le barriere evanescenti del tempo e dello spazio. Le ha superate di slancio con volto altezzoso. Mi ha raggiunto. Sapevo che sarebbe arrivato presto o tardi. Era solo questione di tempo.

Mi ha dato appuntamento sul piazzale di fronte alla spiaggia. Eccolo, riesco già a vederlo, il Cavaliere dalla Triste Figura. Tuta nera da motociclista, ray-ban fumé color prugna e un foulard grigio quaresimale attorno al collo. Mi saluta con un gesto breve del capo come se ci fossimo visti qualche ora fa. Ha ragione lui: qualche ora o qualche secolo in fondo sono la stessa cosa. La quantità, nel sogno, non conta. Si perde, si dissolve. Resta la consistenza nitida di una sola immagine, la sua, la nostra. La sua Harley che gira lenta come un carillon e riprende il ruggito ovattato, ed io che ruoto con mano tremante l’acceleratore e mi affianco a lui, mezza ruota dietro, per la precisione. Come ai tempi d’oro. Lui avanti con Ronzinante ed io dietro sul fedele mulo. Oggi per la verità la disposizione è stata studiata dal Cavaliere in funzione antitraffico. Mi ha invitato a stargli alle spalle, certamente, ma non troppo. Di modo che, nel caso in cui qualche pirata della strada dovesse sbucare a tradimento da qualche incrocio, prenderebbe prima me. Io gli copro il fianco destro. Sono lo scudo oltre che lo scudiero. Ma va bene anche così. Procediamo in silenzio con la brezza estiva che ci sfiora la faccia. Teste alte e sguardo verso l’orizzonte, in direzione del sole. Due corpi e due ombre sul viale antico che conduce al mare. Certo, la mia ombra è diversa dalla sua. È più tozza, meno slanciata. Cerco di stare più in alto possibile con le spalle, mi alzo gradualmente sul sellino e sulla pedana fino a restare per qualche secondo in punta di piedi, rimango in apnea rischiando di scoppiare per far rientrare la pancia, ma non c’è niente da fare. Non riesco a somigliargli. È differente, nel sentire e nell’operare, nel fisico e nel cervello.

E pensare che, da mesi ormai, da anni, facciamo tutto di nuovo assieme. Tutto. Come quella volta che, per pagarci un viaggio in Thailandia, abbiamo deciso di rapinare un ufficio postale. Uno piccolo, di campagna. L’impresa a me era parsa fattibile, ed anche il mio compagno di viaggio l’aveva trovata alla nostra portata, anche se, immancabilmente, aveva esaltato l’impresa paragonando le poste del borgo sperduto di P...... a Fort Knox. Il Cavaliere Triste mi aveva affidato un compito di grande rilievo e responsabilità: fare il palo. Lui è entrato lento e determinato come il Clint Eastwood de “Il Cavaliere Pallido”, evidentemente un suo parente, o perlomeno un affine, uno della stessa stirpe. È uscito un paio di minuti dopo frettoloso e spaurito come Ciccio Ingrassia in una parodia di un film di Dracula. Gli sono andato incontro per aiutarlo, per portarlo più velocemente fino alla moto. Mi hanno preso. Lui si è dileguato tra le viuzze mentre io e la Vespa venivamo bloccati e condotti al fresco.

La cella era stretta e buia. Niente a che vedere con i saloni dei castelli illuminati da enormi candelabri e le alcove di seta e damaschi che sognavo ogni notte. Un pensiero tuttavia mi consolava. Mi dicevo che, visto il menu che mi passavano i miei ospiti in divisa azzurra, sarei diventato un figurino. Il mostro vorace del metabolismo sarebbe stato sconfitto, annientato come un viscido drago dalla spada di un novello San Giorgio. Sarebbe rimasta solamente l’ombra magra di me. Fine, eterea, emaciata, degna di porsi spalla a spalla con il mio eterno compagno di viaggio.

Non è stato così. Neppure rimanendo a pane ed acqua o giù di lì per un paio di mesi sono riuscito a trasformarmi. Evidentemente non sono io che possiedo il metabolismo, è lui che possiede me. Siamo un tutt’uno, un corpo solo. Ed il nostro corpo è florido, abbondante, debordante. Sono stato lieto, nonostante tutto, di ricollocare la mia massiccia figura sul sellino della Vespa e riassaporare la libertà. Tale sapore per me coincide con un odore: l’olio e il carburante di una Harley del sessantasette. Sono stato felice di trovarlo all’uscita della galera ad aspettarmi. Non ha detto una parola. Mi ha fatto cenno di seguirlo e si è diretto con una specie di sorriso sulla strada delle Dulcinee. È una traversa sterrata, piena di buche e pozzanghere che nessun sole riesce ad assorbire del tutto. Lui la conosce a memoria. Ha salutato una Dulcinea di origine ucraina e si sono diretti assieme nel folto del bosco. Prima di sparire si è voltato verso di me e mi ha invitato a fare altrettanto. Gli ho sorriso annuendo. Sentivo su di me decine di sguardi. Le ho guardate anch’io, di sbieco, per qualche istante. Lei non c’era. Non c’era la mia Dulcinea. Lo so, è assurdo, ma quel giorno, soprattutto quel giorno, avrei voluto solo lei. L’ho conosciuta accompagnando il mio amico lungo il viale delle eterne pozzanghere. Capita sempre che lui sparisca a fianco di una minigonna di pelle nera ed una parrucca rossa o biondo platino. Io rimango lì, passeggio verso il mare. Oppure lo penso, lo sogno. Un pomeriggio mentre aspettavo che il Cavaliere avesse concluso la nobile impresa con una pulzella dalla pelle di mogano, ho incrociato lo sguardo con quello di lei. Era più giovane, più semplice, più vera. Sul viso solo un filo di trucco e negli occhi la luce calda di una tristezza aperta alla visione del cielo, al profumo dell’aria. Sembrava lì per errore, per aver percorso a passo di danza, persa in un gioco non suo, il sentiero che porta dalla spiaggia alla pineta. Lo so, sbaglio tutto. La idealizzo, immagino invece di guardare, divago invece di riflettere. Sbaglio, è vero, ma so che lei è diversa. È mia. La mia Dulcinea. E spero, anzi sono certo che il Cavaliere dalla Triste Figura non la avrà. La sorte farà sì che non la incontri mai. Oppure, se le loro strade si dovessero incrociare, lei gli dirà di no. Si rifiuterà, scrollerà la testa serena e irremovibile, e penserà a me. La mia Dulcinea non mi tradirà. È un’illusione, una chimera, sicuro, ma non posso farne a meno.

Forse ho letto troppi libri, o magari ho letto i libri sbagliati, quelli pieni di materia incorporea. Li ho letti di contrabbando. Sono amico del Cavaliere anche a casa sua, non solo lungo i viali. Un giorno mi ha chiesto di aiutarlo a fare l’inventario dei volumi della sua biblioteca. Mi ha chiesto di dargli una mano poi è andato in giardino a scolarsi una mezza dozzina di birre fresche. Un regalo migliore non poteva farmelo. Ha dei libri meravigliosi. Alcuni li ho sfogliati avidamente sul posto, ho divorato tutte le pagine che ho potuto, altri, lo confesso, li ho presi in prestito. Li ho rubati, sì. Ma non è un gran crimine. Il vecchio Don i libri li ha ereditati dal padre e li usa come soprammobili. Danno un tocco di classe, afferma, e fanno sempre un ottimo effetto alle ragazze colte che di tanto in tanto riesce a portarsi a casa. Non credo che ne abbia mai aperto qualcuno. La polvere è un velo omogeneo, un fedele sigillo.

Il mio amico Chisciotte è un tipo pratico, tutto d’un pezzo. Sono io, ebbene sì, a mettergli in testa idee balzane. Gli parlo dei libri, degli eroi, e gli faccio capire che gli assomiglia, che è identico a loro. Identico, come vorrei essere io. Sono io che leggo molto e dormo poco. Lui, per sua fortuna, non conosce alcun tipo di insonnia. Di giorno però, quando procediamo allineati o quasi, gli parlo di imprese, di magie, di misteri. Gli suggerisco duelli per vendicare torti e ingiustizie. Vorrei andare io di persona, ma temo che gli avversari vedendomi scoppierebbero a ridere. Non ho il fisico, io. E neppure l’elmo. Va lui allora. Lui ha la figura giusta ed il casco, quello da motociclista, nero, con il disegno di un dardo fiammeggiante e la visiera argentata, degno di Achille, di Paride. Va lui, compie le imprese, prende le botte, e dà la colpa all’”incantatore” immaginario, quello che gli fa scambiare i mulini a vento per giganti, lo conduce nelle bettole nella notte della foia e degli inganni, lo porta a sguazzare con uguale zelo nell’eccelso e nel volgare, nella melma e nell’etere, tra carrettieri e filosofi, fino a perdere il confine scoprendo territori nuovi, vallate e sentieri ancora da esplorare.

Per anni sono stato il suggeritore, il rovello, il pungolo nel fianco della follia di Chisciotte. Ora siamo invecchiati entrambi. Sotto il suo casco nero e sotto il mio berretto di panno si sono infiltrati micidiali guerrieri bianchi e grigi. Sono cambiato io ed è cambiato lui. Non prende più taverne per castelli, non scambia branchi di tori e di porci per eserciti nemici, non si sogna di pagare qualcuno per provare a bastonare una Dulcinea ribelle.

Ora al posto dei tori e dei porci vede il vero: eserciti di bulletti coatti che si mettono di traverso al suo passaggio ostruendo il viale. Lui prova a forzare il blocco con la Harley e puntualmente viene disarcionato. Non ride più sarcastico, non impreca, non minaccia vendette micidiali. Si toglie la polvere di dosso, si gira lento verso di me e sussurra “Io sono nato per vivere morendo”.

Sì, ora è un poeta. Se solo anch’io riuscissi a modificarmi, a diventare un po’ più pratico, saremmo una gran coppia. Potremmo cavalcare ancora a lungo sulle selle dei nostri motori e goderci le luci calde dei tramonti. Adesso è saggio, il mio amico Don. Non si arrabbia più come una volta se i leoni svogliati gli voltano le spalle e gli mostrano il deretano. I giovani Rambo del quartiere lo ignorano, o lo irridono, ma lui sorride.

È cambiato. Come me. Non so se sia una vittoria o una sconfitta. La pazzia era un’illusione confortante. Ci costava lividi e ferite ma ci teneva vivi, agili, furtivi. Ora, troppo di frequente, il mondo ci appare una giostra senza sorriso. Noi procediamo a velocità moderata, sempre al di sotto del limite. Una volte mi chiedevo chi di noi due fosse il poeta. Chi aveva ragione e chi torto, chi viveva e chi moriva. Oggi la nostra corsa somiglia troppo ad una processione, un’escursione a ritmo di marcia. Funebre. Bisognerà cercare la scintilla di un’ulteriore pazzia. Che ci salvi, o ci uccida con vivido sarcasmo. Bisognerà inventarci qualche forma di poesia nuova. Assurda quanto basta. Ebbro ossigeno d’alta quota, picchi svettanti dei Pirenei. Una nuova rapina fallita, un’altra Dulcinea fedele solo a se stessa. Uno sbaglio bello grosso, senza casco protettivo omologato, senza dita fisse sul freno di ottuse paure. Un errore colossale, mulino di idee nuove che ci sommerga nella farina di una follia tutta da plasmare.

Non importa più stabilire se il poeta si trova dentro oppure al mio fianco. Bisogna solo evitare ora che il solo poeta sia il tempo, che il solo ritmo, il solo verso, sia quello dei dentini con cui tritura tutto, perfino le labbra soffici del mito, il cammino, l’avventura ancora da scrivere. Conservare la tenacia antica di viaggiatori, la polvere e la pioggia sugli occhi, e qualche sogno, in carne ed ossa, da incontrare sul legno profumato di vino e di pane di una vecchia taverna incrociata per caso lungo la strada.

07/07/08

LA PORTA E COSTA

Filippo La Porta, DIARIO DI UN PATRIOTA PERPLESSO NEGLI USA, Roma, Edizioni e/o, 2008

Forse non c'è occasione più adatta che quella di un soggiorno di media durata, sei mesi, per sapersi guardare intorno con occhi vivaci, facendo confronti. E' la situazione ideale. Può significare contrarre alcune abitudini, ma senza che spuntino radici, senza che si trasformino in una sorta di necessità che impedisce di ricordare quando i gesti, i panorami, le parole intorno, erano diverse. Significa tenere sempre presente la distanza che separa dal ritorno, e cercare di fare tesoro di esperienze nuove da riutilizzare una volta tornati.

Filippo La Porta, reduce da un soggiorno, di sei mesi appunto, a New York, ha pubblicato questo agile libro "civile". Mettendo per una volta da parte l'analisi dei titoli e dei linguaggi, ha voluto portare a casa qualcosa di utile e provare a rinnovare, anche scanzonatamente ma fermamente, la coscienza di un'identità.

Dal di fuori si nota meglio: sembra che davvero i tempi siano maturi per uscire dal vezzo dell'autodenigrazione e riconoscere, quello che tutti al di fuori ci riconoscono, una sostanziale unità nei difetti, e nei pregi anche, fortunatamente. Forse di nuovo, come altre volte in tempi confusi o difficili, voci originali senza scadere nella predica e nella retorica, sapranno dirlo. La proposta di Filippo La Porta così la riassumiamo: l'importanza, forse la necessità, di un mito positivo che, con la guida di Primo Levi e dei Simpson, individua nell’"amore per la bellezza". Certo c'è bello e bello. La Divina Commedia non è una Lamborghini, la moda e il design non sono la cura e la genialità nel ridisegnare il paesaggio. E tuttavia il nostro amore per la bellezza, "resta pur sempre un'influente, suggestiva narrazione, non importa quanto ancora empiricamente fondata, diffusa nel mondo". Dipende solo da noi non disprezzare la nostra eredità, non dissiparla nella costruzione di parchi giochi per turisti di tutto il mondo.

Questo libro, semplice, agile, lo consiglio particolarmente ai giovani e giovanissimi. Non costerebbe loro un'eccessiva fatica leggerlo e forse alzerebbe loro il morale, ne trarrebbero spunti per letture e conversazioni. Potrebbe scalfire l'inclinazione a scimmiottare, a scimmiottarsi, sempre in maschera, sempre annoiati, a imporsi di fare quello che la società globale spietatamente suggerisce.

I più impegnati, perché ancora ce ne sono, avrebbero la conferma di non essere soli.

Quelli che quando viaggiano si sentono rimproverare un'identità in cui non si riconoscono, avrebbero qualche strumento in più per non inabissarsi nella vergogna.

[Piera Mattei]



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Francesco Costa, PRESTO TI SVEGLIERAI, Firenze, Salani , 2008

Può uno scrittore napoletano smettere di prendere Napoli a scenario delle sue trame? Oppure come la voce manterrà la cadenza ironica e orgogliosa di quella città, anche la fantasia continuerà a frequentare i luoghi dove, per la prima volta si accese? La Napoli di questo romanzo è Fuorigrotta, vera protagonista di questo romanzo, vero personaggio a tutto tondo, fondale di una black comedy, ritratto grottesco di una società.

Un contesto piccolo borghese: una coppia di professori di scuola media superiore, a cui per primi la cultura non dice proprio nulla. Come per molti, dietro il titolo, il ruolo presunto, ci sono il vuoto e la frustrazione. I valori sono sempre e solo il denaro e l'apparire. Anche se, la protagonista, Laura, ama i fiori e l'albero del suo giardino e, di certo, è una creatura buona. Potenzialmente, almeno agli inizi, una vittima del marito e della figlia e una creatura di cui prendersi gioco nell'ambiente di lavoro.
Napoli di Fuorigrotta è, secondo come soffia il vento, odore di monnezza o di corpi che si decompongono dal vicino cimitero, un vicino stravagante che va in giro travestito da Cristo, una madre che ne è fiera: non siamo lontani dalle atmosfere di certo surrealismo alla Totò. Ma i tempi sono cambiati, ora ciò che è vero non è soltanto quello che appare agli occhi della gente, ma quello che si vede in televisione, e il finale a sorpresa è la rivelazione di una realtà non solo napoletana.

Come in una favola, l'autore ha rinunciato a scavare psicologie, per designare archetipi, marionette, incapaci di uscire dal personaggio che il burattinaio ha ritagliato per loro. Ma il congegno è perfetto, i tasselli di una storia incredibile ma proprio per questo possibile, alla fine trovano tutti il loro incastro.

Sulla copertina si baciano, perfetti e bugiardi, una coppia di sposi da un quadro di Giovanna Picciau, che a me ricorda perché aveva curato delle esposizioni di suoi quadri, una cara amica gallerista, Sandra Gerace, anche lei una vera napoletana trapiantata a Roma, una di quelle che il loro accento e la loro arguzia partenopea, dopo anni e le esperienze più varie, non li dismettono mai.

[Piera Mattei]

05/07/08

Shanghai Theatre Academy, HEAVENLY KINDNESS AND HAN


[Disquieting mannequins, or, from a different angle, avatars of girls wearing traditional Cambodian costume. Phnom Penh, Royal Palace. Foto di Marzia Poerio]


Shanghai Theatre Academy, HEAVENLY KINDNESS AND HAN. Regia di Zheng Qian. Con Song Bo, Wang Congran, Li Jin, Fu Ran, Guo Tongtong, Tang Xiaosong, Ji Yi, Wang Yi

Basato in parte sull’ANTIGONE di Sofocle, per la parte relativa alla ricerca di degna sepoltura da parte del personaggio Mingyue per il fratello Tianci, che sospettato di tradimento avrebbe dovuto morire per ordine del re e per mano del re a venire, suo cugino Zihan, il quale però lo risparmia esiliandolo. Parallelamente si svolgono le trame di due storie d’amore contrastate. Il re interviene alla fine a giustificare il suo operato. La versione cinese non si conclude col suicidio.

È una rappresentazione vivace e intelligente. Ridotto a 75 minuti, il testo non viene recitato con concitazione, bensì con pieno rispetto della spaziatura e del tempo.

La scenografia è ottima: si serve delle vesti d’epoca cinesi come elementi di colore e presenza scenica.

Agiscono talora alle spalle dei personaggi due attori in maschera, a ricordare la differenza tra personaggio e persona e ad evocare l’impersonalità delle figure rappresentate, che nel loro stato di maschera sono simboli di comportamenti universali, mentre nel costume sono connotati da riferimenti ad episodi ci corte.

La logica del potere e quella dei sentimenti ricordano quanto la vita umana si ripeta nel tempo con variazioni non degne di rilievo a certi livelli, ad esempio nel campo del potere, del tradimento, della dignità e dei sentimenti.

Un’opera si notevole livello, che la Scuola Strehler ha messo a disposizione gratuitamente nell’ambito del progetto “scuole di teatro” di Luca Ronconi.

[Renato Persòli]

03/07/08

Santiago Montobbio, THREE POEMS

1.

MANIFIESTO INICIAL DEL HUMANISTA

La causa de las palabras, que para nada sirven,
o para vivir tan sólo, es una causa pequeña.
Pero si cada día sabes con mayor certeza
que no sólo repudias las coronas
sino que cada vez te dan más asco;
si en verdad no quieres hacer de tu ya arruinada inteligencia
una prostituta mercenaria que venda sus pechos o su alma
a cualquier hijastro del dinero o si, sencillamente,
poco necesitas y tan sólo te importa soportar
con dignidad la vida y sus tristezas
mejor será que asumas desde ahora
la inevitable condena de la soledad y del fracaso
y que como luminoso o ciego abandono de estrellas
a esa pequeña, muy ridícula causa ya te abraces,
que del todo lo hagas y que en tu habitación vacía
las palabras del fuego sean ceniza, que se asalten
y persigan, que tengan frío, en su noche
a solas, por decir tu nombre.

THE INITIAL MANIFESTO OF A HUMANIST

The calling of good-for-nothing words,
or living this much on your own, has small call
on you if with a daily and a deader certainty you see
that not only do you shun its laurels
but they gall you all the more greatly, so
if you honestly don’t want to change your already two-bits wits
into a penny-pinching whore’s who’ll sell her tits or soul
to any John with dough or if, fundamentally,
you do not require that much and what matters is that you bear
life and its sadness with dignity,
it would be better if, from here on in, you accept
as unavoidable the sentences of loneliness and failure,
and cling as with a bright, blind, starry-eyed abandon
to this small ridiculous calling and you make of it,
and that in your empty room the burning words
which hound you and assault you
could go cold as ashes
just for uttering your name.


2.

CATÁLOGO DE ANTIGÜEDADES

Besitos y mordisquitos en las orejitas era lo que escribíamos
al final de unas postales no tan obscenas como horteras,
también en los hociquitos y Viva el Mejillón Peludo
cuando las enviábamos a niñas adorablemente estúpidas
y Gola Pola Amapola qué tal las misiones en Angola
o de mayor yo también quiero ser cura
si iban dirigidas al gris colegio horrible,
besitos y mordisquitos o cabramozabigote!
en la época de la continuada borrachera
que un estómago medio buzón medio prodigio
aún digería, besitos, mordisquitos y no sé por qué
ahora también recuerdo ininterrumpidos veranos
y sobre todo a Javier borracho, cayéndose y cantando
a las seis de la madrugada en la Plaza Artós,
Javier parando a un repartidor para enseñarle
cómo en el infantil cuaderno de dibujo
que alguien había ideado regalarle a Ana
el elefante coloreado de amarillo
quedaba superlativamente cojonudo y fíjese usted,
no me he salido para nada de los bordes, ¿verdad
que a la señorita ha de encantarle?: besitos, cervezas,
mordisquitos, noches, desiertos o Javier o la Plaza Artós
en la cara del pobre hombre: inconcebibles cosas así
son las que me vuelven y las que tengo que anotar
para cuando tenga tiempo o ganas de escribir
en falso verso un inservible catálogo
de antigüedades. Y en los márgenes del papel
no puedo olvidarme de apuntar que ya muy al principio
de una adolescencia extremada me acostumbré
a coleccionar en los descosidos bolsillos de mis ojos
huidizas madrugadas, a coleccionar o robar al tiempo
pequeñas muertes, azúcar de piernas, adioses,
pañuelos y lunas, pozos, cuchillos, ternuras,
y que esa temprana afición por las cosas que no sirven para nada
sin duda tuvo la primera y quizá más grave culpa
de que acabara aceptando complacido, y sin más,
el convertir en una completa inutilidad mi propia vida,
muy irresponsablemente sonriendo ante los infinitos
lo que hay que ver, un chico de sus posibilidades,
mira que dejar el Derecho para perder el tiempo
escribiendo versitos, lo peor es que así
es como acaban comunistas y ya es lástima
que mi particular ejército de abuelas
resignadamente recitaba.

CATALOGUE OF ANTIQUES

Not so much obscene as tasteless little xo’s of kisses
and nibbles on the earlobes were shat we smeared
at the ends of postcards, nauseous nuzzles on the muzzle
too, and if mailed to adorably stupid girls:
Up the Shelled Mussel and Gola Pola Poppies
how go our missions in Angola, or when older-
I want to bee a priest too, if posted to a stern grey college,
little x’s of kisses or nibble-o’s, or wee goatee moustache
in the era of the one-long-bender that even I –half-mailbox,
half freak of nature- was able to stomach: the xoxo
of nibble and kiss, and I can’t tell why
I now recall the uninterrupted summers,
and most of all, Javier, tipsy-toppling over and singing
in the small hours of the morning, at six, Javier
stopping a delivery man to show him
how an elephant in yellow-crayon
on a children’s drawing pad,
which someone had meant to give to an Ana
as a present, was still superlatively ballsy, mark you
and it hasn’t swung round the corner of my mind for nothing
the young lass had to have him charmed, x-ed with kisses, beers –
o-nibbles, nights, the deserts or Javier or Artós Square
in the poor man’s face, inconceivable things like that
are what come back, and I should make note of, for when
I have the time and notion to compile, in fake verses,
my non-playable catalogue of antiques. And in the margins
of the paper I mustn’t omit to put in how, already, at the onset
of extreme adolescence I made it a habit
to collect in the loose bags under my eyes
the small refugee hours of the morning, to collect, or steal
the little deaths off of time: the sugary legs, goodnights;
moons and handkerchiefs, knives, endearments, wells
and this font of fondness for good-for-nothing things,
which take prime and major blame
for me ending up, complacently, accepting that my own life would turn out
utterly useless, a young lad who smiles most irresponsibly at the infinite
possibilities he should be looking into,
lookit giving up the Law to squander their time
writing weeny verses, the worst of that’s
how lads end up a communist, and it’s a goddamn shame
my particular army of grandmas
chanted in resignation.


3.

DESTIERRO, OFICIO

Es siempre torpe e inútil la experiencia,
más aún quizá como la memoria la conserva
y aunque un yo suele ser el más para quien lo firma
(en mi humilde caso más solitario, más jodido)
creo poder afirmar que no porque no sepa
cuándo sucedió ese tiempo, pues la adolescencia
es de los pocos olvidos que me queman,
va a dejar de ser cierto que escribí
más radiografías que nadie, radiografías
con las que quiero decir sombrillas,
aros de circo, murallas
y a veces metralletas.
Que las escribí o soñé y cómo empeñé mi vida
escribiendo en jóvenes veranos
varias novelas inconclusas
que octubre mutilaba y disponía
sobre el roñoso radiador
de al lado de mi mesa.
Que escribí o que soñé y me tuve
y que quizá por no tener nombre
a través del papel luché
por reconocerme en alguno y poder
sobre los márgenes marcar con tinta roja
lo que la vida me iba negando,
lo que la sucia vida me iba perdiendo.

Pero la verdad de que desconozco ya ese tiempo
me anula cualquier otra neblinosa certeza
y ahora sólo mastico horas en los bares
y precinto con gran cuidado los teléfonos.
Ahora mastico horas y bares sobre un cementerio de teléfonos,
vagamente miro cómo sin brillo ni sufrimiento me veo
y hasta he dejado de preocuparme por saber
hasta qué punto el alcohol me cerca
y lo que desde luego ya para nada me entretiene
es el pensar de vez en cuando
qué curioso sentido puede ocultar el trayecto
que hace que antes de impuesta
la derrota sea una ética –y que tal vez por ello
la vida considera al fin moral el imponerla.
Y ahora que nada de eso me preocupa ni me ocupa
sólo bebo y sólo no escribo, ahora, mientras
la vida se apelmaza y se desliza, mientras se amansa
-¿merengue sucio que fue niña?- y ya no es nada
o mientras con un por lo general aceptado dolor
conozco que no me quedan patrias ni acogidas
y que ya será otro el que espere y crea
en el iluso momento en que unos labios
consigan imponer de nuevo
un mínimo sentido al mundo,
ahora, en este siempre mientras
solo bebo, sólo no escribo.

Vuelta:

Porque nada se ha hecho o nada queda
de cartas y puñales
o distancias sobre piernas;
porque a ninguno de tus nadies le interesa
redactar tímidas tumbas, vacilantes elegías
sin drama y sin lirismo, un poco también por esto
tú sólo bebes y silencias y es más que probable
que vayas a seguir haciéndolo
a poco que tengas en cuenta que no sabes
si alguna vez encerraron la verdad de una música
lejanísimos poemas; que si fue así en todo caso
tú no la recuerdas y que intentar recobrarla
te da una aplastante pereza y –hay que ser sincero-
ya del todo ajeno te resulta el modo
en que un alma se exploraba
desde y contra el miedo.

OFFICIAL EXILE

Experience is always a useless oaf,
perhaps even more so since it loafs about in the memory,
and though one I is usually the most needed of an endorser,
I believe I can attest (in my humble –lonelier, trickier-
instance) that it isn’t, for I might be ignorant
of when that experience was, well –as adolescence
is one of the forgotten few burned into me-
it’s going to stop being certain that I wrote
more X-rays than anyone, shot
X-rays with parasols I mean,
circus rings, walls,
sometimes Tommy-guns.
I wrote or dreamed them and through my young summers
somehow embarked on life scribbling
several unfinished novels
which were crumpled up by October and dumped
on the rusty radiator
by my table.
I wrote or dreamed them, but I didn’t have me.
And for lack of a name perhaps
I laboured over the pages
to see me in one and be able
to mark into the margins in red ink
what life was denying me,
what this bugger of a life was losing on me.

But those times, of whose verities I’m unaware
dispel the other, hazy certainties
and now with great care I just, officially, seal off the telephones,
and browse away the hours in bars.
Now, over a telephone graveyard, I browse the hours and the bars,
catch a dim view of, and with the shine-off, non-suffering me,
and I haven’t even bothered to eke
out how far alcohol has widdled round me
and what I haven’t entertained at all
is the notion I had, from time to time,
about the queer sense the bar-crawl deep
sixes, which makes out –before it takes effect-
that ruination is an ethos.
And now that none of this troubles or takes up my time,
I just drink and I just don’t write while
life crusts over and slips off, while it goes soft
-filthy meringue that once was a girl?- and now’s nothing,
or while with a now, in the main accepted, ache, I learn
no homeland nor welcomes-home are left me
and that whoever is wishing and waiting will be another
in the dreamy moment when one pair of lips
might manage to impose, again, a modicum
of sense on the world,
here, in this forever, while
I just drink and I just don’t write.

The Follow-up:

Because nothing has got done and nothing’s
of the letters and the back-stabbing,
or hoofing it far and wide legging
because none of y’r nobodies took any interest
in editing y’r vacillating elegies, the shy sarcophagi
-lyric and vision-less, this small all
which –if only you could get a hold of- a little on account
of this and the silences too, you just drink, but it’s more likely
you’ll play along a bit, for in the back of your mind you can’t tell
if the poems way back then had a true music
shut up inside, which if –in any event- there was,
you can’t recall, and the intent to redeem it
throws you into a fit of lethargy (one must be sincer)
once, out of all the outlandishness, the style seize upon you
through which a soul was self-exploring
in and out of fear.

[Translations by George McWhirter]



Parole che non servono a nulla... La condanna della solitudine... Una luminosità involontaria... La lirica e la visione...

Le parole di Montobbio sono una ripercussione di immagini e di concetti, una riflessione continua sulla vita e sul farsi della poesia, un'interrogazione della storia personale e dell'esperienza di ciascuno di noi.

Masticare ore e bar su un cimitero di telefoni: la nostra modernità più alienata e distante dalle comunità. Mentre risulta alieno il modo in cui un'anima si guardava dentro a partire dal timore e contro la paura.

È come se le parole di Montobbio dicessero tutto senza doverlo esplicitare, con un linguaggio che ha in sé la ragione del suo esistere e la sua necessità: come se le sue parole dovessero essere così come sono, senza altre spiegazioni, in quella fortunata combinazione di immagini evocate dalla vita quotidiana e dall'inconscio e riflessioni tradotte in un monologo collettivo.

[Commento di Roberto Bertoni]