19/09/09

Cristina Cona, TYNDALE

La traduzione del Nuovo Testamento costò la vita a William Tyndale nel 1536.

Tyndale nacque in Inghilterra, vicino alla frontiera con il Galles; la data di nascita varia da un biografo all’altro, ma si situa comunque fra il 1484 e il 1494. Laureatosi in retorica e lingue classiche ad Oxford e Cambridge, annunciò un giorno ad un chierico scandalizzato la propria intenzione di tradurre in inglese la Bibbia: “If God spare my life, ere many years I will cause a boy that driveth a plough shall know more of the Scripture than you do”. In quegli anni un’impresa simile non era soltanto provocatoria, ma anche estremamente rischiosa: la conoscenza dei testi sacri era monopolio delle autorità ecclesiastiche, e non solo la loro traduzione, ma addirittura il possesso o la lettura di una copia in lingua volgare era punibile con la morte.

Sul trono d’Inghilterra si trovava all’epoca Enrico VIII, che però non aveva ancora attuato il famoso “strappo” con Roma. Nel 1524 Tyndale si recò dunque in Germania, dove due anni dopo diede alle stampe la prima versione integrale del Nuovo Testamento in inglese; costretto a cambiare città per sfuggire alle persecuzioni, visse prima a Colonia, poi a Worms. Stabilitosi infine ad Anversa, porto che per la sua vicinanza all’Inghilterra gli permetteva facilmente di tenersi in contatto con i suoi seguaci, iniziò a lavorare sull’Antico Testamento; in questa città, nel gennaio 1530, uscì la sua traduzione del Pentateuco.

Quella di Tyndale non fu la prima traduzione in inglese di un testo scritturale: era stata infatti preceduta di una quarantina d’anni dalla versione della Vulgata di San Gerolamo ad opera di John Wycliffe (o Wyclif), filosofo e teologo la cui predicazione aveva prefigurato molti temi della Riforma e che, sebbene scomunicato da Gregorio XI, era riuscito a sfuggire alla condanna dei tribunali sia civili che ecclesiastici grazie alla protezione accordatagli dalla famiglia reale. Il Nuovo Testamento di Tyndale è però ben più solido e autorevole: egli scelse infatti di tradurre non più dal latino bensì dal greco e dall’ebraico, risalendo così alle fonti anziché accontentarsi della traduzione di una traduzione e, a differenza dello stile di Wycliffe, giudicato piuttosto pedestre, il suo si distingue per la forza espressiva oltreché per la fedeltà all’originale (“I call to God to record... that I never altered one syllable of God’s Word against my conscience”).

Attualmente il testo standard della Bibbia in inglese è rappresentato dall’“Authorized Version” di re Giacomo I, uscita nel 1611 quando l’Inghilterra era ormai passata definitivamente nel campo della Riforma. Nei paesi protestanti la lettura praticamente quotidiana dei testi sacri in lingua nazionale ha rappresentato un fenomeno culturale di importanza incalcolabile: spesso, nei secoli passati, l’unico libro presente nelle case era la “family Bible”, sul cui frontespizio venivano annotati nascite, matrimoni e morti e che, in assenza di obbligo scolastico, costituiva la prima fonte di alfabetizzazione nonché il principale, se non l’unico, modello linguistico attendibile. E’ risaputo che Shakespeare e l’Authorized Version sono i due grandi filoni lessicali cui ha attinto l’inglese moderno; meno noto è il fatto che il lavoro di Tyndale ha costituito la base imprescindibile di quest’ultima, definitiva versione, tanto che secondo stime recenti esso rappresenterebbe l’83% del testo del KING JAMES NEW TESTAMENT.

Molte espressioni coniate da Tyndale sono così passate nell’inglese di tutti i giorni: “Let there be light”, “eat, drink and be merry” e “my brother’s keeper” dall’Antico Testamento, “the powers that be”, “the salt of the Earth”, “a law unto themselves”, “signs of the times”, “the spirit is willing, but the flesh is weak” dal Nuovo. Inoltre egli rimise in auge termini derivati dall’ebraico che le versioni latine avevano trascurato, come “Jehovah”, o “Passover”, la Pasqua ebraica (da “Pesah”), e creò il neologismo “scapegoat”. Più controversa, al tempo in cui apparve, fu la traduzione del greco “ekklesia” con “congregation” anziché “church”, sulla scia di Erasmo, di cui Tyndale aveva tradotto l’ENCHIRIDION MILITIS CHRISTIANI (MANUALE DEL SOLDATO CRISTIANO) e che aveva usato in questa accezione il termine “congregatio”. Questa scelta terminologica, del resto, non era casuale, ma corrispondeva ad una sua ben precisa visione dell’organizzazione ecclesiale in cui il potere doveva essere appannaggio non più del clero, ma di tutti i credenti - la stessa visione, cioè, che lo aveva spinto al lavoro di traduzione nonostante tutti i gravi pericoli che esso comportava: “[...] I had perceived by experience, how that it was impossibile to establish the lay people in any truth, except the Scripture were plainly laid before their eyes in their mother tongue, that they might see the process, order, and meaning of the text”.

L’arrivo e la diffusione (entrambi, ovviamente, clandestini) delle traduzioni di Tyndale in Inghilterra ebbero un profondo effetto sulla cultura teologica del paese e sulla futura espansione della Riforma; non a caso scatenarono successive ondate di persecuzioni. Ci si può fare un’idea dello zelo con il quale le autorità si accanivano a stanare libri e lettori dal fatto che, sebbene fossero state inviate nel paese migliaia di copie, ne sopravvive oggi una sola, più alcuni frammenti di una seconda. Anche dopo la rottura con Roma (marzo 1534) che avrebbe dato vita alla chiesa anglicana, la lettura della Bibbia in inglese continuò ad essere considerata attività sovversiva.

Nel 1535 Tyndale, che viveva sempre ad Anversa, venne tradito da una spia cattolica, Henry Phillips, arrestato dalle autorità di Carlo V e imprigionato per diciotto mesi nella fortezza che allora esisteva a Vilvoorde. A testimonianza della sua vita in questo periodo resta una lettera, rinvenuta in archivi belgi nell’Ottocento, in cui chiede di poter disporre di una lampada e di indumenti di lana, ma soprattutto di una copia della Bibbia in ebraico, di una grammatica e di un dizionario, così da poter continuare a studiare.

Nell’agosto 1536 Tyndale fu dichiarato colpevole di eresia e condannato a morte. Il 6 ottobre, a Vilvoorde, fu legato al palo del rogo e strangolato; il suo corpo venne poi cremato. Le sue ultime parole furono: “Lord, open the king of England’s eyes”.


[Cristina Cona]