07/09/12

Mariolina Venezia, RIVELAZIONE ALL’ESQUILINO


Roma, Nottetempo, 2011


L’identità collettiva dell’Occidente, lo abbiamo già detto, concordando con le analisi contemporanee sull’ibridismo, non può non modificarsi; e si integra, come sta accadendo con vigore crescente anche in Italia, nonostante il ritardo rispetto ad altri paesi europei, con altre culture, che una paura sociale irrazionale tende a esorcizzare con modalità ora difensive, ora aggressive, anche estreme nei casi, che non dovrebbero sussistere, del razzismo e del pregiudizio, connotati da ostilità contro un presunto invasore, che è in realtà un viaggiatore globale costretto alla peregrinazione sul pianeta da motivi concreti e tragici di povertà, guerra, carestia, repressione politica.

In questo quadro, vediamo non con preoccupazione, ma come un fatto della realtà contemporanea, l’integrazione tra appartenenti a culture diverse. La narrativa, il cinema e la saggistica hanno riflesso tale mutamento epocale e hanno riflettuto su di esso, come abbiamo visto recensendo, per esempio, LA STELLA CHE NON C’È di Amelio, TERRAFERMA di Crialese, IO SONO LI di Segre.

RIVELAZIONE ALL’ESQUILINO, di Venezia, sceglie la zona di piazza Vittorio a Roma, prossima alla stazione Termini, in cui convivono persone di varie nazionalità, che vi si sono insediate con conseguenze di creazione di un quartiere cosmopolita, ma anche di mutamento dei connotati borghesi di una volta.

La voce narrativa è in parte in terza persona, all’inizio; e in maggior parte in prima persona, moltiplicata in diversi personaggi italiani, che mentre raccontano la propria esperienza di vita e la convivenza con l’altro, esprimono anche pregiudizi e pronunciano termini lessicali e concetti politicamente scorretti, rappresentando quanto di sotterraneamente inquietante produce la prossimità con chi non si conosce più di tanto e che forse spaventa anche per questo.

C’è però un’evoluzione, perché i personaggi italiani, che all’inizio si tengono alla larga dai propri corrispettivi indiani e africani, scoprono poco per volta, lo apprendiamo dai loro monologhi, di essere simili a essi, tanto che alla fine sboccerà una storia sentimentale tra la protagonista, di origine siciliana, Rosaria, e l’indiano aspirante attore Amar, i cui padri apriranno una tavola calda in comune (con cucina indo-sicula); dopo, però, che il padre di Rosaria ha cercato di rovinare il genitore di Amar per ostacolare la relazione della figlia, solo per rendersi infine conto che, egli stesso ex emigrante in Belgio, è apparentato al coetaneo asiatico anche per mentalità.

Quanto alla generazione italiana giovane di questo racconto, non sembra passarsela troppo bene, sbalestrata dalla crisi economica (Rosaria, che è anche una madre divorziata) e dal precariato (l’amica Stefania): si instaura in tal modo una qualche similarità del provvisorio dell'economico coi giovani extacomunitari. C'è anche il disadattamento, rappresentato dal rifiuto della famiglia alto-borghese originaria e da una tendenza nevrotico-artistica di uno dei personaggi, Delfina, coinquilina di Rosaria.

Interessante, insomma, questo testo semiteatrale, in cui l’autrice si cala nella mentalità dei personaggi e li sospinge verso interazioni che alla fine si rivelano positive, proiettandosi verso un discorso non retorico, ma in qualche modo fortunatamente ottimista, riguardo la comunicazione tra gli appartenenti a diverse nazionalità e culture.


[Roberto Bertoni]