09/10/09

Luigi Zoja, LA MORTE DEL PROSSIMO


[A moment of loneliness by a non-responding statue. Foto di Marzia Poerio]


Luigi Zoja, LA MORTE DEL PROSSIMO, Torino, Einaudi, 2009.

Lo spunto di questo libro è l’idea che nella tarda modernità, dopo la metaforica e nietzschiana “morte di Dio”, nella società laica contemporanea si debba parlare anche di “morte del prossimo” a vari livelli di rapporti di comunicazione caratterizzati ormai non più dalla prossimità con gli altri bensì dalla distanza. Con questo evento “l’uomo cade in una fondamentale solitudine”, in quanto “la lontananza dagli altri causa una privazione che è un vero danno psichico. L’uomo solo incontra la depressione; e, a circolo vizioso, l’uomo depresso è un uomo cui mancano la forza e la spinta per andare incontro al prossimo” (p. 13).

Uno dei meriti del libro è una suddivisione per argomenti catalogati con ordine, accompagnata da esempi tratti dalla vita quotidiana come pure da dati statistici e riferimenti d’altro genere, senza per questo mai scadere nella superficialità, anzi tenendo la riflessione su un tono al contempo di buon livello culturale e leggibile.

Così ci si trova, per esempio, su treni da cui i “passeggeri arcaici sono scomparsi. Oggi chi sale sul treno non ha prossimo nel senso più letterale: sente ancora che gli uomini vivono di affetto, ma sa solo dimostrarlo a qualcuno lontano, gridando nel cellulare e disturbando chi è vicino” (p. 8). Diminuiscono di importanza, accentuando l’alienazione e la solitudine, consuetudini quali il vicinato, mentre si verifica una perdita di valori che conduce non all’“immoralità”, bensì all’“amoralità” (p. 21). Ne nasce anche una sfiducia diffusa negli altri.

Tale quotidianità della lontananza si ripete in quante occasioni della giornata, facilitata da un narcisismo che promuove amore “intransitivo” piuttosto che “transitivo”: la “vergogna del narcisismo - che accomunava gran parte delle culture tradizionali - si è sbriciolata sotto le spallate del mercato, che vende il superfluo solleticando autocompiacimento” (p. 10). Sul piano del lavoro, nelle sue sfere direzionali, si verificano etiche spesso fondate su facciate di comportamento che hanno dietro di sé “mancanza di scrupoli, di responsabilità, di sensi di colpa, tendenza alla menzogna e alla manipolazione, cinismo” (p. 27). Frattanto si accresce la disuguaglianza, il gap tra ricchezza e povertà che allontana le persone e le società.

Da qui un “vuoto” che si tenta di colmare ricorrendo ai sentimenti della solidarietà, ricreati in forme in parte autentiche e in parte mediate dai mass media. Tuttavia, ci sono casi in cui anche questo sentimento è distorto in quanto sottoposto a un effetto autoriflessivo: “la critica alla nuova disumanità del capitalismo post-industriale è divenuta una specializzazione della società capitalista post-industriale” (p. 34).

La lontananza è favorita da alcuni abiti dell’internet con la relativa assuefazione alla rete intesa come presenza individuale ossessiva. A questo proposito Zoja fornisce dati e riflessioni su patologie della dipendenza, tra le quali, caso estremo, suicidi accaduti col computer come “personaggio importante del dramma” (p. 72). Sulla scorta di Castells, Zoja aggrega infine commenti sulla vicinanza creata in altre occasioni dal virtuale quando si trasforma in reale ed è strumento di risocializzazione (p. 125).

[Roberto Bertoni]