09/07/09

Cristina Cona, IL ROMPICAPO IRLANDESE: ULISSE IN CINA


[Chinese florist in Joyce's city. Foto di Marzia Poerio]


Date le caratteristiche dell'ULISSE di James Joyce, che si distingue per la presenza di numerosi giochi di parole, esercizi di stile e invenzioni lessicali, nonché riferimenti alla realtà storica e sociale irlandese (spesso, anzi, specificamente dublinese) dei primi del Novecento, non è difficile immaginare che tutti i traduttori si siano scontrati con difficoltà talvolta insormontabili: se ciò è vero per le versioni nelle lingue europee, figurarsi quali problemi deve aver posto la traduzione cinese.

E non soltanto dal punto di vista linguistico: se ULISSE ha tardato tanto ad uscire in Cina, parte della spiegazione risiede nell’antipatia ideologica nutrita per lungo tempo dalle autorità del paese verso un’opera che si trovava agli antipodi rispetto ai canoni del realismo socialista: se, com’è ovvio, negli anni della rivoluzione culturale era impensabile tradurre un’opera letteraria straniera, anche successivamente non si presentava facile proporre un libro così scomodo, pessimista e ispirato a valori considerati decadenti e borghesi. Per questo motivo alla vigilia della pubblicazione, nel 1994, i traduttori, l’ex giornalista, docente universitario e scrittore Xiao Qian e sua moglie Wen Jieruo, si premurarono di mettere le mani in avanti pubblicando sulla stampa cinese una serie di articoli in cui descrivevano il processo svoltosi negli Stati Uniti nel 1933 che si era concluso con l’assoluzione dall’accusa di oscenità. Il messaggio era chiaro: la Cina non poteva permettersi di apparire più arretrata di quanto lo fossero state le autorità americane sessant’anni prima.

E il pubblico cinese dimostrò di saperlo recepire. ULISSE venne pubblicato in 85.000 copie, subito vendute tanto da rendere necessarie a brevissimo termine una seconda e terza ristampa: una cifra di tutto rispetto, se si considera che il prezzo del volume era l’equivalente della paga settimanale di un insegnante. Per i due traduttori, memori nonché vittime della repressione dei decenni precedenti (Xiao aveva tentato il suicidio nel 1957, quando le autorità, saccheggiatagli la casa e fatto un rogo di tutti i suoi quadri, lo avevano costretto a troncare l’amicizia con lo scrittore inglese E.M. Forster e a distruggere tutte le lettere inviategli da quest’ultimo; nel corso della rivoluzione culturale entrambi i coniugi erano stati inviati ai lavori forzati in una comune agricola e la madre di Wen si era suicidata), si trattava di un successo importante anche in termini di apertura al mondo esterno.

Non che Xian Qian fosse così entusiasta agli inizi del lavoro: quando era stato avvicinato da un editore cinese con la proposta della traduzione aveva anzi esitato parecchio ed era stato convinto ad accettare dalle esortazioni della moglie, molto più propensa di lui a cimentarsi con un’impresa così impegnativa. La lunghezza e la complessità dell’opera resero indispensabile a questa coppia ormai anziana (lui quasi ottantenne) una routine ferrea consistente nell’alzarsi ogni mattina alle cinque e lavorare quindici ore al giorno, riunciando a qualsiasi distrazione. In effetti una descrizione anche sommaria delle difficoltà terminologiche incontrate lascia comprendere l’enormità del compito e la tenacia con la quale i due traduttori sono riusciti a venirne a capo.

Oltre infatti alle difficoltà che il testo pone se tradotto nelle lingue che con l’inglese hanno in comune, perlomeno, l’alfabeto latino e la fonetica, nel caso del cinese si presentano problemi specifici: le basi ideogrammatiche e non alfabetiche, la particolarità di essere una lingua tonale (toni diversi non solo corrispondono, come nelle nostre lingue, ad enfasi diverse, ma cambiano anche il significato delle parole) e di possedere un numero di possibili combinazioni fonetiche molto inferiore all’inglese. Tutti questi elementi rendono estremamente arduo tradurre i complessi giochi di parole (spesso oscuri anche per gli anglofoni) di cui ULISSE è così ricco, senza contare che la trascrizione dei nomi propri stranieri viene effettuata più spesso in base a criteri ideogrammatici che foneticamente, sillaba per sillaba.

Xiao e Wen consultarono un numero enorme di fonti: versioni annotate di ULISSE, vari specialisti di lingue estere, la chiesa cattolica cinese, un’altra traduzione in corso ad opera di uno studioso taiwanese, e specialmente l’ambasciata irlandese di Pechino, che chiarì per loro il significato di numerosi ibernicismi (come "blarney") e fornì riferimenti sotto forma di libri, carte di Dublino e una videocassetta della versione cinematografica del romanzo.

Per rendere la complessità stilistica del testo i due traduttori si servirono di numerosi accorgimenti, come la trasposizione dei vari registri utilizzati da Joyce in quello che può considerarsi l’equivalente cinese. Così i monologhi interiori di Molly, Stephen e Leopold Bloom, tre personaggi di livello culturale e intellettuale assai diverso, vennero riprodotti in tre stili diversi: rispettivamente, la parlata proletaria di Pechino, il cinese classico e una lingua mista di classico e moderno che risale all’inizio del Novecento. In quanto ai nomi propri di Stephen Dedalus e Leopold Bloom, venne usata una translitterazione di sette sillabe (fonetica nel caso del primo: "Si di fen. Di da le si"), sebbene i nomi cinesi di norma ne abbiano soltanto tre. Questo numero insolitamente elevato di sillabe, unito ad altri espedienti come lo spazio fra nome e cognome, serviva ad indicare al lettore cinese che i caratteri utilizzati non dovevano essere letti come aventi ciascuno un significato a sè stante (la traduzione letterale in inglese di "Si di fen. Di da le si" sarebbe "This-be of a fruit-fragrant. Enlighten-extend-coerce-this"), bensì come formanti un unico nome proprio: un po’ come quando, nei fumetti, certe emozioni come l’indignazione o lo stupore vengono rappresentate da un succedersi di asterischi ed altri segni di punteggiatura ognuno dei quali, preso isolatamente, non significa nulla.

Quando i traduttori non sapevano più a che santo votarsi ricorrevano alle note a pie’ di pagina: il loro Ulisse ne contiene 5991, il numero più elevato mai pubblicato in un testo cinese. Troppe per Xian, ma sua moglie si era impuntata, ritenendole assolutamente indispensabili specialmente per rendere gli intricati giochi di parole joyciani, come ad esempio la battuta di Stephen : "If others have their will, Ann hath a way". Il calembour, che si impernia sul nome della moglie di ("Will") Shakespeare, Ann Hathaway, fu reso dapprima con una traduzione piuttosto letterale per essere poi spiegato più dettagliatamente in nota ; lo stesso procedimento venne seguito per il ben più complicato doppio palindromo "Madam, I’m Adam. And Able was I ere I saw Elba", che vede riunite allusioni alla Genesi, a Napoleone e all’impotenza sessuale.

Xian era convinto che, una volta raggiunta la tarda età, si dovesse fare qualcosa di monumentale, e un’opera come la traduzione di Ulisse in cinese corrisponde certo a questa definizione. A sua volta la ricompensa per il lavoro fatto è costituita da un altro monumento: nel marzo 2003 Wen Jieruo, ormai vedova, ha assistito all’inaugurazione di una statua di bronzo del marito in un mausoleo nei pressi di Shanghai.


NOTA

Fonti:

- Cait Murphy, ULYSSES IN CINESE, www.theatlantic.com/issues/95sep/ulyss.htm

- David Blake-Knox, BLOOMING BRILLIANT, "Sunday Independent", 13-6-2004


L’articolo, riprodotto col consenso dell’autrice, è apparso in precedenza sulla rivista ”Inter@lia”.