13/05/10

Nino Arrigo, MITO (SIMBOLO) E ALLEGORIA (LOGOS) NE LA TERRA E LA MORTE DI CESARE PAVESE


[Earth as an allegory of harshness and a symbol for vastness. From the Sally Gap bog. Foto di Marzia Poerio]


Nel poemetto del 1945 LA TERRA E LA MORTE, la complementarietà tra mito e logos - che costituisce la cifra più significativa della poetica pavesiana - sembra radicalizzarsi in direzione della tautologia simbolica. In tutte le liriche che lo compongono Pavese attua una totale identificazione della donna con la natura, e in particolar modo con quegli elementi che nel suo immaginario simbolico rappresentano i luoghi dell’autenticità: la collina, la vigna, la campagna, il mare; dove si svela l’Essere nella sua condizione originaria precedente la “deiezione”. Quello del poeta è lo sforzo disperato (lo stesso espresso nel MAL DI MESTIERE) nel tentativo di dare una voce al nulla, di raccontare il silenzio delle origini, di esprimere, tramite le parole, la Parola, di svelare il mistero. La donna, la campagna, sono infatti in Pavese le figure tipiche del selvaggio, già qui inteso come “possibilità aperta” [1]. Il carattere metalinguistico del poema è quanto mai esplicito, esso costituisce

“il tentativo disperato di parlare ‘al’ mito parlando ‘del’ mito, cioè di definirlo per ricrearlo ogni volta come un ‘primum’ aprioristico, mettendo a nudo la drammaticità di uno sforzo linguistico che trova nell’infinita scambiabilità degli attributi e nell’equivalenza fra sostanze e qualità la sua forma e la sua materia. Un’operazione affetta dal male della cattiva infinità, ma che non rimanda all’ineffabile, bensì alla realtà tautologica dell’essere prelinguistico, del quale si può dire soltanto: ‘è com’è’” [2].

Lo sforzo disperato di Pavese sembra qui lo stesso di quello compiuto da Ismaele nel capolavoro melvilliano, nel tentativo di esprimere il nulla inesprimibile della bianchezza della Balena. Leggiamo:

“Terra rossa terra nera
tu vieni dal mare […]
dove sono parole
non sai quanto porti di mare parole e fatica
[…] tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue

tu sei come mia terra
che nessuno ha mai detto.

Anche tu sei collina […]
e conosci la vigna
che di notte tace
tu non dici parole.
C’è una terra che tace
c’è un silenzio che dura
[…] sei la vigna.

Sei venuta dal mare
come il mare […
]hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l’alba è silenzio.

Di salmastro e di terra
è il tuo sguardo.
Un giorno
hai stillato di mare
tutto chiudi in te
la parola non c’è che ti può possedere
o fermare. Cogli
come la terra gli urti,
e ne fai vita, fiato
che carezza, silenzio.
Sei riarsa come il mare,
come un frutto di scoglio,
e non dici parole e nessuno ti parla

sempre vieni dal mare.

Sei la terra e la morte,
la tua stagione è il buio
e il silenzio” [3].

Le analogie di queste poesie con il brano in cui Ismaele-Melville è alle prese con la bianchezza della balena sembrano evidenti. Anche qui si racconta il silenzio; “il mito del silenzio ha incrociato le direttrici del silenzio del mito” [4], ma il silenzio è raccontato e dunque mito, dal circolo non si esce. Queste poesie costituiscono un esperimento da parte di Pavese in direzione della concordia discors fra utilizzazione simbolica e utilizzazione allegorica del mito” [5]. In esse il superamento del logos avviene sempre tramite il logos, la tautologia del simbolo è svelata dall’allegoria. Anche qui il mare è simbolo, come in Melville, dell’informe generatore di forme, è utero, grembo, seno materno, la dimensione dell’Essere. Come nel brano melvilliano anche qui lo sforzo di dare una voce al nulla non può che venire espressa tramite la paradossalità ossimorica, le parole sono non dette, rinunciano a comunicare, sono “inghiottite”.

Non si può qui non richiamare la nota del DIARIO in data 17 Luglio 1944 che sembra annunciare una simile poetica:

“Quando si dice che la poesia è ritmo non copia, si intende appunto definire la natura. Ecco perché la nostra poesia vuole eliminare sempre più gli oggetti. Tende a imporsi come oggetto essa stessa, come ‘sostanza’ di parole […]. Da noi l’elocuzione si fa casta e scarna, trova il suo ritmo in qualcosa di ben più segreto che non le voci delle cose: quasi ignora se stessa e, se dobbiamo dir tutto, è parola a malincuore”.

Parole inghiottite, parole a malincuore: siamo di fronte all’uso più estremo e radicalizzato del simbolismo, quello che rifiuta la comunicazione in favore dell’autoriflessività, dove il linguaggio si rivolge verso le proprie possibilità e heideggerianamente si “manifesta celandosi”. Il simbolo qui più che mai realizza la coincidenza degli opposti, la poesia non ha oggetto, non dice qualcosa, non dice, è.

Il soggetto e l’oggetto si riuniscono e si annullano nella tautologia simbolica. Quanto al riferimento al ritmo non si può non richiamare la nota in cui si elogia MOBY DICK proprio per il suo essere puro ritmo, a testimonianza ancora una volta dell’enorme importanza dell’influenza del capolavoro melvilliano anche per l’evoluzione formale della poetica di Pavese [6].

La tautologia simbolica dunque coincide con l’epokè dell’Essere, anche ne LA TERRA E LA MORTE, come nel brano LA VIGNA, dove la coincidenza che si attua è quella tra passato e presente (il protagonista maturo incontra il suo doppio fanciullo e nell’attimo estatico le due metà si fondono) e si può dire infine che “nulla è veramente accaduto”.

Il nichilismo pavesiano nelle poesie di LA TERRA E LA MORTE raggiunge i suoi esiti più estremi, la catabasi è definitiva, nessuna cautela della ragione può frenare il naufragio nel sentimento del tutto, tra le braccia calde di Dioniso, della morte. Ma se il nichilismo può essere un guaio per la vita certo non lo è per l’arte che qui raggiunge vette elevatissime, con versi di notevole intensità e impatto stilistico e immaginativo, come i seguenti:

“Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera” [7].

Questi versi contengono tutti i simboli dell’immaginario poetico pavesiano legati al mito: la luna, l’infanzia, la vigna, la campagna, i falò. Qui la “concordia discorde” posta in essere tra simbolo e allegoria è evidenziata da due bellissime coppie ossimoriche, “infanzia accesa” (l’infanzia si sa, regno della prima volta coincide col silenzio, con l’incapacità di parlare, come rivela la stessa etimologia) e “acceso silenzio”, che in verticale si dispongono a chiasmo.

Ma il protagonista indiscusso del poemetto resta, senza dubbio, la morte (con un paradosso si potrebbe dire che esso esprime al contempo il mito della morte e la morte del mito), intesa, heideggerianamente, come pura possibilità è [8], anch’essa in grado come il simbolo di realizzare l’assoluta coincidenza degli opposti [9].


NOTE

[1] In una nota del DIARIO in data 10 Luglio 1947 leggiamo: “Quel che accade al selvaggio è di venir ridotto a luogo noto e civile. Il selvaggio come tale non ha in fondo realtà. È ciò che le cose erano, in quanto inumane. Ma le cose in quanto interessano sono umane […]. Tutto ciò che ti ha colpito in modo creativo nelle letture sapeva di questo (Nietzsche col suo Dioniso…) selvaggio vuol dire mistero, possibilità aperta”.

[2] M. de las Nieves Munĩz Munĩz, INTRODUZIONE A PAVESE, Bari, Laterza, 1992, p.109.

[3] Cfr. C. Pavese, LE POESIE, a cura di M. Masocro, Torino, Einaudi, 1998, pp. 121-30.

[4] E. Gioanola, PAVESE E IL SILENZIO, in CESARE PAVESE. LA REALTÀ, L’ALTROVE, IL SILENZIO, Milano, Yaca Book, 2003 p.177.

[5] M. de las Nieves Munĩz Munĩz, INTRODUZIONE A PAVESE, cit., p. 111.

[6] L’adesione di MOBY DICK ad una necessità ritmica è sottolineata da Marcello Pagnini che ipotizza una conoscenza da parte di Melville di “ideali costruttivi in senso musicale”, segnalando a tal proposito “che il capitolo immediatamente precedente agli ultimi tre giorni di caccia porta appunto il titolo simbolico di SYMPHONY”. (M. Pagnini, “Struttura ideologica e struttura stilistica in Moby Dick”, op. cit. p. 134.

[7] Cfr. C. Pavese, LE POESIE, cit., p. 123.

[8] Per Heidegger la morte “è una possibilità di essere che l’Esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’Esserci sovrasta a se stesso nel suo poter –essere più proprio…La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un’imminenza sovrastante specifica. La sua possibilità esistenziale si fonda nell’essere per la morte”, M. Heidegger, ESSERE E TEMPO, cit., pp. 305-06.

[9] La morte dal punto di vista fisico-biologico pone fine al processo entropico realizzando la coincidenza di ordine e disordine