30/11/14

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 29, Novembre 2014 / Second series, issue 29, November 2014

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell'autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni. / Entries listed below without the name of the author were written, and pictures were taken, by Roberto Bertoni.

- CHEN, Kaige, THE SACRIFICE. Storie di film, 21-11-2014.
- FERRARA, Enrica Maria, IL REALISMO TEATRALE NELLA NARRATIVA DEL NOVECENTO. Note di lettura, 15-11-2014.
- HAI, Da, PRETTY MAID. Storie di film, 5-11-2014.
- KIBERD, Declan, INVENTING IRELAND. Note di lettura, 9-11-2014.
- KOTLER, Arnold (ed.), ENGAGED BUDDHIST READER. Note di lettura, 29-12-2014.
- LÉVI-STRAUSS, Claude, TRISTI TROPICI. Note di lettura, 17-12-2014.
- LU, Yun, THE VALLEY WIND (traduzione di A. Waley). Testo, 7-11-2014.
- MILNER, Andrew, SCIENCE FICTION AND THE LITERARY FIELD. Note di lettura, 1-11-2014.
- PINI, Angelo, "PENDE LA SILENZIOSA FUGA". Testo, 3-11-2014.
- PIZZI, Marina, CANTICO DI STASI (2010-2011). STROFE 26-30. Testo, 25-11-2014.
- SONG, Hyunhee, CHILDREN AND THE "OTHER": THE EASTERN AND WESTERN DRAGON. Riflessione, 13-11-2014. 

29/11/14

Arnold Kotler (ed.), ENGAGED BUDDHIST READER


Berkeley, Parallax, 1996 (Ed. Kindle)


Historically, Buddhism could be seen as a way to take distance from reality as opposed, for example in China, to the active social engagement encouraged by Confucianism. Yet, in the early tradition, Nagarjuna advised the King on the best policies to follows for the general well-being of the people, and one could make the point that the concept of altruism, so naturally connected not only with the Mahayana, but also with the Hinayana schools, leads necessarily to commitment. In recent decades, the concept of engagement has been brought forward explicitly by some of the best known Buddhist masters, and especially Thich Nhat Hanh and the Dalai Lama.

The concept of altruism as propeller of engagement is emphasised in this volume by various authors. The Dalai Lama, perhaps most clearly, says that in fact “the key is our altruistic mind” (p. 4), an idea to be extended from individuals to nations, and Thich Nhat Hanh maintains that “compassion is a sense of our shared suffering”, and additionally “the near enemy of equanimity is indifference” (p. 14).

Thich Nhat Hanh tells his experience as a peace campaigner at the time of the Vietnam War. He discusses also the controversial issue of monks who burnt themselves alive to sensitize public opinion despite the Buddhist precept no to destroy life, including one’s own. The pacifist anti-war campaigns in Vietnam were dictated by the necessity to “go beyond passive resistance and undertake positive efforts to overcome the war and the oppression” (p. 58).

So basically, in Kenneth Kraft’s own words, “the term ‘engaged Buddhism’ refers to […] active involvement by Buddhists in society and its problems” (p. 65), and even, according to Sulak Sivaraksa, it implies to “build up political awareness” (p. 74).

The main areas of Buddhist engagement are peace, toleration, environmental issues, and oppression of freedom and democracy.


[Roberto Bertoni]


25/11/14

Marina Pizzi, CANTICO DI STASI (2011-2014, strofe 26-30

26.

mi va di crollare nel fantasma
ascesi finalmente senza asma
né manuali per restare
nonostante il lutto che spalanca gli occhi.
in fatto di cornucopia ho perso il nome
presso la cantata infernale della fanghiglia.
tu che piangi le aureole ventose
del sacrestano le pulizie sacre
senza morto da celebrare.
con le borchie sulla spada dell’angelo
voglio giocare agli inseguimenti
tanto per farmi amare un po’ di più.
in palio alla materia del contendere
sto giù da tempo senza museruola
né crolli di comete fratellastre.
strazio e cipiglio questa anestesia
non buona al dolore che si ripete
fratello di iena colmo di bestemmia.
mia la manciata degli sterpi
volitivi al massimo della furia
dove si addentra la madre senza figli.


27.

sarà festivo il dì del nome tuo
traguardo di balbuzie nonostante
lo scarto dell’ombra. avrai di dio
l’icona buona la saggia chiave di
chi rompe indugio per flettere la
nebbia oltre steccato. la conca della
culla sarà conclave contro la veglia
dell’ora tragica. beltà del sacro cuore
la tua nomea è vertigine di bosco
dove consola la terra la bestemmia.
la stiva della ruggine fa di sangue
il veto, la rotta ginnica di guardare
il sole per adoperare la vita verso
l’estro di conoscere la lira delle statue.
canestro ingordo l’infimo del bordo
e la giuria che convoca vocali di abbecedario
la filastrocca occlusa alla vendetta.
ammanco di cipressi la tua stalla
viadotto di comete senza magia
nel ristagno del fiotto rantolante.


28.

viuzze di alfabeti starti accanto
simulare l’occaso per un brivido
d’amore. invece è tacito l’embrione
di morire da sotto il glicine
piangente. gerundio di rondine tornare
natività del bandolo il sorriso
se finalmente si eterni la questione
di ridere accartocciati insieme ai fiori.
si erutta sul calvario l’ultimo bacio
cimitero di rendite desertiche
milite ignoto l’occhio di cristallo.
in tasca l’arbitrio del diario
con l’elemosina scaduta della briciola
il sisma in canottiera della sposetta.
miriadi di rantoli guardarti andartene
in mano alle lanterne delle grotte
dove nessuno è visto per vedere.
in tana sull’occaso piange il figlio
con la scarogna enorme della nascita
inflitta per dominio di demonio.


29.

con la palude negli occhi
continua il ludo di perdere la spada
nella conca di mia madre che non è arrivata
partita dall’avamposto del rantolo.
così si sceglie l’osteria del sorso
verso la gita di perdere la veglia
e il germoglio di orecchini regi.
gironzola così l’attore di cometa
quando lo sforzo è fatuo di piantagioni
ginestre di pavoni i giardini infantili
nell’aprile la quercia si fa vestale
di strani strali verso le rovine del tetro
malessere sonnambulo di grido.
al fuoco delle rondini che scappano
la malia del demonio se la ride
con l’attaccapanni impicca i poveretti.
sull’orlo della frusta ho stimato il cuore
neastro come il panico del sale
stato nella cenere per sbaglio.


30.

così si muore nel dialogo del sale
il borgo chino della bocca secca
quando felice come addobbo il gobbo
passeggia nei viottoli più ciechi.
tranquilla nella morte la madre
ha il volto diafano del consiglio
la nulla fame del singhiozzo ucciso.
incontra insieme a me la stanza vuota
il lavorio di sembrare vivi
nonostante la voglia di morire.
così è mortale la spianata d’ascia
quando l’alunna non sa la lezione
né uno scivolo appena per scappare.
in curva alla minaccia dello strapotere
resta la culla unica del fiato.


[Le strofe precedenti sono su numeri scorsi di “Carte allineate”]

21/11/14

Chen Kaige, THE SACRIFICE



["Was it a lantern? A montgolfiere?" (Soho 2014). Foto Rb]


Chen Kaige, The Sacrifice. Cina 2010. Con Fang Bingbing, Ge You, Hai Qing, Huang Xiaoming, Wang Xueqi, Vincent Zhao, Zhao Wenhao


Film di successo in Cina, The sacrifice si presenta con minore sontuosità della pellicola di Chen Kaige di maggiore risonanza in Occidente, ovvero Addio mia concubina, ma pur sempre con una ricostruzione attenta del periodo storico. Dinamiche sono varie scene di duelli. Introspettiva e umana si rivela la recitazione di Ge You.

Sostenuto su inversioni e colpi di scena, l’intreccio a sfondo familiare è basato sul lavoro teatrale Zhaoshi guer da bao chou (The orphan of Zhao), di Chin Chun-hsiang, del tredicesimo secolo, a sua volta derivato da un episodio storico [1].

La versione di Chen Kaige è ambientata, come l’originale, nel ducato di Jin e mantiene l’idea base, il sacrificio di un figlio per salvare il figlio della famiglia Zhao, sterminata dal Duca Tu’an Gu, che uccide la moglie e il neonato del medico Chen Ying, che a sua volta aveva salvato l’aristocratico fanciullo. Sebbene, offrendo il proprio figlio col fingere fosse l’altro, Chen Ying avesse sperato di salvare entrambi, ciò non accade. Presentandosi a Tu’an Gu, chiede di entrare nel suo entourage feudale, ove fa addestrare il bambino nelle arti marziali per rivelargli in età adolescente chi è suo padre e spingerlo alla vendetta. Si dipana convoluto e non certo privo di colpi di scena l’intreccio, il cui elemento più notevole è forse la riluttanza del ragazzo a uccidere un uomo accanto al quale è cresciuto e che gli ha dimostrato benevolenza. La vendetta prende infine campo, compiendosi, ma nel duello finale perisce anche il padre adottivo per mano del Duca.

Fondato su pochi elementi espressivi, dialoghi concisi, immagini più in interno che negli esterni, il film ha una tenuta rimarchevole in termini di suspense e articolazione dei valori familiari, dell’onore e della fermezza contro l’efferatezza del potere.

Dell’originale teatrale cinese, tradotto in Occidente, in francese, dal Padre Gesuita Joseph Henri Prémare nel 1731 col titolo L’orphelin de la Maison de Tchao, ci sono state varie rielaborazioni occidentali, nate, come osserva Liu, dalla moda orientale delle chinoiserie, che era all’apice nel diciottesimo secolo [2]. Se ne citano qui tre: quella di Metastasio (1752), quella di Voltaire (1755) e quella della Royal Shakespeare Company (2012).

Nell’Eroe cinese di Metastasio, libretto d’opera del 1752 (musicato da Giuseppe Donno nello stesso anno e da Johann Adolf Hasse nel 1753) [3], il motivo  dell’orfano Zhao Wu viene ripreso con personaggi dai nomi modificati, esposti a svolte del destino simili alla storia originaria, ma con l’aggiunta di due legami amorosi e un lieto fine, in breve con cambiamenti essenziali anche della fabula.

In Metastasio, Leango, il padre che salva l’orfano Siveno, sacrificando il proprio figlio, è il reggente dell’Impero e rivela la verità il giorno in cui Siveno deve diventare imperatore, legittimato dunque a prendere in sposa Lisinga, la principessa tartara che ama. Lo stesso giorno, al fedele uomo d’armi Mintéo, amico di Siveno e innamorato di Ulania, la sorella di Lisinga, viene rivelato che era il medesimo Mintéo il legittimo successore al trono. Mintéo salva Siveno durante un’insurrezione; e l’equivoco si chiarisce: Mintéo era stato risparmiato dalla morte, ma era in realtà il figlio creduto morto di Leango, mentre Siveno era in effetti il figlio dell’Imperatore. I due eroi sposano le principesse amate, il padre si ricongiunge col figlio, Siveno sale sul trono. Si delinea più un groviglio degli equivoci che un páthos storico profondo e tragico. Nondimeno, tra i valori, si stagliano la lealtà, l’amicizia, la sincerità. La commozione è per le pene d’amore (“Ah, mia vita, a sospirar son nato!”). L’angolazione orientalista è piuttosto positiva: si veda la didascalia in cui, descrivendo la scena, viene espressa la “diversità” del palazzo della corte cinese, accompagnata da ammirazione per la congiunzione artistica di “natura e arte” nelle sue decorazioni.

In L’orphelin de la Chine (1755), Voltaire sposta lambientazione al tempo di Genghis Khan. Il nemico in questo intreccio sono i Tartari, che nel corso del lavoro teatrale conquistano Pechino. Gengis Khan tenta di sterminare la famiglia reale: “J’envoyai la terreur, et j’apporte la paix: la mort du fils du roi suffit à ma vengeance” [4]. Il mandarino Zamti e la moglie Idamé salvano l’ultimo erede, sacrificando al suo posto il proprio figlio. Gengis Khan impedisce ai coniugi di togliersi la vita, mostrando generosità per la nobiltà del cuore, per le virtù di Idamé (“vos vertus”, le ultime parole del testo).

Gengis dichiara a Zamti e Idamé la propria trasformazione: “Tous deux je vous admire, et vous m’avez vaincu […]; jouissez de l’honneur d’avoir pu me changer. Je viens vous réunir: je viens vous protéger […[ Je fus un conquérant, vous m’avait fait un roi”. I tartari si sostituiscono dunque ai precedenti dominatori, assumendone i costumi e creando continuità. Il filosofo francese è del resto a favore della “supériorité naturelle que donnent la raison et le génie sur la force aveugle et barbare” [5]. Conseguentemente, Gengis nel lavoro teatrale di Voltaire, rispetta la cultura cinese: “Cessez de mutiler toute ces grandes monuments, ces prodiges des arts consacrés par les temps; respectez-les”. Col trasformarsi da conquistatore in re, supera lo stato di barbarie: “Que les peuples vaincus gouvernent les vainqueurs, que la sagesse règne”. Graecia capta… in un certo senso, per fare un paragone occidentalizzante.

L’adattamento di James Fenton per la Royal Shakespeare Company, intitolata The orphan of Zhao (2012), è dovuta a quella che il regista della rappresentazione, Gregory Doran, definisce “Shakespearean complexity”; e al carattere epico, oltre che all’attualità in quanto “metaphor to resist tyranny of any kind” e all’abilità dell’anima umana di tener testa alla malvagità. Doran nota infine la bellezza poetica e l’universalità dei sentimenti espressi [6].

L’autore del testo per questa produzione teatrale, James Fenton, dichiara nell’Introduzione di avere seguito in vari luoghi una versione cinese del 1615, tradotta in inglese da Stephen West e Wilt Idema, ma al contempo di essersene discostato, spostando l’azione alla corte imperiale invece che nel ducato. Qui la giustificazione suona un po’ strana, come se dovesse riconfermare dei cliché orientalisti negativi: “To my Western year, the word ‘Duke’ rings oddly in a Chinese feudal context, in a way that ‘Emperor’, ‘Lord’ and ‘Princess’ do not” [7]. Mah. Perché, se non per esotismo, si dovrebbe trovar strano un Duca cinese? Senza contare l’enormità storica se l’azione, compresa la prossimità del trovatello e del suo oppressore ignari di chi siano, è con un Imperatore che risulta ucciso alla fine. Tra le altre modifiche di Fenton, la madre nobile del ragazzo, qui Principessa, sopravvive.


[Roberto Bertoni]


[1] Cfr. Liu Wu-Chi, “The original orphan of China”, Comparative Literature, 5.3, 1953, pp. 193-212.
[2] Cfr. Liu, cit., p. 203.
[3] Metastasio, L’eroe cinese, Milano, Simplicissimus, 2011 (citazioni dalla versione Kindle). La versione musicata di Hasse è ascoltabile su You tube.
[4] Voltaire, L’orphelin de la Chine, Ouvre de domain public (ed. Kindle).
[5] Manuel Couvreur, L’orphelin de la Chine.
[7] James Fenton, The orphan of Zhao: Based on traditional Chinese sources, Londra, Faber, 2012.