11/05/08

Roberto Bertoni, MOVIMENTO DEL SESSANTOTTO

In senso ristretto il 1968 è un anno di movimento studentesco, giovanile, operaio, intellettuale e di ceti medi di risonanza internazionale, ma in senso lato parlare di Sessantotto significa, in Italia, riferirsi a un periodo di vari anni, connotato da contestazione, lotta di classe, mutamenti politici e sociali. Quanto alla conclusione del periodo, Donatella Della Porta e Paul Ginsborg la vedono nel 1973, anno in cui i movimenti del Sessantotto perdono parte della propria spontaneità e assumono nuovi caratteri organizzativi. Altri pongono la data conclusiva al 1976-77, anni in cui nasce il movimento del Settantasette con connotazioni distinte da quelle del Sessantotto. Col 1979 e il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, il periodo degli "anni di piombo" aprì una fase diversa. La violenza fu presente nel movimento del Sessantotto in forma verbale in primo luogo; si ritiene che solo in minoranza sia stata violenza offensiva; non va però negato che si produssero dal 1968 in poi anche gli embrioni delle Brigate rosse; ciò che stupisce è quanto il conflitto armato, che fu minoritario, condannabile senza mezze misure e folle, abbia preso il campo in varie rievocazioni recenti, soffocando così (forse per la sua spettacolarità) le altre istanze, pacifiche e sociali, del movimento del Sessantotto; è invece queste ultime che si intende qui richiamare brevemente.

Gli anni del miracolo economico (1957-1963) avevano provocato l'industrializzazione di vaste aree dell'Italia, con cambiamenti della struttura economica e emigrazione dal Meridione al Settentrione. Si ritiene ancora valida la tesi della formazione di una forza lavoro, spesso meridionale emigrata al nord, poco fedele ai sindacati tradizionali e che avrebbe dato vita all’"autunno caldo" del 1969.

Lo sviluppo economico aveva inoltre ampliato la classe media, più disponibile a modificazioni della mentalità e del costume in un'Italia allora caratterizzata da modelli di comportamenti tradizionali e di stampo prevalentemente cattolico. Caso clamoroso era la non esistenza del divorzio, accompagnata da una legislazione familiare retriva. Alcuni settori di questa classe media erano progressisti e finiranno col radicalizzarsi negli anni successivi. La mentalità retriva dominante favoriva la formazione di gruppi di liberazione, che attraversavano le diverse classi sociali.

All'interno della classe media, e sarebbe meglio dire della piccola e media borghesia, si era verificato un miglioramento di tenore di vita durante il boom economico, ma in concomitanza con l'introduzione della scuola media dell'obbligo (fino ai 14 anni) e l'accesso libero alle facoltà universitarie (avvenuto in varie fasi durante gli anni '60), le nuove leve generazionali di questo ceto correvano il rischio della disoccupazione: una "disoccupazione intellettuale" che era uno degli aspetti della massificazione della società. La massificazione comportava, secondo una teoria del periodo in esame, la "proletarizzazione degli intellettuali", cioè la loro perdita di un ruolo privilegiato direzionale e l'assunzione di un ruolo subordinato e prevalentemente tecnico. Perciò gli studenti universitari, i laureati, i tecnici, gli intellettuali in genere cominciarono a sentirsi in una qualche misura vicini al proletariato seppure appartenenti per formazione culturale e per provenienza familiare alla borghesia.

Occorre tener conto del fatto che l'intelligentzia italiana era sensibile al marxismo, che, in parte all'interno del PCI, in parte in forme più "eretiche", si era diffuso tra accademici, scrittori, insegnanti e in misura inferiore professionisti, fin dagli anni dell'antifascismo e della Resistenza. Questo fenomeno contribuì a radicalizzare a sinistra strati di piccola e media borghesia e alcuni medici e magistrati.

In campo cattolico il pontificato di Giovanni XXIII proponeva aperture. Scavalcando le gerarchie, a sinistra, su un terreno più propriamente politico sorsero le Comunità di Base nel 1970 e il Movimento dei Cristiani per il Socialismo nel 1973. Fu anzi un prete, don Lorenzo Milani, che pubblicò nel 1967 uno dei documenti preparatori della rivolta studentesca: LETTERA A UNA PROFESSORESSA, in cui veniva esaminata l'ideologia trasmessa attraverso i libri di testo e gli atteggiamenti valutativi da parte degli insegnanti nella scuola di Barbiana di Vicchio Mugello in provincia di Firenze, sottolineando i meccanismi di selezione tipici della scuola, mettendo in rilievo il meccanismo meritocratico degli esami, delle promozioni e delle bocciature, che, lungi dall'essere imparziale, favoriva in realtà i figli degli abbienti e sfavoriva studenti provenienti da strati proletari industriali e agricoli.

Nel 1966 venne occupata la Facoltà di Architettura di Napoli (l'Università principale del Meridione). Nello stesso anno, la Facoltà di Sociologia di Trento venne bloccata da scioperi, agitazioni e da una occupazione (in gennaio) di 18 giorni. Nella primavera, a Roma, in seguito alla morte dello studente di architettura Mario Rossi, che cadde dalle scale dopo un'aggressione fascista, si tentò di occupare l'Università La Sapienza. La Sapienza di Pisa (cioè la Facoltà di Scienze Politiche e Giurisudenza, contenente anche la biblioteca universitaria) venne occupata dagli studenti all'inizio del 1967. In febbraio seguì l'occupazione della Facoltà di Architettura di Milano. In aprile venne occupata la Facoltà di Architettura di Venezia; in giugno quella di Torino. In novembre dilagarono le occupazioni a Napoli, venne occupata l'Università Cattolica di Milano e venne occupato Palazzo Campana, sede delle Facoltà Umanistiche di Torino. Il 31 gennaio del 1968 venne occupata la Facoltà di Sociologia di Trento. Da questo punto in poi il movimento, che si era svolto, come si vede, con grande rapidità, dilagò in tutta Italia e si diramò anche nelle scuole medie superiori. Frattanto simili avvenimenti si verificavano nel resto d'Europa: enormi furono la risonanza del maggio 1968 francese (che vide grandi manifestazioni a Parigi e in altre città e fu un pò il simbolo del movimento di contestazione in Europa) e delle università americane e tedesche. Il fenomeno aveva dimensioni mondiali: per i protagonisti era come se le contraddizioni del sistema politico, sociale, scolastico del neocapitalismo internazionale fossero esplose tutte assieme.

Per i contenuti della protesta studentesca, si rimanda alla lettura dei documenti principali che essa produsse. Tra questi, si ricordano, costretti dalla brevità di questo scritto, le Tesi della Sapienza di Pisa, in cui si delineava la funzione della scuola e dell'università interpretandola come funzione di "riproduzione della forza lavoro qualificata", che perciò "rientra come costo sociale nel ciclo di riproduzione del capitalismo". Ciò significava che la scuola e l'università erano uno degli aspetti con i quali il capitalismo prevaleva e si manteneva. Da qui la "saldatura" col movimento operaio è resa possibile, secondo le Tesi, dalla "parcellizzazione del lavoro intellettuale" e dalla sua "proletarizzazione" [1].

L’obiettivo di fondo del movimento studentesco, oltre la critica alla selezione, era la lotta contro l’inefficienza amministrativa dell’università italiana e contro l'autoritarismo. Si rivendicava, come ricorda Peppino Ortoleva, un' "educazione permanente", un "autodidattismo collettivo" [2], che spingeva gli studenti ad apprendere tramite "forme di didattica alternative" [3].

“Liberazione" è un'altra delle parole chiave del Sessantotto. Accomunava i ribelli un'etica della liberazione dall'alienazione individuale, tale da politicizzare tutti gli aspetti dell'esperienza personale. Si trattava di cambiare gli atteggiamenti individuali condizionati dalla società borghese alienata. La fonte culturale di questa volontà di cambiamento era nei classici del marxismo, accompagnata dall'analisi di altri teorici, il più importante dei quali fu Herbert Marcuse.

Il conflitto generazionale, assieme alla scossa inflitta al comportamento e all’etica dei sentimenti, è un elemento importante del Sessantotto. In tal senso, ancora Ortoleva osserva che “il Sessantotto diede rilevanza politica a una trasformazione che era già in corso nel costume” [4].

Fondamentale l’antifascismo, soprattutto in relazione alla strategia della tensione.

I narratori sensibilizzatisi a sinistra proponevano una narrativa di impegno politico e sociale. Tra i titoli: VOGLIAMO TUTTO (1971), LA VIOLENZA ILLUSTRATA (1976) e GLI INVISIBILI (1987) di Nanni Balestrini; CANI SCIOLTI (1973) di Renzo Paris; il teatro di Dario Fo.

Non si concorda con chi sostiene che il Sessantotto non produsse una vera e propria letteratura. Non solo i nomi citati e altri proponevano, con moduli espressivi originali, una nuova versione della letteratura impegnata, ma scrittori non coinvolti direttamente nella contestazione vennero influenzati dagli avvenimenti. Basti pensare al CONTESTO (1971) di Leonardo Sciascia, sulle trame del potere per provocare un colpo di Stato; a OCCIDENTE (1975) di Ferdinando Camon, sui gruppi eversivi padovani; al Paolo Volponi di CORPORALE (1974), storia di un intellettuale in crisi sullo sfondo del post-Sessantotto, e di SIPARIO DUCALE (1975), che parla degli ambienti fascisti di quegli anni.

Tra le riviste si ricorderanno "Quaderni piacentini", "Nuovo impegno", "Che fare", "Contropiano", "Nuova corrente". Negli anni '70 sorsero tre quotidiani della Nuova Sinistra: "Lotta continua", "Il Quotidiano dei lavoratori" e "Il Manifesto".

La critica nei confronti dell'industria culturale era feroce: venivano contestati premi letterari, mostre d'arte, festival cinematografici. Il movimento del Sessantotto cercava di produrre in proprio la propria cultura.

Del conflitto sociale si sono visti finora alcuni aspetti. Quelli più importanti furono quelli che coinvolsero il movimento operaio e strati più ampi della società. Il punto tradizionale di avvio è l' "autunno caldo" del 1969, seguito da agitazioni operaie costanti negli anni successivi con scioperi, occupazioni, cortei, picchettaggi, comizi, assemblee, riunioni in numerose fabbriche italiane. Gli obiettivi principali dell'agitazione erano l'unificazione dei livelli salariali tra impiegati e operai, la democrazia interna in fabbrica e la lotta contro la nocività. Parte di questi obiettivi (assemblea, Consigli, aumenti con integrazione di livello tra operai e impiegati) venne raggiunta col contratto del dicembre 1969. Nel 1970, sotto la spinta del movimento operaio e sindacale, venne promulgato lo Statuto dei Lavoratori, che garantiva, come dice il testo della legge, "la tutela della libertà e della dignità dei lavoratori, la libertà sindacale e l'attività sindacale nei luoghi di lavoro".

Le tematiche del movimento degli operai e degli studenti si collegavano frattanto ad altri settori della società che avevano dato vita a movimenti di contestazione delle istituzioni carcerarie, manicomiali, militari, giudiziarie, ospedaliere.

Il movimento delle donne ebbe notevole risonanza, e fu sotto la sua spinta che venne promulgata la legge 151 del 1975 sul diritto di famiglia; venne respinta nel referendum del 1974 la proposta di abrogare la legge sul divorzio; venne approvata nel 1978 la legge sull'aborto.

Il Sessantotto ebbe aspetti estremisti, idealistici, anche semplicistici nei confronti della complessità sociale, ma fu uno dei momenti significativi della storia italiana del Novecento. Fallì nelle aspirazioni utopistiche, ma influì sul costume e influenzò la formulazione di leggi di riforma, contribuì a promuovere cambiamenti nella sinistra italiana e la formazione di una cultura progressista.


NOTE

[1] AA.VV., IL SESSANTOTTO. LA STAGIONE DEI MOVIMENTI (1960-1979), Roma, Edizioni associate, 1988, pp. 22-23.
[2] P. Ortoleva, SAGGIO SUI MOVIMENTI DEL 1968 IN EUROPA E IN AMERICA. CON UN'ANTOLOGIA DI MATERIALI E DOCUMENTI, Roma, Editori riuniti, 1988, p. 68.
[3] Ibidem, p. 78.
[4] Ibidem, p. 102.