05/08/12

Amartya Sen, GLOBALIZZAZIONE E LIBERTÀ


Milano, Mondadori, 2002

Sen difende l’idea di globalizzazione di per sé come ragionevole e inevitabile, mettendola anche in relazione a precedenti casi storici. Anzi contesta il concetto di antiglobalizzazione propria dei movimenti internazionali, che ritiene essi stessi eventi globalizzati. Ritiene che “le antitesi alla globalizzazione sarebbero un persistente separatismo e un’irriducibile anarchia” (p. 17). Articola inoltre il fenomeno globalizzazione come fatto che potrebbe anche svolgersi in senso contrario all’occidentalizzazione, “nonostante oggi la globalizzazione sia considerata da molti un correlato del predominio occidentale” (p. 15).

Tuttavia, sulla base delle convinzioni espresse tramite la concezione che gli è propria, di sviluppo come evoluzione positiva della qualità della vita e avanzamento dei ceti meno privilegiati, esprime con chiarezza la tesi che “il tema centrale, direttamente o indirettamente, è la disuguaglianza” (p. 5), da concepirsi “sia tra nazioni sia all’interno di ogni nazione” (p. 18).

Sebbene il mondo attuale sia incomparabilmente più “ricco” per “risorse, […] conoscenza e […] tecnologia” di ogni epoca trascorsa, è allo stesso tempo “un mondo di estreme privazioni e disuguaglianze sconvolgenti. È impressionante il numero di bambini malnutriti, analfabeti e condannati a morire, ogni settimana a milioni, di malattie che potrebbero essere completamente debellate o alle quali, se non altro, potrebbe essere impedito di uccidere persone abbandonate a se stesse” (p. 11).

Ne discende la riflessione sui diritti umani universali, che costituiscono “un’idea unificatrice” (p. 69), anche in civiltà in apparenza diverse come quella occidentale e orientale. Particolarmente importante è per Sen il riconoscimento del diritto alla libertà; afferma che “il futuro del mondo […] è intimamente connesso al futuro della libertà nel mondo” (p. 133).

Occorre altresì puntare sulla sicurezza, sulla dignità della vita e sulle pari opportunità. Quanto meno livelli di nutrizione-base, sanità e istruzione sono collegati allo sviluppo favorevole, come si potrebbe dimostrare con i casi del Giappone, della Corea del Sud e della Cina, in cui appunto tali elementi hanno favorito la crescita.

I “valori” assumono rilievo anche in economia. Secondo Sen “sì, i valori sono importanti per i risultati economici e sì, i valori sono diversi tra regioni” (p. 119). esempi di diversità (ma anche di somiglianze) potrebbero essere l’etica protestante weberiana e quella confuciana in relazione al comportamento rispetto al lavoro in epoche determinate e regioni determinate del pianeta. Però Sen anche avverte che “è difficile sfuggire all’idea che vi siano forti elementi di arbitrarietà nel considerare i valori asiatici particolarmente favorevoli alla crescita economica e a rapidi progressi” (p. 129). Inoltre “l’abbandono di un vecchio pregiudizio eurocentrista non deve essere scambiato per l’affermazione di una nuova asimmetria nel giudizio sui valori, a favore, questa volta, dell’Asia contro l’Europa” (p. 130).

Un aspetto particolare dei ragionamenti di Sen è quello dell’identità; e concordiamo con la sua tesi delle identità plurali: “nella nostra vita siamo tutti individualmente coinvolti in identità di varia natura, in contesti disparati”, il che si riferisce tanto alla nazionalità quanto ai legami familiari, alle ideologie ecc., tanto che “non è possibile attribuire a un individuo l’appartenenza esclusiva - o prevalente, a seconda dei casi - a un unico gruppo” (p. 53). Da qui la responsabilità di collocarsi e decidere:

“Le diverse lealtà suscitate dall’appartenenza possono entrare in conflitto sulla priorità da assegnare, per esempio, alla nazionalità, alla residenza, alla famiglia, all’amicizia, al credo politico, agli obblighi professionali o alle affiliazioni civiche. Dobbiamo scegliere e decidere, e l’alternativa a una scelta ragionata è una scelta irragionevole” (p. 56).

[Roberto Bertoni]