15/09/14

Francesco Remotti, L’OSSESSIONE IDENTITARIA


Roma-Bari, Laterza, 2010. (Edizione Kindle, 2013).


Sebbene ci siano riferimenti bibliografici a Freud, non stupisce non trovare riferimenti a Jung in questo libro che nega il concetto di identità, affermando che “si può fare a meno dell’identità”.

Premettiamo subito che troviamo questa negazione piuttosto bizzarra; ma, come abbiamo avuto occasione di osservare in altre occasioni, ci anima forse una semplicità esagerata, accompagnata dal cosiddetto buon senso.

Abbiamo riscontrato l’assenza di Jung perché per la psicologia analitica l’identità è la dimensione fondamentale dell’essere umano, tanto che lo scopo dell’analisi è trovare il , ovvero la complessità di dimensioni consce e inconsce (Persona, Animus, Anima, Ombra, ecc.) che costituisce l’interezza nella sua contraddittorietà, e una volta individuata, consente di procedere nella prassi in concordanza con chi si è. Ciò ci pare valido individualmente, ma anche socialmente.

Sul piano sociale, a noi pare evidente che l’identità di classe, gruppo di appartenenza, religione, nazionalità, cultura e altri elementi, pur non dovendo ridursi a ristretta visione orientata verso ideologie reazionarie, svolge un ruolo chiave nell’interazione con gli altri.

Pare che Remotti neghi queste dimensioni per l’urgenza di controbattere, su un piano di ideologia progressiva che di per sé è apprezzabile, la chiusura identitaria verso l’altro, lo straniero, l’immigrante, il diverso: la percezione, insomma, che “l’altro è di per sé una minaccia, la sua sola presenza costituisce un pericolo per noi, per la nostra identità”.

Non si tratterebbe piuttosto di interloquire positivamente con “l’altro” e arricchire invece che abolire, come cura del razzismo e del pregiudizio, la propria identità?

Su diversi piani, il ragionamento del volume sembrerebbe condurre a un relativismo molto pronunciato, per cui, seguendo Sparti, “l’identità non è che il referente immaginario dei processi di identificazione” e serve a controllare la “transitorietà” dell’esistenza tardo-moderna.

Infine, l’identità serve a “far fronte non soltanto alla pluralità, ma anche ai rischi di dispersione che ne derivano”, dal che conseguirebbe che “l’identità è un’operazione ‘finzionale’”, una “costruzione illusoria e ingannevole”.

Pur simpatizzando con la molteplicità che, molto tornata in auge di recente, è a dire il vero un problema eterno e in ogni caso già ben evidenziata nel primo Novecento (tanto per citare il lapalissiano, si pensi al pirandelliano Uno, nessuno e centomila), non pare che la conseguenza di abolire il concetto di identità in quanto mistificatorio sia una buona idea, forse sarebbe meglio abolire la mistificazione per riappropriarsi di una concezione di identità fondata sul proprio vero io, sradicate le negatività che ci allontanano dal rapporto positivo, non alienato, con noi stessi e con gli altri.

Ci domandiamo se questa pratica frommiana, e compatibile col Buddhismo, non sia buddhisticamente contraddetta dall’idea che l’io non esiste, è solo un agglomerato di formazioni temporanee… ma a questa idea ci si atterrà, crediamo, per migliorarsi, dunque per riidentificarsi diversamente da prima, nei processi di perpetua mutazione che conducono all’utopia della costruzione di un essere cosciente e volto al bene.


[Roberto Bertoni]