23/10/16

Enrico Iannaccone, LA BUONA USCITA



[The Screen (Detail - Lucca 2015). Foto Rb]


Una Napoli grigia e invernale fa da sfondo alla vicenda di La buona uscita, opera prima di Enrico Iannaccone, presentata in concorso a Presente Italiano, il festival che raccoglie ogni anno, a Pistoia, alcune tra le esperienze più significative del nostro cinema contemporaneo. Il protagonista del film si chiama Marco Macaluso: un imprenditore spregiudicato che fa fallire l’impresa di famiglia mettendone al sicuro il capitale all’estero e trovando un prestanome che, spinto dai debiti, si accolla la responsabilità legale della gestione aziendale, finendo poi in prigione. La vicenda di Marco si intreccia a quella di Lucrezia Sembiante, una matura docente universitaria alle prese con il declino della sua sessualità, dopo una vita trascorsa all’insegna di una totale e incondizionata libertà: i due, dopo una occasionale frequentazione, si incontrano un’ultima volta proprio alla vigilia della fuga di Marco verso il suo paradiso caraibico.

Tra i due personaggi, in realtà, non esiste una reale comunicazione. Come il Valmont di Laclos, Marco è perfettamente amorale, nasconde dietro l’affettazione e la maschera del suo sorriso una disinvoltura assoluta nel trattare gli altri a proprio utile, non ha consapevolezza del potenziale affettivo insito in ogni relazione umana. È convinto che la felicità risieda nel taglio dei suoi vestiti, nel design dell’arredamento di casa e nella qualità del pesce e del vino che consuma con disarmante dedizione. Non ha il senso del passato – visto che fa a pezzi l’azienda di famiglia – né quello del futuro, dal quale non sembra spaventarlo l’abisso della vecchiaia e dell’inaridimento sensoriale e affettivo: vive in un eterno presente, come un predatore senza coscienza. Lucrezia, invece, non regge il confronto con il perfetto libertinismo della marchesa di Merteuil: il culto del piacere, e del potere della sessualità, è sottoposto in lei all’azione di un pensiero che ne mette in luce i limiti e la vanità; Lucrezia ha sogni angosciosi, sente la precarietà, insidiata dalla vecchiaia, della sua fede nell’eros come strumento di conoscenza, scende al compromesso matrimoniale con un uomo più giovane e da lei, in termini di esperienza, abissalmente distante: infantile e privo di iniziativa. La sua maschera solo occasionalmente si apre al sorriso: più spesso è immobile e nello stesso tempo turbata, come, esemplarmente, nella sequenza delle fotografie prematrimoniali, che la colgono distante e perplessa.

Iannaccone, napoletano di nascita, torna nella sua città con l’evidente intento di regolare i conti. La rappresentazione dello spazio urbano sfugge non solo ai canoni sublimanti del pittoresco, ma si tiene anche distante dal realismo e dalla sua tensione verso il verosimile: il mondo e le vicende di La buona uscita, infatti, non solo non sono vere, ma nemmeno ambiscono a sembrare tali. Prevale invece una linea figurativa ambigua, a tratti grottesca, volta alla rappresentazione sfuggente di una nota perturbante, nascosta dietro l’usata apparenza delle abitudini: l’Unheimlich freudiano, il senso di disagio che indefinitamente ci può trasmettere un territorio familiare, se sottoposto a uno sguardo obliquo e straniante. Lo spazio del film è segnato così da un modello bipolare: la Napoli dei ricchi, con i suoi interni perfetti e geometrici, i suoi ristoranti di lusso, i suoi centri benessere in riva al mare, fredda e lineare, ben perimetrata e nettamente distinta dal disordine scomposto di altri ambienti cittadini: un improbabile e dismesso trenino da luna-park, le linee neoegizie del mausoleo Schillizzi a Posillipo, alcuni interni la cui attendibilità viene sporcata da una nota surreale (la friggitoria ‘verticale’, in cui il protagonista convince il suo prestanome a firmare le carte che lo porteranno in prigione, il campo di bocce, allagato dopo la pioggia). In alcune sequenze, il conflitto è tutto all’interno del quadro: come nella sezione iniziale, in cui il muro dei quartieri popolari chiude sullo sfondo, con un nettissimo stacco cromatico e visivo, l’azione che si svolge davanti ai nostri occhi, nel cortile interno del moderno edificio in cui il protagonista gioca con un catamarano telecomandato. Colpisce, in questa Napoli fredda e invernale, la quasi assenza del mare, vicino ma spesso invisibile, come significativamente nella sequenza conclusiva della seduzione, da parte di Lucrezia, di un giovane pescatore dilettante. Corrispettivo degradato e artificiale del tema marino sono gli specchi d’acqua che affollano la rappresentazione dello spazio cittadino: le piscine dei centri termali e dei ristoranti di lusso, la lunga vasca rettangolare della sequenza iniziale, il perimetro del campo di bocce, trasformato anch’esso in una precaria piscina. Allo splendore e alla spontaneità della natura, si sostituisce una sua forma ‘seconda’, imprigionata nelle strutture urbane come le erbacce che crescono tre le pietre dei selciati, allegoria di una perdita di immediatezza, vanamente ricostituita nelle effimere consolazioni della modernità.

Basterebbe tutto ciò per cogliere la posizione di Iannaccone sulla sua città, la sua distanza da quel vitalismo che ne segna convenzionalmente l’immagine e il respiro. Sotto lo sguardo impietoso dell’autore, la realtà cittadina si sfalda in una serie di frammenti straniati e irrelati, irriducibili a un principio che possa comprenderli e giustificarli: il selfie spietato del figlio del prestanome davanti alle serrande chiuse del negozio del padre, in prigione per salvare la famiglia, le parole ciniche e feroci del fratello del protagonista, che difende Marco di fronte alle accuse di Lucrezia, la mezza Torre Eiffel in miniatura del marito di lei, il cedimento del giovane pescatore alle sue lusinghe non sono che schegge incoerenti di una città senza speranza e incompiuta, chiusa in un presente che è tutto, incapace di pensare a un futuro. Iannaccone rifiuta di comporre il quadro e sfugge a ogni esplicito moralismo: la sua scrittura – episodica, straniata, a tratti inconseguente – risolve l’interpretazione in una questione di stile, affidando alle forme della narrazione e a una mai banale relazione tra spazio filmico e personaggio il suo complesso e spietato sguardo sul mondo.


[Alessandro Marini]