21/12/12

L’AMATA. LETTERE DI E A ELSA MORANTE


[The loved one (Porte de Glignancourt, Paris, 2012). Foto Rb]


L’AMATA. LETTERE DI E A ELSA MORANTE. A cura di Daniele Morante, con la collaborazione di Giuliana Zagra. Torino, Einaudi, 2012


L’amata, il titolo scelto da Daniele Morante per l’epistolario che raccoglie  una vasta scelta di lettere di e a Elsa Morante, appare  singolare non solo perché l’amata in questione, come traspare da parecchie lettere, pensava di non essere amata o di non esserlo abbastanza, ma soprattutto perché sembrava avere difficoltà ad accettarsi nelle vesti femminili di oggetto d’amore.

Mettendo al centro dell’epistolario la complessità dei rapporti che si intrecciano intorno al sentimento amoroso declinato  nelle sue più diverse forme, dall’ eros, alla passione, dall’amicizia alla compassione, dalla simpatia all’empatia, il curatore ha compiuto una coraggiosa scelta controcorrente che  infrange  le regole canoniche del genere epistolare,  ha escluso infatti tutti i carteggi in cui il sentimento amoroso non affiora. 

Pur presentando una vasta scelta di circa seicento lettere estratte da un archivio di cinquemila documenti, l’epistolario non è esaustivo, eppure, proprio il fatto di essere selettivo, ne rende avvincente e non scontata la lettura. Essa ci restituisce, infatti, immagini inedite della scrittrice e dei suoi corrispondenti (Moravia, Debenedetti, Visconti, Pavese, Natalia Ginzburg, Pasolini, Calvino ecc.), permettendo al lettore di abbandonarsi al piacere della lettura e, soprattutto, di viaggiare alla scoperta di nuove inesplorate sponde. Proprio perché non completo e privo di epistole formali o di occasione, il libro consente infatti di entrare immediatamente nel cuore delle passioni, di addentrarci in una dimensione di cui non possediamo alcuna mappa e che può inaspettatamente condurci in una direzione del tutto inaspettata. Attraversiamo zone in ombra, terreni perigliosi e fragili, ma che possono illuminarsi di colpo dei colori anche dei luoghi più amati, approdando nella vita più intima della scrittrice. Entriamo nelle stanze d’affitto in cui Elsa ha abitato quando era giovanissima, nella casa di via dell’Oca, nello studio di via Archimede e in quello di via del Babuino, la seguiamo negli anni della vita adulta in luoghi vicini o lontanissimi, sino alla dimensione della vecchiaia, scoprendo via via  che  siamo costantemente a confronto con una personalità molteplice o meglio con la moltitudine di personalità che la hanno abitata.

Il carteggio con Luisa Fantini, che comprende lettere che vanno dal 1933 al 1942, mostra le difficoltà di una giovinezza assillata dalla miseria, dai debiti sino al punto da subire un sequestro dei mobili, cui la giovane Elsa cerca di far fronte con lavori mal pagati, compilando tesi di laurea o dando lezioni private. L’amicizia con la sua corrispondente, che era illustratrice e disegnatrice di libri per bambini, ci mostra una giovane scrittrice che non si arrende alle difficoltà, pronta a spronare l’amica a non farsi schiacciare da una dimensione piccolo borghese e provinciale, esortandola a venir fuori dall’inerzia e a tentare strade più coraggiose. Oltretutto questo carteggio, come quello con Renata Debenedetti o con Leonor Fini, mette in evidenza l’importanza che nella  vita di Elsa Morante hanno avuto anche le amicizie femminili.

All’amica Elsa confessa le difficoltà di un rapporto d’amore appena agli inizi, quello con Alberto Moravia. Sin da subito il rapporto con Moravia appare caratterizzato da fughe e ritorni, distacchi e riavvicinamenti, scenate e dispetti, come ammette nella lettera del 14 luglio 1938: “sono sempre innamorata di A. il quale mi vuole bene ma ogni tanto scappa via verso i più lontani paesi. Poi dice che bisogna finirla e poi mi prega di non finirla per carità. Ecc. Ora poi ho scoperto che io non sto stare al mondo e da quel momento siamo diventati una specie di favola perché in qualunque luogo e in mezzo a qualunque consesso rispettabile non finisce mai di farmi delle prediche e di arrabbiarsi a vuoto perché io al mondo non ci saprò mai stare” (pp. 58-59).

Sembrano appartenere anche al primo periodo della loro relazione quei furibondi litigi in pubblico che diventeranno frequenti negli anni successivi, per quanto all’inizio Elsa assuma anche nei  confronti di Alberto quell’atteggiamento di “disperata dedizione” che segnerà i suoi amori più difficili. L’espressione “disperata dedizione” è usata da Moravia in una sua lettera.
A Luisa, Elsa rivela in che modo vorrebbe alleviarlo dalla noia che pare offuscargli la vista  e impedirgli di vedere la bellezza del mondo:

“Vorrei, non so come dirti, fargli sentire delle parole bellissime, una musica tanto potente da riuscire a spiegargli che cosa è la vera bellezza della vita e del mondo. Lo vedo aggirarsi in quella sua specie di sotterraneo, agitarsi, dare schiaffi, annoiarsi e per quanto mi sforzi non riesco a portarlo via di là” (p. 59).

All’epoca già famoso e “ricco”, Moravia la introduce sin da subito nell’ambiente culturale romano dove  Elsa cominciare a frequentare “grandi pittori e poeti”. Ma più che permetterci di ricostruire un mondo nel quale Elsa all’inizio si muove con grande imbarazzo e in seguito con grande fastidio, le lettere testimoniano il continuo interrogarsi sul senso della vita, in un incessante lavoro introspettivo in cui gran parte ha anche l’analisi dei sogni. Di lì a non molto, tuttavia l’attaccamento nei  confronti di Moravia sarà sostituito dall’atteggiamento opposto, e questa volta sarà Alberto a disperarsi, come il protagonista de Il disprezzo uscito nel 1954, la cui vita coniugale sembra rispecchiare almeno in parte quella dell’autore.

Un amore giovanile carico di passione, ma anche di sentimenti fortemente ambivalenti è quello che ci rivela la corrispondenza con e di R.T.M., di cui non è stato sino ad ora possibile risalire alla vera identità. Richard era un giovane inglese molto bello, ricco e affascinate,  “prossimo” all’ambiente diplomatico britannico, come avvisa una nota. Con la giovane scrittrice condivise una passione erotica intensa e esaltata dal sole del sud e dalle note delle canzoni napoletane, corteggiandola assiduamente, ma senza credere veramente  nelle  doti artistiche della sua  dearest Elsie.

Era inevitabile che una passione tanto sfrenata  si tingesse di gelosia al punto che  Richard non usa  mezzi termini per definire il comportamento molto libero della giovane donna,  arrivando a sospettare che si facesse pagare dai suoi numerosi amanti. Sferzanti anche le critiche dell’innamorato nei confronti del diretto rivale Albert, definito sprezzantemente “rovescio di d’Annunzio, suo gemello”,  che lei sta ad “adorare al Caffè”. Anche questo legame amoroso sembra caratterizzato da fughe e da ritorni, sino alla lettera drammatica dell’8 giugno 1940 in cui R.T.M., costretto a lasciare Roma e l’Italia in guerra contro la Gran Bretagna, non vorrebbe una separazione che appare ormai come definitiva.

 In appendice al capitolo primo, Giuliana Zagra mostra quanto importante sia stato per Elsa Morante il legame con Richard, per il quale compone tre poesie ritrovate tra le sue carte,  e come esso abbia lasciato tracce significative anche in Menzogna e sortilegio. Nel manoscritto compare infatti la dedica  “a R.T.M. Maestro dell’ineffabile” accanto all’altra dedica  “a F.L. che fu un disgraziato”. F.L., avverte la studiosa, sta per Francesco Lo Monaco, padre biologico di Elsa.  Grazie all’opera degli studiosi che per anni si sono occupati dei manoscritti e delle carte morantiane, come dimostra il catalogo della mostra Santi, sultani e Gran Capitani in camera mia. Inediti e ritrovati dall’Archivio di Elsa Morante, a cura di Giuliana Zagra (Biblioteca Nazionale Centrale di Roma 2012), la ricerca morantiana sembra proiettata verso nuove prospettive. Tali studi, insieme alle lettere de L’amata, permettono  infatti una comprensione più ricca e circostanziata dell’opera di Elsa Morante e della sua biografia, sfatando molti  luoghi comuni e evidenziando la complessità di esperienze e l’ambivalenza di sentimenti che ne costellano la vicenda esistenziale.

La pubblicazione del carteggio con Moravia mostra, per esempio, grande stima e soprattutto un legame che non si è mai spezzato. Moravia è spesso capace di prendersi a cuore la sorte dolorosa della sua prima compagna di vita, additando gli errori e le esagerazioni di un carattere potentemente passionale pronto a dimenticarsi di sé, come appare nell’amore  prima per Luchino Visconti e poi per il giovanissimo pittore americano Bill Morrow, per i quali Elsa si prodiga sino a sacrificare se stessa. Da questi amori emerge un sentimento di generosità pronto a tutto pur di fare il bene dell’amato, a rinunciare alla propria vita personale, addirittura alla propria arte e alla propria identità femminile. 

Visconti appare sin dalla prima lettera tormentato dalla negatività, Parigi gli sembra “devitaminizzata”, i teatri “senza interesse e  inconcepibilmente mediocri”, vi vede una specie di “narcosi” che lo rattrista. Anche nella lettera del 22 agosto del 1950, il regista sottolinea le cose “sgradevoli” e  “noiose” che gli “piombano sulla testa”, e  riconosce di essere in uno “stato di depressione” che gli provoca una generale indifferenza. Il primo giorno di gennaio del 1951 per rendere omaggio al Conte, non solo mandandogli mazzi di rose e facendogli altri regali, Elsa si firma con due nomi, Antonio e Carmela, perché, come ammette in una lettera successiva, possa essergli a tutti i costi vicino, e attribuendo la causa della  distanza di Visconti a suo ’”oblomovismo”.

Quanto più il regista appare distaccato e sofferente per le circostanze esteriori, tanto più Elsa si prodiga in tutti i modi pur di cancellare i sentimenti negativi da cui lui si sente oppresso. Continua a mandargli regali e fiori e a rallegrarsi per il suo lavoro, gli invia poesie e gli racconta dei sogni. In un’altra lettera assume un’identità fittizia facendo finta di scrivergli  insieme ai suoi gatti e firmandosi E.M., Agata Arturo e Mandolino, e oltre al suo amore gli ripete il desiderio di vivere insieme a lui e di avere da lui un figlio. Il rimorso per avergli scritto quella lettera, la sensazione di averlo offeso, la spinge a riprendere la comunicazione attraverso il giovane Arturo, il nome assunto questa volta per giustificare il suo precedente contegno e attribuirlo al difficile carattere di E.M.:

 “In mezzo alla gente [xxx] scostante, fredda […] ha avuto un giorno la felicità […] d’incontrare una persona di cui, per poter dire che cosa è, si può dire solo che è un angelo. E la […] tua amicizia era una felicità troppo bella per lei e non poteva essere vera. Essa non ha saputo meritarsela” (pp. 257-258).

Nella minuta di una lettera a Moravia, forse attribuibile al 1950, Elsa riconosce d’essere consapevole che si tratta di una passione “veramente strana e quasi inaudita” (p. 147), nelle cui spire sembra essere irretita, ma di cui non riesce a fare a meno.

Anche nel periodo in cui la Morante appare affascinata dal giovane pittore americano Bill Morrow, Moravia sembra mostrare una forte preoccupazione per lo stato in cui la scrittrice si trova a causa del complesso rapporto d’amore instaurato con un ragazzo poco più che ventenne, anche lui omossessuale  e afflitto da gravissimi problemi psichici. Anche in questo caso, Elsa appare posseduta da un sentimento o da un complesso che non riesce a tenere sotto controllo e da cui appare dominata. Sembra infatti dedicarsi interamente a lui  nella speranza di imprimere alla sua vita un altro destino. Ma il giovane non poté essere salvato, come riconoscerà nella poesia Addio, che introduce Il mondo salvato dai ragazzini.

Anni prima l’occhio acuto di un poeta che aveva frequentato assiduamente la psicoanalisi  era stato in grado di scorgere la patologia di tale atteggiamento psicologico, additando l’errore e ponendo al centro il vero mito personale per il quale la scrittrice avrebbe dovuto vivere.  In una lettera del 30 giugno del 1953 Umberto Saba aveva scritto:

“Cara Elsa,

ho letto il tuo raccontino. Mi è piaciuto, e non mi ha annoiato mai, nemmeno un momento. Ma non è di “letteratura” che volevo parlarti. Tu non ti sei identificata affatto (come credi) al fanciullo Andrea, ti sei identificata e PROFONDAMENTE, alla madre siciliana. È in questo eterno rapporto tra la madre e il fanciullo che devi cercarti [xxx](almeno in quello che scrivi) e devi cercarti dalla parte della madre. La tua nostalgia di essere un ragazzo è - in realtà - la nostalgia di non aver messo al mondo un ragazzo; lo cerchi nell’arte perché [xxx xxx] non l’hai voluto nella sua fisicità. Non vuol dire, cara amica: tutte le vite sono, in un senso o nell’ altro, delle vite mancate: l’arte è lì a soccorrere a queste mancanze” (p.127).


[Rossana Dedola]