14/05/08

Ivano Mugnaini, COSI' VA IL MONDO. WILLIAM CONGREVE E LA “COMMEDIA DI COSTUME”

Nato nel 1670 a Bardsey, un villaggio dello Yorkshire, William Congreve è noto soprattutto per le sue “Comedies of Manners”, termine traducibile all’incirca con “commedie di maniera”, ossia di costume, satire degli atteggiamenti e delle mode, tanto consolidate da divenire fisse, rigide, comicamente ingessate in rituali che si eternano fino a perdere il senso, conservando solo la valenza esteriore. La più nota di tali commedie in cui Congreve eccelleva è senza dubbio THE WAY OF THE WORLD, titolo reso spesso tramite la formula, libera in parte, ma efficace e onnicomprensiva, di COSÌ VA IL MONDO.

Nella Prefazione all’opera, pubblicata per la prima volta nel 1700, Congreve esprime sincera sorpresa per l’ottima accoglienza riservata dal pubblico al suo testo. Riteneva infatti che la sua “audience” non fosse preparata a recepire nel migliore dei modi i temi e le situazioni proposte nella pièce. Ancora una volta, con un procedimento un po’ arbitrario, ma a cui, a dire il vero, non è agevole resistere, almeno per me, mi viene fatto di immaginare cosa avrebbe scritto Congreve se si fosse trovato a vivere nell’epoca attuale, come avrebbe interagito, il brillante autore britannico, con i suoi potenziali spettatori, con gli attori dei palcoscenici, e con quelli, non meno funambolici e a tratti “macchiettistici”, della vita reale.

Ho scritto reale, comprendendo però in questo ambito anche ciò che strettamente reale non è, ma con esso si interseca, influenzandolo, manipolandolo, condizionandolo: il fittizio. In particolare, per forza di cose, l’etere mediatico. Avrebbe avuto un bel po’ da fare, e da dire, Congreve, seduto, volente o nolente, a casa sua, o magari in qualche ristorante, di fronte alle infinite variazioni sul tema dei “Grandi Fratelli” e alla schiera dei parenti e affini dei cosiddetti “reality shows”. Non meno infervorato, divertito, magari con un gusto agrodolce nella bocca e nella mente, sarebbe risultato, il drammaturgo, dovendo assistere ai duelli rusticani (e in alcuni casi semplicemente rustici) di politici disposti anche a ballare il tip-tap pur di conquistare una telecamera (antipasto di una Camera tout court) e qualche punto in più del famigerato share.

Si sarebbe divertito, forse. Di sicuro avrebbe rispolverato i personaggi a suo tempo creati per COSÌ VA IL MONDO, trovandoli ancora adatti, consoni, magnificamente calzanti. Nulla di nuovo sotto il sole. Appunto. Si tratta solo di assegnare immutabili e immarcescibili ruoli a facce nuove. Nuove nel senso che continuano a proporsi, periodicamente, ciclicamente. Non certo nuove nel senso di un’auspicabile e in parte utopica metamorfosi. Come faceva notare Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”, tutto cambia affinché tutto resti uguale. La citazione non è esattissima nella forma. Ma la sostanza, ahimè, è corretta, ineluttabile.

Di sicuro si divertirà lo spettatore, e il lettore, andando a cercare in qualche teatro una riedizione della commedia di Congreve, oppure attingendo direttamente dal testo scritto, magari tramite un’adeguata traduzione. Il gioco nel gioco, forma ludica di metateatro, potrebbe essere quello di abbinare a ciascun ruolo un personaggio moderno che dimostra di incarnarne in modo adeguato vizi e virtù. Confrontando poi gli abbinamenti.

In COSÌ VA IL MONDO di Congreve, operano e tramano, tra gli altri, un certo Fainall, nome che corrisponde più o meno a “Fingitutto”. Si tratta di un cinico, il quale ritiene che l’inganno sia normale, e considera il matrimonio una farsa.

C’è, poi, un epiteto ancora più gustoso, Witwoud. Qui necessita una parafrasi per rendere bene il gusto del nome: “colui che vorrebbe essere arguto”. E quel “vorrebbe” è di per sé fonte di ironia. Lo colloca sarcasticamente nella terra di confine tra atteggiarsi e valere, apparire ed essere. Personalmente per questa categoria considero perfetti candidati molti politici ipersorridenti e generosi di aneddoti e barzellette, non di rado fuori luogo e fuori contesto. Tuttavia, pur non essendo un esperto, credo che anche diversi personaggi dei “reality” non sfigurerebbero nei panni di Witwoud. E, in ultima analisi, con un atto di autoironica onestà, credo che tutti noi, presto o tardi, e almeno una volta nella vita, siamo afflitti dal morbo di Witwoud.

Altro “character” degno di nota, anche se magari non altrettanto di simpatia, è Petulant. Stavolta il nome non necessita traduzione, e neppure particolari postille. Se non forse per specificare che questo personaggio è grande amico di Witwoud. Vanno spesso in coppia, ma, mentre Witwoud benché ciarliero e vanitoso ha un buon carattere, Petulant è acido, irritabile e irritante. Anche in questo caso la caccia al tesoro è aperta. Nella fauna dei politici, in particolare, la convivenza tra il buono e il cattivo è frequente. Si tratta solo di aggiungere il brutto di turno per completare il mirabile trio di ispirazione cinematografica. Ma l’impresa non appare affatto improba.

Tra i personaggi femminili spicca Millamant. Ogni commento sul nome è superfluo. La signora, bella e per di più brillante, non disprezza affatto la compagnia maschile, diciamo così. Dimostra interesse soprattutto per il protagonista della commedia, Mirabell. Tuttavia, essendo anche molto realista e con i piedi ben piantati a terra, affianca all’amore romantico la ragione. Sotto forma di eventuali alternative, quasi una sorta di panchina lunga, per dirla in termini calcistici. Nel caso in cui Mirabell non dovesse rivelarsi all’altezza, da qualche fondamentale punto di vista. E’, tuttavia, almeno nella visione di Congreve, un personaggio positivo. Il ricorso alla panchina lo fa malvolentieri. Attende piuttosto che l’amore cresca e con esso la fiducia reciproca. Alcune soubrette televisive, di recente notorietà, non sfigurerebbero nei panni, a dire il vero succinti, dell’eroina di Congreve.

C’è, ultimo ma non ultimo, Waitwell. Un ottimo servitore. Ha le sue idee, le sue convinzioni, ma, di fronte al padrone, si piega docile come un giunco. E’ pronto, a seconda delle esigenze dei personaggi principali che occupano la scena, a fare da spalla, interpretando i ruoli più disparati. Comici, tragici, tragicomici. Sa essere frivolo e accondiscendente. Inoltre, qualità molto apprezzata dai suoi rispettivi padroni, sa sparire, sa togliersi di mezzo al momento giusto, lasciando campo libero ai monologhi degli altri, di qualunque colore e genere essi siano. Mi viene fatto di pensare che a molti politici odierni non dispiacerebbe affatto un Waitwell. Ma chissà che, su qualche canale pubblico o privato, non possano trovare qualche omologo. Oppure, sempre restando nel campo delle ipotesi, chissà che non lo abbiano già trovato. Misteri, più o meno buffi.

Non è mistero invece, e necessità ribadirlo anche correndo il rischio di ripetersi, che il teatro, quello autentico, sia esso tragico o comico, impegnato o leggero, sa individuare percorsi di universalità. Sa essere fresco e vitale. Attuale, proprio perché non ammica a nessun presente che non possa essere degno di rappresentare il passato e pronto per rispecchiare qualsiasi futuro. Perché così va il mondo, così è andato, e, prevedibilmente, che ci piaccia o meno, andrà. Si ride, vedendo o leggendo la commedia di Congreve, di un riso particolare, mai vuoto, mai fine a se stesso. Carico di quel “wit”, di quell’arguzia che è allo stesso tempo prova dell’esistenza in vita dell’intelligenza, e, in misura non minore, forma di resistenza estrema contro l’imbruttimento dei costumi, la violenza del grottesco e dell’assurdo. Una commedia solare, quella di William Congreve, ricca di verve ed esuberante. Non resta che sperare, nella situazione attuale, sul palcoscenico della vita di oggi, in una qualche forma comparabile di lieto fine, non forzato né intimamente amaro. Sperando cioè che si possa dire anche noi “Così va il mondo”, conservando un sorriso. Ironico ma tenace.