21/01/14

Giancarlo Pontiggia, LO STADIO DI NEMEA. DISCORSI SULLA POESIA

Moretti e Vitali, Milano 2013, pp. 104, euro 12


Dai Discorsi del Tasso, al Discorso di un Italiano di Leopardi, fino ai vari Discours di Valéry, ai Discorsi di Ungaretti e degli ermetici, sembra che il “discorso sulla poesia” sia divenuto una delle forme, quasi uno dei “generi” attraverso cui trova espressione, nella modernità, l’autocoscienza poetica, il pensiero - sempre illuminante, anzi elemento fondante del linguaggio, che è cardine di una civiltà, còlto al suo grado più alto di profondità, di complessità, di ricchezza - dei poeti intorno alla poesia: dis-corso, corrente mentale, continuo fluire, nel divenire della storia come in quello della coscienza individuale, di un pensiero uno nel molteplice, coeso e coerente nella difformità, capace di avvolgere e di rischiarare, senza rigidità, le pieghe e i chiaroscuri delle idee e dell’espressione, delle concezioni e dei segni.     

Su questa linea si collocano i Discorsi sulla poesia di Giancarlo Pontiggia, fondamentali per comprendere la poesia stessa dell’autore.

Sulla scia di alcune celebri riflessioni di Eliot (quelle intorno al Classico come espressione del massimo grado di “maturità”, ossia di compiutezzza e di complessità, raggiunto da una data civiltà), Pontiggia accosta Petrarca a Baudelaire, per la comune capacità di far gravitare tutta una vastissima e contrastata galassia interiore intorno ad alcune parole-emblema (“parole-luce”, le chiamava Ungaretti) apparentemente vuote, neutre, senza carne, eppure, proprio per questo, più traslucide, pure, limpide, rivelatrici - come i “versi ermetici e diasprati di Arnaut Daniel” (ed è significativo che Pontiggia citi Petrarca e il sentimento della solitudine, saggio dell’oggi dimenticato, ma per molti aspetti illuminante, Quasimodo critico: pagine che confermano l’ostinata, adamantina persistenza novecentesca, anche nel Quasimodo post-ermetico, post-bellico, impegnato e realistico, del Petrarca come limbo purissimo ed assoluto di unità degli opposti, sublimata angoscia, fragile ed indecisa perfezione).

Chi, poi, apra, dopo le pagine del saggista, quelle del poeta (in particolare Bosco de tempo), vedrà come il “vuoto” di tali parole non sia solo quello della sublimazione lirica, dell’astrazione idealizzante o della rievocazione memoriale, ma anche quello della lontananza, della perdita, del fantasma vacuo, dell’abbraccio impossibile; analogamente, i valori, gli idoli, l’idea stessa di classicità paiono sfumare e perdersi nel precipizio della vie antérieure. “L’estate / era immensa, e ora, ovunque, è / solo un algido vuoto”. “Tutto / era sospeso in una / quiete lunga, nel forte / vuoto”. L’ora meridiana - un tempo momento emblematico della rivelazione del divino - è essa stessa avvolta, nella memoria soggettiva come nell’immaginario culturale, da un alone di penombra e di lontananza.

Il poeta-critico cerca di colmare quel vuoto, di ricucire quella ferita, anche attraverso una ritrovata fusione, un rinnovato equilibrio (dopo tanta, forse troppa, “autonomia del significante”) di suono e senso, poesia e pensiero, messaggio e forma, alla quale proprio la stessa coscienza critica è funzionale. “Poesia è ciò che non muta”; “una fiammante ripetizione” (ancora il poeta, con lo sguardo vòlto ad “un mattino sbiancato / da una luce fiammea, fissa”). La parola, al di là delle mode, cerca la perennità dell’inattingibile, e l’incommensurabilità dell’eterno.

“Poeticamente abita l’uomo”, dice Heidegger lettore di Hölderlin. E Pontiggia, critico e poeta, cerca quell’essenziale dimora dell’Essere e della Parola nella domus romana, sede - per quanto forse illusoria - della “quieta felicità della parola che nomina il mondo, dandogli un ordine e un senso”. 

Come in Luzi, la riflessione, lo studio, il lavorio, l’ars, non si traducono in artificio e in cerebralismo; essi sono, anzi, necessari ad una ritrovata naturalezza, ad una rivissuta physis. “Noi non siamo altro che natura, ma natura sconfitta dal tempo, ferita dalla vita, umiliata dalla storia”. Una natura che non può essere se non cultura; un’umanità che non può essere se non humanitas, al di là di ogni velleitaria rivoluzione, di ogni rovinoso irrazionale precipizio, e di ogni richiamo ad una non meglio precisata autenticità del vissuto (tutti aspetti, questi, da cui l’autore prende le distanze anche in Contro il Romanticismo).

La poesia, la parola poetica, proprio in quanto studio, pensiero, ricerca, è “archeologia dello sguardo che si volge indietro, sprofonda in un tempo che pare precedere gli altri e in un certo senso costituirli” (si pensi al “tempo che precede” di Piersanti, e più in generale all’idea platonico-cristiana di un principio, di un destino anteriori e fondanti); è un risalire e racchiudersi entro “una regione di ascolto silenzioso”, come nei mistici che albergano il silenzio nel cavo dell’anima per farvi risuonare una voce più alta. Ancora, e per un’ultima volta, il poeta: “Ma dove per sempre sosta il tuo, tempo, / soffio antico? In un presagio di fiamme, / di rami, di verdi / vertigini, forse, o nel tuo oscuro / ordito?”.

E ci si ricorda dell’“alta”, della “cupa fiamma” di Luzi: del rogo purificatore, lucidissimo e tragico, abissale eppure in piena luce, che dovrà consumare il “duro filamento d’elegia” per ritrovare, con il tempo, con la profondità di un passato individuale e storico, che è dell’uomo come della lingua, un nuovo rapporto, una nuova possibilità di discorso, di dialogo, un nuovo fluire di linfa; come quel filamento incandescente - ancora nelle parole di Eliot - attraverso cui la tradizione  si trasfonde nel talento individuale, per mezzo del quale, poi, il valore della Parola si reincarna, si transustanzia, si comunica, si trasmette - così come, donde il titolo di questo libro, nelle antiche gare la fiaccola passava di mano in mano, tremula, vorticante, ma persistente.

E proprio nelle Nemee di Pindaro, legate al rito sacrificale ed espiatorio per l’Archémoros, il primo morto, il morto bambino, quell’Ofelte divinizzato dal morso letale del serpente, la parola poetica dava l’illusione di redimere la morte, di sublimare la perdita, di rimarginare un’originaria orfanità, risalendo a ritroso - lungo le trame intrecciate dei rapsòdi che proprio da Zeus “principiavano il canto” - il cammino percorso e scandito dall’immensità dell’euthupómpos Aión, del Tempo e dell’Eterno che “guidano sicuri”, sorretti da una linea, da un ritmo, di un significato che anela a manifestarsi.


[Matteo Veronesi]