09/03/10

Annalisa Bonomo, MARAM AL-MASRI

1. SULL’ORLO DELLA LINGUA: MARAM AL-MASRI TRA POESIA, INTERCULTURA E MEDIAZIONE

La poetessa siriana Maram Al-Masri rappresenta una delle voci più interessanti attive sulla scena internazionale e all’interno del panorama della poesia femminile contemporanea in particolare.

Tradotta in quasi tutto il mondo (Francia, Spagna, Gran Bretagna, Lussemburgo, Corsica, America, Serbia, Italia e Germania per esempio), la poesia di Al-Masri partecipa ad un dibattito decisamente attuale quale quello sull’interculturalità in epoca globalizzata e la mediazione culturale come strumento necessario d’integrazione tra i popoli, riaccendendo i riflettori sull’importanza della traduzione interlingue quale strumento di una consapevolezza etica delle relazioni internazionali.

Nata nel 1962 in Siria (terra mitica d’incrocio tra le vie del Mediterraneo e quelle della Cina e dell’India), Al-Masri vive a Parigi ormai dal 1982. Porta con sé i segni profondi di un difficile processo d’integrazione tra Oriente ed Occidente, nelle cui trame nascono le sue storie d’amore e sofferenza, di passione e quotidianità.

Dopo TI MINACCIO CON UNA COLOMBA BIANCA, pubblicato a Damasco nel 1984, pubblica a Tunisi nel 1997 la raccolta CILIEGIA ROSSA SU PIASTRELLE BIANCHE, accolta con entusiasmo dalla critica non solo del mondo arabo. Vincitrice nel 1998, grazie a tale raccolta, del Prix Adonis del Forum Culturale Libanese in Francia, ritorna sulla scena francese nel 2007 con JE TE REGARDE, pubblicato originariamente in arabo a Beirut nel 2000. In Italia, pubblica nel 2005 la traduzione italiana di CILIEGIA ROSSA SU PIASTRELLE BIANCHE (traduzione a cura di Francois-Michel Durazzo), nel 2008 TI MINACCIO CON UNA COLOMBA BIANCA (traduzione dall’arabo di Bianca Carlino) e nel 2009 TI GUARDO (traduzione di Marianna Salvioli).

L’ultima raccolta, risalente al Febbraio 2009, intitolata LES ÂMES AUX PIEDS NUS, è una sequenza di poesie con postfazione di Héléni Fistili, pubblicata dalla casa editrice “Le Temps des cerises”, lungo la quale l’autrice ripercorre una fitta serie d’incontri vissuti all’associazione francese "Halte, aide aux femmes battues". Il racconto di storie di violenza fisica e spirituale, unite a diapositive vissute e ricordate, traduce una brutale intrusione del reale, provoca l’irruzione dei fatti sulle parole e testimonia l’umiliazione di cui le donne intervistate forniscono la testimonianza.

A tale carrellata di volti segue una seconda sezione di componimenti dedicati al difficile rapporto tra genitori e figli, analizzata attraverso la lente deformante di un’agonia dei gesti quotidiani. Conclude il volume una sezione dedicata a considerazioni sull’amore, tema predominante dell’intera poetica dell’autrice.

Ora nei panni di una Sheherazade del XXI secolo, ora in quelli di novella Saffo, Al-Masri rappresenta uno tra i più densi e coinvolgenti “in-between spaces”, come li definisce Homi Bhabha [1], spazi di confine tipici del nostro tempo, e ancor più propri di un territorio mitico quale il Mediterraneo, da sempre crocevia di incontri e scontri capaci di lasciare segni indelebili sui linguaggi e i protagonisti di un simile flusso di contaminazione. Gli stessi spunti di riflessione, sono ancora oggi - in piena epoca post-moderna e globalizzata – capaci di rilanciare con forza un’idea di Mediterraneo come arena utopica di dialogo complesso tra culture, in grado di condurre ad un vero e proprio “pensiero meridiano”, per dirla con Franco Cassano [2], e ad una “mediterraneizzazione del pensiero” sulla scia della riflessione moriniana [3].

All’interno di questo scenario, l’impegno poetico di Al-Masri costituisce un delicato strumento d’intercultura che continua ad affascinare il pubblico e la critica d’Oriente e d'Occidente. Basti pensare a quanto Giuseppe Conte scrive nella PREFAZIONE a TI GUARDO:

“Maram Al-Masri ci dona un canzoniere d’amore luccicante come perle e tenebroso come la più nuvolosa delle notti. Invito il lettore ad immergersi in questo libro come se fosse una fontana, una di quelle fontane sacre in cui gli antichi amavano pensare di potersi purificare e di celebrare un rito di rinascita” [4].

O si veda il poeta arabo Adonis, che nella retrocoperta di CILIEGIA ROSSA SU PIASTRELLE BIANCHE afferma:

“Due cose mi attraggono nella scrittura di Maram Al-Masri: la prima è il modo con cui Maram riesce a dare forma alla sua femminilità, vissuta e immaginata con purezza originale, ma che scivola poi con le parole, le sensazioni e le impressioni, in modo libero attraverso i labirinti dell’erotismo. La seconda è come tutto ciò sia tradotto in una scrittura che pare non tanto tecnica quanto organica, fatta di passione, di quotidianità, di cose semplici ma calorose ed incontenibili (…)” [5].

Da un punto di vista squisitamente letterario, Claudio Pozzani, nella PREFAZIONE a CILIEGIA ROSSA SU PIASTRELLE BIANCHE, ritiene non solo possibile individuare in Al-Masri “la vena di un’Emily Dickinson” ma afferma anche che “nella sua apparente semplicità nel descrivere la solitudine, nel grido soffocato della donna che aspetta l’uomo amato, l’autrice siriana può essere accostata anche ad Alfonsina Storni oppure all’ironia di Mina Loy o ancora alla passione tragica di Anne Sexton” [6].

Al di là di qualunque partenariato, la musicalità della lingua araba (elemento delle radici, del quale l’autrice decide di non liberarsi), una travolgente femminilità ed un immaginario a volte così peregrino in Occidente costituiscono gli strumenti necessari e sufficienti per un viaggio, dannato e virginale al contempo, nel mondo femminile, ma anche in quello maschile. Sebbene, infatti, la connotazione femminile rimanga il comun denominatore di tutte le raccolte, il mondo degli uomini non è rigettato, ma indagato in relazione ad amori confessati o nascosti, elementi necessari alla messa in scena di un’ossimorica “soft desperation”. La vaga dimensione onirica, entro la quale gran parte delle istantanee prende vita, innesca un procedimento polisemico ed intertestuale continuo che fa del candore e della disperazione della passione, dell’adulterio e della fedeltà gli elementi di uno spazio intimo da riconquistare che possa coincidere con la riappropriazione di una libertà asessuata e universale.

Il rosso della ciliegia schiacciato e gocciolante sul bianco delle piastrelle pesa come un omicidio dell’innocenza, o grida, al contrario, alla resurrezione di una rinnovata purezza. Le “ciliegie”, il “melograno”, il “miele”, la “polvere” inaugurano un sentiero lungo il quale l’ordinario rivela lo straordinario e l’essenziale allo stesso tempo.


2. INTERVISTA CON ARAM AL-MASRI

Alla luce delle considerazioni svolte sopra, illuminanti mi paiono le risposte ad una serie di domande che ho avuto modo di rivolgere all’autrice qualche tempo fa, durante uno dei suoi soggiorni italiani. Ne riporto in questa sede le più rappresentative.


Quando e come è approdata alla poesia?

È una lunga storia e ripensarci mi fa sentire sempre più vecchia.

Avevo sedici o diciassette anni quando iniziai a muovere i primi passi nella poesia.

Ricordo ancora perfettamente quando il mio insegnante mi chiese di comporre qualcosa in onore della festa della mamma. Ero abbastanza brillante sebbene non sia mai stata la prima della classe, ma la seconda…

Decisi allora di chiedere qualche consiglio a mia nonna. Sulla strada verso la sua casa improvvisamente il movimento dei miei passi divenne il ritmo di una poesia che stava nascendo. Fu così che composi una poesia per i miei genitori.

Subito dopo iniziò il desidero di scrivere e nello stesso periodo mi innamorai. Cominciai a scrivere poesie per lui perché volevo che capisse quanto fossi speciale.

La lingua divenne il mio strumento di creazione prediletto.

Ma fu mio fratello, che ancora oggi rappresenta un’interessante voce del panorama poetico siriano, il primo a insegnarmi qualcosa della poesia dopo mia madre. Da lei imparai la cosa più importante: l’immaginazione. La seguì e fu questa la mia prima vera “lezione di poesia”.

Anche i miei voti cominciarono a migliorare e da allora scrissi meravigliosi versi...


Qual è la sua idea di “nazione”?

Io amo la Siria. Dopo la pubblicazione del mio primo libro, proprio in Siria mi venne chiesto: “Cos’è per te la nazione?”. Io risposi che sin dalla mia fanciullezza avevo dato molto più importanza alla gente che alle terre. La nostra patria, la nostra nazione è il luogo dove abbiamo la nostra famiglia, i nostri amici e le persone che amiamo.


Ma non le manca la Siria?

Mi mancano i ricordi di me in Siria. Mi mancano l’infanzia e i miei ricordi con gli amici, la mia famiglia.


Molti sono stati i tentativi di mettere in relazione la sua poesia con quella di altre importanti scrittrici e poetesse, da quelle passate a voci contemporanee. Crede sia possibile paragonarsi a qualcun’altra?

Io “sono” gli altri. Anche se alcuni critici affermano che io non abbia una scuola, che non appartenga ad alcuna accademia, credo di far parte di un unico gruppo: quello della produzione.

Molti mi hanno paragonato a Saffo, a un’autrice di haiku (ma neanche sapevo cosa fossero quando iniziai a scrivere), a Emily Dickinson e a molto altro.

Credo che gli esseri umani riproducano inevitabilmente gli stessi temi, siano animati dalle stesse passioni anche se i tempi e le condizioni cambiano in continuazione. La scrittura, in questo senso, diventa qualcosa di biologico. Ognuno di noi esprime qualcosa che gli appartiene anche quando crede di imitare qualcun’altro. Se poi vogliamo spingerci oltre, possiamo affermare che l’imitazione è forse ancor più difficile della scrittura originale…


Cosa pensa del suo pubblico?

Sarò sempre toccata dall’affetto. È questa intima relazione con il mio pubblico di lettori il mio unico denaro. La mia banca è ricca d’amore e dei sorrisi di chi mi ama.

Quando mi capita di poter abbracciare qualcuno e lo sento tremare contro il mio corpo, in quell’abbraccio ritrovo l’umanità intera. Questo risultato è l’unico a cui tendo ed è ancor meglio di un Nobel…anche se non mi dispiacerebbe vincerne uno, magari prima che io muoia!


NOTE

[1] Cfr. H. Bhabha, THE LOCATION OF CULTURE, Londra, Routledge, 1994.

[2] Cfr. F. Cassano, IL PENSIERO MERIDIANO, Roma-Bari, Laterza, 2003.

[3] Per il concetto di “mediterraneizzazione” del pensiero si rimanda al contributo di E. Morin, PENSER LA MÉDITERRANÉE ET MÉDITÉRRANÉISER LA PENSÉE - PENSARE IL MEDITERRANEO E MEDITERRANEIZZARE IL PENSIERO, "Complessità", 1, 2007.

[4] M. Al-Masri, TI GUARDO, a cura di M. Salvioli, Lecce, Multimedia, 2009, p. 5.

[5] M. Al-Masri, CILIEGE ROSSE SU PIASTRELLE BIANCHE, a cura di F.M. Durazzo, Genova, Liberodiscrivere, 2005.

[6] Ibidem, pp. 6-7