20/03/08

Ivano Mugnaini, LO ZOO DI VETRO: IL SOGNO VITALE DELL'UNICORNO

LO ZOO DI VETRO di Tennessee Williams è stato rappresentato per la prima volta nel 1945. La guerra in Europa aveva spazzato via mura e certezze e altrove ancora aleggiava lo spettro di Hiroshima. Per gli autori di teatro dell’epoca l’alternativa era netta: o trattare temi di portata epocale e globale, o concentrarsi su spazi e dimensioni più limitate, deliberatamente circoscritte. Williams e altri suoi coetanei optarono per la seconda alternativa. Ma le macerie e i fumi atomici avevano già portato a termine la loro opera di penetrazione. Si erano insediati in avamposti profondi. Erano riusciti a raggiungere persino la linea della trincea più interna e protetta, quella del sogno. LO ZOO DI VETRO è una pièce ambientata nel Sud degli Stati Uniti. Ancora chiuso in sé, refrattario alle innovazioni, lento a muoversi e a evolversi, afflitto da un sole a tratti quasi africano. Eppure anche lì, in quell’Eden paradossale e aspro, in qualche modo lontano da tutto, anche da se stesso, arriva l’eco di una guerra conclusa da poco sui campi di battaglia, ma ancora ben lungi da poter essere metabolizzata in modo adeguato dalle menti e dai corpi.

Già il titolo del dramma di Williams ha un che di mirabile ed evocativo. Lo zoo rappresenta un luogo in grado di abbinare prigionia e protezione, condanna e privilegio. Si è vivi, in uno zoo, seppure in gabbia. Nutriti e conservati con cura. Schiavi di lusso, della sorte, del fato, del caso. Lo zoo in questione però ha una caratteristica ulteriore, è di vetro. Fragile, quindi, per condizione naturale incontrovertibile. La debolezza innata si somma ad una condizione beffardamente ambivalente. Una metafora quanto mai moderna, anche se in grado di aspirare a valori extratemporali, si potrebbe dire fatalmente eterni.

Come detto, tuttavia, Williams sceglie di collocare il proprio testo in una dimensione spaziale e temporale ben determinata. Uno Stato del Sud degli Stati Uniti nell’epoca post-bellica. Scena dopo scena si dipanano le aspirazioni frustrate di una famiglia decaduta. Amanda, una delle protagoniste, ricorda con rabbia, e con pena, il suo passato di ragazza fascinosa e sicura di sé. La donna ha un figlio, Tom, ed una figlia, Laura, in qualche modo il personaggio più emblematico. E’ Laura, una ragazza zoppa e ipersensibile, a possedere il particolarissimo zoo che dà nome e senso al dramma. Laura custodisce con cura infinita una collezione di piccoli animali di vetro. Tra di essi, non a caso, il suo preferito è un unicorno. Animale mitico, inesistente nella realtà. Incorporeo eppure presente ed amato più di tutti gli altri. Un sogno, di vetro. Sogno di un sogno. Paradigma di illusioni messe una accanto all’altra e liberate quotidianamente dalla polvere. Che tuttavia ritorna, puntuale, inesorabile.

La madre Amanda, emblema di un vitalismo tenace nonostante tutto, prova ad ingaggiare un braccio di ferro con il destino. Osa sfidare l’apatia calda e mortifera delle pianure del Sud, di ogni Sud del mondo e dello spirito. Convince il figlio Tom ad invitare a pranzo uno dei suoi amici nella speranza che l’ospite parli con Laura, la conosca, inizi un rapporto, un dialogo con lei. Di amicizia. Anche se Amanda sa bene che la sola cura, il solo rovesciamento di segno efficace, è un altro. Qualcosa di più della pur preziosa amicizia. Tom svolge egregiamente il suo compito. Invita Jim O’Connor, la personificazione dell’ideale per Laura, la concretizzazione della sua innata e fervida capacità di raccogliere nella mente frammenti di mondi speciali. Jim è il pezzo più pregiato, l’unicorno dello zoo di vetro di Laura.

Entra nella casa in punta di piedi, Jim, educato, cortese, impeccabile. Fa i complimenti a Laura, dicendo a Tom che se avesse una sorella come lei farebbe quello che ha fatto lui, la aiuterebbe a conoscere persone. Laura è estasiata e speranzosa. Freme, è pronta ad abbandonarsi all’ebbrezza del volo. Con identico tono e immutata cortesia, Jim chiarisce la sua posizione: “Tom fa bene a cercare i ragazzi giusti che possano apprezzare Laura. Solo che... ha fatto un errore riguardo a me. Forse non ho diritto di dire questo, ma... Voglio dire, non c’è nulla di male nell’aver cercato me, ma... Il solo guaio nel mio caso è che... non sono nella condizione per fare la cosa giusta. Ho pensato che avrei fatto bene a spiegare la situazione nel caso che tu Laura possa fraintedere e... soffrirne. Esco da diverso tempo ormai con un ragazza di nome Betty. E’ una brava ragazza come te, cattolica, e irlandese, e... da moltissimi punti di vista stiamo bene insieme”.

Laura sorride. Si alza dalla sedia e si dirige verso la sua collezione. Torna da Jim e gli prende delicatamente la mano. Vi depone l’unicorno di vetro, poi, lentamente, richiude le dita di lui attorno a quello che definisce, tramite le uniche due parole che pronuncia nella parte restante di tutta la scena, “un souvenir”.

Amanda ritorna dalla cucina, ignara di tutto. Si mostra sorpresa di non trovare sul viso di Laura il sorriso di qualche minuto prima. Ma è convinta di poter rimediare, è certa di far tornare il buonumore servendo delle bibite fresche. Jim le dice che non avrebbe dovuto disturbarsi. Amanda replica che non è stato un disturbo per nulla. “Anzi, è stato divertente da morire! Non mi avete sentita affaccendarmi in cucina? Dovevate avere le orecchie occupate con qualcos’altro! Comunque, Jim, ora che abbiamo fatto la tua conoscenza, voglio che tu sia nostro ospite spessissimo. Non solo occasionalmente. Passeremo insieme tantissime ore liete! Le vedo già all’orizzonte!”.

Non sa, Amanda, che il pezzo più pregiato dello zoo di vetro di Laura è già stato consegnato nelle mani di Jim. Come un ostaggio, un prigioniero. Destinato a non essere riconsegnato vivo. L’odore e il ricordo della morte è ancora troppo fresco. Tennessee Williams, e assieme a lui un’intera generazione, avranno bisogno di attendere qualche anno per poter sentir finalmente passare “Un tram chiamato desiderio”, per vedere una “Rosa Tatuata”, e riscoprire, paradossalmente, ma mai troppo tardi, “La dolce ala della gioventù”.