31/12/17

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 60, dicembre 2017 / Second series, issue 60, December 2017

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell’autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni.

- BOOTH, Martin, GWEILO. Note di lettura, 13-12-2017.
- CARTLEDGE, Simon, A SYSTEM APART: HONG KONG SINCE 1997. Note di lettura, 5-12-2017.
- CICCHELLI, Vincenzo e OCTOBRE, Sylvie, L'AMATEUR COSMOPOLITE. Note di lettura, 19-12-2017.
- JOO, Sung Woo, MONSTER. Storie di serie, 27-12-2017.
- MARCHETTI, Gina, "WHITE KNIGHTS IN HONG KONG". Storie di film, 21-12-2017.
- MERRY CHRISTMAS AND HAPPY NEW YEAR 2017.
- PIZZI, Marina, DIVE ELEMOSINE 2015 (Strofa 82). Testo, 3-12-2017.
- RITTAKOL, Bhandit, ONCE UPON A TIME... THIS MORNING. Storie di film, 17-12-2017.
- RUFIN, Jean-Christophe, GLOBALIA. Note di lettura, 9-12-2017.
- THE LAST IMAGE. Storie di immagini, 31-12-2017.
- VARIETIES OF INEQUALITY AND SOME OF THEIR LITERARY REPRESENTATIONS IN 21st CENTURY ITALY (PART II). Riflessione, 1-12-2017.

29/12/17

THE LAST IMAGE



All was flowing away with water...












[Mount Usher 2017. Foto Rb]

27/12/17

Joo Sung Woo, MONSTER (몬스터)

                            [Korea in Singapore (Foto Rb, 2016)]


Serie televisiva in 50 puntate, Korea del Sud 2016, trasmessa dalla rete MBC. Sceneggiatura di Jang Young Chul e Jung Kyung Soon. Con Go Yoon, Jin Tae Hyun, Jo Bo Ah, Jung Bo Suk, Jung Woong In, Kang Ji Hwan, Kim Hye Eun, Lee Deok Hwa, Lee Gi Kwang, Lee Yeol Eum, Park Ki Woong, Park Young Goo, Soo Hyun, Sung Yu Ri

Con sceneggiatori di valore, che hanno collaborato a serie di simile impostazione e di contenuto sociale, quali Giant, History of a Salaryman e Incarnation of Money, ma questa volta con un diverso regista, non più Yoo In Shik, bensì Joo Sung Woo, questo K-drama, Monster, da un lato punta sulla corruzione, come si è visto tanto nella politica reale sud-coreana (caso più clamoroso l’impeachement della Presidente della Repubblica Park Gyeun Hye nel 2016) e nella produzione audiovisiva (restando nel recente, si ricorderà il film del 2017 The Mayor, titolo originale 특별시민, diretto da Park In Je); dall’altro lato costruisce un’epica di rivalità familiari entro una delle tradizioni dello sceneggiato televisivo coreano di vendetta, che articola il risentimento e la punizione dei malvagi nell’arco di varie generazioni. Frattanto, altrettanto proverbialmente, ci si trova dentro le logiche aziendali delle ditte a conduzione familiare, cresciute a dismisura (chaebol). Alle spalle le manovre mafiose e naturalmente le storie d’amore. Gli autori non disdegnano elementi di esagerazione (makjang), pur restando anche nell’ambito della critica del malaffare e salvando gli innocenti.

L’intreccio è denso. Essenzialmente si tratta di un omicidio dovuto a motivi aziendali, di cui viene ingiustamente accusato il figlio degli uccisi, che, rimasto accecato dall’incidente in cui i genitori periscono, per una serie di circostanze si trova a collaborare con un’altra vittima, la ragazza di cui si innamorerà, ma che non ha mai visto. Riuscito a sfuggire agli assassini, riacquisita la vista con unoperazione chirurgica e assunta una diversa identità con un’accorta plastica facciale, ricompare sulla scena per vendicarsi anni dopo. La ragazza è ora un avvocato e lo sostiene. Si innamora di lui l’unica innocente della famiglia colpevole, la rivelazione giovane degli ultimi due anni in quanto attrice Jo Bo Ah. Sulla scena c’è anche un figlio nato fuori del matrimonio, manovrato dall’assassino, ma che in realtà opera dietro le quinte per impadronirsi della ditta del padre e rivaleggia col protagonista. Il mostro, un Satana incorreggibile, autore di reati dogni sorta, è lo zio delleroe principale. Questi alcuni cenni del plot per dare un’idea delle complicazioni, si capisce che non mancano parecchi colpi di scena.

L’amore in parte riscatta anche chi ha deviato dalla vendetta giusta. Chi segue il cuore prima o poi riceve una compensazione morale.

Chi solo calcola si isola anche da se stesso. Il successo economico nasce da manovre scoperte e segrete, da tangenti e omicidi, dal calpestare ogni cosa degna e onorevole, ignorando i valori morali e i metodi trasparenti messi invece in atto da chi cerca di punire i colpevoli restando nella legge.

La lealtà va oltre le professioni e si incarna non solo nei giusti e nei pochi non corrotti, ma anche in un trafficante di armi ammanicato con la finanza come pure con la malavita cinese.

Ancora una volta colpisce la tecnica di recitazione non banale. Gli attori sono bravi e agiscono sullo schermo con una naturalezza che contraddice le avventure piuttosto estreme.

Fino a che punto questo è un prodotto di denuncia sociale, o puro intrattenimento dato che dilata la realtà distorcendola?


[Roberto Bertoni]

23/12/17

MERRY CHRISTMAS AND HAPPY NEW YEAR 2017


[Small Christmas (Private Collection). Foto Rb, 2017]

21/12/17

Gina Marchetti, “WHITE KNIGHTS IN HONG KONG”



[Hong Kong Taxi (2017). Foto Rb]


Gina Marchetti, White Knights in Hong Kong. Sottotitolo: “Love is a Many-Splendored Thing and The World of Suzie Wong”, Capitolo 6 di G. Marchetti, Hollywood and the “Yellow Peril”, University of California Press, 1993, pp. 110-124


Alcuni rilievi di Marchetti sono condivisibili anche se non con l’assolutismo con cui sono avanzati nel suo libro, in particolare, aggiungendo per cautela in diversi casi ma non sempre, il fatto che “the myth of romantic love and the myth of the romantic hero are inextricably intertwined in Hollywood fiction”; e quando le storie si svolgono in Asia, “the romantic hero functions as a white knight who rescues the non-white heroine from the excesses of her own culture while ‘finding’ himself through this exotic sexual liaison” (p. 109).

Tuttavia, altri rilievi paiono a chi qui scrive un che azzardati. Nel caso di The World of Suzie Wong (una produzione anglo-statunitense diretta da Richard Quine nel 1960, con William Holden e Nancy Kwan come interpreti principali) andava forse sottolineato che il film deriva, con cambiamenti anche notevoli, da un romanzo dell’autore inglese Richard Mason, il cui protagonista venne trasformato in statunitense dalla versione cinematografica.

Hollywood semplifica con una serie di cliché interculturali il rapporto tra l’occidentale a Honk Kong e la ragazza del luogo, una prostituta che inizialmente si finge raffinata ereditiera per poi rivelarsi nella sua professione, che svolge per mantenere la figlioletta e sopravvivere, pur mantenendo un fondo etico pronunciato e fiducia nella propria cultura. Dopo varie vicende, l'intreccio si risolve in un matrimonio.

Alcuni aspetti della realtà di Hong Kong vengono conservati nella pellicola, ma altri sono semplificati al punto da risultare stereotipati. Va però considerato che il tono di commedia, prevalente nonostante la presenza di momenti tragici, come la slavina in cui perisce la figlia di Suzie (il cui nome “vero” nel film è Mei Ling), e lo schema della storia sentimentale non avrebbero consentito, a un regista che volesse restare nell’ambito delle “regole” del film di genere, più di tanto spessore antropologico. 

Va anche notato che l'attrice protagonista, nella vita reale, è nata a Hong Kong da padre cantonese e madre britannica, cioè venne scelta un’attrice di provenienza asiatica che si riconosce nella cultura d’origine (si veda l’intervista del 2010); e la lingua adottata in qualche rapida occasione nei dialoghi anche di una parte delle sue coadiuvanti nel film, per accrescere autenticità, è il cantonese; meno autentica, nondimeno, la ricostruzione in studio di Kowloon.

Nel film, le contraddizioni tra culture sono in effetti alcune di quelle individuate da Marchetti: il rapporto tra Oriente e Occidente; e tra ricchezza e povertà. 

Ci pare invece meno pronunciata l'opposizione tra etnie e tra indipendenza e dipendenza dell’essere femminile. Bisogna semmai notare che il personaggio protagonista maschile, Robert, pur essendo occidentale, si innamora della giovane di Hong Kong e ne è ricambiato malgrado le differenze di nazionalità, cultura e professione: quindi non sembrerebbe insincera la rappresentazione dell’affetto che riesce a superare i pregiudizi. Quanto alla supposta segregazione di Mei Ling nel mondo maschile di Robert, notata da Marchetti, anche questa, nell’economia narrativa del film, pare a chi qui scrive piuttosto una scelta di lei; e corrisponde dopotutto allo stato dei rapporti di coppia sia occidentali che orientali in quegli anni.

Interessante, invece, la notazione di Marchetti che nella versione cinematografica si apre un contrasto tra liberalità ideologica statunitense e pregiudizio coloniale britannico, il secondo visibile nel personaggio di Ben, che inganna Suzie, carpendone l’affetto per poi abbandonarla. Anche in questo caso, però, vanno fatte delle precisazioni, perché alla figura negativa dell’inglese Ben si contrappongono quelle mentalmente aperte verso l’Oriente dei personaggi, anch’essi inglesi, di Kay, innamorata di Robert, e del padre banchiere di quest’ultima.

Non sarà un capolavoro Il mondo di Suzie Wong ma, per concludere, è un film che, nonostante i suoi limiti interculturali e d’altro tipo, si lascia guardare con un sorriso e non manca di leggerezza.


[Roberto Bertoni]

19/12/17

Vincenzo Cicchelli e Sylvie Octobre, L’AMATEUR COSMOPOLITE

[International tourist scene (Montmartre 2017). Foto Rb]


V. Cicchelli e S. Octobre, Lamateur cosmopolite. Sottotitolo: Goûts et imaginaires culturels juvéniles à l’ère de la globalisation. Parigi, Ministère de la Culture et de la Communication, 2017


Questo studio sociologico, ben articolato sia sul piano dell’inchiesta che su quello teorico, muove oltre il concetto di omogeneizzazione culturale e di egemonia statunitense nell’ambito della cultura globalizzata, che moltiplica le identità culturali e modifica i repertori di riferimento dei giovani, i cui primi contatti con paesi stranieri sono spesso mediati da serie televisive, film e musica (pp. 10-11). Da qui si fa strada un’idea di “cosmopolitismo estetico-culturale” (p. 12), che da un lato conferma il successo di imprese commerciali diffuse, quali i film spettacolari di Hollywood; dall’altro lato indica l’apertura verso altri prodotti, per esempio i cartoni giapponesi, le serie e il pop coreani, opere europee e africane, anche se tali prodotti vengono più frequentemente fruiti con la mediazione della traduzione o del sottotitolo.

I giovani rivelano “capacità di accostamento di elementi geografici distanti tra di loro” anche quando tale approccio prenda le mosse da “una conoscenza approssimativa, stereotipata, dunque falsa, sui cui poggia la narrazione del mondo in cui risiedono” (p. 53). Nondimeno, a partire di qui, i giovani operano un’interpretazione della real con “tratti culturali trasversali” (p. 197).

Il 32% dei giovani francesi che si sono espressi nell’inchiesta manifesta interesse per fonti straniere nei siti Internet e nei blog. Questo si deve anche all’espansione della classe media (p. 117): logicamente, infatti, prevalgono i giovani che conoscono lingue straniere o hanno beneficiato di un’istruzione o di un background familiare interculturale, mentre le categorie con minore disponibilità economica e preparazione interculturale si rivolgono di preferenza a opere francesi.

L’“onnivorismo” (espressione presa a prestito da R.A. Peterson, cfr. nota a p. 111), ovvero il consumo di “varie forme culturali, canoniche (légitimes nell’originale francese) e popolari”, si nota in particolare nel campo musicale (p. 113). L’“onnivorismo” non è solo un fenomeno di classe e di moda: esprime anche una “dimensione umanistica” (p. 117), che si apre su “registri vari che si potranno definire estetico, culturale, affettivo ed economico” (p. 157). Non è assente una dimensione politica e progressista verso i problemi dell’ambiente e della solidarie (p. 250).

L’autore e l'autrice del volume definiscono la figura sociologica protagonista “amateur cosmopolite (potremmo tradurre il cosmopolita dilettante; o forse gli appassionati di cosmopolitismo) (p. 189).

Vengono valutate due possibilità del “neo-cosmopolitismo” (p. 279): da un lato la sua necessità nel rafforzamento delle logiche consumistiche, dall’altro una sensibilità civica positiva; a nostro parere si tratta di due aspetti interagenti.


[Roberto Bertoni]

17/12/17

Bhandit Rittakol, ONE UPON A TIME… THIS MORNING


[Bangkok Railway Station (2005). Foto Rb]


Bhandit Rittakol, Once Upon A Time... This Morning. Tailandia 1994. Titolo originale: กาลครั้งหนึ่งเมื่อเช้านี้ (Kalla khrung nueng... muea chao nee). Con Ronnarong Buranat, Martang Jantranee, Santisuk Promsiri, Chintara Sukapatana

Il film, ben strutturato e girato con tecniche in parte naturalistiche (i suoni naturali del treno e della strada, le riprese in esterni con attori di professione e non professionisti), mentre mette in luce problemi sociali gravi, soprattutto l’uso dei bambini abbandonati da parte della criminalità organizzata e il racket della prostituzioni minorile, punta al contempo sul malessere della coppia e della famiglia, in parte conseguente al boom economico di quegli anni, e sulla crisi della cultura tradizionale, rappresentata dalle fiabe narrate ai figli da un padre fantasioso tramite le ombre proiettate sul muro da figure di carta ritagliate (quelle che in italiano si suole definire “ombre cinesi”, espressione che sarebbe qui impropria per rappresentare un’usanza tailandese). 

Quest’ultimo elemento, che ricorre spesso durante la pellicola, costituisce un aspetto di realismo magico oltre che una mise en abyme, dato che la leggenda della strega e del gigante sconfitti dal principe coraggioso con la liberazione della principessa corrisponde al rapimento di fanciulli dello strato realista e alla loro finale scarcerazione.

Accompagnato da toni melodrammatici, che sappiamo non rari nella cinematografia asiatica, il film si dipana senza esagerazioni eccessive, cosicché il quadro di ambiente e le emozioni si compensano e convivono.

Quanto all’intreccio, abbastanza denso di colpi di scena, è sostanzialmente quello di una coppia sposata di classe media con tre figli che decide di divorziare; la figlia più grande, dodicenne, respinge la separazione dal padre e scappa dalla casa della madre coi fratellini per tornare da lui; nella cesta del fratello più piccolo alcuni monelli malavitosi hanno nascosto una busta di droga; inseguiti dal capobanda, uno dei ragazzini li aiuta a salvarsi non senza che prima la piccola sia venduta a una casa di prostituzione e un incendio metta in pericolo la vita di tutti. C’è un lieto fine non retorico.

Questo film ci è piaciuto.


[Roberto Bertoni]




13/12/17

Martin Booth, GWEILO





[Tin Hau Temple (Hong Kong 2017). Foto Rb]

Martin Booth, Gweilo. Sottotitolo: Memories of a Hong Kong Childhood. Londra, Doubleday, 2004

Questa autobiografia si incentra sul primo soggiorno a Hong Kong dell’autore da bambino, nei primi anni Cinquanta, in seguito all’assegnazione del padre, funzionario della Marina Britannica, prima a compiti amministrativi nella guerra di Corea, quindi con funzioni di Commodoro nel porto di Hong Kong.

Lo sguardo infantile scopre, approvato da una madre culturalmente intraprendente e curiosa del versante cinese della popolazione e della città, al punto da apprendere il cantonese, frequentare un ambiente fatto di amicizie sia coloniali che indigene, appassionarsi all’arte e alle tradizioni di Hong Kong, a differenza del padre, piuttosto chiuso nel proprio mondo britannico che ritiene superiore a quello cinese, alienato dal lavoro e rifugiatosi nell’alcol e distante per concezioni e sentimenti dal mondo di affetti di madre e figlio, che si allontanano da lui sempre di più, seppure resti in piedi la famiglia e, dopo un ritorno nel Regno Unito, essa riparta per un secondo soggiorno, non riferito da questo libro ma che durerà fino al 1964.

La parola Gweilo è un termine con cui vengono chiamati gli stranieri occidentali in cantonese, in parte con spregio, ma qui con una rivendicazione in parte ironica e in parte di orgoglio, dato che il bambino si integra piuttosto bene nella città, imparando da subito termini cantonesi, facendo amicizia con ragazzi di strada e anche con un bandito della ora abbattuta città di malavita di Kowloon, detta allora “walled city”, e dagli anni Novanta sostituita da un parco.

Le credenze religiose (citati vari templi tra cui quello di Tin Hau sopra nella foto), le persuasioni astrologiche, il codice della malavita, i ragazzi della scuola, la sensibilità degli anziani verso il ragazzino occidentale; la vita quotidiana della città cantonese;  le consuetudini della città inglese con le feste dei genitori che si muovono in un mondo di prosperità sebbene non di ricchezza smodata, i rituali del tè del famoso Hotel Peninsula (tuttora esistente), i pettegolezzi degli adulti; il mondo cosmopolita di cibi, costumi, voci; il porto, le strade; le tragedie dell'incendio che distrusse le dimore dei baraccati e il successivo tifone; tutti questi aspetti risultano ben rappresentati e ricostruiti in questo libro che fa mostra di sé, tuttora, in varie librerie della città, si direbbe una specie di classico.

[Roberto Bertoni]