11/02/13

Adbelmalek Sayad, L’IMMIGRATION OU LES PARADOXES DE L’ALTÉRITÉ. Vol. 1: L’ILLUSION DU PROVISOIR


[Nostalgic survival of otherness in the carpet of a migrant's dwelling, and temporariness of appliances. Foto Rb]


Adbelmalek Sayad, L’IMMIGRATION OU LES PARADOXES DE L’ALTÉRITÉ. Vol. 1: L’ILLUSION DU PROVISOIR, Parigi, Raisons d’agir, 2006


Raccolta di saggi apparsi per la prima volta nel 1991, questo volume riflette sull’immigrazione con andamento decostruttivo delle più comuni definizioni e del consueto panorama antropo-sociologico, mettendo così in rilievo come, fin dall’assunzione di concetti dati per scontati, la società destina all’emarginazione chi da altri Paesi di è recato a lavorare in centri di sviluppo maggiore.

Non è certo banale il punto di partenza di Sayad, ovvero la notazione che occorre “se souvenir que l’immigré, avant de ‘naître’ à l’immigration, est d’abord un émigré” (p. 21). Da un lato, questa riqualificazione del problema consente di cogliere la situazione reale della persona coinvolta nello spostamento; dall’altro permette di accostarsi ai pregiudizi della cosiddetta società ospite.

Parrebbe che determini la condizione dell’immigrato l’oscillazione tra “l’état provisoir qui la définit en droit et la situation durable qui la caractérise de fait” (p. 31). Si tratta cioè dell’“illusion d’une présence nécessairement provisoire [...] lors même que cette présence (ou cette absence), provisoire en droit, s’avère, dans les faits et tojours aprés coup – et seulmant aprés coup, [...] comme un présence durable, voir définitive” (p. 23).

Questa “illusione” è giustificata, da parte della società che riceve, dall’alibi del lavoro che dovrebbe costituire la motivazione unica delle partenze, per cui l’immigrato risulta “une force de travail provisoire, temporaire, en transit” e “reste tojours [...] révocable a tout moment” (p. 50).

Ciò serve da mascheramento di una neutralità politica che non è invece tale e si qualifica invece come funzione specifica del profitto economico in base al quale si desidererebbe l’assenza di costi e la presenza di soli vantaggi: di qui derivano i cliché di cui sopra e le motivazioni della regolamentazione dell’immigrazione, che fanno sì che “l’immigré devant toujours rester un immigré, [...] la dimension économique [...] est toujours l’élement qui determine tous les autres aspects de son statut” (p. 63).

Sayad si domanda se il minimo di diritti civili concessi all’immigrato non serva tanto al rispetto delle persone quanto alla “bonne conscience de la société qui l’utilise” (p. 57) e che ritiene di essere depositaria (come in effetti nel caso francese) dei valori di uguaglianza, rispetto delle libertà individuali e così via.

Queste ideologie insidiose caratterizzano la percezione stessa della propria situazione da parte dell’immigrato: “l’immigré ne cesse d’être immigré que lorsqu’il n’est plus d’nommé de la sorte et, un chose en entraînant un autre, lorsqu’il ne se dénomme plus lui-même, ne ce perҫoit plus comme un immigré” (p. 139), superando i problemi di tempo e spazio che costituivano l’investimento emotivo di una memoria nostalgica, sacralizzatrice dei luoghi del passato, in breve di una difesa idealizzata dell’identità originaria, che resterà a diversi livelli se l’immigrazione si trasforma in condizione percepita come residenza permanente del paese nel quale si è trasferito. Ricordando, al contempo, che “on ne quitte pas un pays impunément, car le temps agit sur son partenaires” (p. 149).

Condizioni tutte, che è effettivamente necessario riscontrare quando si parla di migrazioni per comprendere la complessita del problema e guardare da entrambe le direzioni quella del migrante e quella degli indigeni.


[Roberto Bertoni]