15/04/14

Maria Luisa Pani, Il GIOCATORE DI DOSTOEVSKIJ FRA DUE TEORIE DEL GIOCO A CONFRONTO

Ancor prima di entrare nella sala da gioco, già a due stanze di distanza,
mi basta sentire il tintinnio delle monete in movimento
per cadere quasi preda delle convulsioni. [1]


Scritto nel 1866 in soli 28 giorni e strutturato come diario del suo protagonista, Aleksej Ivanovič, il romanzo affronta un tema caro al celebre autore russo, quello del vizio della roulette, non a caso parola più menzionata nell’opera. Lo spunto autobiografico è sfruttato per rendere efficace la resa di tutti quei possibili gradi di degradazione umana che si consumano nella pratica del gioco d’azzardo.

Attraverso l’esperienza del gioco, Aleksej viene travolto nel vortice del rischio, divenendo qualcosa di diverso da sé e riscoprendosi nello stato di giocatore febbrile “capace di afferrare l’io estraneo non come oggetto ma come altro soggetto”.[2]
 
Il gioco come esperienza di vita è stato indagato dallo psicoterapeuta Winnicot che lo considera un’attività creativa e una ricerca del sé. “Il cercare può venire soltanto da un funzionare sconnesso, informe, o forse dal giocare rudimentale, come se avesse luogo in una zona neutra. È soltanto qui, in questo stato non integrato della personalità, che ciò che noi descriviamo come creativo può comparire”.[3] La creatività è intesa come universale in quanto appartiene al fatto di essere vivi e alla maniera che ha l’individuo di incontrare la realtà esterna. Così, per Winnicot il gioco è sempre un’esperienza creativa che si volge nel continuum spazio-temporale, “è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé”.[4]
  
Secondo lui la sostanza del gioco sta nell’esperienza informe e negli impulsi creativi, motori e sensoriali; sulla base del gioco verrebbe costruita l’intera esistenza dell’uomo come esperienza.

La componente della precarietà (fortemente presente nel romanzo dostoevskijano preso in esame) pare sia dovuta proprio al fatto che il gioco si svolge sempre sulla linea teorica che separa il soggetto da ciò che è oggettivamente percepito. Quest’area è chiamata da Winnicot spazio potenziale (in quanto sta al di fuori dell’individuo ma non corrisponde né al mondo esterno, né alla realtà psichica interna) e in essa si persegue la promozione dell’identità.

Anche Aleksej mentre gioca ricerca se stesso e attraverso il gioco desidera migliorare la sua identità personale, ma non ci riesce. Infatti, se per Winnicot il gioco è una forma di comunicazione che facilità la crescita e la sanità, per il protagonista del romanzo non è lo stesso. La sanità è intesa dal psicoterapeuta in termini di fusione tra impulsi costruttivi e distruttivi.

Niente di tutto ciò avviene nella vicenda narrata da Dostoevskij ne Il Giocatore. Il gioco distrugge l’esistenza di Aleksej riducendola all’ossessione malata verso la roulette. Non si ha in lui nessuna ricomposizione interiore né un ampliamento, un completamento o una ricostruzione della sua anima ma piuttosto un suo rivolgimento. Il gioco, infatti, porta in lui a un cambiamento grazie al quale un nuovo essere si autoafferma non come estraneo, ma come un altro io con la forza della volontà e del pensiero.

Quindi, nel testo letterario, il percorso creativo del gioco, pur partendo da una mancata integrazione della personalità del protagonista con se stesso e il mondo che lo circonda, non si conclude alla maniera teorizzata da Winnicot. Tant’è che mentre per quest’ultimo il gioco è soddisfacente anche quando porta ad un grado elevato di angoscia e, solo un grado insostenibile di tale angoscia può distruggere il gioco; nell’opera di Dostoevskij vediamo compiersi il processo inverso. Ossia, il gioco non soddisfa e non si distrugge perché è esso stesso strumento di distruzione, è causa di un divenire che invece di ricomporre pian piano demolisce.

Aleksej inizia il suo diario scrivendolo in prossima successione con lo svolgersi della realtà temporale. Dopo un’assenza di due settimane, torna alle dipendenze del suo principale (il generale) e della sua famiglia, presso cui svolge la mansione di precettore di due bambini. Con sistematicità vengono presentati sia i componenti di questa stravagante famiglia russa, vicina alla rovina finanziaria, sia i personaggi che insieme ad essa soggiornano nello stesso albergo della fittizia cittadina di Roulettenburg (famosa per le acque termali e il casinò che attira molti turisti). Aleksej e il ricco inglese Mr. Astley, personaggio timido e onesto, sono innamorati della figliastra del generale, Polina Aleksandrovna che a sua volta ama il marchese francese De Grieux. Da parte sua, il vecchio generale, rimasto vedovo, vorrebbe conquistare una giovane francese dal passato turbolento, M.lle Blanche, e per riuscirci attende la salvezza finanziaria dalla morte della sua anziana madre Baboulinka confidando di riceverne l’eredità. Proprio l’arrivo improvviso e inaspettato della nonna, per presunte cure termali, nella cittadina tedesca, determinerà lo svolgersi della vicenda per i due terzi dell’opera. Invece che la salvezza, questa figura ‘darà il là’ alla rovina esistenziale di Aleksej che perderà gli affetti e il lavoro da precettore per diventare un inguaribile giocatore d’azzardo.
Il cambiamento è visibile anche nella diversa frequenza con cui il protagonista scrive il suo diario che verrà abbandonato e ripreso a distanza di tempo dallo svolgersi dei fatti, non più, quindi, nel breve periodo di una registrazione serale, come avveniva nella prima parte del romanzo.

Un’anticipazione espressamente negativa dell’iniziazione al gioco si trova già nella seconda pagina del primo capitolo, in cui il generale rimprovera e avverte il giovane precettore in procinto di portare i figli, Miša e Nadja, a fare una passeggiata: “Voi magari li portate al casinò, alla roulette, mi scuserete […] ma so che siete ancora alquanto sventato e magari siete capaci di mettervi a giocare […]”. A lui il giovane replica “Ma se non ho nemmeno i quattrini […] per perderli tutti al gioco bisogna prima averli”. Alla fine di questo capitolo l’incarico che riceve Aleksej da Polina, “vincere alla roulette, a qualsiasi costo”, coincide con la prima autoanalisi dei sentimenti del protagonista verso la figliastra del generale: “sprofondavo completamente nell’analisi dei sentimenti che provavo per Polina”.

Il secondo capitolo si apre con l’esplicitazione dell’idea che il protagonista ha del gioco: “la cosa non mi risultava sgradita; benché avessi deciso di giocare, non intendevo affatto cominciare a farlo per altri”; con il calcolo delle probabilità di vincita e con lo studio del meccanismo di una partita.

Si compie poi un’interessante descrizione negativa delle sale da gioco, delle sensazioni che si provano nel visitarle e dei diversi personaggi che le popolano. Originale risulta la diversa concezione del gioco nella vita fra gli uomini: i ricchi anche quando perdono mantengono il sorriso “perché i quattrini devono essere al di sotto della loro natura”, il vero aristocratico può anche solo accontentarsi di esaminare il lerciume delle sale da gioco per svago senza eccessiva insistenza, in quanto lo spettacolo non è adatto a loro. I plebei invece giocano per il solo interesse di vincere.  Ed è proprio in questo frangente che avviene una prima presentazione del protagonista e un’anticipazione delle successive disavventure.

Altra idea espressa da Winnicot è che il gioco porti alle relazioni di gruppo. Aleksej par contro gioca da solo. Di questo aspetto si è interessato Jurij Lotman che ha messo in luce come nei giochi d’azzardo “chi punta gioca non con un’altra persona ma col Caso che è sinonimo di fattori ignoti”.[5] La sua teoria del gioco si basa sul contrasto tra le ferree leggi del mondo esterno e il desiderio di successo personale e di autoaffermazione. Si tratta di un gioco del personaggio con le circostanze, la storia, l’universo. La fortuna infrange in modo imprevisto le leggi fisse del mondo per seguirne delle proprie che rimangono ignote. 

Questa possibilità di infrazione dell’ordine rigido della società portava la Russia di fine XVIII inizio XIX secolo a proibire formalmente i giochi d’azzardo perché ritenuti immorali, mentre di fatto prosperavano. Anche ne Il giocatore la messa in scena del gioco è connotata in questo senso, lo si è riscontrato sia nell’iniziale avvertimento del generale al protagonista, sia nella descrizione delle sale da gioco.

Lotman rileva che fra gli intrecci chiave di tutta la letteratura europea degli anni 1830-40, stiano i contrasti della società borghese, il potere del denaro, il conflitto povertà- ricchezza. Fra questi, negli intrecci della letteratura russa si inserirebbe anche il caso, quale insieme di avvertimenti che possono avvenire o non avvenire in seguito ad una esperienza fatta. Il caso come forma specifica della creazione del destino individuale è un concetto a cui è facile ricondurre il pensiero di Aleksej. Lotman ricorda anche come già nella seconda metà del XVIII secolo in Russia si era stabilito il canone letterario di intendere il caso e la carriera come risultati del gioco imprevisto delle circostanze, dei capricci della Fortuna. In tale prospettiva il gioco d’azzardo è visto come modello della società.

Così, c’è chi come Mauro Martini ha visto in Aleksej la figura del classico intellettuale russo sradicato che, attraverso il simbolo della roulette, pone la linea di demarcazione tra la Russia e l’Europa. Il giocatore, sperando nella vincita in grado di riportarlo al novero degli esseri umani, non mirerebbe tanto al denaro, quanto alla possibilità di soggiogare, lui russo, l’intero Vecchio Continente, rappresentato dai tipi francese (De Grieux), inglese (Mr. Astley) tedesco (il barone). Si veda in proposito il quarto capitolo. 

Aleksej inizia a giocare per soddisfare le richieste di Polina, ma è solo il preludio di un bisogno di riscatto più grande “col denaro diventerò anche per voi un’altra persona” (cap. V, p. 45). D’altronde, anche l’amore nei romanzi dostoevskijani non è concepito come autonomo ma è solo rivelazione del cammino tragico dell’uomo. Polina rappresenterebbe allora una resa dei conti di Aleksej con se stesso.[6]

In questo scenario il gioco diventa un mezzo che sul piano psicologico offre soluzioni indispensabili alla vita dell’uomo perché gli consente di avere un gratificante affrancamento provvisorio dalla realtà. Ma, “l’estrema assoluta libertà di questo secondo mondo dove tutto è possibile, può, portata alle estreme conseguenze, condurre alla scoperta, sotto la superficie, dell’essenza vera delle cose, oppure la chiusura in un mondo fittizio, nell’estraneità dal reale”. [7] Aleksejcomincia così ad immedesimarsi in una parte recitata con estrema convinzione: “È strano, ancora non ho vinto, ma mi comporto, mi sento e penso come un ricco, e non posso immaginarmi diversamente” (cap. VII, p. 58).
 
Aleksej passerà a giocare alle dipendenze di Baboulinka che, una volta dilapidati tutti i suoi beni al tavolo da gioco, uscirà di scena infrangendo i sogni di gloria dei suoi eredi e compromettendone il futuro; e successivamente solo per se stesso. Lascia il lavoro e assume un potere sociale rende pari a quello di coloro i quali prima erano i suoi superiori, nel tredicesimo capitolo sarà addirittura il generale in persona a chiedergli aiuto per conquistare M.lle Blanche.

Il gioco comincia allora a rivendicare un posto nella realtà e l’eroe, al fine di superare il proprio solipsismo etico, cerca di risolvere la propria coscienza separata trasformando ‘l’altro uomo’ in realtà. Il giocatore non riuscirà però ad affermare sino in fondo l’altro e il gioco non sarà per lui una forma di comunicazione che lo porta alle relazioni di gruppo. Al contrario, nel suo giocare continuamente, Aleksej si isola rinchiudendosi in un suo mondo, fallisce il suo progetto di promozione sociale e quello conseguente di trovare la pace in unione con Polina, che rifiuta di essere comprata.


[1] Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Il Giocatore, a cura di Mauro Martini, Roma, Newton, 2008, p.150.
[2] VJčeslav Ivanov, Dostoevskij, Tragedia mito mistica, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 34.
[3] Donald W. Winnicot, Gioco e realtà, Roma, Armando, 1974, p. 117.
[4] Ivi, p. 102.
[5] Jurij M. Lotman, Testo e contesto, semiotica dell’arte e della scrittura, a cura di Simonetta Salvestroni, Bari, Laterza 1980, p. 159.
[6] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, Torino, Einaudi, 2002, p. 88.
[7] Jurij M. Lotman, op.cit, p. XXXI.