15/10/12

Lorenzo Mari, INTERMITTENS



         I.

dov’era pace per tacito accordo
ora c’è una pietraia: non si mangia
né si beve e alle spalle il ricordo
degli eserciti già sfrangia –

erano i nostri o i loro,
oppure i barbari?
non è dato sapere, a disdoro
di chi sapeva qualcosa dei tartari

o degli invasori – cartucce
non ne restano, né desiderio
di sparare molto avanti – solo le grucce
sostengono, solo le grucce e il nuovo salterio

che rimane fitto di pagine bianche:
                  ideale per scrivere parole inutili,
per le avanguardie sfatte, sfrante – stanche –
per i soldati che gioiscono – anche – d’esser mutili


II.

l’orizzonte non piace: fata morgana
delude – ci hanno detto che era una crisi
(una crisi feroce, una crisi puttana)
invece con questa formula derisi

ci tengono, mentre tentano
l’apocalissi, lo spacco
definitivo – sa solo dio,
sa solo la terra lo scacco

di chi vi cade: senza legione
alle spalle, non ci sono classi
(nemmeno nel ruzzolone,
nello scivolar di sassetti e sassi)

senza legione alle spalle
cadiamo come nei cartoni animati:
alzando grida isteriche e nuvole gialle
di polvere e i nostri corpi – come disossati:

i nostri corpi finiscono
alleati degli svertebrati
[ed ecco che friniscono]


III.

e non è che siano del tutto scomparse le lucciole
(si dice che restino in Sicilia, sulla linea gotica, nelle langhe) –
è che più non si distinguono le gocciole
di luce, nell’abbaglio continuo, dalle gocciole di sangue –

               ma noi intermittiamo
               più non trasmettiamo
               certo non siamo forti – claudichiamo –
               ma ancora noi intermittiamo


IV.

lasciati senza ironia al confino del confine
(ci dicevano di andare, di tentar fortuna)
vediamo coerenti il deserto con la fine:
non avvistiamo più nessuna

base da riconquistare,
nemmeno una base futura –
le caviglie, invece, dovremmo fasciare:
restano la sola intermittenza sicura,

ma poi i passi lasciano sbandare,
goffi gaglioffi, nella terra di nessuno
(che è sempre terra di qualcuno,
tra due strisce ineludibili di roccia e di calcare)

le caviglie dovremmo fasciare
e inventarci un salto avanti –
ma quanti
siamo, quanti, e dove andare


V.

a una meta sola spinge la ridda di insetti
che ci accompagna, nella notte d’estate –
a esser stercorari anche dell’oro, dei perfetti
semi e degli imperfetti, delle frasi balbettate,

a deporre armi, grucce e salterio,
a lasciare – merda non tanto diversa –
le militanze sperse, inascoltate:
claudicare per un vizio d’arteria non più tersa
non è serio

lo è forse soltanto per le mine che sono saltate
e per quelle che devono ancora saltare,
per le mine che restano tutte davanti –
per quanto siamo inetti, sfatti o sfranti

gli scoppi di mina – contro l’uomo
avvengono ineludibili,
tra roccia e calcare –

se ancora intermittiamo, noi, fragili,   
con un movimento involontario
infine: è per non scappare